Padania, Texas

Testi e fotografie Riccardo Poma

Trattori.
Corna.
Un mulino.
Dietro il mulino, una fabbrica che fuma.
Una mietitrebbia.
Un vecchio canale d’irrigazione.
Le vacche.
Una roulotte.
Benvenuti in Padania, periferia sud del Texas.
Il Texas non è uno stato, è uno stato mentale, diceva John Steinbeck.
Si potrebbe dire la stessa cosa a Salvini, e a Bossi prima di lui.
La Padania non è uno stato, è uno stato mentale.

Cambia soltanto il senso: la Padania non è uno stato perché, obbiettivamente NON è uno stato; è uno stato mentale perché, obbiettivamente, esiste SOLO nella mente di quelli che mettono l’acqua del Po nelle ampolle e vincono le elezioni sulla pelle (rigorosamente nera) degli altri.
Che amarezza. John Steinbeck e Matteo Salvini nella stessa frase.
Ma come Padania sempre più di destra, anche Texas sempre più di destra.
Come Padania capitale del lavoro ma ora poco lavoro, anche Texas capitale del lavoro ma ora poco lavoro.
Come Padania per Salvini, Texas per Trump.
Molto abbandono. Auto a morire nei prati, diceva Guccini.
In Texas c’è la pena di morte, nella Padania no, ma se uccidi un nero mentre sei nella Padania sarà stato sicuramente perché ti provocava – insomma, il cattivo era sicuramente lui.
In Texas due criminali giustiziati su tre sono di colore.
Nella Padania due criminali su tre di quelli raccontati dai giornali sono di colore.
In Texas è assolutamente illegale il matrimonio gay, nella Padania è legale ma qualche sindaco dice “non lo farò! La famiglia è quella tradizionale!”, mentre su Facebook qualcuno scrive “sarò all’antica, ma che schifo questi froci”.

In Texas c’è nato Joe R. Lansdale, il mio scrittore preferito, che è democratico. E vive ancora lì.
Nella Padania ci sono nato io, che sono di sinistra. E vivo ancora qui.

Non che io voglia fare accostamenti eh. Solo una domanda.
Ce la faremo?

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LAST NIGHT A DJ SAVED MY LIFE

Testi e fotografia Riccardo Poma

Eccolo qua, uno dei luoghi simbolo della nostra pianura padana. Uno di quei locali nati come balere (anni ’60, inizio ’70), diventati Dancing (rigorosamente pronunciato DENCIN – con la C pronunciata C) e alla fine vissuti e defunti sotto il nome di discoteche o discopub. Sono luoghi antropologicamente interessanti perché sono il simbolo del divertimento di almeno tre generazioni: la mia, quella dei miei genitori, quella dei miei nonni. Abbiamo solcato le stesse piste, pur con scenografie e musiche differenti a seconda delle mode. Hanno iniziato i nonni, lei con la gonna lunga fin sotto il ginocchio, lui con la müda; poi è stato il turno di mamma e babbo, lei con la minigonna e la giacca con le spalle imbottite, lui con la camicia sbottonata e le braghe a zampa; alla fine siamo arrivati noi, pantalone aderente, scarpa da pugile, maglietta Lonsdale e cappellino all’insù, meglio se consumato, mini mini mini gonna, mega mega mega scollatura, e via.

Non importa se di giorno, a scuola o al lavoro, ti qualificavi come punk, metallaro, rapper, gabber, tecno folle, quando arrivavi qui la divisa era quella. Al Caravel i nonni ballavano Romagna mia e Piemontesina bella, qualche lento di Gianni Morandi e qualche perla di Raul Casadei; al Planet i genitori stavano su Anna Oxa, il cobra non è un serpente, Disco Inferno e gli Abba. Fuori mio padre ascoltava Guccini, De Andrè, Bertoli; mia madre i Pink Floyd, i Dire Straits, i Police. Dentro al Planet tutto quell’impegno e quella tecnica non esistevano, aspettavano tranquilli in macchina, non si avvicinavano nemmeno all’entrata. Infine, al Cinecittà ballavamo gli Eiffel 65, Molella, DJ Ross e chissà quale altro nome improponibile che ho rimosso, oggi, che sono acculturato e ascolto gli Arctic Monkeys, Ed Sheeran, Bruce Springsteen e Johnny Cash. Eppure, alzi la mano chi non ricorda con piacere una di quelle serate ignoranti in cui, anche noi “alternativi”, si andava a fare i truzzoni con l’intento di vedere qualche bella figliola mai vista (o anche già vista: semplicemente lì la vedevamo vestita diversa e, soprattutto, con diverso atteggiamento).

Poi siamo cresciuti, la passione è svanita, e tutti questi locali sembrano aver chiuso quando la nostra generazione ha smesso di andarci. Hanno chiuso tutti più o meno negli stessi anni, come potete vedere QUI. Chissà perché. Forse siamo diventati troppo seri, forse abbiamo troppe cose a cui pensare (cercarci un lavoro, sopravvivere), il fatto è che le serate ignoranti non si fanno più.

