AUTOMOBILI VUOTE (A PERDERE)

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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Quando si legge di vuotiaperdere si pensa subito ad una fabbrica, un castello, una stazione, una villa, una cascina. In realtà, durante i nostri pellegrinaggi nell’abbandono, più spesso di quanto avremmo creduto abbiamo trovato dei vuotiaperdere anomali, sempre con quattro pareti e un tetto ma con le ruote. Signore e signori, raccolte qui troverete alcune delle più suggestive “auto a perdere” trovate in questi tre anni, localizzate mentre si era lì per fare altro (ovvero per fotografare il luogo abbandonato che le ospita), perdute tra i rovi, le piante, i mattoni. Ne vedrete di perfettamente riconoscibili, come appena uscite (si fa per dire) dal concessionario, e ne vedrete di terribilmente smembrate, disintegrate, scolorite, praticamente irriconoscibili se non negli elementi basilari (un telaio, un fanale, un sedile, la livrea della carrozzeria). E scoprirete quanto “sud degli States” (ammettiamolo: l’auto abbandonata fa molto periferia della Louisiana post uragano Katrina) potrete trovare dalle nostre parti.

Chi lo sa? Magari li dentro qualcuno c’ha fatto l’amore, qualcuno c’ha litigato, qualcun altro ci ha caricato le galline e qualcun altro le ha schiantate contro un albero (le auto, non le galline). Proprio come gli edifici che raccontiamo di solito, ognuna di queste auto ha una storia dimenticata che oramai possiamo soltanto immaginare.

E come diceva sempre il Franco “Maraia” (non chiedetemi cosa significhi il soprannome):

“E comunque, mi, sun par la machina ‘d sicunda man”

Brau Franco.

Più seconda mano di così…

FIAT PANDA Prima Serie

2anni di produzione: 1980 – 1986
motorizzazione: 652 cm³ benzina
potenza: 30 Cv
posteggiata: nei pressi di una piccola fonderia casalinga abbandonata.

PEUGEOT 106 Prima Serie

34anni di produzione: 1991 – 1996
motorizzazione: 1000 cm³ benzina
potenza: 44 Cv
posteggiata: in un prato in dietro casa mia.

AUTOBIANCHI A112 Prima Serie

5anni di produzione: 1969 – 1973
motorizzazione: 903 cm³ benzina
potenza: 44 – 47 Cv
posteggiata: nel cortile di una fornace abbandonata.

(sedili di una) ALFA ROMEO Alfa Sud “Sprint”

6anni di produzione: 1976 – 1989
motorizzazione: 1300³ cm benzina
potenza: 79 Cv
posteggiata: in un capannone abbandonato.

AUTOBIANCHI 112 Sesta Serie “Elite”

7anni di produzione: 1982 – 1984
motorizzazione: 965 cm³ benzina
potenza: 48 Cv
posteggiata: nel cortile di una cascina dismessa.

FIAT 131 Panorama “Supermirafiori” 1600/TC (anche immagine sotto il titolo)

8anni di produzione: 1978 – 1983
motorizzazione: 1600 cm³ benzina
potenza: 97 Cv
posteggiata: nel cortile di un ex filatura.

TOYOTA COROLLA GT.i 1.6

910anni di produzione: 1983 – 1987
motorizzazione: 1600 cm³ benzina
potenza: 110 Cv
posteggiata: nel cortile di una cascina.

CAMION TRE ASSI “GD”

11anni di produzione: 1980 – 1985
motorizzazione: umana
potenza: variabile (dipende dalle gambe del bambino)
posteggiata: piazzola di sosta usata come discarica.

ATTENTION PLEASE! Se conoscete delle altro autoaperdere, non esitate a contattarci. L’intento è quello di fare altri post sull’argomento in futuro (ovviamente vi citeremo nei ringraziamenti).

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2015]

LA CITTA’ (FANTASMA) DEL MOBILE

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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Biella, città della lana.
E fin qui, nulla da dire, lo sanno pure i sassi.
Ma Biella città del mobile? Questo lo sanno in pochi (soprattutto chi biellese non è), eppure è la verità. C’è stato un lustro – quello tra il 1980 e il 1985 – in cui il binomio Biella/lana è stato fugacemente accompagnato dal binomio Biella/mobili.
Il geometra Giorgio di Tollegno, pochi passi da Biella, era nato nel 1947. Nei ’70, grazie al padre, mobiliere artigiano, inizia ad interessarsi non tanto alla produzione quanto alla vendita di mobili. Nel giro di pochissimi anni, diciamo nel 1980, ha fondato un impero, l’impero Aiazzone (che porta ovviamente il suo nome). Come? Molto semplice. Aiazzone inventò la televendita così come la conosciamo. Dopo la collaborazione “locale” con Telebiella, prima emittente italiana a infrangere il monopolio RAI (esatto, ben prima di Silvio e i suoi tre canali), le televendite del mobilificio Aiazzone si spargono a macchia d’olio in tutta Italia.

DSC_0080Gli slogan e le trovate pubblcitarie potrebbero comporre un vero e proprio “libro della televendita made in Italy” (ridete, ridete, ma una volta tuttò ciò era davvero convincente): dal celebre motto “provare per credere” pronunciato fino alla nausea da Guido Angeli, testimonial numero uno dell’azienda, alla formula del “regalo senza obbligo d’acquisto”, da “spedizione gratis in tutta Italia” a “Aiazzone, la scelta più BIELLA del mondo”.
Fino alla canzoncina, cantata da un gruppo di bambini adoranti, che dice:
“Vieni in moto o in barella, ma vieni a Biella, ma vieni a Biella,
vieni a cena o colazione, vedrai, Aiazzone, ti piacerà”.
Se non ci credete, è tutto qui e qui (esatto, il secondo è tratto da Rete 4).
Il riferimento alla cena e alla colazione non è casuale: i clienti potevano raggiungere lo store di Biella e sedersi a tavola con gli architetti dell’azienda, che in clima amicale avrebbero spiegato loro la grandezza del mobile Aiazzone (è tutto vero). I punti vendita aprono in tutta Italia, il fatturato dell’azienda raggiunge i 60 miliardi di lire, il geometra si compra una villona liberty che vuole trasformare in istituto di credito per i suoi clienti.

