LA SOLITA VILLA BIELLESE

Testi e fotografie di Riccardo Poma
2-1Ma che poi, alla fine, eravamo davvero così ricchi una volta?
Terra di imprenditori, chiaro, ma per costruire delle case così bisognava essere qualcosa di più che un imprenditore con una piccola o media officina nella Valle di Mosso. O sul Cervo. O sul Sessera.
Qua bisognava essere quantomeno o imprenditori di officine mooolto grandi, oppure direttamente nobili che avevano ereditato il villone da qualche parente parente pure di Vittorio Emanuele e della regina Margherita. E va bè, sto biellese è diventato così tanto una terra di ville abbandonate che quasi ci si annoia a entrare. Ecco il resoconto della nostra ultima, noiosissima visita in una – ennesima, solita, vecchia – villa biellese.

Allora, diamo un’occhiata.

L’architettura è decisamente particolare, va detto. E a guardarla bene, nemmeno così tipicamente biellese. La villa doveva essere di un giallo forte, rifinito dal rosso che circondava le finestre. Ora è tutto piuttosto sbiadito, ma non è difficile immaginarsi il tripudio cromatico che fu.

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Entrando ci si ritrova davanti al solito scalone di marmo di Carrara, di quelli che si vedono nei castelli dei re delle fiabe, con la corda come corrimano, che porta alle solite stanze affrescate in maniera impeccabile. La cosa poco solita è che la maggior parte degli affreschi della stanza principale ritrae scorci noti del territorio, ovvero, una pregiata raccolta di cartoline del biellese degli anni ’20. Nella maggior parte delle stanze la tappezzeria si è scollata, mostrando il fondo che, un tempo, si faceva coi giornali (molti giornali sovrapposti appiattivano la ruvidezza dei muri antichi e permettevano di posare la tappezzeria o la carta da parati senza pieghe). Alcuni di questi giornali sono particolarmente vecchiotti. E poi camini in marmo, un inquietante baldacchino rosso, alcuni utensili d’uso comune (si distinguono una caffettiera e una grattugia).

Salendo si arriva al solito sottotetto. Ciò che non è solito è il fatto che, ovunque, vi siano scatole di macchine da scrivere Olivetti. I proprietari avevano la passione per la scrittura? O magari il capo famiglia era un rappresentante di macchine da scrivere? Come spesso accade in questi casi, l’unica cosa certa è che
a) non c’è nulla di certo
b) se c’erano delle macchine da scrivere le hanno fregate tutte

Passiamo ai soliti ritrovamenti bizzarri, ovvero quelle cose che per un attimo ti fanno pensare: “ehi, ma cosa diavolo ci fa qui questa roba? E soprattutto, perchè?”. Si comincia con una bella croce di ferro alta un metro e mezzo, si passa a bizzare decorazioni a forma di testa di cavallo e infine, non sazi, si arriva ad una povera statua priva di testa, braccia e divisa in due, appoggiata a un muro come qualcuno che aspetta il bus. Come sempre, non mancano le perle (si fa per dire) lasciate dai fotografi (lasciate solo impronte, prendete solo emozioni, si certo, intanto però sposta quella sedia sotto la finesta che viene più figo). Ve ne mostriamo almeno due:
a) sedia “sognante” vicino alla finestra con scarpe di donna posizionate dove un eventuale fantasma seduto metterebbe i piedi;
b) ali di piume nere sintetiche indossabili che fanno subito 666/Constantine/Satanismo new age.

Passiamo al fuori, con il solito parco grosso come un paese. Oltre a delle presumibili cantine belle come delle chiese, il parco ospita un angolo relax (se la pianta fosse caduta un metro più in là bye bye angolino da ricchi) e una gigantesca fontana con tanto di caverna, ponticello e statue ebeti (scusate la bassezza, ma non vi sembra che il tizio nella foto abbia una faccia un pò troppo goduta? Il motivo sarà quella foglia – quella sulle parti intime – stranamente all’insù invece che canonicamente all’ingiù?).

Questo è quanto.
Mah.
Sempre la solita villa, insomma.
Oh Dio, magari proprio solita solita no.
Oh Dio, magari non è che ci si annoia proprio in posti come questi.
Oh Dio, non è che sono proprio così tutte uguali, ‘ste ville biellesi.
Oh Dio, non è che perchè ci sono entrati già tutti i fotografi del mondo a te ti fa schifo farle le foto.
Va bè.
Stai a vedere che forse non è stata proprio così una noia questa villa.
Pur restando (solo) un’altra villa biellese. Solo?

PS: il tono scherzoso di questo articolo ci è stato ispirato dalla frase di un fotografo urbano che, vedendo le foto che avete appena visto, disse annoiato: “bella, bella, ma è la solita villa biellese”.

Thanks to Ema, Fra, Nic.

[Tutte le fotografie e i testi presenti in questo post sono tutelati dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotti altrove. Copyright Vuoti a perdere 2017]

CHIUSO PER ALLUVIONE

Testi di Riccardo Poma
Fotografie di Riccardo Poma e Marco Rocco Destro

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Diario del Franco, operaio di Valle Mosso

Sabato 2/11/1968 – ore 20.38
Stasera, con la Maria e i ragazzi – il Giacomo, che a dicembre ne fa tre, e il Pietro, che ne ha fatti dodici ad Agosto – abbiamo mangiato un po’ più tardi del solito. Verso le sei ho fatto un salto dal macellaio, qua sotto casa, ho preso quattro bistecche (è sabato o no?) e le ho portate su. La Maria non aveva ancora messo su pentole né niente, al che le chiedo cosa capita. Anche perché di solito alle sei e mezza si mangia. Mi dice Franco, c’ho paura. Qua dicono che arriva l’alluvione. Gli dico di star tranquilla, che siamo al primo piano e qua tanto non arriva, ma lei mi dice che è dal pomeriggio che sente dei tuoni, come di temporale, ma si capisce che sono qualcos’altro. Le dico che giù dal macellaio ho trovato il Peru Murél, che abbiam parlato proprio di quello, e che lui, che arriva da Ponzone, ha visto che i tuoni sono le frane che continuano a venir giù sulle strade di Trivero e di Mosso. Cerco di tranquilizzarla, ma oh, son mica tranquillo neanche io. Son dei giorni che piove come Dio la manda, va anche bene basta. Guardo fuori dalla finestra, i tombini che sputano acqua in continuazione, i bordi delle vie tutti pieni d’acqua e con dei rivoli… Fa paura! Oggi ho fatto un salto verso su, e i fiumi non è che mi sono piaciuti tanto. Sembra che l’acqua si sta mangiando tutti i bordi, e dicono che è per quello che i torrenti si ingrossano e diventan pericolosi. Basta che la pianta di mangiare, perché la fabbrica dove lavoro è proprio costruita sullo Strona, e sai mai che si mangia anche il sotto e lunedì vado a lavorare e mi trovo coi piedi a bagno. Vabbè, il tempo mica lo possiamo controllare. ‘Nduma dormi, che l’è mej.

