CHERNOBYL – 30 ANNI DOPO

Fotografie di Andrea Sereno
Testimonianze tratte da Preghiera per Černobyl’ di Svetlana Aleksievič (Premio Nobel 2015)
Prefazione di Riccardo Poma

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Andrea Sereno non è stato il primo fotografo a chiedermi se volevo ospitare le sue foto di Chernobyl su vuotiaperdere . È stato però il primo – non me ne vogliano gli altri – a cui ho detto di si. Da quando ho iniziato a fotografare e raccontare i luoghi in disuso ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto, prima o poi, dedicare un articolo alla città fantasma più grande del mondo, quella che più di tutte si porta dietro tutta una serie di riflessioni che, ieri oggi e domani, meritano di essere portate avanti. Le ragioni per cui questo articolo e questa mostra arrivano ben tre anni dopo l’apertura del blog (e con le foto di Andrea) è molto semplice: Chernobyl è uno degli scenari più suggestivi del mondo, ma è anche uno dei più (perdonatemi il termine) “abusati”, nel senso che da quando è diventata una meta turistica le immagini che riguardano questa cittadina sono proliferate, soprattutto online, con un ritmo vertiginoso. Dunque è chiaro che raccontare qualcosa di nuovo attraverso le immagini è diventato qualcosa di davvero complicato. Fino all’aprile di quest’anno, ovvero fino al momento in cui Andrea mi ha mostrato i suoi scatti, nessuno mi aveva proposto foto di Chernobyl che a) possedessero uno stile personale b) mi lasciassero qualcosa che andava oltre il mero soggetto rappresentato. Gli scatti di Andrea mi sono piaciuti subito. In primis perché il suo stile è per certi versi simile al mio: la ricerca continua di soggetti simbolici, l’ossessione per la geometria e le simmetrie, il desiderio di unire alle immagini le parole.

dscf9957Tuttavia, credo che la cosa più bella delle foto di Andrea – e che credo lo elevi rispetto alla media dei fotografi che sono stati a Chernobyl – è il coraggio di osare. Mi spiego. Guardate le tre foto qui sotto, nella galleria. Sono foto che cozzano con i cliché della fotografia “classica” perché il soggetto principale se ne resta in disparte, lasciando uno spazio enorme (e apparentemente vuoto) alla tinta unita. Ma guardate quanto si riempie, in realtà, quello spazio, quella tinta unita: nella foto della ruota si tratta di un muro come tanti, vuoti e silenziosi e ancora imbevuti di radiazioni, un muro grigio e in contrasto con quel giallo delle cabine che dovrebbe raccontare la spensieratezza e invece è diventato il simbolo della disgrazia; guardate quel cielo bianco, nella foto alla mastodontica antenna Douga 3, un vuoto incolmabile che sa di infinito e che, contrapposto alla modularità simmetrica dell’antenna, racconta con incredibile semplicità una cosa così complessa da fotografare (soprattutto senza la presenza umana) come la grandezza sconsiderata (è alta 150 metri e larga 400). Guardate, infine, quello scatto al lettino nella stanza d’ospedale riservata ai neonati: un simbolo di vita (nonché il soggetto della fotografia) che occupa appena un quarto, forse un quinto della foto, mentre tutto il resto è soltanto buio. In quel buio c’è tutto: ci sono migliaia di morti che ancora urlano giustizia, c’è la fine tragica di un regime, c’è l’incapacità umana di tutelare la propria salute. Sembra che il buio voglia prendersi anche quel piccolo lettino, come se volesse annullare qualsiasi tentativo di rinascita. Ma, si sa, la forza di un’immagine può anche risiedere nella sua ambivalenza. E quindi, forse, il nero non sta aumentando ma diminuendo, scacciato indietro dalla luce lontana ma fortissima sprigionata dal lettino. Amo questa foto, probabilmente è la mia preferita.

Andrea mi ha raccontato di aver scoperto di amare i luoghi abbandonati grazie a questo mio blog. Guardando una foto come questa non posso che esserne felice.