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E ha un’idea che sulla carta appare lungimirante: la costruzione di un immenso spazio espositivo a pochi chilometri da Biella che simboleggi la potenza economica dell’azienda e divenga uno spazio unico in cui chiunque potrà visionare, testare ed infine acquistare il mobile biellese.
E così, a metà degli anni ’80, la gigantesca opera è praticamente pronta: 60 mila metri quadri di capannoni, 40mila di sotterranei/magazzini; 2 chilometri (CHILOMETRI!) di facciate/vetrine, zona soppalcata, uffici, addirittura un piccolo complesso di appartamenti. Un’opera enorme, costruita su quella strada Trossi che collega Biella alle autostrade e che un tempo era una delle vie del commercio piemontese. Dove prima c’erano prati, ora c’è la grandezza del marchio Aiazzone, che appare nell’architettura della parte superiore delle facciate con la celeberrima forma elittica bianca allungata (il cosiddetto “biscotto” Aiazzone). Se tutto va bene, intorno al 1985 si dovrebbe inaugurare.
Poi qualcosa cambia. Qualcuno ha da ridire sulla qualità dei mobili, molti piccoli artigiani della zona, impegnati a costruire i mobili Aiazzone, fanno causa al colosso perché sostengono di non esser stati pagati. Il geometra si ritrova alle strette, e la città del mobile, praticamente finita, viene messa in stand by.
Tra le passioni del geometra c’è quella del volo: ogni tanto, in compagnia di amici, parte dal piccolo aeroporto di Cerrione (a pochi passi dalla sua maxi opera) e va su a guardare le cose dall’alto.

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La mattina del 6 luglio 1986, forse per lasciarsi alle spalle i guai biellesi, il geometra decolla in compagnia di Clelia Allegretti, magistrato, e Giacomo Cravera Ramella, pilota per hobby che di mestiere fa staffe alla fonderia FOR. Vanno verso la Toscana. Quella stessa sera, nonostante una forte tempesta che sta frustando il nord Italia, il geometra decide comunque di tornare a Biella.
Nei pressi di Sartirana Lomellina, mille abitanti in provincia di Pavia, il piper viene colpito da un fulmine e si schianta al suolo. Tutti e tre gli occupanti del velivolo perdono la vita.
Biella piange uno dei suoi imprenditori più famosi ed intraprendenti.
Il 15 luglio, su Rete A, viene trasmessa un’orazione funebre di 80 minuti in cui Guido Angeli e Wanna Marchi (avete capito bene, proprio lei) esaltano le doti del geometra biellese. Giudicata eccessiva e piuttosto macabra, la trasmissione rappresenta un caso unico ed emblematico che ancora oggi viene analizzato dai sociologi e dagli storici che si occupano di televisione: durante il programma, le telecamere di Rete A inquadrano una sedia vuota irrorata da un fascio di luce quasi divina. Una vera e propria “televendita postuma”, (giustamente) criticata da tutti ma, in fin dei conti, perfettamente in linea con lo spirito Aiazzone, che aveva fatto della pubblicità (più che della qualità) un’arma per attirare le masse.

Nonostante il successo, è l’inizio della fine. Pian piano l’azienda cambia padroni, passa di mano in mano, arrivano i primi guai giudiziari. In pratica, su quell’aereo non perse la vita soltanto il geometra Giorgio: lì finì l’avventura dell’impero Aiazzone, che aveva tentato, nei selvaggi (a livello imprenditoriale almeno) anni ’80 di gridare al mondo che Biella non era soltanto lana e tessuto.
E così, La città del mobile, praticamente pronta ad aprire (ci sono addirittura già le note per i magazzinieri che monteranno i mobili) si ritrova destinata a diventare una città fantasma.

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LA SALA CONCERTI. All’inizio la proprietà fraziona il gigantesco immobile e lo affitta alle ditte più disparate (un’aspatura, altri piccoli mobilifici, ecc), poi, piano piano, la città del mobile si spopola. E oggi è soltanto un’ennesima incompiuta, uno scheletro di cemento che riecheggia la Biella che fu, un bianco pachiderma ancora solido (non ha nemmeno trent’anni) ma incredibilmente vuoto.
Si entra nello showroom, il capannone più grande, fatto a L e lungo 270 metri da un lato e 230 dall’altro. Fino a qualche anno fa c’erano ancora le vetrate, ora quelle rimaste sono adagiate al suolo come se fossero state spinte giù. I muri sono diventati papiri per i writer, che hanno dato un tocco di colore a ciò che non ce l’aveva. La vegetazione non ha ancora la forza per disintegrare il cemento prefabbricato dei pavimenti, ma non appena si passa al catrame o alla nuda terra ci si accorge che in poco tempo la vita è già notevolmente rigermogliata. Geometricamente, in modo ordinato e simmetrico, gli alberi crescono soltanto in quei quadratini di terra che forse erano destinati ad aiuole (certo non a boschi, cosa che ora sono diventati). Dei rampicanti, come meduse, entrano sinuosi e cominciano a lambire anche il cemento. A terra le foglie, che spinte dal vento (un capannone così grande e così aperto è praticamente sempre “ventoso”) formano arazzi elicoidali e, soprattutto, compongono un tessuto sonoro amplificato dall’architettura dell’edificio. Pare di essere a teatro.
Ma a terra anche tracce dell’impero Aiazzone, come giganteschi adesivi neri con scritte gialle che probabilmente avrebbero dovuto ornare le facciate dell’edificio.

