LA CITTA’ (FANTASMA) DEL MOBILE

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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Biella, città della lana.
E fin qui, nulla da dire, lo sanno pure i sassi.
Ma Biella città del mobile? Questo lo sanno in pochi (soprattutto chi biellese non è), eppure è la verità. C’è stato un lustro – quello tra il 1980 e il 1985 – in cui il binomio Biella/lana è stato fugacemente accompagnato dal binomio Biella/mobili.
Il geometra Giorgio di Tollegno, pochi passi da Biella, era nato nel 1947. Nei ’70, grazie al padre, mobiliere artigiano, inizia ad interessarsi non tanto alla produzione quanto alla vendita di mobili. Nel giro di pochissimi anni, diciamo nel 1980, ha fondato un impero, l’impero Aiazzone (che porta ovviamente il suo nome). Come? Molto semplice. Aiazzone inventò la televendita così come la conosciamo. Dopo la collaborazione “locale” con Telebiella, prima emittente italiana a infrangere il monopolio RAI (esatto, ben prima di Silvio e i suoi tre canali), le televendite del mobilificio Aiazzone si spargono a macchia d’olio in tutta Italia.

DSC_0080Gli slogan e le trovate pubblcitarie potrebbero comporre un vero e proprio “libro della televendita made in Italy” (ridete, ridete, ma una volta tuttò ciò era davvero convincente): dal celebre motto “provare per credere” pronunciato fino alla nausea da Guido Angeli, testimonial numero uno dell’azienda, alla formula del “regalo senza obbligo d’acquisto”, da “spedizione gratis in tutta Italia” a “Aiazzone, la scelta più BIELLA del mondo”.
Fino alla canzoncina, cantata da un gruppo di bambini adoranti, che dice:
“Vieni in moto o in barella, ma vieni a Biella, ma vieni a Biella,
vieni a cena o colazione, vedrai, Aiazzone, ti piacerà”.
Se non ci credete, è tutto qui e qui (esatto, il secondo è tratto da Rete 4).
Il riferimento alla cena e alla colazione non è casuale: i clienti potevano raggiungere lo store di Biella e sedersi a tavola con gli architetti dell’azienda, che in clima amicale avrebbero spiegato loro la grandezza del mobile Aiazzone (è tutto vero). I punti vendita aprono in tutta Italia, il fatturato dell’azienda raggiunge i 60 miliardi di lire, il geometra si compra una villona liberty che vuole trasformare in istituto di credito per i suoi clienti.

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E ha un’idea che sulla carta appare lungimirante: la costruzione di un immenso spazio espositivo a pochi chilometri da Biella che simboleggi la potenza economica dell’azienda e divenga uno spazio unico in cui chiunque potrà visionare, testare ed infine acquistare il mobile biellese.
E così, a metà degli anni ’80, la gigantesca opera è praticamente pronta: 60 mila metri quadri di capannoni, 40mila di sotterranei/magazzini; 2 chilometri (CHILOMETRI!) di facciate/vetrine, zona soppalcata, uffici, addirittura un piccolo complesso di appartamenti. Un’opera enorme, costruita su quella strada Trossi che collega Biella alle autostrade e che un tempo era una delle vie del commercio piemontese. Dove prima c’erano prati, ora c’è la grandezza del marchio Aiazzone, che appare nell’architettura della parte superiore delle facciate con la celeberrima forma elittica bianca allungata (il cosiddetto “biscotto” Aiazzone). Se tutto va bene, intorno al 1985 si dovrebbe inaugurare.
Poi qualcosa cambia. Qualcuno ha da ridire sulla qualità dei mobili, molti piccoli artigiani della zona, impegnati a costruire i mobili Aiazzone, fanno causa al colosso perché sostengono di non esser stati pagati. Il geometra si ritrova alle strette, e la città del mobile, praticamente finita, viene messa in stand by.
Tra le passioni del geometra c’è quella del volo: ogni tanto, in compagnia di amici, parte dal piccolo aeroporto di Cerrione (a pochi passi dalla sua maxi opera) e va su a guardare le cose dall’alto.

