Padania, Texas

Testi e fotografie Riccardo Poma

Trattori.
Corna.
Un mulino.
Dietro il mulino, una fabbrica che fuma.
Una mietitrebbia.
Un vecchio canale d’irrigazione.
Le vacche.
Una roulotte.
Benvenuti in Padania, periferia sud del Texas.
Il Texas non è uno stato, è uno stato mentale, diceva John Steinbeck.
Si potrebbe dire la stessa cosa a Salvini, e a Bossi prima di lui.
La Padania non è uno stato, è uno stato mentale.

Cambia soltanto il senso: la Padania non è uno stato perché, obbiettivamente NON è uno stato; è uno stato mentale perché, obbiettivamente, esiste SOLO nella mente di quelli che mettono l’acqua del Po nelle ampolle e vincono le elezioni sulla pelle (rigorosamente nera) degli altri.
Che amarezza. John Steinbeck e Matteo Salvini nella stessa frase.
Ma come Padania sempre più di destra, anche Texas sempre più di destra.
Come Padania capitale del lavoro ma ora poco lavoro, anche Texas capitale del lavoro ma ora poco lavoro.
Come Padania per Salvini, Texas per Trump.
Molto abbandono. Auto a morire nei prati, diceva Guccini.
In Texas c’è la pena di morte, nella Padania no, ma se uccidi un nero mentre sei nella Padania sarà stato sicuramente perché ti provocava – insomma, il cattivo era sicuramente lui.
In Texas due criminali giustiziati su tre sono di colore.
Nella Padania due criminali su tre di quelli raccontati dai giornali sono di colore.
In Texas è assolutamente illegale il matrimonio gay, nella Padania è legale ma qualche sindaco dice “non lo farò! La famiglia è quella tradizionale!”, mentre su Facebook qualcuno scrive “sarò all’antica, ma che schifo questi froci”.

In Texas c’è nato Joe R. Lansdale, il mio scrittore preferito, che è democratico. E vive ancora lì.
Nella Padania ci sono nato io, che sono di sinistra. E vivo ancora qui.

Non che io voglia fare accostamenti eh. Solo una domanda.
Ce la faremo?

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LAST NIGHT A DJ SAVED MY LIFE

Testi e fotografia Riccardo Poma

Eccolo qua, uno dei luoghi simbolo della nostra pianura padana. Uno di quei locali nati come balere (anni ’60, inizio ’70), diventati Dancing (rigorosamente pronunciato DENCIN – con la C pronunciata C) e alla fine vissuti e defunti sotto il nome di discoteche o discopub. Sono luoghi antropologicamente interessanti perché sono il simbolo del divertimento di almeno tre generazioni: la mia, quella dei miei genitori, quella dei miei nonni. Abbiamo solcato le stesse piste, pur con scenografie e musiche differenti a seconda delle mode. Hanno iniziato i nonni, lei con la gonna lunga fin sotto il ginocchio, lui con la müda; poi è stato il turno di mamma e babbo, lei con la minigonna e la giacca con le spalle imbottite, lui con la camicia sbottonata e le braghe a zampa; alla fine siamo arrivati noi, pantalone aderente, scarpa da pugile, maglietta Lonsdale e cappellino all’insù, meglio se consumato, mini mini mini gonna, mega mega mega scollatura, e via.

Non importa se di giorno, a scuola o al lavoro, ti qualificavi come punk, metallaro, rapper, gabber, tecno folle, quando arrivavi qui la divisa era quella. Al Caravel i nonni ballavano Romagna mia e Piemontesina bella, qualche lento di Gianni Morandi e qualche perla di Raul Casadei; al Planet i genitori stavano su Anna Oxa, il cobra non è un serpente, Disco Inferno e gli Abba. Fuori mio padre ascoltava Guccini, De Andrè, Bertoli; mia madre i Pink Floyd, i Dire Straits, i Police. Dentro al Planet tutto quell’impegno e quella tecnica non esistevano, aspettavano tranquilli in macchina, non si avvicinavano nemmeno all’entrata. Infine, al Cinecittà ballavamo gli Eiffel 65, Molella, DJ Ross e chissà quale altro nome improponibile che ho rimosso, oggi, che sono acculturato e ascolto gli Arctic Monkeys, Ed Sheeran, Bruce Springsteen e Johnny Cash. Eppure, alzi la mano chi non ricorda con piacere una di quelle serate ignoranti in cui, anche noi “alternativi”, si andava a fare i truzzoni con l’intento di vedere qualche bella figliola mai vista (o anche già vista: semplicemente lì la vedevamo vestita diversa e, soprattutto, con diverso atteggiamento).