[Per far partire gli slideshow, cliccare su una fotografia]

LA CITTA’ NELLA CITTA’. Si sale sulla parte soppalcata, quella che secondo il progetto avrebbe dovuto ospitare gli uffici. Ci sono gli uffici del boss, gli unici con le finestre ellittiche e circolari. Qui, per la prima volta, ci si accorge di quanta vita sia passata (e forse passa ancora) nell’immensa città del mobile Aiazzone: non solo tavoli e sedie (con tanto di avanzo di panino ammuffito, che vi risparmiamo), ma vere e proprie “cellule abitative” fatte di ondulux e lamiera, dipinte con bombolette che gentilmente chiedono ai visitatori di “non demolire”. Una vera e propria città nascosta, a pochi passi dalla città vera. Se dal soppalco si guarda sotto, dentro il capannone, la vista è quella che si potrebbe avere guardando un piccolo villaggio da un’altura. Testimonianze vive (il pezzo di carta con i punti delle carte, i resti dei falò) si alternano ad assurdi ritrovamenti (quante probabilità c’erano che trovassimo una fotocopia della carta d’identità di un tizio che conosciamo?), suggestioni immondiziali dall’aspetto inquietante (“è un uomo che dorme quello?”) convivono con inspiegabili stralci di antiquaritato (i sedili di un’Alfa sud). I sotterranei sono oramai irraggiungibili: la mancanza di strutture adeguate ha permesso all’acqua piovana di intrufolarsi in qualsiasi anfratto, al punto che oramai l’intero scantinato della struttura (40mila metri quadri!) è totalmente allagato e impossibile da visitare. Chissà quanto ci tempo ci vorrà affinchè l’acqua se ne vada.

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SESSO E PASTORIZIA. Alla L dello showroom si agganciano gli altri quattro padiglioni quadrati, un tempo collegati con tettoie ora scheletriche. Non è un mistero che spesso clienti e prostitute si rifugino in luoghi lontani da occhi indiscreti, e infatti questo luogo – non molto romantico a dir la verità, per questo abbiamo tirato in ballo le prostitute – è palesemente stato (o è ancora?) giaciglio invisibile per amplessi veloci e indolori (a meno che ci si tagli con i ferri arrugginiti o non si metta una mano su una siringa). Lo dimostrano preservativi, riviste porno, biancheria varia. Meno noto è che, fino a pochi anni fa, i capannoni fossero anche utilizzati da molti pastori per tenere le pecore al coperto. Una spedizione di qualche anno fa, constatava la quantità incredibile di escrementi ovini sul pavimento di uno dei capannoni. Insomma, pur non avendo mai davvero aperto i battenti, la città del mobile è stata per anni più popolata di molti locali biellesi il sabato sera: writer, homeless, pastori, pecore, clienti, prostitute, fotografi. Francesco, uno dei writer di cui sopra, ci ha raccontato di aver incontrato, durante le sue sedute artistiche, una colonia di quattro immigrati senza fissa dimora. Un altro, Giacomo, ci ha detto che si veniva giù addirittura da Milano (come se lì mancasse l’archeologia industriale) per spruzzare d’inchiostro i bianchi muri della città del mobile.

Sbagliato? Forse, ma in fin dei conti Giacomo e Francesco davano a quei muri uno scopo che mancava loro da tempo. Così come gli homeless e i pastori (scopo=dare riparo), le prostitute (scopo=dare riparo, anche se in un altro senso). Gli unici che gli hanno dato uno scopo sbagliato sono quelli che son venuti a scaricare l’immondizia. Ma per il resto, è davvero il caso di indignarsi?

La città del mobile è l’unico vuotoaperdere ad aver accolto più vita DOPO l’abbandono; anzi, è proprio dal momento dell’abbandono che ha cominciato a vivere. Di una (secondo il progetto) enorme, fastosa, brillante città restano solo i muri e i piloni, cemento, cemento e ancora cemento. Resta la sua enormità, che fa sentire l’uomo piccolo e solo. La sua cifra stilistica è la grandezza.

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Una grandezza “fisica” che doveva simboleggiarne un’altra, quella – economica – di un impero che (forse) troppo presto si è disgregato. E il cemento rimane lì, in attesa anch’esso di essere disgregato dall’erosione e dall’abbandono. Non restano che quelle ellissi bianche.
Resta, insomma, la “vetrina”, ma dentro non c’è praticamente nulla.
Una metafora azzeccata dei selvaggi anni ’80, in cui la confezione (il fuori) ha iniziato a contare molto più del prodotto (il dentro, che spesso “non c’era”). È lì che abbiamo perso di vista i valori, forse. Ricordiamocelo quando passiamo davanti a quel quarto di chilometro bianco e deserto.

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ATTENZIONE! Questo post non vuole essere in alcun modo polemico nei confronti della figura di Giorgio Aiazzone. Tutto ciò che vedete scritto in queste righe è di dominio pubblico. Evitiamo le discussioni, anche perché dal 1986 ad oggi ce ne sono state abbastanza.

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La città del mobile (in alto a sinistra) in una foto aerea del 1984 (foto di Pietro Minoli tratta dal libro “Visti dall’alto”, Eventi & Progetti editore, Biella, 2008).