Domenica 3/11/1968 – ore 02.44
Quando mi sveglio non capisco bene cosa mi ha svegliato. Ma appena aprò gli occhi mi accorgo che qualcosa non va. Sento quel rumore di fiume che sento in fabbrica quando vado ai telai, che son proprio costruiti nella parte che da sull’acqua… Ma son mica in fabbrica penso. Son nel mio letto, ed è pure sabato. La Maria sente che mi sono alzato e si mette seduta anche lei, la vedo che presta l’orecchio. Il rumore d’acqua è proprio forte, ma non si sente mica solo quello: qualcuno sta anche urlando, e sento come rumore di ferro che batte o si accartoccia o qualcosa di simile. Faccio per accender la luce, ma la luce mica si accende. Ecco dico, sta a vedere che è saltato tutto, per colpa di sto tempo… ‘Spetta un po’, fammi vedere se per strada è accesa la pubblica, così se manca dappertutto non scendo neanche fino al contatore. Mi avvicino alla finestra, la apro. Mi viene un attimo male: il rumore di prima è forte, ma forte davvero. Apro anche le persiane e lì mi sento male davvero, quasi svengo sul balcone. La luce pubblica non c’è, è tutto buio, ma sono sicuro di quello che c’ho davanti: davanti a me, come se fossi su una barca, vedo un fiume d’acqua che passa a sfiorare il balcone. Sento le goccioline che sbattono sul cemento armato e mi cadono sui piedi. Guardo verso il lanificio, a fondo strada, e vedo la sagoma della fabbrica. L’acqua che sbatte sulla passerella, e la passerella c’ha qualcosa incastrato. Cerco di guardare meglio. Sto male per la terza volta. È una macchina.

Domenica 3/11/1968 – ore 06.11
Finalmente è arrivato il giorno. Non mi son quasi più mosso, da stanotte alla tre. La Maria è rimasta con me, sul balcone, tutto il tempo. Abbiamo sentito la gente urlare, il rumore delle case che si sgretolavano, i tuoni dei ponti che cedevano e delle frane. I matoch non si son neanche svegliati, fa un po’ te. Il fiume di stanotte, quello che mi passava davanti a casa, si è abbassato a vista d’occhio fino a rimanere alto un cinquanta, sessanta centimenti. Non è più acqua. È solo fango, tutto pieno di detriti. Qualcuno capisco cos’è – macchine, un furgone, un telaio portato via chissà da quale fabbrica (magari la mia) – qualcuno vedo la forma ma non riesco a capire. Qualche persona con gli stivali cominicia a girare per le strade, qualcuno piange. Ma nessuno urla più. Mi vesto, metto gli stivali, do un basìn alla Maria, scendo anche io. Per strada non si capisce più niente. È tutto un fango, da un muro a un altro muro. Non ci sono più giardini, parcheggi, niente, solo fango. Mi sembra un sogno. Ma non per quello che vedo: per quello che NON vedo. Mi sembra di essermi svegliato in un altro posto. Questo paese non è Vallemosso. Non c’è più niente di quello che c’era a Vallemosso.

Martedì 5/11/1968 – ore 10.00
Tutti – militari, operai, cittadini – lavorano per pulire e togliere il fango rimasto. In questi due giorni hanno trovato della gente, dei corpi. Una decina. Qualcuno non lo trovano perché l’acqua l’ha portato via. Non si lavora. Oggi sono andato alla fabbrica. E la fabbrica dalla strada non sembra messa male. Poi mi sposto, guardo dal fiume… ne manca metà.

Martedì 19/11/1968 – ore 07.00
Sono passati quindici giorni. Pensa te, anche il telegiornale ha parlato di Vallemosso. 12 morti, solo qua. Dicono che in tutto siamo sulla sessantina. 250 almeno le case distrutte, 100 le fabbriche, 350 le piccole attività artigianali, 400 le attività commerciali. Una valle di lavoratori in cui le fabbriche sono tutte o inagibili (quando va bene) o sparite, distrutte del tutto. Come cavolo facciamo adesso? Oggi sono andato di nuovo alla fabbrica. Che tristezza. Il padrone ha messo un cartello. “Chiuso per alluvione”.