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La mattina del 6 luglio 1986, forse per lasciarsi alle spalle i guai biellesi, il geometra decolla in compagnia di Clelia Allegretti, magistrato, e Giacomo Cravera Ramella, pilota per hobby che di mestiere fa staffe alla fonderia FOR. Vanno verso la Toscana. Quella stessa sera, nonostante una forte tempesta che sta frustando il nord Italia, il geometra decide comunque di tornare a Biella.
Nei pressi di Sartirana Lomellina, mille abitanti in provincia di Pavia, il piper viene colpito da un fulmine e si schianta al suolo. Tutti e tre gli occupanti del velivolo perdono la vita.
Biella piange uno dei suoi imprenditori più famosi ed intraprendenti.
Il 15 luglio, su Rete A, viene trasmessa un’orazione funebre di 80 minuti in cui Guido Angeli e Wanna Marchi (avete capito bene, proprio lei) esaltano le doti del geometra biellese. Giudicata eccessiva e piuttosto macabra, la trasmissione rappresenta un caso unico ed emblematico che ancora oggi viene analizzato dai sociologi e dagli storici che si occupano di televisione: durante il programma, le telecamere di Rete A inquadrano una sedia vuota irrorata da un fascio di luce quasi divina. Una vera e propria “televendita postuma”, (giustamente) criticata da tutti ma, in fin dei conti, perfettamente in linea con lo spirito Aiazzone, che aveva fatto della pubblicità (più che della qualità) un’arma per attirare le masse.

Nonostante il successo, è l’inizio della fine. Pian piano l’azienda cambia padroni, passa di mano in mano, arrivano i primi guai giudiziari. In pratica, su quell’aereo non perse la vita soltanto il geometra Giorgio: lì finì l’avventura dell’impero Aiazzone, che aveva tentato, nei selvaggi (a livello imprenditoriale almeno) anni ’80 di gridare al mondo che Biella non era soltanto lana e tessuto.
E così, La città del mobile, praticamente pronta ad aprire (ci sono addirittura già le note per i magazzinieri che monteranno i mobili) si ritrova destinata a diventare una città fantasma.

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LA SALA CONCERTI. All’inizio la proprietà fraziona il gigantesco immobile e lo affitta alle ditte più disparate (un’aspatura, altri piccoli mobilifici, ecc), poi, piano piano, la città del mobile si spopola. E oggi è soltanto un’ennesima incompiuta, uno scheletro di cemento che riecheggia la Biella che fu, un bianco pachiderma ancora solido (non ha nemmeno trent’anni) ma incredibilmente vuoto.
Si entra nello showroom, il capannone più grande, fatto a L e lungo 270 metri da un lato e 230 dall’altro. Fino a qualche anno fa c’erano ancora le vetrate, ora quelle rimaste sono adagiate al suolo come se fossero state spinte giù. I muri sono diventati papiri per i writer, che hanno dato un tocco di colore a ciò che non ce l’aveva. La vegetazione non ha ancora la forza per disintegrare il cemento prefabbricato dei pavimenti, ma non appena si passa al catrame o alla nuda terra ci si accorge che in poco tempo la vita è già notevolmente rigermogliata. Geometricamente, in modo ordinato e simmetrico, gli alberi crescono soltanto in quei quadratini di terra che forse erano destinati ad aiuole (certo non a boschi, cosa che ora sono diventati). Dei rampicanti, come meduse, entrano sinuosi e cominciano a lambire anche il cemento. A terra le foglie, che spinte dal vento (un capannone così grande e così aperto è praticamente sempre “ventoso”) formano arazzi elicoidali e, soprattutto, compongono un tessuto sonoro amplificato dall’architettura dell’edificio. Pare di essere a teatro.
Ma a terra anche tracce dell’impero Aiazzone, come giganteschi adesivi neri con scritte gialle che probabilmente avrebbero dovuto ornare le facciate dell’edificio.

[Per far partire gli slideshow, cliccare su una fotografia]

LA CITTA’ NELLA CITTA’. Si sale sulla parte soppalcata, quella che secondo il progetto avrebbe dovuto ospitare gli uffici. Ci sono gli uffici del boss, gli unici con le finestre ellittiche e circolari. Qui, per la prima volta, ci si accorge di quanta vita sia passata (e forse passa ancora) nell’immensa città del mobile Aiazzone: non solo tavoli e sedie (con tanto di avanzo di panino ammuffito, che vi risparmiamo), ma vere e proprie “cellule abitative” fatte di ondulux e lamiera, dipinte con bombolette che gentilmente chiedono ai visitatori di “non demolire”. Una vera e propria città nascosta, a pochi passi dalla città vera. Se dal soppalco si guarda sotto, dentro il capannone, la vista è quella che si potrebbe avere guardando un piccolo villaggio da un’altura. Testimonianze vive (il pezzo di carta con i punti delle carte, i resti dei falò) si alternano ad assurdi ritrovamenti (quante probabilità c’erano che trovassimo una fotocopia della carta d’identità di un tizio che conosciamo?), suggestioni immondiziali dall’aspetto inquietante (“è un uomo che dorme quello?”) convivono con inspiegabili stralci di antiquaritato (i sedili di un’Alfa sud). I sotterranei sono oramai irraggiungibili: la mancanza di strutture adeguate ha permesso all’acqua piovana di intrufolarsi in qualsiasi anfratto, al punto che oramai l’intero scantinato della struttura (40mila metri quadri!) è totalmente allagato e impossibile da visitare. Chissà quanto ci tempo ci vorrà affinchè l’acqua se ne vada.