Thanks to: Elis, Francy, Bro, Gigi, Ewa, Gabriella, Francesco, Giacomo.

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2014]

LA FABBRICA DEI COLORI

Testi e fotografie di Riccardo Poma1

Biella, il Cervo, un lanificio abbandonato: e così nacque il Biella Classic.
Tuttavia il Cervo non è l’unico fiume biellese ad aver ospitato sulle sue rive fabbriche di ogni sorta. Anzi. I fiumi biellesi circondati dalle fabbriche sono parecchi, e il fiume Strona è uno di questi.
È proprio sulle sponde dello Strona che nacque, più di cento anni fa, una delle realtà industriali più produttive del biellese, una roba da fare invidia alla tanto citata ghost town of wool di un post di qualche tempo fa. Questa è la storia di quella realtà.

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Questa è la storia della Tinval di Cossato, la fabbrica dei colori.

Cossato è la cittadina più grande della provincia di Biella. Così come il capoluogo è attraversato da un fiume, il Cervo, anche Cossato è attraversata da un fiume, un affluente del Cervo che si chiama torrente Strona. Ad inizio ‘900 la maggior parte delle fabbriche erano dei mulini: ovvio quindi che le costruissero vicine ai fiumi (in realtà poi si accorsero pure che così potevi scaricare qualunque cosa senza problemi, ma queste sono furberie venute dopo).

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Intorno al 1900, anno più, anno meno, un industriale costruisce una piccola fabbrica sullo Strona.
Il prodotto lavorato? La lana, ovviamente. Finita la guerra, intorno al 1945, il signor S. di Cossato acquista la fabbrica e progetta una cosa che ricorda molto le idee di un architetto che spesso citiamo, Giuseppe Pagano: l’idea del signor S. è quella di far diventare la fabbrica una piccola città, dotata di scuole, zone ricreative, centri di aggregazione. Una visione parecchio moderna, in cui l’uomo sta al centro e la fabbrica gli si plasma addosso. Cominciano i lavori. Il signor S. chiama la sua ditta TINVAL, ovvero Tintoria Industriale Vallestrona, decidendo non tanto di lavorare la lana quanto di colorarla. Arrivava bianca e se ne usciva colorata.

Ecco come nacque la fabbrica dei colori.

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24mila metri quadri, che diventeranno, negli anni di maggiore espansione, almeno il doppio. Insomma, tutta la parte nord di Cossato, quella che va verso Valle Mosso, diventa TINVAL.
Negli anni ’70 il signor S. lascia il posto al figlio, il signor E. Nel 1986 la Tinval conta più di 400 dipendenti, e il signor E. si rivela subito un imprenditore quantomeno controcorrente: va a cena coi suoi operai una volta alla settimana, fa volontariato e beneficenza nelle associazioni del paese, addirittura si candida alle elezioni con un sindaco comunista. Molti lo ricordano anche per la sua passione per gli animali. In che senso? Nel senso che, sui terreni della Tinval, negli anni ’80, vivono

a) 2 orsi marsicani
b) 2 dromedari
c) 1 yak
d) 1 emù
e) 1 daino

Un vero e proprio zoo, in cui i dromedari (si dice regalati da facoltosi clienti arabi) e gli altri animali vivevono liberi, in alcuni recinti presenti dietro la fabbrica. L’arca di Noè del tessile biellese procede a gonfie vele, almeno fino a metà degli anni ’80.

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Poi, inspiegabilmente, qualcosa inizia ad andare storto. Crack finanziari e denunce di inquinamento, soprattutto. Fatto sta che nel 1990 la TINVAL chiude i cancelli. Difficile individuare i veri colpevoli di quel pasticcio, ma di certo i cossatesi hanno le idee molto chiare su ciò che accade. Innanzitutto, sono certi che la colpa della chiusura non sia del signor E. che, anzi, viene ancora ricordato con affetto e commozione. No, secondo i cossatesi i colpevoli sono altri. Ma siccome costoro sono ancora tutti (o quasi) vivi e vegeti, mi limiterò a riassumere il pensiero dei cossatesi attraverso le parole del Giuanìn, 81 anni, ex operaio Tinval (andò in pensione nel 1989) che al bar mi dice:

“La Tinval ian ruinala i vari marchionne di turno e cumpagnia bela”

Qualcuno, secondo il Giuanìn, si arricchì parecchio con la TINVAL.

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A sentire i suoi amici e conoscenti, il signor E. non si riprese più da quel fallimento: non era solo il fallimento della Tinval, era il fallimento di un’idea di lavoro in qualche modo pura, trasparente, un’idea che il capitalismo selvaggio aveva irrimediabilmente sporcato ed infine annientato.
Quando, nel 1996, il signor E. decise di farla finita, furono in molti a pensare che quel gesto estremo fosse indissolubilmente legato alle sorti della tintoria.
La fabbrica dei colori era in pochi anni diventata la fabbrica del grigiore: chiusa, deserta, priva di vita. Un grigiore che sicuramente aveva investito anche il signor E., imprenditore buono, imprenditore “diverso” che amava il suo territorio e gli animali esotici.

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Nel 1999, l’ex area Tinval venne venduta all’asta. Alcuni capannoni – quelli “moderni”, edificati negli anni ’60 – furono subito affittati, altri solo recentemente hanno conosciuto una nuova vita: è il caso del padiglione anteriore, diventato un supermercato. Molti spazi, però, restano vuoti, specialmente quelli “della fabbrica vecchia”, adagiati sulle sponde dello Strona e costruiti con mattoni pieni, e non con dei – banali – muri prefabbricati di cemento armato.