Ad imperitura memoria rimangono solo queste architetture bizzare, cartapestose, decaduti monumenti al divertimento in una zona in cui c’è più poco da divertirsi. Ci passiamo davanti con un pizzico di nostalgia, ripensando a quelle notti in cui un dìgei salvava la nostra life. Come fanno i nostri genitori, i nostri nonni. Dal boom alla crisi, una testimonianza di come sia cambiata la musica, la moda, il concetto di divertimento.

E di come siamo cambiati noi.

Thanks to Nic

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LA VILLA DELL’OROLOGIO (O DEL GRANDE FRATELLO)

Testi e fotografie Riccardo Poma

Prima di costruire la villa, il padrone costruì la fabbrica.
Altrimenti che razza di padrone sarebbe stato? Padrone di cosa, più che altro.
Dopo aver costruito la fabbrica, il padrone passò alla villa.
Con un righello immaginario tirò una riga dritta che dal cortile della fabbrica raggiungeva la sommità della collina che la sovrastava e lì, da quella posizione perfetta per osservare qualunque cosa accadese sotto, cominciò a costurire la villa.
Il padrone non era una cattiva persona, anzi. Attorno alla fabbrica edificò palazzine, scuole, circoli ricreativi, strutture sanitarie, tutto pensato per gli operai e le loro famiglie. Un villaggio di capanne divenne un vero e proprio paese con tutte le carte in regola.
Era chiaro però che tutta quella roba andava costantemente controllata, e la sommità di quella collina era il posto migliore per farlo. Il grande fratello vi guarda, ricordatelo sempre.

La villa fu progettata a pianta rettangolare, ma su tre lati vantava un favoloso porticato rifinito con gusto. Cantina, piano terra, primo piano e sottotetto. Sulla facciata della villa il padrone mise un gigantesco orologio, simbolo del potere più ambito di tutti: il potere di controllare il tempo. Cari operai, io non solo scandisco il vostro tempo attraverso i turni della fabbrica, bensì addirittura lo possiedo, mi appartiene. In effetti il padrone possedeva anche il tempo libero dei suoi operai: edificando il villaggio operaio attorno alla fabbrica, si era garantito la completa fedeltà dei suoi sottoposti, che avendo tutto a disposizione non avevano mai bisogno di lasciare il paese. Sopra l’orologio si possono ancora vedere tre campane, magari utilizzate per scandire i turni degli operai giù alla fabbrica (un’idea molto poetica ma raramente veritiera: in linea d’aria la fabbrica non è così vicina. Magari, semplicemente, le campane scandivano le ore come un campanile.
All’interno non c’erano stanze affrescate, ma tappezzeria e moquette rivelano comunque lo sfarzo in cui si viveva all’interno. Caminetti, rifiniture di pregio, marchingegni nuovi ma non nuovissimi, una stanza in cui un mobile con gli specchi grosso come una parete nasconde una porticina che conduce a un piccolo bagno. Dalla terrazza è ancora ben visibile la fabbrica, ora silenziosa. Con un po’ di fantasia non è difficile immaginarsi il padrone, lì affacciato, intento ad osservare la sua creatura fumante. Una scaletta traballante porta al sottotetto, nel quale si può ancora scorgere il retro dell’orologio e il meccanismo che lo faceva funzionare (ma anche i comandi per regolarlo, mica si poteva andare sul tetto ad ogni cambio ora). L’esterno ci regala un enorme parco, un parco giochi (se qualcuno sa cosa possono essere quei dodici cippi quadrati ce lo faccia sapere), un pozzo ancora provvisto di carrucola per il secchio, diversi utensili, una fontana. Per i più romantici, una pietra a forma di cuore. Ma il ritrovamento più inaspettato è lei, la grande vasca.

Sotto il giardino – con un po’ di fatica – si può vedere una gigantesca vasca coperta ancora piena d’acqua. Era una sorta di vasca anti-incendio studiata per salvare la fabbrica da eventuali fiamme. Come funzionava? Semplice. Su quella stessa linea dritta di cui parlavamo prima – anzi, sotto di essa – venne costruita una conduttura che dalla vasca raggiungeva la fabbrica. In caso di incidenti, l’acqua sarebbe stata fatta scendere verso la piana e, con l’ausilio di pompe mobili, sarebbe giunta direttamente in fabbrica.

Un’invenzione di un certo rilievo, anche se non risulta che venne mai utilizzata. Sopra quel tubo, di nuovo sulla linea dritta, il padrone fece costruire una scalinata che dalla fabbrica portava direttamente alla fabbrica. Era la strada – ripidissima – che gli operai dovevano fare nel caso fossero stati convocati direttamente dalla dirigenza. Insomma, dal cancello i lavoratori mica passavano. E perché avrebbero dovuto? Non avevano le carrozze prima, né le automobili poi. Una scaletta ripida andava benissimo.