Poi siamo cresciuti, la passione è svanita, e tutti questi locali sembrano aver chiuso quando la nostra generazione ha smesso di andarci. Hanno chiuso tutti più o meno negli stessi anni, come potete vedere QUI. Chissà perché. Forse siamo diventati troppo seri, forse abbiamo troppe cose a cui pensare (cercarci un lavoro, sopravvivere), il fatto è che le serate ignoranti non si fanno più.

Ad imperitura memoria rimangono solo queste architetture bizzare, cartapestose, decaduti monumenti al divertimento in una zona in cui c’è più poco da divertirsi. Ci passiamo davanti con un pizzico di nostalgia, ripensando a quelle notti in cui un dìgei salvava la nostra life. Come fanno i nostri genitori, i nostri nonni. Dal boom alla crisi, una testimonianza di come sia cambiata la musica, la moda, il concetto di divertimento.

E di come siamo cambiati noi.

Thanks to Nic

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NELLE TERRE ESTREME

Testi e fotografie di Riccardo Poma

DSC_9076-1Nelle terre estreme è un libro di Jon Krakauer che racconta la storia vera di Chris McCandless, un ragazzo benestante della Virginia occidentale che, neolaureato, abbandonò la famiglia e intraprese un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti. Nell’agosto del 1992 il suo corpo senza vita venne trovato dentro l’autobus abbandonato in cui viveva da 112 giorni, in Alaska. Aveva 24 anni. Per anni si pensò che fosse morto di fame (il suo cadavere pesava appena 30 kg), oggi invece alcuni studiosi ipotizzano che si sia trattato di avvelenamento, causato da una tossina presente in alcune bacche di cui si nutrì McCandless durante il periodo in Alaska.

Qualunque sia stata la causa della sua morte prematura, la storia di Chris McCandless è una commovente storia di libertà. È la storia di un ragazzo che aveva tutto – sostegno economico, buona famiglia, ottimi risultati scolastici – e che decise di rinunciare a quel tutto “soltanto” perché non era quello che voleva dalla sua vita.

L’autobus di McCandless – che lui stesso aveva ribattezzato Magic Bus – divenne negli anni meta di pellegrinaggio per tutti coloro che erano interessati alla sua storia. Nel 2014 qualcuno sparse la voce che l’autobus sarebbe stato definitivamente rimosso (un sacco di gente si metteva nei guai per raggiungerlo), ma secondo le ultime testimonianze si trova ancora lì, in quelle incredibile terre estreme in cui ancora oggi l’uomo può tentare di fondersi totalmente con la natura.

Ora, non sono in molti a saperlo, ma pure noi nel nostro piccolo abbiamo il nostro Magic Bus. La storia è molto meno poetica di quella di McCandless, ma trovare un vecchio autobus, per giunta nei boschi, per giunta abbandonato, per giunta di un colore simile, non poteva farci venire in mente proprio nessun altro.

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L’autobus in questione è un vecchi(ssim)o 682 RN, prodotto da FIAT dal 1952 al 1956. Chi vive nei dintorni dei boschi in cui da tempo immemore riposa, sostiene che fosse stato portato lì per aprirci dentro un locale (avete presente quelli costruiti dentro i vagoni dei treni?), ma che per qualche ragione il progetto non andò in porto. Sicuramente è lì da parecchio tempo.

Almeno due ragioni lo confermano:
– non c’è più alcuna strada che porti all’autobus (eppure doveva esserci, non possono averlo scaricato lì da un elicottero)
– nel vano motore è cresciuta una pianta di dimensioni considerevoli

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I vetri sono svaniti, ma il resto è rimasto (quasi) uguale a com’era. Con molta più ruggine, molti più buchi sul soffitto, con le ruote sgonfie e il fondo che cede ad ogni passo, ma fortunatamente nessun genio ha staccato i cartelli (il migliore forse è “vietato sputare”), il volante, il quadro, i sedili. Tutto resta nella posizione in cui era. Questo sì che è un autobus di fantasmi.