Riccardo Poma, creatore di vuotiaperdere

DUE COSE DA SAPERE PRIMA DI GUARDARE LE FOTO
PS: per TUTTE le info sul disastro si rimanda a Wikipedia.

PRIMA
– La notte del 26 aprile 1986, all’una, 23 minuti e 58 secondi una serie di esplosioni investe il reattore n° 4 della Centrale Nucleare di Chernobyl, rendendo di fatto instabile il nocciolo. Una nube di radiazioni si alza dal tetto della centrale e si posa sulle zone circostanti.
– La centrale nucleare venne costruita nel 1970. Per ospitare i lavoratori e le loro famiglie fu costruita nello stesso anno la cittadina di Prypyat, 50.000 persone a 3 km dalla centrale. Chernobyl in realtà si trova a ben 18 km dalla centrale. La maggior parte delle foto inerenti al disastro (e quindi anche che quelle che vedete in questo reportage) non sono scattate a Chernobyl ma a Prypyat.
– Il governo ordinò l’evacuazione della città (e dei villaggi adiacenti, per un totale di 200.000 persone) soltanto 36 ore dopo il disastro. L’evacuazione tuttavia durò appena 2 giorni (anche perché non si poteva portare via quasi niente).
– Prypyat fu fondata nel 1970 e completamente abbandonata nel 1986. È stata viva per appena 16 anni.

DOPO
– Dopo l’incidente si iniziò a costruire attorno alla centrale un sarcofago di cemento che contenesse la radiazioni. Per lo scopo furono impiegate – si dice – 240.000 persone soltanto nel biennio 1986/1988. Il numero è così alto perché i periodi di lavoro assegnati ad ogni lavoratore erano brevissimi (esposizioni lunghe avrebbero provocato danni irreversibili): gli addetti alla riparazione del tetto avevano un turno di lavoro che durava 40 secondi. Oggi il sarcofago è crepato in diversi punti.
– Per circa quindici anni visitare Prypyat fu assolutamente vietato. Le uniche persone che potevano accedere alla zona di esclusione erano quelle che curavano la manutenzione della centrale.
– Fino al 2000 alcuni reattori della centrale hanno continuato a lavorare: se li avessero spenti, metà Ucraina sarebbe rimasta a corto di energia.
– Dal 2011, pur con molte restrizioni, Prypyat si può visitare (e fotografare).

OGGI
– Oggi Prypyat è la più grande città fantasma del mondo.
– Il simbolo della cittadina, il Luna Park con l’autoscontro e la ruota panoramica, non è mai stato aperto al pubblico: doveva essere inaugurato il 1 maggio, cinque giorni dopo l’incidente.
– Le maschere antigas che spesso si vedono nelle foto non vennero distribuite durante le evacuazioni o le operazioni di soccorso come spesso si pensa. Esse si trovavano già in città, pronte per l’eventuale scoppio della terza guerra mondiale (in fin dei conti si era in piena guerra fredda, e si pensava che gli attacchi avessero potuto arrivare coi gas).
– Entrare in città per brevi periodi non è più pericoloso. Basta adottare alcuni accorgimenti: non toccare nulla, non portare via nulla, evitare di visitare certi luoghi. E lasciare giù le scarpe, che toccando il suolo (la parte più radioattiva di Prypyat) potrebbero essere facilmente contaminate.
– L’antenna Douga 3 è una costruzione alta 150 metri e larga 400 realizzata durante la guerra fredda per schermare le comunicazioni sovietiche dalle curiose orecchie dell’occidente. Dopo il disastro di Chernobyl e con la fine della guerra fredda l’impianto fu spento, ma l’immenso reticolo d’acciaio è ancora ben visibile appena fuori Prypyat.
– È ormai certo che l’incidente avvenne per un errore umano: durante un test la potenza del reattore venne spinta a livelli troppo alti finendo per danneggiare i sistemi di raffreddamento e provocare diverse esplosioni che resero di fatto instabile il nocciolo.
– Oggi si sta per porre sulla centrale un nuovo, gigantesco sarcofago finanziato da diversi paesi europei e asiatici. Si tratta di un arco alto più di cento metri che, terminati i lavori, verrà spinto sulla centrale attraverso due binari. Si calcola che duri almeno il doppio del primo sarcofago (durato – più o meno – una trentina di anni).
– È difficile fare una stima dei decessi legati a Chernobyl. Si passa da stime un po’ troppo rosee (quella dell’ONU parla di 60.000 morti) ad altre forse sin esagerate (Greenpeace afferma che nel 2056 il disastro avrà causato indirettamente almeno 6 milioni di decessi). Qualunque sia il numero corretto, il disastro di Chernobyl rimane una delle sciagure più gravi degli ultimi duecento anni.
– Quando torneremo? Qualcuno afferma che l’aria di Chernobyl tornerà ad essere respirabile nel giro di trecento anni. I nostri discendenti valuteranno se varrà la pena ricostruire qualcosa proprio lì.