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Dentro la fabbrica, al primo piano, è ancora presenta la macchina che fu centro nevralgico della produzione: al piano terra, la lana veniva divisa in matasse; poi, grazie ad un complesso sistema di nastri trasportatori, le matasse venivano spedite al piano superiore; qui, la lana veniva lavata e asciugata in un enorme riscaldatore (e dico enorme perché ci sto dentro in piedi). Gli operai dovevano solo assicurarsi che gli “appendini” non rimanessero mai privi di materia prima: lo “spostamento” della lana sul suo percorso prestabilito era del tutto automatico. La “macchina delle grucce” procedeva senza sosta.

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[cliccando sulle foto piccole parte lo slideshow]

Nei saloni vuoti l’acqua crea un tessuto sonoro grave ma accogliente. Si passa accanto a quella che fu la stanza adibita allo svago dei figli degli operai, l’unica dipinta con colori caldi; si scorge la scala a chiocciola che portava allo showroom nel sottotetto (guardate bene la foto, poi riparliamo di eventuale coraggio o eventuale codardia nel non salirla); si passa accanto alla centrale elettrica che dava energia a tutta la fabbrica; si giunge infine nel famoso showroom, sulla vetta, in cui i clienti più importanti venivano portati a osservare da vicino il prodotto (appena) finito.

E poi sale riunioni, scartoffie, macchin(ette o one?) del caffè, altre scale. E, alla fine, una spaziosa terrazza. Il posto in cui gli operai uscivano a fumare, a bere il caffè, a prendere un po’ d’aria. Forse, il posto in cui il signor E. veniva ad ammirare il suo regno, di notte, illuminato solo dalle luci di servizio. Poi si scende, si torna verso il basso. I silos che contenevano chissà cosa. Di nuovo quel muro cui, vuoi la vuotezza vuoi i vetri rotti, è facile vedere attraverso fino allo Strona, dietro.

E una donna manichino che ci guarda dalla finestra.

APPENDICE#1: A PIENO REGIME (1889 – 1989)

foto tratte dal libro “Quasi un racconto – Immagini dal tessile biellese“, 1989, ed. Tinval.
Fotografie di Dario Palma
eccetto quella a colori (estrapolata da una brochure della fabbrica) e la prima in B/N (archivio di Stato).

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APPENDICE#2: TINVAL IN B/N (la fabbrica dei colori in grigio)

Thanks to: Un immenso grazie ad Abramo, senza il quale questo post sarebbe rimasto soltanto nella mia testa. Per informazioni sui saloni “nuovi”, quelli affittabili, della Tinval, scrivete in privato. Grazie anche a Mariano.

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SONDAGGIO 2014

Ecco a voi i risultati del sondaggio.
Non ci sono tutti, solo i primi cinque classificati. Tutti gli altri post si dividono il 24 % rimanente. Grazie a tutti coloro che hanno votato.

1) TU PROVA AD AVERE UN MONDO NEL CUORE 26 % https://vuotiaperdereblog.com/2014/10/18/tu-prova-ad-avere-un-mondo-nel-cuore/

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2) THE SOUND OF SILENCE 18 %
https://vuotiaperdereblog.com/2014/07/25/the-sound-of-silence/

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3) IL CASTELLO CLONTATO 16 %
https://vuotiaperdereblog.com/2014/04/08/il-castello-clonato/

5

4) LA CITTA’ FANTASMA DELLA LANA 11 %
https://vuotiaperdereblog.com/2013/11/05/la-citta-fantasma-della-lana/

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5) LO SCHELETRO CHE GUARDA LA VALLE 5 %
https://vuotiaperdereblog.com/2014/04/18/lo-scheletro-che-guarda-la-valle-parte-ii-back-to-oropa-bagni/

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TU PROVA AD AVERE UN MONDO NEL CUORE

VIAGGIO NEL MANICOMIO ABBANDONATO

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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 “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, per tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere che è poi quella di far diventare razionale l’irrazionale. Quando qualcuno è folle ed entra in manicomio smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato”.

Franco Basaglia, Che cos’é la Psichiatria, 1967DSC_0222

Questa è la storia di Martino.
Martino non si chiamava LMartino. Ma, come spesso, succede in casi come questi, i parenti dei matti si ricordano di loro solo quando gli si fa fare brutta figura. Quindi quest’uomo, in questo articolo, si chiamerà Martino.
Martino era nato nel 1937. Era un tipo strano. A dire la verità, non più strano di altri.
Martino era uno che se fosse nato oggi, probabilmente, tutti lo avrebbero definito un “artista”.
Ma se nascevi nel 1937 ed eri strano, anche soltanto un pochino, artista non era la definizione che ti affibbiavano. La diagnosi – medica o meno, vedete voi – era “matto”.
Martino parlava con gli uccelli. Scriveva poesie. Cantava canzoni. Non aveva nessun amico.
I suoi genitori volevano che andasse a lavorare nei campi, ma lui non voleva.
“Sfaticato”, gli diceva suo padre.
Ora, io non so come andarono davvero le cose, ma so che un giorno, intorno al 1970, Martino si arrabbiò con suo padre. Volò qualche parolaccia e forse anche qualche spintone.
Da quel giorno, i genitori di Martino stabilirono che era diventato un po’ troppo pericoloso.
Matto, e pericoloso. In giro non doveva più starci. E così, contro la sua volontà, lo spedirono in manicomio.DSC_0218