Questa villa custodisce così tante particolarità che questo articolo avrebbe potuto chiamarsi in moltissimi modi: la villa del padrone, la villa della vasca sotterranea, la villa dei dodici cippi, la villa dell’armadio nascondi-bagno. Tuttavia, nonostante la vasta scelta, ci è sembrato che la villa dell’orologio fosse quello più azzeccato. La parentesi ci ricorda solo il perché di quella posizione.
E se vi capita di passarci accanto, bè, occhio: il grande fratello, forse, è ancora li che vi osserva.

Thanks to M & V

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LA VILLA DEI VENTI

Testi e fotografie Riccardo Poma

Nascosta in un antico, suggestivo borgo, la Villa dei Venti venne edificata negli ultimi anni dell’800 da un magnate dell’olio d’oliva che voleva una casa vacanze per la famiglia. Si tratta di un edificio molto particolare a livello architettonico: le forme liberty della facciata incontrano le suggestioni medievali dello scalone che svetta nel parco, i mosaici in stile bizantino (il tetto del pozzo, la pavimentazione della piscina) sono inseriti in un cortile da villa di mare (con tanto di palme).

I colori della facciata originaria sono svaniti sotto l’intonaco di un recente restauro strutturale, ma l’aspetto monumentale della villa è ancora ben visibile (se volete farvi un’idea delle dimensioni, scorrete fino all’ultima foto di questo post, in cui potete fare un paragone con la figura umana).

La prima stanza che vale la pena di essere raccontata è la cucina/sala da pranzo, restaurata in tempi recenti e dotata di uno strano camino in cui due commensali possono romanticamente prendere posto e cenare accanto (forse dentro?) al fuoco.

Altra stanza notevole è quella che poteva essere il soggiorno, luminosa e altissima ed sovrastata da un soffitto a cassettoni semplicemente magnifico. Subito dopo un altro capolavoro, uno spazio affrescato (e che affreschi!) davvero notevole. Proseguendo ci si ritrova nella stanza delle casseforti, un luogo che ci piace chiamare così perché…è piena di casseforti! In merito alla presenza di questi oggetti – che sembrano presi da un negozio più che da una casa privata – non sappiamo assolutamente cosa dire, ma il ritrovamento si inserisce di diritto nella categoria “cose assurde che potete trovare dentro le ville abbandonate”.

Il primo piano riserva parecchie sorprese, prima fra tutte un bellissimo affresco sul soffitto che segnala la presenza di un segnavento sul tetto. Un segnavento preciso e bellissimo che ancora funziona, che a distanza di tutti questi anni ancora sa dire agli occupanti (se mai ve ne fossero) quale vento sta soffiando fuori da quelle pareti. Proseguendo si arriva ad una serie di stanze meno fortunata di quelle del piano terra (strano, di solito è il contrario) in cui tutto – o quasi, e la posizione della villa non la mettiamo proprio per proteggere quel “quasi” – è stato portato via.

Chiamatela come volete – villa dell’olio, villa dei venti, villa della piscina: l’unica cosa certa è che lo sfarzo, qui da noi nel biellese, era di casa. Anzi, di villa. E in fin dei conti fotografare quello sfarzo prima che crolli sotto il peso dei suoi stessi anni è l’unico modo che abbiamo per ricordarcelo. E ricordarci che siamo stati grandi. Per davvero.

Thanks to Lori, Elis, Ele.

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THE LION’S MANOR – LA VILLA DEL LEONE

Testi e fotografie di Riccardo Poma

dsc_0234Non capita tutti i giorni di entrare in un posto come questo.
Di ville molto belle ce ne sono tante, certo, ma quante di queste ville hanno così tante storie da raccontare? La Villa del Leone è un luogo magico, più unico che raro proprio perché zeppo di cose interessanti da raccontare e, ovviamente, fotografare.
La prima volta che ci siamo entrati siamo stati dentro circa tre ore, e non abbiamo visto tutto.
La seconda volta ci siamo concentrati su ciò che non avevamo visto la prima, e abbiamo scoperto cose molto, molto interessanti.
La villa fu fatta edificare a inizio secolo da un industriale della zona che fu anche camicia nera e Consigliere Nazionale del fascismo. Il 18 maggio del 1939 il Duce visitò la frazione e, probabilmente, la villa. La villa ha conosciuto il suo splendore nella prima metà del novecento, salvo poi decadere progressivamente a partire dagli anni del dopoguerra (l’imprenditore morì nel 1960). Un amico nato nel ’61 dice che ci andava da ragazzo, e che era già messa maluccio. Facendo due calcoli, è abbandonata da almeno una sessantina di anni.
L’unico accesso possibile alla villa è passando dalle cucine, proprio come in Quei bravi ragazzi (non l’avete capita? Male, molto male, ma vi offriamo la possibilità di salvarvi dal pubblico ludibrio guardando qui). Vi si trovano ancora dei piani cottura + forni d’una certa imponenza, sovrastati da una cappa anche lei d’una certa imponenza.
Dalle cucine si passa senza accorgersene ad un edificio strano, che scopriamo essere la cappella.
Cominciano dunque le scoperte sensazionali.

