LUCEDIO E LO SPARTITO DEL DIAVOLO

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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LUCEDIO (VC). Il complesso abbaziale di Lucedio si trova sul territorio comunale di Trino, in provincia di Vercelli. Perso in un’immensa distesa di risaie, e distante pochi passi dalle imponenti torri della centrale termoelettrica Galileo Ferraris (nella foto sotto, una veduta delle torri scattata dall’ingresso dell’abbazia), il complesso venne fondato nel 1123 ad opera di alcuni monaci cistercensi. Per quanto riguarda i cenni prettamente storici (e per evitare di ripetere cose scritte in migliaia di altri siti), rimandiamo all’esaustiva pagina su Lucedio presente su Wikipedia. Al giorno d’oggi, comunque, il complesso è privato ma si può visitare consultando il sito ufficiale.

Il complesso possiede due edifici sacri: l’abbazia, denominata Santa Maria di Lucedio e recentemente restaurata, e la cosiddetta “chiesa del popolo”, costruita dinnanzi all’abbazia con uno stile decisamente più sobrio. L’abbazia originale (1150-1175 circa), pericolante e malmessa, fu abbattuta per lasciare il posto alla chiesa che vediamo oggi, datata 1770. Tuttavia, alcune tracce dell’antico monastero medievale sono ancora presenti: l’aula capitolare, l’inconsueto campanile a pianta ottagonale (edificato su una base quadrata in stile gotico lombardo), il refettorio con volte a vela. La “chiesa del popolo”, costruita nel 1741 per garantire anche alle famiglie contadine di Lucedio le funzioni sacre, è attribuita a Giovanni Tommaso Prunotto, allievo di Juvarra, ed è in stile tardo barocco.

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Leggende. Come in qualsiasi luogo sacro, per giunta isolato e con un nome tutto sommato strambo (Lucedio significa Luce di Dio, e a molti la cosa ricorda Lucifero, l’angelo di Dio più luminoso, nonché – nella mitologia romana – divinità della luce), Lucedio è stato spesso accompagnato da misteriose leggende che, ancora oggi, attirano turisti e curiosi. Nel 2008 la trasmissione televisiva americana Ghost Hunters[1] vi ha dedicato una puntata, mentre appena due anni dopo il complesso è apparso nientemeno che su Mistero, il programma sul paranormale ai tempi condotto da Marco Berry. La leggenda sostiene che Lucedio sia stato edificato sopra a un portale infernale. A sostegno (?) della tesi ci sarebbero alcuni particolari architettonici: il campanile dell’abbazia possiede una pianta ottagonale, fatto effettivamente anomalo per un edificio medievale ma non per forza riconducibile ad una presenza demoniaca; inoltre, la chiesa fu costruita a sud del complesso invece che a nord, posizione deprecabile in quanto essa non veniva in alcun modo riparata dai venti né tantomeno illuminata dal sole: tuttavia non possiamo sapere quale fosse la morfologia territoriale negli anni in cui venne edificata, ed è difficile parlare del diavolo solamente per un anomalo posizionamento.

Sempre secondo la leggenda, nella sala capitolare vi sarebbe una colonna “piangente”; molti testimoni confermano il fenomeno, molto meno inspiegabile di quanto sembrerebbe: la colonna è costruita in pietra assai porosa e, considerando la grande umidità del luogo e la conformazione del particolare architettonico (sopra di esso vi sono alcuni buchi nella pietra), non è difficile comprendere che si tratti semplicemente di infiltrazioni d’acqua dal piano superiore.

Un’altra leggenda parla di fantasmi nella nebbia (strano, la nebbia nel vercellese? Sulle risaie?), un’altra sostiene che nei sotterranei vi sia una sala segreta che contiene, ancora seduti in cerchio, i cadaveri mummificati dei monaci fondatori; c’è poi chi afferma che ogni qualvolta si parli di Lucedio qualcuno, immancabilmente, muoia (accadde ad un operaio che stava ristrutturando il complesso negli anni ’60).