DSC_9043Prima si parlava di Alaska, ma a vederlo così viene in mente piuttosto il Sud degli States, l’Alabama o forse la Louisiana. Terre così vaste e (spesso) selvagge da ospitare moltissime carcasse di vecchie auto. Ma si, insomma, diciamocelo: l’auto abbandonata, meglio se un vecchio pick up o una vecchissima Cadillac, fa molto Stati Uniti del Sud, Route 66. I più sadici diranno pure un po’ Non aprite quella porta. I più romantici penseranno a qualche racconto di Joe Lansdale, ambientato nelle sterminate piane del Texas orientale.

DSC_9039Ma torniamo al NOSTRO bus. Adagiato nelle terre estreme (o, per dirla in un molto meno poetico piemontese, “dinta i ruéi”), questo vecchietto ha perso la sua battaglia contro gli agenti atmosferici ma ha vinto quella contro la stupidità umana: vandali e furbacchioni gli sono sempre stati alla larga. Come mai? Probabilmente grazie alla riservatezza degli abitanti del posto, che sanno dov’è, ma mica lo dicono a tutti.

Forse un giorno la natura (quante volte abbiamo scritto questa frase?) si prenderà tutto, ma intanto i pochi fortunati possono ancora ammirare ciò che resta del nostro Magic Bus piemontese. Un “luogo” abbandonato davvero anomalo, se non altro perché siamo in Piemonte, mica in Alabama, e non è che di autobus dismessi se ne vedano tanti, in giro per le strade.

Anche perché qui da noi, di vere terre estreme, ne restano sempre meno. Un gran peccato.

Thanks to Anna

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RICEFIELDS’ LEBOWSKI

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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Quando si entra in una città, in un paese, in una frazione, c’è sempre una costruzione un po’ più alta delle altre che colpisce. Che sia un campanile, un condominio, un monumento, o semplicemente un edificio più alto degli altri, c’è sempre un qualcosa che spezza l’orizzontalità e punta al cielo.
Nel caso del piccolo paese di N., ad attirare l’attenzione del turista (!) sono sei giganteschi silos.
Nulla di sacro, nulla di monumentale, nulla di magico. Dei silos.
Ma veramente molto, molto alti.
Le lamiere che li rivestono riflettono la luce del sole.
Le loro sagome slanciate spezzano la piattezza delle distese risicole.
Insomma, è veramente difficile non vederli.
C’è chi ha l’Empire State Building. C’è chi ha er Colosseo. C’è chi ha fabbriche abbandonate (tipo la città di Biella, QUI). Qui hanno i silos.
Meglio che niente.
“Sei mai stato a N.?”
“Si, quel paese dove hanno dei grossi silos!”

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In realtà a N. non ci sono solo i silos, anzi. Ci sta un bellissimo castello, ad esempio.
Eppure, nessuno lo nota passando da quella trafficata circonvallazione. O meglio, non subito.
Prima si vedono i silos.
Finchè la produzione è massiccia, vabbè: ci può anche stare. Stessa ragione per cui arrivare a Biella vedendo i lanifici Rivetti trepidanti di lavoro non era affatto deprimente, sessant’anni fa.
Quando però i cancelli si chiudono, i camion smettono di arrivare (e i silos si svuotano), allora forse il silos non è tutto sto gran biglietto da visita. Anche se queste sono cose che succedono spesso, difficilmente ci si pensa quando tutto va per il verso giusto.
Costruito sopra un mulino ottocentesco, del quale fino a qualche tempo fa (ovvero prima di una demolizione “controllata”) si poteva ancora scorgere la ruota, il mOlino di N. (con la O, come si usava una volta) è stato uno dei mulini industriali più importanti della zona. Non solo per i suoi grandi silos (aridaje) e per le sue gigantesche macine, bensì pure perché al suo interno c’era un laboratorio di analisi all’avanguardia. Insomma, se il grano era buono o cattivo lo decidevano dei tizi in camice bianco seduti in questa stanza che vedete qua sotto.

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Chiuso da poco meno di una trentina d’anni (ma i silos hanno ospitato il raccolto fino ad una quindicina di anni fa), oggi il mOlino è privo di vita; conserva però la sua imponenza, la sua aspirazione al cielo nonostante un territorio che dal cielo – se si escludono fosse e depressioni – è tra i più lontani in assoluto (il punto più alto di N. è a 18 metri sul livello del mare, probabilmente). La sua verticalità spezza l’orizzontalità del paesaggio risicolo, e nel farlo racconta un PRIMA (l’agricoltura rurale – “piatta”) e un DOPO (quella industriale – “verso l’alto”).