SCOPERTA 1
LA CAPPELLA PRIVATA SEMBRA PIÙ UNA CHIESA
Non è la prima villa in cui troviamo una cappella privata, ma questa più che una cappella, è praticamente una mini-chiesa. Per darvi un’idea, è più grande di questo vuoto a perdere QUI, che è una chiesa a tutti gli effetti. Colpisce la qualità delle decorazioni, colpisce soprattutto la bellezza della cupola (si, cupola, avete letto bene), affrescata in stile bizantino con magnifiche tinte blu e oro.

Tornando indietro verso le cucine, superando un portone, ci si ritrova in un meraviglioso corridoio pieno di bassorilievi e nicchie che un tempo dovevano ospitare le statue dei santi della zona. A metà del corridoio, si entra in uno stanzone con un bellissimo soffitto in legno che poteva essere o il salotto o la sala da pranzo. Arrivati alla fine del corridoio, si è assaliti da un tripudio di bellezza ed eleganza.

SCOPERTA 2
LO SCALONE CENTRALE NON È UNO SCALONE QUALUNQUE
In ogni villa che si rispetti deve esserci uno scalone. Se manca, la villa perde qualche punto.
È lo scalone riservato ai nobili, ben diverso da quello di legno, stretto e angusto e spesso poco e male illuminato, su cui faceva avanti e indietro la servitù. Lo scalone di questa villa è qualcosa di incredibile. Annunciato da quattro colonne con altrettanti capitelli, è una sorta di monumento al marmo e al ferro battuto, una roba che presa da sola peserà come il Titanic, sovrastata da un soffitto che riprende i bassorilievi visti lungo il corridoio. Il signor B., che l’aveva fatta costruire, doveva essere un po’ fissato con l’architettura romana (aspettate di vedere il fuori!), o forse era imprenditore così potente da sentirsi una sorta di Giulio Cesare delle valli piemontesi.

Salendo si arriva al primo piano, la zona notte dei nobili. La camera padronale è vuotissima e non è affrescata (strano, molto strano), ma il bagno della camera padronale merita qualche parola (e qualche scatto).

SCOPERTA 3
LE STANZE (SOPRATTUTTO I BAGNI) SONO PIENE DI AMENITÀ
Il bagno della camera padronale è l’apoteosi della superficie lucida, pieno di piastrelle quadrate di pregio e con dei sanitari che paiono appena passati con qualche prodotto lucidante di oggi. Dal suddetto bagno si entra in una stanza in cui svetta una vecchia cassaforte, sventrata in ogni modo possibile e immaginabile. Attraversiamo una stanza senza pavimento (rubato, ovvio), e finiamo in un ennesimo bagno, forse meno bello del precedente ma egualmente interessante, se non altro per la disposizione dei DUE gabinetti, uno in faccia all’altro (“l’hai fatta tutta caro?”, “certo, e tu?”), e le “istruzioni per l’uso” lasciate a pennarello da qualche buontempone con una pessima mira. Salendo ancora si arriva alle stanze della servitù, povere, spoglie, non decorate ma dotate di una vista particolarmente poetica. Siamo su in alto, ora torniamo giù, nel molto basso.

SCOPERTA 4
LE CANTINE OSPITANO COSE INTERESSANTI
Abbiamo fatto tre piani di scale e siamo finiti molto in basso, ma non è cambiata la qualità dei ritrovamenti. La grande cantina, ancora piena di lavatoi e accessori un po’ più moderni, ospita cosine deliziose come una vecchia stufa e – udite udite – il motore dell’ascensore. Eh già, perché questa villa aveva pure l’ascensore. Così, tanto per. Risaliamo, e usciamo a rivedere le stelle.

SCOPERTA 5
ANCHE IL GIARDINO OSPITA COSE INTERESSANTI
Si vede ancora, anche se totalmente invasa dalla vegetazione, la struttura che circondava una fontana a pianta rettangolare grande circa 4 metri per 10 (le dimensioni sono più quelle di una piscina), sul cui bordo c’erano quattro statue che generosamente spruzzavano l’acqua. Tra la fontana e la facciata c’era una bellissima pavimentazione di pietre disposte a mosaico, quasi totalmente coperta dalla vegetazione. Sembra finita, ma basta dirigersi verso la parte frontale della casa, costruita come la facciata di un tempio romano, per accorgersi che le sorprese continuano.