135.000 m², ovvero 450 metri per 300. Venti edifici, tutti (o quasi) uguali, perfettamente simmetrici, allineati, “ordinati”. Su quell’area, su quei 135mila metri di terra perfettamente coltivabile, vennero edificati nel 1937 questi venti edifici, che presero il nome di OPN, ospedale psichiatrico nazionale. Ogni provincia ne possedeva uno.DSC_0251
Perchè una volta i matti non si curavano. Si preferiva “isolarli”: lontani dagli occhi, lontani dal cuore. Per chi finiva in manicomio il mondo esterno, fuori da quei muri di cemento alti quattro metri, cessava di esistere. Diventava una cartolina sbiadita, un ricordo lontano, un rumore di fondo.
Ad un primo sguardo, gli oggetti presenti in manicomio sono identici agli oggetti che ci sono fuori.
Se li si guarda bene, però, ci si accorge che se ne differenziano per alcuni piccoli particolari.
La sedia a rotelle è una sedia a rotelle, ma la seduta ha un buco.
La vasca da bagno è una vasca da bagno, ma è costruita dentro una stanzetta e non ha muri intorno.
Il letto è un letto, ma alla rete sono saldati degli occhielli in cui far passare delle cinghie.
I termosifoni sono termosifoni, ma sono chiusi a chiave dentro delle griglie.
I vetri delle porte sembrano vetri, ma in realtà sono di plastica.

In questa micro comunità c’erano le cucine, le stanze, le sale “ricreative” (una per ogni padiglione), una chiesa, uffici amministrativi, reparti specializzati, ambulatori, un acquedotto, addirittura un teatro. Come fuori, ma dentro. I singoli reparti sono collegati tra loro attraverso quelli che un tempo dovevano essere dei floridi viali alberati. Chissà, forse davano una parvenza di libertà.
“Facciamo una passeggiata”.
Come fuori, insomma, ma dentro.

Ma sono molti i particolari che lasciano il segno.
Le porte degli orti privati, costruiti fuori le mura dai contadini della zona e probabilmente abusivi, sono fatte con le reti dei letti. Tanto, dentro, nessuno si offende più se qualcuno le porta via.DSC_0325
Ogni padiglione possiede un piano seminterrato raggiungibile soltanto dall’esterno (da dentro non si può scendere “di sotto”). Cosa accadeva lì sotto? Gli ottimisti dicono “magazzini e archivi”, i pessimisti (o, molto semplicemente, i razionali) sostengono che li sotto succedesse altro.

In ogni padiglione, montagne di cartelle cliniche e di nomi. Entrate, uscite, decessi. Tutto scritto su carta, tutto abbandonato in questo gigantesco archivio della follia italiana del novecento. DSC_0271
La sala d’attesa, il luogo in cui si attendeva di rivedere lo zio, il nonno, l’amico, è praticamente fuori dalle mura. I pazienti venivano portati qui, non erano i parenti a raggiungerli nelle loro stanze.
Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.DSC_0328
Lontano dalle urla di chi, solamente trent’anni fa (la legge Basaglia, anche se sembra incredibile, è del 1978), veniva “curato” con la barbara pratica dell’elettroshock, come racconta Alda Merini (che rimase chiusa in un posto come questo dal 1962 al 1972):

“La stanzetta degli elettroshock era una stanzetta quanto mai angusta e terribile; e più terribile ancora era l’anticamera, dove ci preparavano per il triste evento. Ci facevano una premorfina, e poi ci davano del curaro, perché gli arti non prendessero ad agitarsi in modo sproporzionato durante la scarica elettrica. L’attesa era angosciosa. Una volta arrivai a prendere la caposala per la gola, a nome di tutte le mie compagne. Il risultato fu che fui sottoposta all’elettroshock per prima, e senza anestesia preliminare, di modo che sentii ogni cosa. E ancora ne conservo l’atroce ricordo”
Queste mura trasudano dolore, e non è un luogo comune. (Già, questo luogo non è affatto un luogo comune).DSC_0295
Ogni oggetto, ogni stanza, ogni particolare ingegneristico o architettonico è studiato in modo che serva allo scopo. Quello di tenere la follia fuori dalla città. Infatti, nonostante oggi il centro abbia raggiunto la periferia, questa struttura fu edificata “fuori”, lontanissima dal centro, affinché le urla si esaurissero senza che la città potesse udirle.DSC_0264
Oggi si entra per vandalizzare, si entra per fotografare, si entra per poter dire “io ci sono entrato”.
Una volta si entrava soltanto per un motivo.
Ogni padiglione, escluse rare eccezioni (il cinema, la chiesa) è tristemente identico all’altro. Ogni bagno, ogni mensa, ogni dormitorio. Si capisce di essere entrati in un altro padiglione soltanto per il nome che, a fatica, ancora si può leggere nei pressi delle entrate.
Ma questo immenso ospedale psichiatrico non urla dolore soltanto per i suoi matti, isolati e “curati” con la corrente. Urla dolore anche perché tra queste mura ebbe luogo, nel 1945, uno degli episodi più bui della Resistenza italiana. Nella notte tra il 12 e il 13 maggio, quasi un mese dopo la fine della guerra, 51 prigionieri repubblichini vennero trucidati sommariamente da alcuni partigiani locali.
Il grosso dei prigionieri, in realtà, fu giustiziato poco vicino (i loro corpi furono gettati in un canale), ma il ricordo resta forte soprattutto in questo manicomio, sia per le terrificanti modalità esecutorie che per il fatto che questi corpi non vennero mai trovati. Oggi, qualcuno sostiene che si trovino nell’area che fu l’orto dell’ospedale.DSC_0289
Un evento terribile, immotivato (resta tale nonostante si trattasse di una vendetta), che – duole dirlo – fu quasi subito dimenticato e quasi mai raccontato. Solo negli ultimi decenni è stata fatta chiarezza.
Un evento di dolore perpetrato in un luogo che di dolore ne conosceva già abbastanza regolarmente. Dunque, se possibile, ancora più atroce.
Quella notte, quella tra il 12 e il 13 maggio 1945, questo manicomio (chiamiamolo pure col suo nome: solo dal 1978 si ha la decenza di chiamarlo ospedale psichiatrico) fu probabilmente il luogo più pieno di dolore di tutta Italia.DSC_0220