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Dentro il mOlino colpisce la moltitudine di oggetti ancora al loro posto, come se “l’ultimo giorno” di lavoro non fosse stato presentanto come tale, come se ogni dipendente avesse lasciato tutto com’era convinto che sarebbe tornato lì il giorno seguente. Il laboratorio chimico, con le sue provette, i suoi botticini ancora pieni di chissà cosa; gli uffici, con telescriventi, macchine da scrivere e calcolatrici (o “addizionatori”, come le chiamava un tempo la Olivetti), la scritta “ufficio” dipinta sui vetri; la casa del custode, coi sanitari, il campanello con scritta (ovviamente, “custode”), i paletti su cui stazionava un filo di ferro su cui stendere i panni. Pulsanti, coclee, interruttori.

E qualche sorpresa. Nel post dedicato alla Città del mobile mi chiedevo quante possibilità c’erano di trovare, in un luogo abbandonato, la fotocopia della carta d’identità di un tizio che conoscevo. Qui, al mOlino, mi sono chiesto: quante possibilità c’erano di aprire un quaderno a caso, il primo che mi è capitato davanti agli occhi entrando nel laboratorio, e scoprire che quelle parole – le ultime, quelle scritte il giorno prima della chiusura – erano state partorite a esattamente 48 ore dal momento in cui sono nato io? Destino? No, ma chi ci crede. Però fa pensare.

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Fa pensare che quei giganteschi silos siano ancora lì. Sei enormi guardiani.
Sei altissimi birilli che non troveranno mai un grande Lebowski in grado di tirarli giù. Né una palla abbastanza grande e pesante.
Forse un giorno arriverà una palla da demolizione, ecco. Ma io non credo.
È più probabile che quella palla sarà la palla del tempo. Lo strike definitivo potrà essere solo suo.

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Thanks to Franci

 [Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2015]

ISTANTANEE A PERDERE – DUE PAROLE ASPETTANDO LA MOSTRA

E SE ANDASSIMO IN GIRO CON UNA POLAROID?

Si sa, la Polaroid ha sempre il suo fascino. Ultimamente qualcuno l’ha riscoperta grazie alla nuova moda vintage (che consiste nel riutilizzare tutto ciò che è obsoleto presentandolo come molto figo – e quindi farlo diventare costoso).

Una delle cose più interessanti è che al formato quadrato delle polaroid ci siamo tornati davvero: anche oggi si scatta quadrato, solo che adesso usiamo cellulari che ci costano quanto uno stipendio. Inquadriamo, facciamo delle foto della madonna e poi… FILTRO!

Oh, bene. Una volta ti veniva il nervoso perché scattavi e veniva sbiadita, oggi ti rattristi perché la foto è troppo “normale” e la sbiadisci tu col filtro. La cosa più divertente è che quando ti va bene e scatti una foto decente sei costretto a scrivere #nofilter. Come se il filtro fosse la normalità e la foto “normale” (ma non sarebbe più corretto dire “realistica”?) una roba da pubblicare ogni tanto per cambiare un po’.

Non sappiamo più scrivere, ma siamo molto social.

Non abbiamo idea di cosa siano concetti astratti come ESPOSIZIONE, DIAFRAMMA, ISO, ma i costruttori di telefono ce li ficcano lo stesso nel menù, così possiamo bullarci e fare avanti e indietro con le freccette facendo foto un po’ più scure o un po’ più chiare. WOW.

Ora basta però, che sembriamo dei vecchi rompiscatole.

Dunque, per allinearci coi tempi del vintage (che se non lo fai non sei nessuno), ecco a voi una pregiata (si fa per dire) raccolta di scatti di Vuoti a Perdere con le foto convertite in polaroid.

Perché pure noi siamo alla moda, echeccavolo.

[Nulla di serio, speriamo che questo divertissement vi piaccia: io mi sono divertito a farlo]

Se rivolete il formato di sempre, non vi resta che venire domani all’inaugurazione della mostra, alle 19 a Miagliano.

Le foto lì sono tutte stampate, belle grosse. E sono esposte in una fabbrica abbandonata, tanto per dire.

Quindi, a domani.

Riccardo Poma

per info sulla mostra https://www.facebook.com/events/1623893497852678/

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NELLA TERRA DI MEZZO (UN’AUTO BLU, ZERO SCALE E TANTE DOMANDE)

Testi e fotografie di Riccardo Poma

1 - vuoti a perdere

Cascina = campagna, Baraggia, in mezzo alle risaie, andando verso Vercelli

Filatura = città, Biella, in mezzo alle case, andando verso Biella

Perlomeno di solito.