SCOPERTA 6
NEL GIARDINO C’È UNA FONTANA CON QUATTRO RAGAZZINI AGGRAPPATI AD UN CAVALLO-SIRENA, IN CEMENTO E A GRANDEZZA NATURALE
Nei pressi della facciata principale, ecco la fontana n° 2, rievocazione scultorea di qualcosa di molto mitologico: alcuni ragazzetti ignudi sembrano dare del filo da torcere ad un povero cavallo con la coda di una sirena. Quello che colpisce è che sia il cavallo che i ragazzetti sono scolpiti a grandezza naturale, e dunque la testa del cavallo è a più di due metri d’altezza.
Dalla fontana parte un viale alberato che conduce a una panchina in pietra, sovrastata da un albero che ha avvinghiato la struttura che circonda la panchina e che ospitava un lampione.
Immaginatevela, miss Del Leone, un caldo pomeriggio di luglio del 1932, intenta a leggere un libro nel suo parco, sotto il suo alberello rampicante, sopra la sua panchina in pietra, sotto la luce di un lampione. I vicini, contadini o operai, non avevano nemmeno la luce in casa.
Lei se l’era fatta portare in giardino, ad almeno un centinaio di metri dall’abitazione.
Il nostro primo giro finì qui, intorno a questa stranissima panchina.

Qualche tempo dopo, girovagando per mercatini, mi imbattei in una vecchissima cartolina che ritraeva la villa e la comperai. La guardai con attenzione. Riconobbi l’imponente facciata principale, era lei per forza di cose. Ma che diavolo era quella gigantesca fontana con un leone ringhiante dentro? Il suddetto imprenditore/fascista/proprietario della villa, di nome, si chiamava  proprio Leone, ed ecco spiegato il perchè di quel leone ringhiante. Ma dove diavolo era oggi, e soprattutto, perchè io non lo avevo visto? Continuavo a ripetermi cose come
– se ci fosse stata l’avresti vista
– se non l’hai vista è perché l’hanno abbattuta
– è un inganno prospettico: si trova al di fuori dei confini della villa
– dove diavolo era quella scalinata che la sovrasta? Come ho potuto non vedere manco quella?
Tentati di convincermi che la fontana non c’era, andata per sempre.
Ma continuavo a pensarci.
Si doveva tornare a cercare.
Aspettai che arrivasse l’autunno e che le foglie cadessero, chiamai di nuovo i miei due compagni di viaggio e tornai alla villa.
La stagione era cambiata, ma la situazione fogliame non era migliorata. A parte un dettaglio, qualcosa che l’altra volta ci era completamente sfuggito: la scalinata c’era, se ne vedeva l’inizio, circa un metro e mezzo due. Poi, si perdeva tra i rovi e le foglie. Sarebbe bastato percorrerla fino in cima, guardare giù e cercare il leone. Ma senza machete era davvero un’impresa impossibile.
Provammo a fare il giro lungo. Un’idea azzeccata (trovammo un’altra fontana e una panchina in pietra – ma quante cavolo di fontane c’erano in quella foresta?), ma che non ci portò al leone.
Anche questa volta stavamo per andarcene, poi uno dei miei compagni di ventura, con lo sguardo di un novello Indiana Jones, mi guardò e mi disse:
– Non vorremmo mica tornarci una terza volta?
In effetti, pensai, oramai siamo qui. Per la seconda volta.
Ora, preferirei evitare di raccontare la sensazione di un reticolo di rovi appuntiti che vi entra nella pelle, vi strappa i pantaloni, vi riga la fronte.
Ma la cosa funzionò.
La modalità “aggressiva” diede i suoi frutti.
Ci ritrovammo alla fine dello scalone, sulla parte piana.
E guardammo giù.

SCOPERTA 5
C’È UNA FONTANA ENORME CON DENTRO UN LEONE A GRANDEZZA NATURALE, TOTALMENTE INGHIOTTITA DALLE PIANTE
Quanti anni era che nessuno osservava quell’opera d’arte? Chi, passando nelle stanze di quella villa, aveva mai potuto anche solo immaginare cosa potesse esserci nascosto sotto quel mare di foglie e rovi che vedeva dal balcone della facciata?
Ci calammo e ci ritrovammo davanti a quella cosa così incredibile e assurda. E davvero molto , molto imponente. È difficile raccontare le dimensioni di qualcosa se non hai un metro di giudizio. Decisi di farlo io, il metro, lasciando il mio compagno a scattare.
Sono quella cosina in alto a sinistra, col berretto e la faccia assorta.
Mi sentivo Neil Armstrong. O quel tale che aprì la tomba di Tutankamon. O Indiana Jones che prende in mano il sacro Graal.
E invece, nel mio piccolo, ero proprio io. Wow.
Missione compiuta.
Potevamo chiamare questo reportage la villa della magica scala, oppure la villa dei bagni d’oro, oppure la villa delle cento fontane. Ma nessuna di queste cose, pur bellissime e assolutamente da raccontare, ci ha fatto sudare come questo maledetto leone.
Ecco perché è lui il protagonista di questa storia.