Negli anni ’60 l’OPN tornò tristemente famoso perchè molti infermieri denunciarono il direttore, accusato di utilizzare metodi psicologicamente violenti con i pazienti come con gli addetti ai lavori. Nel 1978, due anni dopo la morte del direttore, arrivò la legge Basaglia, che rivoluzionò la psichiatria e cancellò dagli OPN “metodi curativi” (se così vogliamo chiamarli, ma sarebbe meglio usare il termine torture) obsoleti e inumani. Ma i matti non avevano comunque un altro posto dove andare, e quindi alcuni padiglioni rimasero funzionanti fino all’inizio degli anni ’90. Un centinaio gli ospiti. Ma torniamo indietro di qualche anno.

Nel 1971 Martino uscì dal manicomio. Non di sua spontanea volontà (non si poteva), ma nemmeno per volontà degli ”amati” parenti. Lo fece uscire, dopo interminabili lotte burocratiche, il sindaco del paese in cui Martino viveva. L’accordo prevedeva che il sindaco si accollasse tutte le responsabilità delle azioni di Martino.

Quel sindaco era mio nonno, e ora, dopo aver visitato questo luogo, so che quella fu una delle cose più belle che fece in tutta la sua vita.DSC_0319

“Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole,
e la luce del giorno si divide la piazza tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,
e neppure la notte ti lascia da solo: gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro…

E sì, anche tu andresti a cercare le parole sicure per farti ascoltare:
per stupire mezz’ora basta un libro di storia, io cercai di imparare la Treccani a memoria,
e dopo maiale, Majakowsky, malfatto, continuarono gli altri fino a leggermi matto.

E senza sapere a chi dovessi la vita in un manicomio io l’ho restituita:
qui sulla collina dormo malvolentieri eppure c’è luce ormai nei miei pensieri,
qui nella penombra ora invento parole ma rimpiango una luce, la luce del sole.

Le mie ossa regalano ancora alla vita: le regalano ancora erba fiorita.
Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina;
di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia: una morte pietosa lo strappò alla pazzia.”

Fabrizio De Andrè, Un Matto (Dietro ogni scemo c’è un villaggio), 1971DSC_0274

Thanks to Elis, Francy, Marco

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UNA TIPICA AZIENDA AGRICOLA VERCELLESE

VIAGGIO AL PAESE FANTASMA DI VETTIGNE’

Testi e fotografie di Riccardo PomaDSC_0168

E’ da qualche anno che ci giriamo intorno, raccontandovi posti lì vicini come il piccolo cimitero abbandonato, il Maialetto e quella costruzione che appare nell’articolo L’isola (per la cronaca, le nostre sono le uniche ed ultime foto scattate a quel posto: “l’isola” è stata abbattuta per far spazio, indovinate un po’, ad altre risaie). Ora, finalmente, siamo arrivati al dunque, ovvero alla piccola frazione di Vettignè, comune di Santhià, un vero e proprio piccolo paese (una volta era addirittura comune dipendente, con Chiesa, scuole, osteria, botteghe) costruito in the middle of nowhere, che dalle nostre parti si traduce con “in mezzo alle risaie”.

DSC_0211La storia. Intorno all’anno mille vennero edificati i primi edifici, esattamente dove ora vediamo la chiesetta e lo stabile principale. Perchè proprio li? Le risaie non c’erano ancora, dunque perché costruire edifici nel bel mezzo del nulla? Perchè quelle prime, antiche mura furono edificate sul crocicchio tra due trafficatissime “vie” di comunicazione, la via Svizzera e la via Francigena. Il nome Vettignè deriva proprio da Vectigal, il dazio che si pagava per ottenere il diritto di passaggio dal borgo. Grazie a questo stratagemma, gli abitanti di Vettignè si arricchirono velocemente, e nel XV secolo il borgo venne ampliato: dietro il nucleo originario fu edificato un lussuoso castello, con tanto di torre a pianta circolare di ragguardevole altezza. Intorno al 1500, causa aumento demografico, vennero costruiti i due bracci laterali, che chiusero queste prime strutture a formare uno spazioso cortile. Infine, con l’avvento delle colture risicole (1700 circa), Vettignè divenne una vera e propria azienda agricola. Che, vista la dimensione degli ampliamenti, era probabilmente tra le più floride della zona: partendo dal nucleo originario, infatti, sui lati vennero edificati una serie importante di nuovi edifici atti ad ospitare la manovalanza necessaria per gestire tutta quella terra. Il già spazioso borgo di Vettignè, dunque, divenne una cascina grandissima, un piccolo paesino autonomo (fu comune tra il 1700 e il 1800) dall’enorme cortile, ancora oggi tra i pochissimi interamente “cintato”.
Il castello appartene a lungo ai Vialardi di Verrone, per poi passare ai Dal Pozzo e infine al ramo Savoia-Aosta.