Mercoledì 2/11/2016 – ore 9.35
Oggi è l’anniversario. 48 anni. Io oramai di anni ce ne ho 82, ma mi ricordo tutto bene, oh se me lo ricordo bene. Oggi il Sehmir, il bocia egiziano che il Giacomo mi ha messo come badante, mi ha portato a vedere la mia vecchia fabbrica. Ha spinto la sedia fino su là, che bravo ragazzo. Gli ho raccontato cos’era capitato. Gli ho detto che la fabbrica, la mia, chiusa per alluvione, non ha proprio mai riaperto. 48 anni che è chiusa, che è lì, a metà, senza un pezzo. Che roba. Io sono stato a casa qualche mese, nel 1968. Poi sono andato verso Cossato, a lavorare nelle fabbriche che il fiume non aveva portato via. Ho lavorato alla Tinval fino al 1992, l’anno in cui ha chiuso. Ogni tanto però penso ancora a quella notte, e a questa fabbrica chiusa da così tanto. Penso a cosa ci han detto: che la causa di tutto eravamo noi. Non noi, gli operai di Vallemosso, noi, gli uomini in generale. A forza di costruire attorno al fiume, di fiume ne era rimasto sempre meno, e alla fine l’acqua da qualche parte doveva pur passare. Se siete abituati a dormire in due nel letto a due piazze, e vi ritrovate a dormire sempre in due ma in un letto a una piazza, è chiaro che prima o poi qualcuno finisce per terra. Qui da noi l’acqua, senza il suo letto a due piazze, non è finita per terra ma è uscita sulle strade. E invece che smetterla, continuiamo. Non qui, qua ormai abbiamo imparato, e poi in realtà non che ci sia più molto da costruire intorno ai fiumi, se tanto non c’è più lavoro. Dico in giro per il mondo, come a Genova, in cui lì dal letto a due piazze sono passati pian piano alla brandina, e ogni volta che piove c’è da aver paura. Io paura non ne ho più, ma ne ho avuta davvero tanta, quella notte. Me lo ricordo, e spero che se lo ricordino tutti, quando gli verrà – perché gli verrà! – l’idea di costruire di nuovo dove è meglio di no.
Dovessero dimenticarsi, che vangano qua. Non c’è promemoria migliore della mia vecchia fabbrica, ancora oggi chiusa per alluvione.

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NOTA: La storia di Franco, pur basandosi su testimonianze reali e fornendo informazioni veritiere, è totalmente inventata.

La fabbrica raccontata in questo articolo immortalata domenica 3/11/68, la mattina dopo il passaggio dell'alluvione (cortesia di Angelo Giovinazzo)

La fabbrica raccontata in questo articolo immortalata domenica 3/11/68, la mattina dopo il passaggio dell’alluvione (cortesia di Angelo Giovinazzo)

Thanks to Carlo, Rocco
Grazie in particolare ad Angelo Giovinazzo per aver concesso la fotografia. Il lavoro di Angelo lo potete trovare su http://www.trivero-italy.com/

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ISTANTANEE A PERDERE – DUE PAROLE ASPETTANDO LA MOSTRA

E SE ANDASSIMO IN GIRO CON UNA POLAROID?

Si sa, la Polaroid ha sempre il suo fascino. Ultimamente qualcuno l’ha riscoperta grazie alla nuova moda vintage (che consiste nel riutilizzare tutto ciò che è obsoleto presentandolo come molto figo – e quindi farlo diventare costoso).

Una delle cose più interessanti è che al formato quadrato delle polaroid ci siamo tornati davvero: anche oggi si scatta quadrato, solo che adesso usiamo cellulari che ci costano quanto uno stipendio. Inquadriamo, facciamo delle foto della madonna e poi… FILTRO!

Oh, bene. Una volta ti veniva il nervoso perché scattavi e veniva sbiadita, oggi ti rattristi perché la foto è troppo “normale” e la sbiadisci tu col filtro. La cosa più divertente è che quando ti va bene e scatti una foto decente sei costretto a scrivere #nofilter. Come se il filtro fosse la normalità e la foto “normale” (ma non sarebbe più corretto dire “realistica”?) una roba da pubblicare ogni tanto per cambiare un po’.

Non sappiamo più scrivere, ma siamo molto social.

Non abbiamo idea di cosa siano concetti astratti come ESPOSIZIONE, DIAFRAMMA, ISO, ma i costruttori di telefono ce li ficcano lo stesso nel menù, così possiamo bullarci e fare avanti e indietro con le freccette facendo foto un po’ più scure o un po’ più chiare. WOW.

Ora basta però, che sembriamo dei vecchi rompiscatole.

Dunque, per allinearci coi tempi del vintage (che se non lo fai non sei nessuno), ecco a voi una pregiata (si fa per dire) raccolta di scatti di Vuoti a Perdere con le foto convertite in polaroid.

Perché pure noi siamo alla moda, echeccavolo.

[Nulla di serio, speriamo che questo divertissement vi piaccia: io mi sono divertito a farlo]

Se rivolete il formato di sempre, non vi resta che venire domani all’inaugurazione della mostra, alle 19 a Miagliano.

Le foto lì sono tutte stampate, belle grosse. E sono esposte in una fabbrica abbandonata, tanto per dire.

Quindi, a domani.

Riccardo Poma

per info sulla mostra https://www.facebook.com/events/1623893497852678/

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LA CITTA’ (FANTASMA) DEL MOBILE

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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Biella, città della lana.
E fin qui, nulla da dire, lo sanno pure i sassi.
Ma Biella città del mobile? Questo lo sanno in pochi (soprattutto chi biellese non è), eppure è la verità. C’è stato un lustro – quello tra il 1980 e il 1985 – in cui il binomio Biella/lana è stato fugacemente accompagnato dal binomio Biella/mobili.
Il geometra Giorgio di Tollegno, pochi passi da Biella, era nato nel 1947. Nei ’70, grazie al padre, mobiliere artigiano, inizia ad interessarsi non tanto alla produzione quanto alla vendita di mobili. Nel giro di pochissimi anni, diciamo nel 1980, ha fondato un impero, l’impero Aiazzone (che porta ovviamente il suo nome). Come? Molto semplice. Aiazzone inventò la televendita così come la conosciamo. Dopo la collaborazione “locale” con Telebiella, prima emittente italiana a infrangere il monopolio RAI (esatto, ben prima di Silvio e i suoi tre canali), le televendite del mobilificio Aiazzone si spargono a macchia d’olio in tutta Italia.

DSC_0080Gli slogan e le trovate pubblcitarie potrebbero comporre un vero e proprio “libro della televendita made in Italy” (ridete, ridete, ma una volta tuttò ciò era davvero convincente): dal celebre motto “provare per credere” pronunciato fino alla nausea da Guido Angeli, testimonial numero uno dell’azienda, alla formula del “regalo senza obbligo d’acquisto”, da “spedizione gratis in tutta Italia” a “Aiazzone, la scelta più BIELLA del mondo”.
Fino alla canzoncina, cantata da un gruppo di bambini adoranti, che dice:
“Vieni in moto o in barella, ma vieni a Biella, ma vieni a Biella,
vieni a cena o colazione, vedrai, Aiazzone, ti piacerà”.
Se non ci credete, è tutto qui e qui (esatto, il secondo è tratto da Rete 4).
Il riferimento alla cena e alla colazione non è casuale: i clienti potevano raggiungere lo store di Biella e sedersi a tavola con gli architetti dell’azienda, che in clima amicale avrebbero spiegato loro la grandezza del mobile Aiazzone (è tutto vero). I punti vendita aprono in tutta Italia, il fatturato dell’azienda raggiunge i 60 miliardi di lire, il geometra si compra una villona liberty che vuole trasformare in istituto di credito per i suoi clienti.