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Il reattore stava bruciando… Mi sono rimaste impresse le parole di un nostro conoscente: “C’è odore di reattore”. Un odore indescrivibile. Ma ne hanno già parlato anche i giornali. Hanno voluto fare di Černobyl’ una fabbrica degli orrori, anche se poi quello che è venuto fuori è un cartone animato. Io racconterò solo quello che ho vissuto di persona… La mia verità…

Proibito portare con sè le proprie cose. E io non mi sarei portato via niente comunque. Tranne una cosa, una cosa sola! Dovevo togliere la porta d’ingresso dell’appartamento e portarla via, non potevo in nessun caso lasciarla lì… La nostra porta… Il nostro talismano! La reliquia della famiglia. Quando era morto, mio padre era stato messo disteso su questa porta. Non so in base a quale usanza, e se sia diffusa e dove, ma da noi, mi ha detto mia madre, si usava mettere il defunto sulla porta di casa. Avrebbe aspettato lì l’arrivo della bara. Ho vegliato tutta la notte mio padre disteso su quel catafalco… E la casa è rimasta aperta… Tutta la notte. Sulla porta ci sono delle tacche fin quasi al bordo superiore… Di quanto crescevo… E c’è anche indicato: classe prima, seconda. Settima. Inizio del servizio militare. E accanto, la crescita di mio figlio… Di mia figlia… Su questa porta è registrata tutta la nostra vita. Come potevo lasciarla?

Ho chiesto  a un vicino che aveva la macchina: “Dammi una mano!”. Mi ha fatto capire gesticolando che dovevo avere qualche rotella fuori posto. Ma l’ho recuperata lo stesso… due anni dopo… La porta… Di notte… In motocicletta… Attraverso la foresta… Il nostro appartamento era ormai stato depredato. Ripulito. Avevo alle calcagna quelli della milizia: “Fermo o spariamo! Fermo o spariamo!”. Sicuramente mi avevano preso per un saccheggiatore. Non ci avrebbero mai creduto che stavo rubando la porta di casa mia…

Nikolaj Fomic Kalugin,
un padre

Qui i libri si trovano senza difficoltà, non ci vuole niente a procurarseli. Una brocca di coccio per l’acqua, una forchetta, un cucchiaio ormai non c’è verso di rimediarli, ma i libri sono sempre lì.
[…]
Sono qui tutto solo. Penso alla morte. È un po’ alla volta ho scoperto che pensare mi appassiona… Il silenzio favorisce la preparazione… L’uomo vive in mezzo alla morte, ma non ne capisce l’essenza. Io qui sono solo… Ieri ho scacciato dall’edificio della scuola una lupa coi suoi lupacchiotti, si erano stabiliti lì.
[…]
Come mi chiamo? Sono senza documenti. Me li hanno sequestrati quelli della milizia… Mi hanno anche picchiato: “Perché fai il perditempo?”. “Non perdo nulla, anzi acquisto molto con la penitenza”.
Cosi che può scrivere di me: Nikolaj, servo di Dio…
E, adesso, uomo libero…