La leggenda. Secondo una leggenda che ancora oggi molti considerano veritiera, il piccolo Borgo di Vettignè diede i natali al perfido capitano di ventura Bonifacio “Facino” Cane (1360 – 1412), crudele mercenario che terrorizzò l’Italia settentrionale tra il XIV e il XV secolo. Al soldo di Teodoro II del Monferrato, che gli affiancò – si dice – ben 400 cavalieri, tra il 1391 e il 1397 Facino Cane invase e saccheggiò gran parte del Piemonte, lasciandosi dietro un’impressionante scia di sangue e violenza. Gli unici borghi risparmiati dalla sua furia furono Santhià e Vettignè, cosa che indusse molti a pensare che qui egli fosse venuto al mondo. Altre fonti sostengono che Cane fosse nato a Casale Monferrato, ma ancora oggi sono molte le voci fuori dal coro.

Tempi (più o meno) recenti. Nonostante appartengano ad epoche più recenti, anche gli edifici posti fuori dalle mura conservano un grande interesse. Dietro le mura posteriori c’è ancora il bellissimo mulino, attraversato dal canale e perfettamente conservato con i suoi ingranaggi e le sue ruote. Vicino, un edificio risalente agli anni ’30 – ’40 (a svelarne la data di costruzione è l’architettura, molto “fascista”) che ospitò refettorio (piano terra) e dormitorio (primo piano) per le mondine di stanza a Vettignè. Ancora conservati sono i bagni, le docce, i lavabi e una piccola fontana ancora attiva. Altra testimonianza degli influssi fascisti sull’agricoltura locale è la ancora visibile, enorme scritta su uno dei muri esterni, che riporta il celebre motto “è l’aratro che lascia il solco, è la spada che lo difende”. Più antichi sono invece la chiesa, risalente al 1742 (costruita perché quella del borgo era diventata piccola per tutti quegli abitanti), e il piccolo cimitero, databile intorno al 1800 e costruito distante dalle abitazioni per ovvi motivi.

Oggi. A partire dal 1960 – col boom economico, la corsa alla fabbrica e alla città, l’avvento di nuovi metodi agricoli – il piccolo borgo di Vettignè cominciò pian piano a spopolarsi. Gli ultimi abitanti fecero i bagagli all’inizio degli anni ’80, nonostante alcuni edifici (la scuola, l’osteria) fossero ancora regolarmente funzionanti. Dal 1998 la parte principale del borgo è in mano alla gentilissima e volenterosa Enrica, che ha ristrutturato parti del complesso e, dal 2006, le ha adibite a grazioso Bed and breakfast. Tuttavia, rimettere in sesto Vettignè nella sua interezza è operazione assai costosa e difficilmente sostenibile da privati. Come se non bastasse, l’ala verso Santhià è stata in tempi recenti divelta da una potentissima tromba d’aria, mentre parte della vecchia casa padronale, uno degli edifici più antichi del complesso, è crollata sotto il peso dei suoi secoli. Le vecchie abitazioni, le stalle, il castello, la chiesa, stanno tornando polvere a causa degli anni e della poderosa natura che, priva di interventi umani, si sta riprendendo le terre che le appartennero.
Un gran peccato, perchè Vettignè resta un luogo magico e unico, un glorioso esempio dell’antica economia agricola vercellese. Non è difficile immaginarsi quell’immenso cortile ancora popolato: bambini che corrono, mucche che pascolano, i vecchi che se la raccontano, le donne che passeggiano coi neonati, gli uomini che scaricano carri trainati da buoi e si godono il meritato riposo dentro l’osteria. Come in una vera e propria città. Come in una comunità, di quelle che da tempo non siamo più in grado di creare.

NOTA: un immenso grazie a Enrica, per la sua disponibilità e per averci fatto scoprire questo angolo di paradiso. Un paradiso iscritto ai Luoghi del Cuore, quindi, in cambio della storia che vi ha e che vi abbiamo raccontato, regalategli il vostro voto.

Una rarissima cartolina di Vettignè, datata 1948. A destra, si può vedere la parte medievale oggi crollata.

Una rarissima cartolina di Vettignè, datata 1948. A destra, si può vedere la parte medievale oggi crollata.

Thanks to Franci

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IL LAGO PREISTORICO E LA VECCHIA FERRAGLIA

Testi e fotografie di Riccardo Poma
DSC_0120Situato vicino ad un lago ben più vasto, il lago di Viverone, il piccolo lago di B. è un bacino intermorenico generatosi grazie ai movimenti dell’antico ghiacciaio Balteo.
Sul fondo del laghetto vennero rinvenute due antiche piroghe “monossili”, ovvero costruite partendo da un unico fusto. La prima, databile 250 d.C, venne recuperata nel 1912, l’altra, risalente nientemeno che al al 1450 a.C., nel 1982. L”importanza “storica” di questo villaggio fu confermata anche dal ritrovamento dei resti di un piccolo villaggio risalente alla tarda età del bronzo (850-900 a.C.).
Facciamo ora un rapidissimo balzo in avanti per arrivare agli anni ’50, anni in cui l’ENEL comprò i terreni del laghetto e vi costruì una piccola centrale elettrica che funzionava per caduta: attraverso alcune chiuse metalliche (sono 4, e sono loro a rendere questo lago così affascinante), azionate attraverso robuste catene, l’acqua del lago scendeva verso il vicino (e più “basso”) lago di Viverone. Così facendo, l’acqua muoveva alcune pale che generavano elettricità. Questo spiega la presenza dei numerosissimi tralicci intorno al bacino, elementi che danno a questo incantevole scorcio un aspetto decisamente irreale.

[cliccando su una foto parte lo slideshow]

Negli anni ’70 l’ENEL terminò la sua attività, ma chiuse e tralicci rimasero al loro posto. L’acqua e il ferro, il lago preistorico e la vecchia ferraglia. Insomma, il risultato di queste somme non può che essere la ruggine. Un paradosso che si può trovare soltanto a B.

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Thanks to: Elis

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