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E ha un’idea che sulla carta appare lungimirante: la costruzione di un immenso spazio espositivo a pochi chilometri da Biella che simboleggi la potenza economica dell’azienda e divenga uno spazio unico in cui chiunque potrà visionare, testare ed infine acquistare il mobile biellese.
E così, a metà degli anni ’80, la gigantesca opera è praticamente pronta: 60 mila metri quadri di capannoni, 40mila di sotterranei/magazzini; 2 chilometri (CHILOMETRI!) di facciate/vetrine, zona soppalcata, uffici, addirittura un piccolo complesso di appartamenti. Un’opera enorme, costruita su quella strada Trossi che collega Biella alle autostrade e che un tempo era una delle vie del commercio piemontese. Dove prima c’erano prati, ora c’è la grandezza del marchio Aiazzone, che appare nell’architettura della parte superiore delle facciate con la celeberrima forma elittica bianca allungata (il cosiddetto “biscotto” Aiazzone). Se tutto va bene, intorno al 1985 si dovrebbe inaugurare.
Poi qualcosa cambia. Qualcuno ha da ridire sulla qualità dei mobili, molti piccoli artigiani della zona, impegnati a costruire i mobili Aiazzone, fanno causa al colosso perché sostengono di non esser stati pagati. Il geometra si ritrova alle strette, e la città del mobile, praticamente finita, viene messa in stand by.
Tra le passioni del geometra c’è quella del volo: ogni tanto, in compagnia di amici, parte dal piccolo aeroporto di Cerrione (a pochi passi dalla sua maxi opera) e va su a guardare le cose dall’alto.

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La mattina del 6 luglio 1986, forse per lasciarsi alle spalle i guai biellesi, il geometra decolla in compagnia di Clelia Allegretti, magistrato, e Giacomo Cravera Ramella, pilota per hobby che di mestiere fa staffe alla fonderia FOR. Vanno verso la Toscana. Quella stessa sera, nonostante una forte tempesta che sta frustando il nord Italia, il geometra decide comunque di tornare a Biella.
Nei pressi di Sartirana Lomellina, mille abitanti in provincia di Pavia, il piper viene colpito da un fulmine e si schianta al suolo. Tutti e tre gli occupanti del velivolo perdono la vita.
Biella piange uno dei suoi imprenditori più famosi ed intraprendenti.
Il 15 luglio, su Rete A, viene trasmessa un’orazione funebre di 80 minuti in cui Guido Angeli e Wanna Marchi (avete capito bene, proprio lei) esaltano le doti del geometra biellese. Giudicata eccessiva e piuttosto macabra, la trasmissione rappresenta un caso unico ed emblematico che ancora oggi viene analizzato dai sociologi e dagli storici che si occupano di televisione: durante il programma, le telecamere di Rete A inquadrano una sedia vuota irrorata da un fascio di luce quasi divina. Una vera e propria “televendita postuma”, (giustamente) criticata da tutti ma, in fin dei conti, perfettamente in linea con lo spirito Aiazzone, che aveva fatto della pubblicità (più che della qualità) un’arma per attirare le masse.

Nonostante il successo, è l’inizio della fine. Pian piano l’azienda cambia padroni, passa di mano in mano, arrivano i primi guai giudiziari. In pratica, su quell’aereo non perse la vita soltanto il geometra Giorgio: lì finì l’avventura dell’impero Aiazzone, che aveva tentato, nei selvaggi (a livello imprenditoriale almeno) anni ’80 di gridare al mondo che Biella non era soltanto lana e tessuto.
E così, La città del mobile, praticamente pronta ad aprire (ci sono addirittura già le note per i magazzinieri che monteranno i mobili) si ritrova destinata a diventare una città fantasma.

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LA SALA CONCERTI. All’inizio la proprietà fraziona il gigantesco immobile e lo affitta alle ditte più disparate (un’aspatura, altri piccoli mobilifici, ecc), poi, piano piano, la città del mobile si spopola. E oggi è soltanto un’ennesima incompiuta, uno scheletro di cemento che riecheggia la Biella che fu, un bianco pachiderma ancora solido (non ha nemmeno trent’anni) ma incredibilmente vuoto.
Si entra nello showroom, il capannone più grande, fatto a L e lungo 270 metri da un lato e 230 dall’altro. Fino a qualche anno fa c’erano ancora le vetrate, ora quelle rimaste sono adagiate al suolo come se fossero state spinte giù. I muri sono diventati papiri per i writer, che hanno dato un tocco di colore a ciò che non ce l’aveva. La vegetazione non ha ancora la forza per disintegrare il cemento prefabbricato dei pavimenti, ma non appena si passa al catrame o alla nuda terra ci si accorge che in poco tempo la vita è già notevolmente rigermogliata. Geometricamente, in modo ordinato e simmetrico, gli alberi crescono soltanto in quei quadratini di terra che forse erano destinati ad aiuole (certo non a boschi, cosa che ora sono diventati). Dei rampicanti, come meduse, entrano sinuosi e cominciano a lambire anche il cemento. A terra le foglie, che spinte dal vento (un capannone così grande e così aperto è praticamente sempre “ventoso”) formano arazzi elicoidali e, soprattutto, compongono un tessuto sonoro amplificato dall’architettura dell’edificio. Pare di essere a teatro.
Ma a terra anche tracce dell’impero Aiazzone, come giganteschi adesivi neri con scritte gialle che probabilmente avrebbero dovuto ornare le facciate dell’edificio.