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SESSO E PASTORIZIA. Alla L dello showroom si agganciano gli altri quattro padiglioni quadrati, un tempo collegati con tettoie ora scheletriche. Non è un mistero che spesso clienti e prostitute si rifugino in luoghi lontani da occhi indiscreti, e infatti questo luogo – non molto romantico a dir la verità, per questo abbiamo tirato in ballo le prostitute – è palesemente stato (o è ancora?) giaciglio invisibile per amplessi veloci e indolori (a meno che ci si tagli con i ferri arrugginiti o non si metta una mano su una siringa). Lo dimostrano preservativi, riviste porno, biancheria varia. Meno noto è che, fino a pochi anni fa, i capannoni fossero anche utilizzati da molti pastori per tenere le pecore al coperto. Una spedizione di qualche anno fa, constatava la quantità incredibile di escrementi ovini sul pavimento di uno dei capannoni. Insomma, pur non avendo mai davvero aperto i battenti, la città del mobile è stata per anni più popolata di molti locali biellesi il sabato sera: writer, homeless, pastori, pecore, clienti, prostitute, fotografi. Francesco, uno dei writer di cui sopra, ci ha raccontato di aver incontrato, durante le sue sedute artistiche, una colonia di quattro immigrati senza fissa dimora. Un altro, Giacomo, ci ha detto che si veniva giù addirittura da Milano (come se lì mancasse l’archeologia industriale) per spruzzare d’inchiostro i bianchi muri della città del mobile.

Sbagliato? Forse, ma in fin dei conti Giacomo e Francesco davano a quei muri uno scopo che mancava loro da tempo. Così come gli homeless e i pastori (scopo=dare riparo), le prostitute (scopo=dare riparo, anche se in un altro senso). Gli unici che gli hanno dato uno scopo sbagliato sono quelli che son venuti a scaricare l’immondizia. Ma per il resto, è davvero il caso di indignarsi?

La città del mobile è l’unico vuotoaperdere ad aver accolto più vita DOPO l’abbandono; anzi, è proprio dal momento dell’abbandono che ha cominciato a vivere. Di una (secondo il progetto) enorme, fastosa, brillante città restano solo i muri e i piloni, cemento, cemento e ancora cemento. Resta la sua enormità, che fa sentire l’uomo piccolo e solo. La sua cifra stilistica è la grandezza.

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Una grandezza “fisica” che doveva simboleggiarne un’altra, quella – economica – di un impero che (forse) troppo presto si è disgregato. E il cemento rimane lì, in attesa anch’esso di essere disgregato dall’erosione e dall’abbandono. Non restano che quelle ellissi bianche.
Resta, insomma, la “vetrina”, ma dentro non c’è praticamente nulla.
Una metafora azzeccata dei selvaggi anni ’80, in cui la confezione (il fuori) ha iniziato a contare molto più del prodotto (il dentro, che spesso “non c’era”). È lì che abbiamo perso di vista i valori, forse. Ricordiamocelo quando passiamo davanti a quel quarto di chilometro bianco e deserto.

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ATTENZIONE! Questo post non vuole essere in alcun modo polemico nei confronti della figura di Giorgio Aiazzone. Tutto ciò che vedete scritto in queste righe è di dominio pubblico. Evitiamo le discussioni, anche perché dal 1986 ad oggi ce ne sono state abbastanza.

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La città del mobile (in alto a sinistra) in una foto aerea del 1984 (foto di Pietro Minoli tratta dal libro “Visti dall’alto”, Eventi & Progetti editore, Biella, 2008).

Thanks to: Elis, Francy, Bro, Gigi, Ewa, Gabriella, Francesco, Giacomo.

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2014]

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