Ecco a voi la prima villa/cascina/filatura costruita in mezzo alle risaie, lontana dalla città, non verso Biella ma verso Vercelli. Una vera e propria eccezione, un bel paradosso che valeva la pena di essere raccontato. Ha senso costruire una cascina in centro città, sul Cervo? No, come – sulla carta – non ce l’ha costruire una filatura in mezzo alle risaie, se non altro perché

a) è scomoda per chi la deve raggiungere

b) ogni volta che tagliano riso ti riempiono i filati di polvere

c) non hai fiumi ne rogge per creare energia e (soprattutto) scaricare le scorie (eddai, lo sappiamo tutti che sul Cervo costruivano ANCHE per questi motivi qui).

In realtà questo luogo così anomalo nacque come mulino: l’acqua arrivava da un fosso che si staccava da una roggia vicina. Era uno dei due mulini più grandi della zona; l’altro è questo qui.

Per tanti anni rimase chiuso, poi a inizio anni ’80 fu convertito in filatura. E qui si torna alle tre domande qui sopra: perché proprio lì?

Boh, certo è che le questioni non si esauriscono qui. Anzi, questo vuotoaperdere è tutto pieno di domande senza risposta.

Tipo:

a) perché sono state portate via (quasi) tutte le scale? Qualche genio dirà “si vede che erano di marmo e valevano qualcosa”. Può darsi, ma volete dirmi che erano di marmo pure le scale esterne? La cosa interessante è che, a causa di questo precipitoso smontaggio di scale, è impossibile raggiungere i piani superiori della Villa adiacente alla fabbrica. Esatto, abbiamo detto villa perché un’abitazione con un soffitto come quello che vedete nelle foto non era sicuramente quella del contadino o dell’operaio. Una delle poche scale rimaste, ahinoi, non porta più in nessun luogo (e te pareva?)

b) quante cavolo di scale c’erano in questo posto? Ovunque ti giri vedi una scala (o le sue tracce). Il titolare della ditta era soprannominato l’Escher delle risaie?

c) cosa diavolo ci fa una macchina in mezzo al cortile? (fin qui però niente di strano; la vera questione dunque è): perché è stata smontata, smembrata, triturata? E soprattutto, perché prendersi la briga di smontarla in ogni modo per poi lasciare i pezzi lì, a tre metri di distanza a prender la pioggia? [se vi interessa il modello guardate qui]

Mah. Poche sono le certezze.

Sappiamo ad esempio che nella filatura lavoravano 6 persone per turno su 3 turni di lavoro.

Sappiamo che negli anni ’80 la villa fu convertita in uffici.

Sappiamo che il caseggiato che fungeva da officina ospitava, al piano superiore (quindi, indovinate un po’, irraggiungibile), l’abitazione del custode.

Sappiamo poi che la parte di fabbrica ospitava al piano terra preparazione e ring e al primo piano ring e roccatura.

Sappiamo che la fabbrica chiuse ufficialmente il 22/12/93 per cessata attività consegnando, come ci ha raccontato una persona che vi lavorò, “le lettere di licenziamento invece che la quattordicesima”.

Oggi tutto è a pezzi, cadente, silenzioso. La scritta “attenzione carichi sospesi” è ancora molto valida, anche se per motivi diversi da quelli per cui era stata pensata e appesa. Su una porta, segni che sembrano unghie. Unghie belle grosse. Unghie di orsi? In mezzo alle risaie? No. Unghie di un animale grande e forte, ma quale? Beh, questo è solo uno dei tanti misteri di questo luogo magico. E poi, insomma, senza un po’ di sovrannaturale che villa abbandonata sarebbe?

Il nostro giro è finito. Niente scale. Chissà come mai. Certo è un qualcosa che fa riflettere: chi prese quelle scale, non pensò che così facendo avrebbe negato per sempre l’accesso a dei luoghi che magari contenevano ancora storie che avrebbero potuto essere raccontate e fotografate. E che invece sono destinate a restare lì, irraggiungibili, forse ancor più stampate nel tempo perché torneranno ai piani bassi solo quando quelli alti crolleranno per l’abbandono.

Chissà se saremo ancora lì per fotografarli.

29 the haunted house

Thanks to Vero, Elis, Tia, e ovviamente alla signora Mariangela.