[Per far partire gli slideshow, cliccare su una fotografia]

LA CITTA’ NELLA CITTA’. Si sale sulla parte soppalcata, quella che secondo il progetto avrebbe dovuto ospitare gli uffici. Ci sono gli uffici del boss, gli unici con le finestre ellittiche e circolari. Qui, per la prima volta, ci si accorge di quanta vita sia passata (e forse passa ancora) nell’immensa città del mobile Aiazzone: non solo tavoli e sedie (con tanto di avanzo di panino ammuffito, che vi risparmiamo), ma vere e proprie “cellule abitative” fatte di ondulux e lamiera, dipinte con bombolette che gentilmente chiedono ai visitatori di “non demolire”. Una vera e propria città nascosta, a pochi passi dalla città vera. Se dal soppalco si guarda sotto, dentro il capannone, la vista è quella che si potrebbe avere guardando un piccolo villaggio da un’altura. Testimonianze vive (il pezzo di carta con i punti delle carte, i resti dei falò) si alternano ad assurdi ritrovamenti (quante probabilità c’erano che trovassimo una fotocopia della carta d’identità di un tizio che conosciamo?), suggestioni immondiziali dall’aspetto inquietante (“è un uomo che dorme quello?”) convivono con inspiegabili stralci di antiquaritato (i sedili di un’Alfa sud). I sotterranei sono oramai irraggiungibili: la mancanza di strutture adeguate ha permesso all’acqua piovana di intrufolarsi in qualsiasi anfratto, al punto che oramai l’intero scantinato della struttura (40mila metri quadri!) è totalmente allagato e impossibile da visitare. Chissà quanto ci tempo ci vorrà affinchè l’acqua se ne vada.

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SESSO E PASTORIZIA. Alla L dello showroom si agganciano gli altri quattro padiglioni quadrati, un tempo collegati con tettoie ora scheletriche. Non è un mistero che spesso clienti e prostitute si rifugino in luoghi lontani da occhi indiscreti, e infatti questo luogo – non molto romantico a dir la verità, per questo abbiamo tirato in ballo le prostitute – è palesemente stato (o è ancora?) giaciglio invisibile per amplessi veloci e indolori (a meno che ci si tagli con i ferri arrugginiti o non si metta una mano su una siringa). Lo dimostrano preservativi, riviste porno, biancheria varia. Meno noto è che, fino a pochi anni fa, i capannoni fossero anche utilizzati da molti pastori per tenere le pecore al coperto. Una spedizione di qualche anno fa, constatava la quantità incredibile di escrementi ovini sul pavimento di uno dei capannoni. Insomma, pur non avendo mai davvero aperto i battenti, la città del mobile è stata per anni più popolata di molti locali biellesi il sabato sera: writer, homeless, pastori, pecore, clienti, prostitute, fotografi. Francesco, uno dei writer di cui sopra, ci ha raccontato di aver incontrato, durante le sue sedute artistiche, una colonia di quattro immigrati senza fissa dimora. Un altro, Giacomo, ci ha detto che si veniva giù addirittura da Milano (come se lì mancasse l’archeologia industriale) per spruzzare d’inchiostro i bianchi muri della città del mobile.

Sbagliato? Forse, ma in fin dei conti Giacomo e Francesco davano a quei muri uno scopo che mancava loro da tempo. Così come gli homeless e i pastori (scopo=dare riparo), le prostitute (scopo=dare riparo, anche se in un altro senso). Gli unici che gli hanno dato uno scopo sbagliato sono quelli che son venuti a scaricare l’immondizia. Ma per il resto, è davvero il caso di indignarsi?

La città del mobile è l’unico vuotoaperdere ad aver accolto più vita DOPO l’abbandono; anzi, è proprio dal momento dell’abbandono che ha cominciato a vivere. Di una (secondo il progetto) enorme, fastosa, brillante città restano solo i muri e i piloni, cemento, cemento e ancora cemento. Resta la sua enormità, che fa sentire l’uomo piccolo e solo. La sua cifra stilistica è la grandezza.

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Una grandezza “fisica” che doveva simboleggiarne un’altra, quella – economica – di un impero che (forse) troppo presto si è disgregato. E il cemento rimane lì, in attesa anch’esso di essere disgregato dall’erosione e dall’abbandono. Non restano che quelle ellissi bianche.
Resta, insomma, la “vetrina”, ma dentro non c’è praticamente nulla.
Una metafora azzeccata dei selvaggi anni ’80, in cui la confezione (il fuori) ha iniziato a contare molto più del prodotto (il dentro, che spesso “non c’era”). È lì che abbiamo perso di vista i valori, forse. Ricordiamocelo quando passiamo davanti a quel quarto di chilometro bianco e deserto.

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ATTENZIONE! Questo post non vuole essere in alcun modo polemico nei confronti della figura di Giorgio Aiazzone. Tutto ciò che vedete scritto in queste righe è di dominio pubblico. Evitiamo le discussioni, anche perché dal 1986 ad oggi ce ne sono state abbastanza.

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La città del mobile (in alto a sinistra) in una foto aerea del 1984 (foto di Pietro Minoli tratta dal libro “Visti dall’alto”, Eventi & Progetti editore, Biella, 2008).

Thanks to: Elis, Francy, Bro, Gigi, Ewa, Gabriella, Francesco, Giacomo.

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2014]

LA FABBRICA DEI COLORI

Testi e fotografie di Riccardo Poma1

Biella, il Cervo, un lanificio abbandonato: e così nacque il Biella Classic.
Tuttavia il Cervo non è l’unico fiume biellese ad aver ospitato sulle sue rive fabbriche di ogni sorta. Anzi. I fiumi biellesi circondati dalle fabbriche sono parecchi, e il fiume Strona è uno di questi.
È proprio sulle sponde dello Strona che nacque, più di cento anni fa, una delle realtà industriali più produttive del biellese, una roba da fare invidia alla tanto citata ghost town of wool di un post di qualche tempo fa. Questa è la storia di quella realtà.

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Questa è la storia della Tinval di Cossato, la fabbrica dei colori.