Residente non autorizzato

Lo scoppio vero e proprio non l’ho visto. Solo fiamme. Era tutto illuminato… Tutto il cielo… Le fiamme alte. La fuliggine che ricadeva. Un calore terribile. È lui che non arrivava. La fuliggine veniva dal bitume che bruciava, il tetto della centrale era coperto di bitume. Più tardi lui mi racconterà che ci avevano camminato sopra ed era molle come la pece. Loro spegnevano le fiamme. Gettavano giù a pedate pezzi di grafite incendiati… Erano partiti così com’erano, in camicia, senza indossare la tenuta protettiva. Non li aveva avvertiti nessuno, li avevano chiamati come per un incendio normale. Le quattro del mattino… Le cinque… Le sei… Alle sei avevamo in programma di andare dai suoi genitori. Le sette… Alle sette mi hanno fatto sapere che lui era in ospedale. Ci sono andata di corsa, ma l’ospedale era già stato isolato dagli agenti della milizia che tenevano la gente a distanza. Lasciavano passare solo le autoambulanze. Gli agenti gridavano: non avvicinatevi alle macchine, sono tanto radioattive che bloccano i contatori al massimo della scala.
Più tardi l’ho visto… Tutto gonfio, tumefatto… Quasi non gli si vedevano più gli occhi… “Ci vuole del latte. Molto latte!” m’ha detto la mia conoscente. “Devono bere almeno tre litri al giorno”.
[…]
Allora venne fuori un medico e ci disse che sarebbero davvero partiti per Mosca in aereo, però noi dovevamo portare loro degli indumenti: quelli che avevano si erano bruciati alla centrale. Gli autobus non passavano più e dovemmo farci di corsa tutta la città. Quando ritornammo con le borse, l’aeroplano era già partito…
[…]
Lascio la stanza, esco in corridoio… Urto contro la parete, contro il divano perché non li vedo. Dico all’infermiera di turno: “Sta morendo”. E lei mi risponde: “E cosa credevi? Hai ricevuto  milleseicento röntgen quando la dose mortale è di quattrocento. Sei accanto a un reattore”… Tutto mio… Tutto amato…
[…]
E vivo così… Vivo contemporaneamente nel mondo reale e in un mondo irreale. E non so dire dove mi trovi meglio. Qui siamo in molti. L’intera via, e la chiamano proprio così: via Černobyl’. Gente che ha passato tutta una vita lavorando alla centrale. E molti di loro continuano a farlo, svolgendo a turno certe mansioni anche se nessuno vive più sul posto. Alcuni hanno delle gravi malattie, l’invalidità, ma non abbandonano la centrale, addirittura tremano al solo pensiero che possano spegnere i reattori.  Chi può avere ormai bisogno di loro in un altro posto?

Ljudmilla Ignatenko,
moglie del defunto vigile del fuoco Vasilij Ignatenko

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“Immaginate di salire su sul tetto di un edificio alto 16 piani. Lungo la salita luce e buio si alternano e, ad ogni finestra di luce, si scopre qualcosa in più del paesaggio che vi circonda. Arrivati in cima vi trovate da soli, i vostri compagni di viaggio sono dalla parte opposta dell’edificio. Il vento porta l’eco delle loro voci lontano da voi, ma la cosa veramente strana è che lo stesso vento non porta nessun altro rumore. Perchè per 3000 km quadrati attorno a voi non c’è più nulla. L’uomo ha deciso così, con le sue scelte e con le sue azioni passate. Allora comprendete veramente la forza del luogo che state visitando. E vorreste fissarlo in una immagine. Vi fermate per un attimo a riflettere. Scattate. Poi ripensate al fatto che forse non è possibile fissare in una sola immagine quella sensazione. Ma allo stesso tempo capite che quel viaggio lascerà qualcosa di particolare dentro di voi.
Chiudete gli occhi e provate ad immaginare. La potenza di una immagine risiede nella capacità di evocare emozioni.”