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THE SLEEP OF REASON PRODUCES NOSTALGICS

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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IERI.

Era una settimana che ci pensavi.
Avevi definito il concetto. Ne avevi appurato la profondità. Avevi persino minuziosamente cercato le parole giuste per esprimerlo.
Eri andato a comprare una bella bomboletta. Rossa.
Rossa? Mah. Vabbè, facciamo finta che abbia un senso.
“Rosso come il sangve dei gloriosi italiani che combatterono in Etiopia!”.
Vabbè.
Comunque era tutto pronto: ti sentivi un vero trasgressivo, un disgregatore del sistema, un ribelle impenitente e orgoglioso. Impettito, forse.
Non ti restava che scegliere un luogo idoneo. Un luogo idoneo per un pensiero così profondo.
Per uno slogan così audace. Forse a scuola qualcuno ti aveva insegnato che lo slogan, per essere tale, dev’essere ben visibile, entrare nella mente di chi lo legge (o lo sente) e a sua volta lo ripete.
Avevi dunque un’infinità di opzioni.
Sul muro di una fabbrica? Di una casa?
No, doveva vederlo il maggior numero di persone: dovevi trasmettere a tutti quella profondità, dovevi scioccare con la tua trasgressione. Uomini, donne, bambini. Operai e avvocati, impiegati e politici. Tutti avrebbero tremato leggendo quello slogan, potente ed imperioso.
Il posto doveva essere simbolico, metaforico, allegorico. Tutti dovevano vedere la tua opera, tutti dovevano esserne affascinati. La tua missione era pensata per un’azione su scala mondiale.
E così, quel pomeriggio, hai preso l’auto, la tua bomboletta, il tuo coraggio e sei partito.
Partito per una missione storica. E in effetti, hai lasciato il segno.

DSC_0297OGGI.

Prendiamo l’auto, la macchina fotografica e ci dirigiamo nei boschi, in cerca di scorci suggestivi. Dopo qualche ora di vagabondaggio, arriviamo davanti ad una piccola costruzione, una casetta in mattoni grigi costruiti nei pressi di quella che, un tempo, era una piccola, tranquilla area picnic.
Lo dimostrano i resti di una tavolo con panche, anch’essi in cemento.
Inizio a scattare e noto il capolavoro.
Più del concetto, comunque per nulla condivisibile, a colpirmi è la genialità della trovata.
Mi spiego. Vuoi andare su un muro a scrivere la tua idea? Va bene. Ma scriverlo su un muro che viene visto da
a) gente che va a funghi (5/6 all’anno)
b) clienti con prostitute (3/4 all’anno)
c) avventori occasionali (2/3 all’anno)
per un totale di presenze 10/13
NON è la cosa più stupida che tu potessi fare?
Capisci che quel muro non è esattamente il posto più frequentato del biellese?
Perchè hai scritto il tuo fantastico concetto in un posto in cui non passa nessuno?
Dove sta il senso?
Mi sono stilato una lista di risposte plausibili:
a) L’hai fatto perché eri lì imboscato con la tua morosa e, a te che il sistema lo odi e lo sbeffeggi, il tipico intaglio del cuore con iniziali sull’albero non ti piaceva; dunque: VIVA IL DUCE, AMORE MIO!
b) Eri tu il proprietario della struttura e, quando organizzavi picnic coi tuoi amici, ti garbava l’idea che la tua frase di benvenuto “eia, eia, alalà!” fosse accompagnata da un post it murario sulle tue già chiare idee politiche.
c) Sei un tale paurosone che non hai avuto il coraggio di scrivere il tuo slogan in un posto visibile ma l’hai fatto comunque perché così potevi raccontare agli altri neocamerati di averlo scritto:
“Ragazzi, ho scritto VIVA IL DUCE su un mvro!”
“Bravo!!!”
(tra l’altro, come cavolo hai potuto scriverlo col ROSSO?!?????????)
Qualunque sia il motivo, comunque, complimenti.
Mi giro e vedo una sorta di pietra tombale nei pressi della costruzione, una specie di menhir moderno.

DSC_0298La guardo. Che strano, penso, non c’è scritto nulla.
Bè, una cosa, volendo, la si poteva scrivere:

“qui davanti giace l’incredibile stupidità umana”.

Monumento alla memoria. Sai che turismo?
Così magari qualcuno, finalmente, leggerà il tuo capolavoro. O no?

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