Cossato è la cittadina più grande della provincia di Biella. Così come il capoluogo è attraversato da un fiume, il Cervo, anche Cossato è attraversata da un fiume, un affluente del Cervo che si chiama torrente Strona. Ad inizio ‘900 la maggior parte delle fabbriche erano dei mulini: ovvio quindi che le costruissero vicine ai fiumi (in realtà poi si accorsero pure che così potevi scaricare qualunque cosa senza problemi, ma queste sono furberie venute dopo).

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Intorno al 1900, anno più, anno meno, un industriale costruisce una piccola fabbrica sullo Strona.
Il prodotto lavorato? La lana, ovviamente. Finita la guerra, intorno al 1945, il signor S. di Cossato acquista la fabbrica e progetta una cosa che ricorda molto le idee di un architetto che spesso citiamo, Giuseppe Pagano: l’idea del signor S. è quella di far diventare la fabbrica una piccola città, dotata di scuole, zone ricreative, centri di aggregazione. Una visione parecchio moderna, in cui l’uomo sta al centro e la fabbrica gli si plasma addosso. Cominciano i lavori. Il signor S. chiama la sua ditta TINVAL, ovvero Tintoria Industriale Vallestrona, decidendo non tanto di lavorare la lana quanto di colorarla. Arrivava bianca e se ne usciva colorata.

Ecco come nacque la fabbrica dei colori.

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24mila metri quadri, che diventeranno, negli anni di maggiore espansione, almeno il doppio. Insomma, tutta la parte nord di Cossato, quella che va verso Valle Mosso, diventa TINVAL.
Negli anni ’70 il signor S. lascia il posto al figlio, il signor E. Nel 1986 la Tinval conta più di 400 dipendenti, e il signor E. si rivela subito un imprenditore quantomeno controcorrente: va a cena coi suoi operai una volta alla settimana, fa volontariato e beneficenza nelle associazioni del paese, addirittura si candida alle elezioni con un sindaco comunista. Molti lo ricordano anche per la sua passione per gli animali. In che senso? Nel senso che, sui terreni della Tinval, negli anni ’80, vivono

a) 2 orsi marsicani
b) 2 dromedari
c) 1 yak
d) 1 emù
e) 1 daino

Un vero e proprio zoo, in cui i dromedari (si dice regalati da facoltosi clienti arabi) e gli altri animali vivevono liberi, in alcuni recinti presenti dietro la fabbrica. L’arca di Noè del tessile biellese procede a gonfie vele, almeno fino a metà degli anni ’80.

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Poi, inspiegabilmente, qualcosa inizia ad andare storto. Crack finanziari e denunce di inquinamento, soprattutto. Fatto sta che nel 1990 la TINVAL chiude i cancelli. Difficile individuare i veri colpevoli di quel pasticcio, ma di certo i cossatesi hanno le idee molto chiare su ciò che accade. Innanzitutto, sono certi che la colpa della chiusura non sia del signor E. che, anzi, viene ancora ricordato con affetto e commozione. No, secondo i cossatesi i colpevoli sono altri. Ma siccome costoro sono ancora tutti (o quasi) vivi e vegeti, mi limiterò a riassumere il pensiero dei cossatesi attraverso le parole del Giuanìn, 81 anni, ex operaio Tinval (andò in pensione nel 1989) che al bar mi dice:

“La Tinval ian ruinala i vari marchionne di turno e cumpagnia bela”

Qualcuno, secondo il Giuanìn, si arricchì parecchio con la TINVAL.

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A sentire i suoi amici e conoscenti, il signor E. non si riprese più da quel fallimento: non era solo il fallimento della Tinval, era il fallimento di un’idea di lavoro in qualche modo pura, trasparente, un’idea che il capitalismo selvaggio aveva irrimediabilmente sporcato ed infine annientato.
Quando, nel 1996, il signor E. decise di farla finita, furono in molti a pensare che quel gesto estremo fosse indissolubilmente legato alle sorti della tintoria.
La fabbrica dei colori era in pochi anni diventata la fabbrica del grigiore: chiusa, deserta, priva di vita. Un grigiore che sicuramente aveva investito anche il signor E., imprenditore buono, imprenditore “diverso” che amava il suo territorio e gli animali esotici.

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Nel 1999, l’ex area Tinval venne venduta all’asta. Alcuni capannoni – quelli “moderni”, edificati negli anni ’60 – furono subito affittati, altri solo recentemente hanno conosciuto una nuova vita: è il caso del padiglione anteriore, diventato un supermercato. Molti spazi, però, restano vuoti, specialmente quelli “della fabbrica vecchia”, adagiati sulle sponde dello Strona e costruiti con mattoni pieni, e non con dei – banali – muri prefabbricati di cemento armato.

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Dentro la fabbrica, al primo piano, è ancora presenta la macchina che fu centro nevralgico della produzione: al piano terra, la lana veniva divisa in matasse; poi, grazie ad un complesso sistema di nastri trasportatori, le matasse venivano spedite al piano superiore; qui, la lana veniva lavata e asciugata in un enorme riscaldatore (e dico enorme perché ci sto dentro in piedi). Gli operai dovevano solo assicurarsi che gli “appendini” non rimanessero mai privi di materia prima: lo “spostamento” della lana sul suo percorso prestabilito era del tutto automatico. La “macchina delle grucce” procedeva senza sosta.

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[cliccando sulle foto piccole parte lo slideshow]

Nei saloni vuoti l’acqua crea un tessuto sonoro grave ma accogliente. Si passa accanto a quella che fu la stanza adibita allo svago dei figli degli operai, l’unica dipinta con colori caldi; si scorge la scala a chiocciola che portava allo showroom nel sottotetto (guardate bene la foto, poi riparliamo di eventuale coraggio o eventuale codardia nel non salirla); si passa accanto alla centrale elettrica che dava energia a tutta la fabbrica; si giunge infine nel famoso showroom, sulla vetta, in cui i clienti più importanti venivano portati a osservare da vicino il prodotto (appena) finito.

E poi sale riunioni, scartoffie, macchin(ette o one?) del caffè, altre scale. E, alla fine, una spaziosa terrazza. Il posto in cui gli operai uscivano a fumare, a bere il caffè, a prendere un po’ d’aria. Forse, il posto in cui il signor E. veniva ad ammirare il suo regno, di notte, illuminato solo dalle luci di servizio. Poi si scende, si torna verso il basso. I silos che contenevano chissà cosa. Di nuovo quel muro cui, vuoi la vuotezza vuoi i vetri rotti, è facile vedere attraverso fino allo Strona, dietro.