Andrea Sereno, 14 aprile 2016

NOTA: il post è un estratto di testi e fotografie provenienti della mostra Chernobyl – 30 anni dopo, che ha avuto luogo a Cossato (Biella) dal 7 al 14 ottobre 2016.

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Grazie al Comune di Cossato, all’assessore Pier Ercole Colombo e ai suoi collaboratori.

LINK

http://www.serenoandrea.it/

https://www.facebook.com/serenoandrea.it/?pnref=story.unseen-section

[Tutte le fotografie e i testi presenti in questo post sono tutelati dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotti altrove. Copyright Vuoti a perdere 2016 e Just Photo 2016]

 

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IL PAESE FANTASMA DI LERI

Testi e fotografie di Riccardo Poma

[Cliccando sulle immagini è possibile vederle in HD]

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Ho sempre visto la cittadina di Pryp’jat’ come una sorta di El Dorado per tutti coloro che, come noi, amano esplorare e fotografare ogni sorta di luogo abbandonato presente sul pianeta. Lo scenario che ci si ritrova davanti addentrandosi nella “cittadina” (tra virgolette, considerando che contava 47mila abitanti), completamente disabitata dal 1986, anno del disastro nucleare che colpì la vicina Chernobyl, è uno scenario assolutamente (e tristemente) unico al mondo: un’intera città, ancora in piedi, con tutte le case, le piazze, le strade, al loro posto, piscine olimpioniche, luna park, scuole, fabbriche, tutto totalmente vuoto, silenzioso, privo di qualsiasi presenza umana. Pryp’jat’, per dirla con un termine rubato a cinema e letteratura, è l’unico scenario post-apocalittico “reale” che esista al mondo.

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Questo breve excursus non serve tanto per creare paragoni azzardati (e forse un po’ troppo pretestuosi), quanto per descrivere le sensazioni che ci hanno attraversato arrivando a Leri Cavour, piccola frazione disabitata appartenente al comune di Trino (Vercelli), sul cui territorio sorgono le imponenti torri della centrale termoelettrica Galileo Ferraris (si trovano a poco più di duecento metri dal centro del paese) e, poco distante, l’ex centrale nucleare Enrico Fermi. Ora, razionalmente sappiamo bene che quelle torri sono termoelettriche (anche se il progetto originario, fatto prima del referendum sul nucleare del 1987, prevedeva che fossero un’altra centrale nucleare), che la centrale Enrico Fermi è ormai “bonificata” e che non è mai avvenuto un incidente durante i suoi anni di attività, ma a livello d’impatto visivo – siamo assai bravi nel suggestionarci da soli – la piccola, sperduta Leri non ha potuto che riportarci alla mente la cittadina di Pryp’jat’.

Cenni storici. Non si conosce esattamente il periodo in cui fu costruita la piccola frazione di Leri: i primi dati certi rivelano che intorno al XI secolo fu rilevata dai monaci cistercensi – gli stessi di Lucedio, affrontato in un post precedente – e che furono gli stessi religiosi ad incaricarsi della bonifica dei terreni e delle prime coltivazioni a rotazione (XVIII secolo). Il paese ospitava un’importante grangia[1], che comprendeva anche un centro fortificato di cui oggi, tristemente, non resta alcuna traccia. Leggendo attentamente l’insegna che appare sul portone della chiesa, si apprende che il piccolo paese divenne parrocchia verso la fine del XVI secolo.

