LA VILLA DELL’OROLOGIO (O DEL GRANDE FRATELLO)

Testi e fotografie Riccardo Poma

Prima di costruire la villa, il padrone costruì la fabbrica.
Altrimenti che razza di padrone sarebbe stato? Padrone di cosa, più che altro.
Dopo aver costruito la fabbrica, il padrone passò alla villa.
Con un righello immaginario tirò una riga dritta che dal cortile della fabbrica raggiungeva la sommità della collina che la sovrastava e lì, da quella posizione perfetta per osservare qualunque cosa accadese sotto, cominciò a costurire la villa.
Il padrone non era una cattiva persona, anzi. Attorno alla fabbrica edificò palazzine, scuole, circoli ricreativi, strutture sanitarie, tutto pensato per gli operai e le loro famiglie. Un villaggio di capanne divenne un vero e proprio paese con tutte le carte in regola.
Era chiaro però che tutta quella roba andava costantemente controllata, e la sommità di quella collina era il posto migliore per farlo. Il grande fratello vi guarda, ricordatelo sempre.

La villa fu progettata a pianta rettangolare, ma su tre lati vantava un favoloso porticato rifinito con gusto. Cantina, piano terra, primo piano e sottotetto. Sulla facciata della villa il padrone mise un gigantesco orologio, simbolo del potere più ambito di tutti: il potere di controllare il tempo. Cari operai, io non solo scandisco il vostro tempo attraverso i turni della fabbrica, bensì addirittura lo possiedo, mi appartiene. In effetti il padrone possedeva anche il tempo libero dei suoi operai: edificando il villaggio operaio attorno alla fabbrica, si era garantito la completa fedeltà dei suoi sottoposti, che avendo tutto a disposizione non avevano mai bisogno di lasciare il paese. Sopra l’orologio si possono ancora vedere tre campane, magari utilizzate per scandire i turni degli operai giù alla fabbrica (un’idea molto poetica ma raramente veritiera: in linea d’aria la fabbrica non è così vicina. Magari, semplicemente, le campane scandivano le ore come un campanile.
All’interno non c’erano stanze affrescate, ma tappezzeria e moquette rivelano comunque lo sfarzo in cui si viveva all’interno. Caminetti, rifiniture di pregio, marchingegni nuovi ma non nuovissimi, una stanza in cui un mobile con gli specchi grosso come una parete nasconde una porticina che conduce a un piccolo bagno. Dalla terrazza è ancora ben visibile la fabbrica, ora silenziosa. Con un po’ di fantasia non è difficile immaginarsi il padrone, lì affacciato, intento ad osservare la sua creatura fumante. Una scaletta traballante porta al sottotetto, nel quale si può ancora scorgere il retro dell’orologio e il meccanismo che lo faceva funzionare (ma anche i comandi per regolarlo, mica si poteva andare sul tetto ad ogni cambio ora). L’esterno ci regala un enorme parco, un parco giochi (se qualcuno sa cosa possono essere quei dodici cippi quadrati ce lo faccia sapere), un pozzo ancora provvisto di carrucola per il secchio, diversi utensili, una fontana. Per i più romantici, una pietra a forma di cuore. Ma il ritrovamento più inaspettato è lei, la grande vasca.

Sotto il giardino – con un po’ di fatica – si può vedere una gigantesca vasca coperta ancora piena d’acqua. Era una sorta di vasca anti-incendio studiata per salvare la fabbrica da eventuali fiamme. Come funzionava? Semplice. Su quella stessa linea dritta di cui parlavamo prima – anzi, sotto di essa – venne costruita una conduttura che dalla vasca raggiungeva la fabbrica. In caso di incidenti, l’acqua sarebbe stata fatta scendere verso la piana e, con l’ausilio di pompe mobili, sarebbe giunta direttamente in fabbrica.

Un’invenzione di un certo rilievo, anche se non risulta che venne mai utilizzata. Sopra quel tubo, di nuovo sulla linea dritta, il padrone fece costruire una scalinata che dalla fabbrica portava direttamente alla fabbrica. Era la strada – ripidissima – che gli operai dovevano fare nel caso fossero stati convocati direttamente dalla dirigenza. Insomma, dal cancello i lavoratori mica passavano. E perché avrebbero dovuto? Non avevano le carrozze prima, né le automobili poi. Una scaletta ripida andava benissimo.

Questa villa custodisce così tante particolarità che questo articolo avrebbe potuto chiamarsi in moltissimi modi: la villa del padrone, la villa della vasca sotterranea, la villa dei dodici cippi, la villa dell’armadio nascondi-bagno. Tuttavia, nonostante la vasta scelta, ci è sembrato che la villa dell’orologio fosse quello più azzeccato. La parentesi ci ricorda solo il perché di quella posizione.
E se vi capita di passarci accanto, bè, occhio: il grande fratello, forse, è ancora li che vi osserva.

Thanks to M & V

[Tutte le fotografie e i testi presenti in questo post sono tutelati dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotti altrove. Copyright Vuoti a perdere 2017]

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One thought on “LA VILLA DELL’OROLOGIO (O DEL GRANDE FRATELLO)

  1. Ogni volta che pubblichi mi fermo.
    Sospendo le cose che sto facendo ….è troppa la curiosità di quello che mi aspetta ….. leggo i commenti, ammiro le foto e sempre mi assale, devo dirlo, un po’ di tristezza pensando alla vita delle persone che hanno costruito ed abitato questi luoghi.
    Perché noi, generazione moderna, non siamo più capaci di preservare questi tesori?
    Che peccato!
    Grazie Riccardo per questa tua sensibilità nel raccontare tutto ciò.

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