962_001Le due cartoline: una mostra la facciata della villa e l’altra la fontana977_001

Thanks to Carlo, Rocco, Fra.

Un ringraziamento particolare a Fabio di piemontefantasma per le preziose informazioni storiche.

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LA SOLITA VILLA BIELLESE

Testi e fotografie di Riccardo Poma
2-1Ma che poi, alla fine, eravamo davvero così ricchi una volta?
Terra di imprenditori, chiaro, ma per costruire delle case così bisognava essere qualcosa di più che un imprenditore con una piccola o media officina nella Valle di Mosso. O sul Cervo. O sul Sessera.
Qua bisognava essere quantomeno o imprenditori di officine mooolto grandi, oppure direttamente nobili che avevano ereditato il villone da qualche parente parente pure di Vittorio Emanuele e della regina Margherita. E va bè, sto biellese è diventato così tanto una terra di ville abbandonate che quasi ci si annoia a entrare. Ecco il resoconto della nostra ultima, noiosissima visita in una – ennesima, solita, vecchia – villa biellese.

Allora, diamo un’occhiata.

L’architettura è decisamente particolare, va detto. E a guardarla bene, nemmeno così tipicamente biellese. La villa doveva essere di un giallo forte, rifinito dal rosso che circondava le finestre. Ora è tutto piuttosto sbiadito, ma non è difficile immaginarsi il tripudio cromatico che fu.

1

Entrando ci si ritrova davanti al solito scalone di marmo di Carrara, di quelli che si vedono nei castelli dei re delle fiabe, con la corda come corrimano, che porta alle solite stanze affrescate in maniera impeccabile. La cosa poco solita è che la maggior parte degli affreschi della stanza principale ritrae scorci noti del territorio, ovvero, una pregiata raccolta di cartoline del biellese degli anni ’20. Nella maggior parte delle stanze la tappezzeria si è scollata, mostrando il fondo che, un tempo, si faceva coi giornali (molti giornali sovrapposti appiattivano la ruvidezza dei muri antichi e permettevano di posare la tappezzeria o la carta da parati senza pieghe). Alcuni di questi giornali sono particolarmente vecchiotti. E poi camini in marmo, un inquietante baldacchino rosso, alcuni utensili d’uso comune (si distinguono una caffettiera e una grattugia).

Salendo si arriva al solito sottotetto. Ciò che non è solito è il fatto che, ovunque, vi siano scatole di macchine da scrivere Olivetti. I proprietari avevano la passione per la scrittura? O magari il capo famiglia era un rappresentante di macchine da scrivere? Come spesso accade in questi casi, l’unica cosa certa è che
a) non c’è nulla di certo
b) se c’erano delle macchine da scrivere le hanno fregate tutte

Passiamo ai soliti ritrovamenti bizzarri, ovvero quelle cose che per un attimo ti fanno pensare: “ehi, ma cosa diavolo ci fa qui questa roba? E soprattutto, perchè?”. Si comincia con una bella croce di ferro alta un metro e mezzo, si passa a bizzare decorazioni a forma di testa di cavallo e infine, non sazi, si arriva ad una povera statua priva di testa, braccia e divisa in due, appoggiata a un muro come qualcuno che aspetta il bus. Come sempre, non mancano le perle (si fa per dire) lasciate dai fotografi (lasciate solo impronte, prendete solo emozioni, si certo, intanto però sposta quella sedia sotto la finesta che viene più figo). Ve ne mostriamo almeno due:
a) sedia “sognante” vicino alla finestra con scarpe di donna posizionate dove un eventuale fantasma seduto metterebbe i piedi;
b) ali di piume nere sintetiche indossabili che fanno subito 666/Constantine/Satanismo new age.

Passiamo al fuori, con il solito parco grosso come un paese. Oltre a delle presumibili cantine belle come delle chiese, il parco ospita un angolo relax (se la pianta fosse caduta un metro più in là bye bye angolino da ricchi) e una gigantesca fontana con tanto di caverna, ponticello e statue ebeti (scusate la bassezza, ma non vi sembra che il tizio nella foto abbia una faccia un pò troppo goduta? Il motivo sarà quella foglia – quella sulle parti intime – stranamente all’insù invece che canonicamente all’ingiù?).

Questo è quanto.
Mah.
Sempre la solita villa, insomma.
Oh Dio, magari proprio solita solita no.
Oh Dio, magari non è che ci si annoia proprio in posti come questi.
Oh Dio, non è che sono proprio così tutte uguali, ‘ste ville biellesi.
Oh Dio, non è che perchè ci sono entrati già tutti i fotografi del mondo a te ti fa schifo farle le foto.
Va bè.
Stai a vedere che forse non è stata proprio così una noia questa villa.
Pur restando (solo) un’altra villa biellese. Solo?