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Nel XIX secolo il piccolo possedimento passò nientemeno che a Napoleone Bonaparte il quale, con un decreto datato 1807, lo vendette al cognato Camillo Borghese a compenso parziale per la cessione della galleria omonima allo stato francese. Nel 1822 la proprietà passo a Michele Benso di Cavour che, nel 1835, ne affidò la gestione al figlio Camillo. Insieme ad un gruppo di nobili, Cavour gestì egregiamente la piccola frazione riprogettando i sistemi idrici, acquistando attrezzi agricoli all’avanguardia, rimodernando il paesino a seconda delle esigenze (c’erano molti lavoratori stagionali, e quindi fu necessario edificare mense e dormitori) e testando redditizi nuovi tipi di coltura che avrebbe impiegato su larga scala in tutto il Piemonte. Affezionato a quelle terre, il conte amava trascorrervi lunghi periodi di villeggiatura, tanto che fece affrescare e ristrutturare la sua tenuta fino a portarla allo splendore che ancora oggi, parzialmente, possiamo ammirare.

L’abbandono. Non possiamo dire con certezza fino a che anno Leri fu una frazione florida e produttiva; tuttavia, sappiamo con certezza che nel 1961 era ancora abitata (sulla scuola, unico edificio “moderno” del complesso, una targa ricorda il centenario dell’unità d’Italia), e che negli anni ’80 ospitò, in piccoli prefabbricati ora smantellati, alcuni operai Enel di stanza alla centrale Ferraris. Di certo gli operai non videro mai anima viva, e questo fa presupporre che Leri fu abbandonata a cavallo degli anni ’70. I motivi dell’abbandono furono essenzialmente due:

1)       Lo sviluppo di colture intensive che resero la grangia e, più in generale, gli strumenti agricoli della tenuta tristemente obsoleti;

2)       L’inquinamento (vero o presunto) provocato dalla centrale Enrico Fermi, che al momento della sua massima operatività (intorno al 1965) era la centrale nucleare più potente del mondo.

La tesi secondo cui gli abitanti se ne sarebbero andati per il timore di una nuova centrale nucleare, ancor più vicina (la Galileo doveva essere nucleare) e deturpante per il paesaggio, è presto smentita dal fatto che la frazione fu abbandonata ben prima che il progetto venisse messo in cantiere e costruite le torri (inaugurate nel 1997). Così come è assolutamente impossibile che la frazione sia stata abbandonata perché “troppo isolata”: ci sono luoghi ben più isolati tutt’ora abitati ed economicamente prosperosi.

Dopo l’abbandono, comunque, le entrate dei diversi edifici vennero murate, ad esclusione di quelle della tenuta di Cavour che furono semplicemente chiuse a doppia mandata, forse per evitare di rovinare – in un barlume di dignità – un edificio storico di quell’importanza.

Inutile dire che le precauzioni sono servite a poco. Girando per Leri, si vede come la furia di vandali e razziatori ci abbia messo poco a sfondare quei precari sbarramenti: in tutti gli edifici le “porte” in muratura sono sfondate, e dentro le stanze non si trova praticamente più nulla. L’unico edificio che, inspiegabilmente, non è stato “profanato”, è la chiesa di Leri, che possiede ancora l’antico portone in legno. La frazione è attraversata da una strada asfaltata che, tuttavia, non dev’essere molto battuta se si considera che su di essa crescono piccole pianticelle e arbusti.

[Cliccando su una foto parte lo slide show]

La chiesa e la scuola. Non esistono prove scritte, ma lo stile della chiesa di Leri fa pensare che si tratti di un’opera di Francesco Gallo (1672 – 1750), architetto di Mondovì che progetto moltissimi edifici sacri piemontesi (alcuni dei quali molto vicini a Trino, come ad esempio la bellissima chiesa di Alice Castello). Dall’aspetto imponente ma slanciato, costruita di fianco alla grangia e dotata di uno spazioso cortile, la chiesa di Leri è uno degli edifici meglio conservati dell’intero complesso, e il fatto che nessun vandalo sia mai riuscito a mettervi piede fa presupporre che anche all’interno si possano ancora ammirare le sue bellezze. Vicino alla chiesa si può vedere la scuola, unico edificio “moderno” presente nel paese, costruito probabilmente a cavallo degli anni ’50 con lo scopo di garantire ai figli dei contadini di ricevere un’istruzione senza per forza doversi recare a Trino o a Livorno Ferraris. Sulla parte laterale è ancora visibile, in ottimo stato di conservazione, una targa affissa in occasione dei festeggiamenti per il centenario dell’unità d’Italia (1961).