E una donna manichino che ci guarda dalla finestra.

APPENDICE#1: A PIENO REGIME (1889 – 1989)

foto tratte dal libro “Quasi un racconto – Immagini dal tessile biellese“, 1989, ed. Tinval.
Fotografie di Dario Palma
eccetto quella a colori (estrapolata da una brochure della fabbrica) e la prima in B/N (archivio di Stato).

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APPENDICE#2: TINVAL IN B/N (la fabbrica dei colori in grigio)

Thanks to: Un immenso grazie ad Abramo, senza il quale questo post sarebbe rimasto soltanto nella mia testa. Per informazioni sui saloni “nuovi”, quelli affittabili, della Tinval, scrivete in privato. Grazie anche a Mariano.

 [Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2014]

SONDAGGIO 2014

Ecco a voi i risultati del sondaggio.
Non ci sono tutti, solo i primi cinque classificati. Tutti gli altri post si dividono il 24 % rimanente. Grazie a tutti coloro che hanno votato.

1) TU PROVA AD AVERE UN MONDO NEL CUORE 26 % https://vuotiaperdereblog.com/2014/10/18/tu-prova-ad-avere-un-mondo-nel-cuore/

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2) THE SOUND OF SILENCE 18 %
https://vuotiaperdereblog.com/2014/07/25/the-sound-of-silence/

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3) IL CASTELLO CLONTATO 16 %
https://vuotiaperdereblog.com/2014/04/08/il-castello-clonato/

5

4) LA CITTA’ FANTASMA DELLA LANA 11 %
https://vuotiaperdereblog.com/2013/11/05/la-citta-fantasma-della-lana/

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5) LO SCHELETRO CHE GUARDA LA VALLE 5 %
https://vuotiaperdereblog.com/2014/04/18/lo-scheletro-che-guarda-la-valle-parte-ii-back-to-oropa-bagni/

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TU PROVA AD AVERE UN MONDO NEL CUORE

VIAGGIO NEL MANICOMIO ABBANDONATO

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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 “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, per tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere che è poi quella di far diventare razionale l’irrazionale. Quando qualcuno è folle ed entra in manicomio smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato”.

Franco Basaglia, Che cos’é la Psichiatria, 1967DSC_0222

Questa è la storia di Martino.
Martino non si chiamava LMartino. Ma, come spesso, succede in casi come questi, i parenti dei matti si ricordano di loro solo quando gli si fa fare brutta figura. Quindi quest’uomo, in questo articolo, si chiamerà Martino.
Martino era nato nel 1937. Era un tipo strano. A dire la verità, non più strano di altri.
Martino era uno che se fosse nato oggi, probabilmente, tutti lo avrebbero definito un “artista”.
Ma se nascevi nel 1937 ed eri strano, anche soltanto un pochino, artista non era la definizione che ti affibbiavano. La diagnosi – medica o meno, vedete voi – era “matto”.
Martino parlava con gli uccelli. Scriveva poesie. Cantava canzoni. Non aveva nessun amico.
I suoi genitori volevano che andasse a lavorare nei campi, ma lui non voleva.
“Sfaticato”, gli diceva suo padre.
Ora, io non so come andarono davvero le cose, ma so che un giorno, intorno al 1970, Martino si arrabbiò con suo padre. Volò qualche parolaccia e forse anche qualche spintone.
Da quel giorno, i genitori di Martino stabilirono che era diventato un po’ troppo pericoloso.
Matto, e pericoloso. In giro non doveva più starci. E così, contro la sua volontà, lo spedirono in manicomio.DSC_0218

135.000 m², ovvero 450 metri per 300. Venti edifici, tutti (o quasi) uguali, perfettamente simmetrici, allineati, “ordinati”. Su quell’area, su quei 135mila metri di terra perfettamente coltivabile, vennero edificati nel 1937 questi venti edifici, che presero il nome di OPN, ospedale psichiatrico nazionale. Ogni provincia ne possedeva uno.DSC_0251
Perchè una volta i matti non si curavano. Si preferiva “isolarli”: lontani dagli occhi, lontani dal cuore. Per chi finiva in manicomio il mondo esterno, fuori da quei muri di cemento alti quattro metri, cessava di esistere. Diventava una cartolina sbiadita, un ricordo lontano, un rumore di fondo.
Ad un primo sguardo, gli oggetti presenti in manicomio sono identici agli oggetti che ci sono fuori.
Se li si guarda bene, però, ci si accorge che se ne differenziano per alcuni piccoli particolari.
La sedia a rotelle è una sedia a rotelle, ma la seduta ha un buco.
La vasca da bagno è una vasca da bagno, ma è costruita dentro una stanzetta e non ha muri intorno.
Il letto è un letto, ma alla rete sono saldati degli occhielli in cui far passare delle cinghie.
I termosifoni sono termosifoni, ma sono chiusi a chiave dentro delle griglie.
I vetri delle porte sembrano vetri, ma in realtà sono di plastica.

In questa micro comunità c’erano le cucine, le stanze, le sale “ricreative” (una per ogni padiglione), una chiesa, uffici amministrativi, reparti specializzati, ambulatori, un acquedotto, addirittura un teatro. Come fuori, ma dentro. I singoli reparti sono collegati tra loro attraverso quelli che un tempo dovevano essere dei floridi viali alberati. Chissà, forse davano una parvenza di libertà.
“Facciamo una passeggiata”.
Come fuori, insomma, ma dentro.

Ma sono molti i particolari che lasciano il segno.
Le porte degli orti privati, costruiti fuori le mura dai contadini della zona e probabilmente abusivi, sono fatte con le reti dei letti. Tanto, dentro, nessuno si offende più se qualcuno le porta via.DSC_0325
Ogni padiglione possiede un piano seminterrato raggiungibile soltanto dall’esterno (da dentro non si può scendere “di sotto”). Cosa accadeva lì sotto? Gli ottimisti dicono “magazzini e archivi”, i pessimisti (o, molto semplicemente, i razionali) sostengono che li sotto succedesse altro.