PS: il tono scherzoso di questo articolo ci è stato ispirato dalla frase di un fotografo urbano che, vedendo le foto che avete appena visto, disse annoiato: “bella, bella, ma è la solita villa biellese”.

Thanks to Ema, Fra, Nic.

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CHIUSO PER ALLUVIONE

Testi di Riccardo Poma
Fotografie di Riccardo Poma e Marco Rocco Destro

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Diario del Franco, operaio di Valle Mosso

Sabato 2/11/1968 – ore 20.38
Stasera, con la Maria e i ragazzi – il Giacomo, che a dicembre ne fa tre, e il Pietro, che ne ha fatti dodici ad Agosto – abbiamo mangiato un po’ più tardi del solito. Verso le sei ho fatto un salto dal macellaio, qua sotto casa, ho preso quattro bistecche (è sabato o no?) e le ho portate su. La Maria non aveva ancora messo su pentole né niente, al che le chiedo cosa capita. Anche perché di solito alle sei e mezza si mangia. Mi dice Franco, c’ho paura. Qua dicono che arriva l’alluvione. Gli dico di star tranquilla, che siamo al primo piano e qua tanto non arriva, ma lei mi dice che è dal pomeriggio che sente dei tuoni, come di temporale, ma si capisce che sono qualcos’altro. Le dico che giù dal macellaio ho trovato il Peru Murél, che abbiam parlato proprio di quello, e che lui, che arriva da Ponzone, ha visto che i tuoni sono le frane che continuano a venir giù sulle strade di Trivero e di Mosso. Cerco di tranquilizzarla, ma oh, son mica tranquillo neanche io. Son dei giorni che piove come Dio la manda, va anche bene basta. Guardo fuori dalla finestra, i tombini che sputano acqua in continuazione, i bordi delle vie tutti pieni d’acqua e con dei rivoli… Fa paura! Oggi ho fatto un salto verso su, e i fiumi non è che mi sono piaciuti tanto. Sembra che l’acqua si sta mangiando tutti i bordi, e dicono che è per quello che i torrenti si ingrossano e diventan pericolosi. Basta che la pianta di mangiare, perché la fabbrica dove lavoro è proprio costruita sullo Strona, e sai mai che si mangia anche il sotto e lunedì vado a lavorare e mi trovo coi piedi a bagno. Vabbè, il tempo mica lo possiamo controllare. ‘Nduma dormi, che l’è mej.

Domenica 3/11/1968 – ore 02.44
Quando mi sveglio non capisco bene cosa mi ha svegliato. Ma appena aprò gli occhi mi accorgo che qualcosa non va. Sento quel rumore di fiume che sento in fabbrica quando vado ai telai, che son proprio costruiti nella parte che da sull’acqua… Ma son mica in fabbrica penso. Son nel mio letto, ed è pure sabato. La Maria sente che mi sono alzato e si mette seduta anche lei, la vedo che presta l’orecchio. Il rumore d’acqua è proprio forte, ma non si sente mica solo quello: qualcuno sta anche urlando, e sento come rumore di ferro che batte o si accartoccia o qualcosa di simile. Faccio per accender la luce, ma la luce mica si accende. Ecco dico, sta a vedere che è saltato tutto, per colpa di sto tempo… ‘Spetta un po’, fammi vedere se per strada è accesa la pubblica, così se manca dappertutto non scendo neanche fino al contatore. Mi avvicino alla finestra, la apro. Mi viene un attimo male: il rumore di prima è forte, ma forte davvero. Apro anche le persiane e lì mi sento male davvero, quasi svengo sul balcone. La luce pubblica non c’è, è tutto buio, ma sono sicuro di quello che c’ho davanti: davanti a me, come se fossi su una barca, vedo un fiume d’acqua che passa a sfiorare il balcone. Sento le goccioline che sbattono sul cemento armato e mi cadono sui piedi. Guardo verso il lanificio, a fondo strada, e vedo la sagoma della fabbrica. L’acqua che sbatte sulla passerella, e la passerella c’ha qualcosa incastrato. Cerco di guardare meglio. Sto male per la terza volta. È una macchina.