La grangia di Leri. Tra le più importanti del Piemonte, la grangia di Leri conserva ancora oggi molti particolari legati alla sua funzione: sono ancora ben visibili i bocchettoni in legno che servivano per trasportare il grano, così come è ancora presente il fiumiciattolo che, attraverso un complesso sistema di ruote e ingranaggi (le cui tracce sono ancora visibili), permetteva alle macchine agricole di muoversi spinte dalla forza dell’acqua. È interessante notare come le uniche cose che ancora “si muovono” nel territorio di Leri, oltre agli animali, siano il torrentello e le ventole di aerazione della grangia, sospinte dal vento.

La tenuta di Cavour. L’edificio di maggior interesse resta senza ombra di dubbio la tenuta appartenuta a Camillo Benso, conte di Cavour. Essa si trova in posizione defilata rispetto a quella che potrebbe definirsi la piazza del paese, ma si fa apprezzare per gli stupendi particolari architettonici, assai più curati di quelli che si vedono sugli altri edifici della frazione. Nel 2011, in occasione del centocinquantennale dell’unità d’Italia gli esterni dell’edificio sono stati ristrutturati ed è stato avviato un progetto per trasformare la tenuta in un museo, ma oggi, anno domini 2013, la tenuta è stata nuovamente lasciata a se stessa. Un vero e proprio paradosso: fuori è perfetta, dentro uno sfacelo unico. Sulla facciata dell’edificio è presente una targa commemorativa dedicata a Cavour: la data riportata su di essa (1916) indica che venne affissa in occasione  dell’intitolazione della frazione al celeberrimo statista (avvenuta, appunto, nel primo ventennio del ‘900). Lateralmente alla tenuta è ancora presente, in mezzo al grande spiazzo che poteva esserne la corte,  un magnifico pozzo in cemento. Addentrandosi dentro la tenuta – è molto facile: le porte sono spalancate – si rimane assai sorpresi nello scoprire che ogni stanza è finemente affrescata e costellata di meravigliosi particolari architettonici (volte a botte, caminetti, davanzali in marmo bianco, pavimenti pregiati). Mancano totalmente oggetti d’arredo e mobili, probabilmente tra le prime cose ad essere depredate; resta solo una grossa, pesante, stufa decorata.

Non siamo soliti sollevare questioni “politico- amministrative” nei nostri post – anche perché se non ci fossero posti abbandonati il nostro blog non esisterebbe – ma è davvero un peccato che un luogo come Leri Cavour, evidentemente sfruttabile anche a fini turistici, venga lasciato a se stesso in questo modo. Tuttavia, a livello emozionale, Leri è uno dei posti più straordinari che abbiamo visitato. Un vero e proprio paese fantasma, in cui regna un irreale silenzio. In cui la natura si sta pian piano riprendendo ciò che le appartiene, in cui le tracce umane – ancora ben visibili – sono destinate a perdersi nell’eternità delle cose. Non siamo soliti dare voti ai luoghi delle nostre escursioni, ma se lo facessimo Leri meriterebbe senza ombra di dubbio un bel dieci. Questa Pryp’jat’ in miniatura è davvero un luogo assai suggestivo.

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2013]

Thanks to Franci & Elis


[1]La parola grangia o grancia deriva da un antico termine di origine francese, granche (granaio) e indicava originariamente una struttura edilizia utilizzata per la conservazione del grano e delle sementi. Più tardi il termine fu usato per definire il complesso di edifici costituenti un’antica azienda agricola e solo in seguito assunse il valore di una vasta azienda produttiva, per lo più monastica.