LAST NIGHT A DJ SAVED MY LIFE

Testi e fotografia Riccardo Poma

Eccolo qua, uno dei luoghi simbolo della nostra pianura padana. Uno di quei locali nati come balere (anni ’60, inizio ’70), diventati Dancing (rigorosamente pronunciato DENCIN – con la C pronunciata C) e alla fine vissuti e defunti sotto il nome di discoteche o discopub. Sono luoghi antropologicamente interessanti perché sono il simbolo del divertimento di almeno tre generazioni: la mia, quella dei miei genitori, quella dei miei nonni. Abbiamo solcato le stesse piste, pur con scenografie e musiche differenti a seconda delle mode. Hanno iniziato i nonni, lei con la gonna lunga fin sotto il ginocchio, lui con la müda; poi è stato il turno di mamma e babbo, lei con la minigonna e la giacca con le spalle imbottite, lui con la camicia sbottonata e le braghe a zampa; alla fine siamo arrivati noi, pantalone aderente, scarpa da pugile, maglietta Lonsdale e cappellino all’insù, meglio se consumato, mini mini mini gonna, mega mega mega scollatura, e via.

Non importa se di giorno, a scuola o al lavoro, ti qualificavi come punk, metallaro, rapper, gabber, tecno folle, quando arrivavi qui la divisa era quella. Al Caravel i nonni ballavano Romagna mia e Piemontesina bella, qualche lento di Gianni Morandi e qualche perla di Raul Casadei; al Planet i genitori stavano su Anna Oxa, il cobra non è un serpente, Disco Inferno e gli Abba. Fuori mio padre ascoltava Guccini, De Andrè, Bertoli; mia madre i Pink Floyd, i Dire Straits, i Police. Dentro al Planet tutto quell’impegno e quella tecnica non esistevano, aspettavano tranquilli in macchina, non si avvicinavano nemmeno all’entrata. Infine, al Cinecittà ballavamo gli Eiffel 65, Molella, DJ Ross e chissà quale altro nome improponibile che ho rimosso, oggi, che sono acculturato e ascolto gli Arctic Monkeys, Ed Sheeran, Bruce Springsteen e Johnny Cash. Eppure, alzi la mano chi non ricorda con piacere una di quelle serate ignoranti in cui, anche noi “alternativi”, si andava a fare i truzzoni con l’intento di vedere qualche bella figliola mai vista (o anche già vista: semplicemente lì la vedevamo vestita diversa e, soprattutto, con diverso atteggiamento).

Poi siamo cresciuti, la passione è svanita, e tutti questi locali sembrano aver chiuso quando la nostra generazione ha smesso di andarci. Hanno chiuso tutti più o meno negli stessi anni, come potete vedere QUI. Chissà perché. Forse siamo diventati troppo seri, forse abbiamo troppe cose a cui pensare (cercarci un lavoro, sopravvivere), il fatto è che le serate ignoranti non si fanno più.

Ad imperitura memoria rimangono solo queste architetture bizzare, cartapestose, decaduti monumenti al divertimento in una zona in cui c’è più poco da divertirsi. Ci passiamo davanti con un pizzico di nostalgia, ripensando a quelle notti in cui un dìgei salvava la nostra life. Come fanno i nostri genitori, i nostri nonni. Dal boom alla crisi, una testimonianza di come sia cambiata la musica, la moda, il concetto di divertimento.

E di come siamo cambiati noi.

Thanks to Nic

[Tutte le fotografie e i testi presenti in questo post sono tutelati dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotti altrove. Copyright Vuoti a perdere 2017]

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