Domenica 3/11/1968 – ore 06.11
Finalmente è arrivato il giorno. Non mi son quasi più mosso, da stanotte alla tre. La Maria è rimasta con me, sul balcone, tutto il tempo. Abbiamo sentito la gente urlare, il rumore delle case che si sgretolavano, i tuoni dei ponti che cedevano e delle frane. I matoch non si son neanche svegliati, fa un po’ te. Il fiume di stanotte, quello che mi passava davanti a casa, si è abbassato a vista d’occhio fino a rimanere alto un cinquanta, sessanta centimenti. Non è più acqua. È solo fango, tutto pieno di detriti. Qualcuno capisco cos’è – macchine, un furgone, un telaio portato via chissà da quale fabbrica (magari la mia) – qualcuno vedo la forma ma non riesco a capire. Qualche persona con gli stivali cominicia a girare per le strade, qualcuno piange. Ma nessuno urla più. Mi vesto, metto gli stivali, do un basìn alla Maria, scendo anche io. Per strada non si capisce più niente. È tutto un fango, da un muro a un altro muro. Non ci sono più giardini, parcheggi, niente, solo fango. Mi sembra un sogno. Ma non per quello che vedo: per quello che NON vedo. Mi sembra di essermi svegliato in un altro posto. Questo paese non è Vallemosso. Non c’è più niente di quello che c’era a Vallemosso.

Martedì 5/11/1968 – ore 10.00
Tutti – militari, operai, cittadini – lavorano per pulire e togliere il fango rimasto. In questi due giorni hanno trovato della gente, dei corpi. Una decina. Qualcuno non lo trovano perché l’acqua l’ha portato via. Non si lavora. Oggi sono andato alla fabbrica. E la fabbrica dalla strada non sembra messa male. Poi mi sposto, guardo dal fiume… ne manca metà.

Martedì 19/11/1968 – ore 07.00
Sono passati quindici giorni. Pensa te, anche il telegiornale ha parlato di Vallemosso. 12 morti, solo qua. Dicono che in tutto siamo sulla sessantina. 250 almeno le case distrutte, 100 le fabbriche, 350 le piccole attività artigianali, 400 le attività commerciali. Una valle di lavoratori in cui le fabbriche sono tutte o inagibili (quando va bene) o sparite, distrutte del tutto. Come cavolo facciamo adesso? Oggi sono andato di nuovo alla fabbrica. Che tristezza. Il padrone ha messo un cartello. “Chiuso per alluvione”.

Mercoledì 2/11/2016 – ore 9.35
Oggi è l’anniversario. 48 anni. Io oramai di anni ce ne ho 82, ma mi ricordo tutto bene, oh se me lo ricordo bene. Oggi il Sehmir, il bocia egiziano che il Giacomo mi ha messo come badante, mi ha portato a vedere la mia vecchia fabbrica. Ha spinto la sedia fino su là, che bravo ragazzo. Gli ho raccontato cos’era capitato. Gli ho detto che la fabbrica, la mia, chiusa per alluvione, non ha proprio mai riaperto. 48 anni che è chiusa, che è lì, a metà, senza un pezzo. Che roba. Io sono stato a casa qualche mese, nel 1968. Poi sono andato verso Cossato, a lavorare nelle fabbriche che il fiume non aveva portato via. Ho lavorato alla Tinval fino al 1992, l’anno in cui ha chiuso. Ogni tanto però penso ancora a quella notte, e a questa fabbrica chiusa da così tanto. Penso a cosa ci han detto: che la causa di tutto eravamo noi. Non noi, gli operai di Vallemosso, noi, gli uomini in generale. A forza di costruire attorno al fiume, di fiume ne era rimasto sempre meno, e alla fine l’acqua da qualche parte doveva pur passare. Se siete abituati a dormire in due nel letto a due piazze, e vi ritrovate a dormire sempre in due ma in un letto a una piazza, è chiaro che prima o poi qualcuno finisce per terra. Qui da noi l’acqua, senza il suo letto a due piazze, non è finita per terra ma è uscita sulle strade. E invece che smetterla, continuiamo. Non qui, qua ormai abbiamo imparato, e poi in realtà non che ci sia più molto da costruire intorno ai fiumi, se tanto non c’è più lavoro. Dico in giro per il mondo, come a Genova, in cui lì dal letto a due piazze sono passati pian piano alla brandina, e ogni volta che piove c’è da aver paura. Io paura non ne ho più, ma ne ho avuta davvero tanta, quella notte. Me lo ricordo, e spero che se lo ricordino tutti, quando gli verrà – perché gli verrà! – l’idea di costruire di nuovo dove è meglio di no.
Dovessero dimenticarsi, che vangano qua. Non c’è promemoria migliore della mia vecchia fabbrica, ancora oggi chiusa per alluvione.

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NOTA: La storia di Franco, pur basandosi su testimonianze reali e fornendo informazioni veritiere, è totalmente inventata.

La fabbrica raccontata in questo articolo immortalata domenica 3/11/68, la mattina dopo il passaggio dell'alluvione (cortesia di Angelo Giovinazzo)

La fabbrica raccontata in questo articolo immortalata domenica 3/11/68, la mattina dopo il passaggio dell’alluvione (cortesia di Angelo Giovinazzo)

Thanks to Carlo, Rocco
Grazie in particolare ad Angelo Giovinazzo per aver concesso la fotografia. Il lavoro di Angelo lo potete trovare su http://www.trivero-italy.com/

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