In ogni padiglione, montagne di cartelle cliniche e di nomi. Entrate, uscite, decessi. Tutto scritto su carta, tutto abbandonato in questo gigantesco archivio della follia italiana del novecento. DSC_0271
La sala d’attesa, il luogo in cui si attendeva di rivedere lo zio, il nonno, l’amico, è praticamente fuori dalle mura. I pazienti venivano portati qui, non erano i parenti a raggiungerli nelle loro stanze.
Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.DSC_0328
Lontano dalle urla di chi, solamente trent’anni fa (la legge Basaglia, anche se sembra incredibile, è del 1978), veniva “curato” con la barbara pratica dell’elettroshock, come racconta Alda Merini (che rimase chiusa in un posto come questo dal 1962 al 1972):

“La stanzetta degli elettroshock era una stanzetta quanto mai angusta e terribile; e più terribile ancora era l’anticamera, dove ci preparavano per il triste evento. Ci facevano una premorfina, e poi ci davano del curaro, perché gli arti non prendessero ad agitarsi in modo sproporzionato durante la scarica elettrica. L’attesa era angosciosa. Una volta arrivai a prendere la caposala per la gola, a nome di tutte le mie compagne. Il risultato fu che fui sottoposta all’elettroshock per prima, e senza anestesia preliminare, di modo che sentii ogni cosa. E ancora ne conservo l’atroce ricordo”
Queste mura trasudano dolore, e non è un luogo comune. (Già, questo luogo non è affatto un luogo comune).DSC_0295
Ogni oggetto, ogni stanza, ogni particolare ingegneristico o architettonico è studiato in modo che serva allo scopo. Quello di tenere la follia fuori dalla città. Infatti, nonostante oggi il centro abbia raggiunto la periferia, questa struttura fu edificata “fuori”, lontanissima dal centro, affinché le urla si esaurissero senza che la città potesse udirle.DSC_0264
Oggi si entra per vandalizzare, si entra per fotografare, si entra per poter dire “io ci sono entrato”.
Una volta si entrava soltanto per un motivo.
Ogni padiglione, escluse rare eccezioni (il cinema, la chiesa) è tristemente identico all’altro. Ogni bagno, ogni mensa, ogni dormitorio. Si capisce di essere entrati in un altro padiglione soltanto per il nome che, a fatica, ancora si può leggere nei pressi delle entrate.
Ma questo immenso ospedale psichiatrico non urla dolore soltanto per i suoi matti, isolati e “curati” con la corrente. Urla dolore anche perché tra queste mura ebbe luogo, nel 1945, uno degli episodi più bui della Resistenza italiana. Nella notte tra il 12 e il 13 maggio, quasi un mese dopo la fine della guerra, 51 prigionieri repubblichini vennero trucidati sommariamente da alcuni partigiani locali.
Il grosso dei prigionieri, in realtà, fu giustiziato poco vicino (i loro corpi furono gettati in un canale), ma il ricordo resta forte soprattutto in questo manicomio, sia per le terrificanti modalità esecutorie che per il fatto che questi corpi non vennero mai trovati. Oggi, qualcuno sostiene che si trovino nell’area che fu l’orto dell’ospedale.DSC_0289
Un evento terribile, immotivato (resta tale nonostante si trattasse di una vendetta), che – duole dirlo – fu quasi subito dimenticato e quasi mai raccontato. Solo negli ultimi decenni è stata fatta chiarezza.
Un evento di dolore perpetrato in un luogo che di dolore ne conosceva già abbastanza regolarmente. Dunque, se possibile, ancora più atroce.
Quella notte, quella tra il 12 e il 13 maggio 1945, questo manicomio (chiamiamolo pure col suo nome: solo dal 1978 si ha la decenza di chiamarlo ospedale psichiatrico) fu probabilmente il luogo più pieno di dolore di tutta Italia.DSC_0220

Negli anni ’60 l’OPN tornò tristemente famoso perchè molti infermieri denunciarono il direttore, accusato di utilizzare metodi psicologicamente violenti con i pazienti come con gli addetti ai lavori. Nel 1978, due anni dopo la morte del direttore, arrivò la legge Basaglia, che rivoluzionò la psichiatria e cancellò dagli OPN “metodi curativi” (se così vogliamo chiamarli, ma sarebbe meglio usare il termine torture) obsoleti e inumani. Ma i matti non avevano comunque un altro posto dove andare, e quindi alcuni padiglioni rimasero funzionanti fino all’inizio degli anni ’90. Un centinaio gli ospiti. Ma torniamo indietro di qualche anno.

Nel 1971 Martino uscì dal manicomio. Non di sua spontanea volontà (non si poteva), ma nemmeno per volontà degli ”amati” parenti. Lo fece uscire, dopo interminabili lotte burocratiche, il sindaco del paese in cui Martino viveva. L’accordo prevedeva che il sindaco si accollasse tutte le responsabilità delle azioni di Martino.

Quel sindaco era mio nonno, e ora, dopo aver visitato questo luogo, so che quella fu una delle cose più belle che fece in tutta la sua vita.DSC_0319

“Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole,
e la luce del giorno si divide la piazza tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,
e neppure la notte ti lascia da solo: gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro…

E sì, anche tu andresti a cercare le parole sicure per farti ascoltare:
per stupire mezz’ora basta un libro di storia, io cercai di imparare la Treccani a memoria,
e dopo maiale, Majakowsky, malfatto, continuarono gli altri fino a leggermi matto.

E senza sapere a chi dovessi la vita in un manicomio io l’ho restituita:
qui sulla collina dormo malvolentieri eppure c’è luce ormai nei miei pensieri,
qui nella penombra ora invento parole ma rimpiango una luce, la luce del sole.

Le mie ossa regalano ancora alla vita: le regalano ancora erba fiorita.
Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina;
di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia: una morte pietosa lo strappò alla pazzia.”

Fabrizio De Andrè, Un Matto (Dietro ogni scemo c’è un villaggio), 1971DSC_0274

Thanks to Elis, Francy, Marco

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