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Gli unici fatti inquietanti comprovati sono due. Il primo si riferisce al ritrovamento di un cadavere murato vivo, durante alcuni lavori di restauro presso l’abbazia: gli operai sostennero che il poveretto avesse ancora i vestiti conservati, e che l’espressione sul suo volto fosse quella di qualcuno morto di stenti. Il secondo è quello del ritrovamento del cadavere carbonizzato di una giovane donna, secondo la leggenda arsa viva durante un rituale satanico. Questo fatto fu documentato da La sesia del 9 settembre 1949, ma i contorni della vicenda, pur sfortunati, non hanno nulla di demoniaco:

“In frazione Badia di Lucedio, nella notte tra il 5 e il 6 settembre, per cause non ancora accertate dall’autorità competente, una grave disgrazia ha causato la morte di una giovane di 22 anni (…). La ragazza morta in seguito all’incidente, stava tornando a casa col fratello dopo aver pescato le rane, quando si incontra con un certo Renzo Greppi di anni 25 che trasportava una tanica contenente 5 litri di benzina. Quest’ultimo si sarebbe poi appartato in uno scantinato con Romilda per pulire, con la benzina, una macchia sul vestito della fanciulla. Durante il travaso sarebbe caduta della benzina sul pavimento e i giovani, per cancellare le macchie, avrebbero acceso il liquido a terra con un fiammifero, procurato da un terzo giovane di nome Enzo Sala di anni 20. Ciò avrebbe incendiato il carburante sul vestito di Romilda provocandole ustioni dall’esito purtroppo letale”.

Certo lo svolgersi dei fatti è quantomeno strano, ma il tutto fa venire in mente ad un incontro piccante finito male piuttosto che ad un sacrificio in onore di Satana.

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Lo spartito del diavolo. Questa lunga introduzione sul complesso abbaziale di Lucedio – che vi abbiamo proposto un po’ per creare l’atmosfera, un po’ per informarvi sulla natura dei luoghi che abbiamo visitato – è in realtà solamente un prologo del post vero e proprio, che ha come argomento non tanto gli edifici monastici quanto la piccola chiesa del Santissimo Nome di Maria, conosciuta ai più come Madonna delle Vigne. Il piccolo Santuario sorge a pochi passi dal complesso abbaziale, su una collinetta che separa la frazione di Montarolo dalla spianata che accoglie Lucedio. Lo si può raggiungere comodamente prendendo il sentiero alberato che parte dietro il piccolo cimitero presente sulla strada. Cinque minuti di cammino nei boschi e ci si ritrova davanti alla chiesa: costruita nel XVII secolo dai monaci di Lucedio, a pianta ottagonale e alta circa 25 metri, è abbandonata e sconsacrata da una quindicina di anni.

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Il motivo del suo abbandono, al di là della posizione isolata, si può collegare alla leggenda dello “spartito del diavolo”, probabilmente la più caratteristica (e paurosa) che si possa sentire su Lucedio.

La leggenda narra che nel 1684, nel vicino cimitero, alcune streghe evocarono il demonio. Quando fu il momento di imprigionarlo nuovamente nell’Ade, qualcosa andò storto, e il diavolo si impossessò degli abati di Lucedio che, da quel momento, iniziarono una scorribanda di soprusi, stupri, omicidi, orrori di ogni tipo, perpetrati abusando del proprio potere religioso. La leggenda vuole che nel 1784, esattamente cento anni dopo l’evocazione, da Roma giunse a Lucedio un esorcista che, con grande sforzo, riuscì a rispedire il demonio all’inferno e a liberare gli abati. Come suggello all’incarcerazione del demone, venne composta una musica magica avente il potere di trattenere il diavolo qualora si fosse nuovamente manifestato. Tuttavia – e qui viene il bello – suonando il brano al contrario (da destra sinistra e dal basso verso l’alto) si otterrebbe l’effetto opposto, ovvero quello di evocare nuovamente il diavolo nel nostro mondo.

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La leggenda rimase nell’aria per parecchi anni, fino a quando, una quindicina di anni fa, l’archeologo Luigi Bavagnoli, fondatore del gruppo Teses, fece una sensazionale scoperta:

“Nel 1999 vagavo in zona scattando fotografie per documentare i monumenti di interesse artistico e culturale che, a mio avviso, erano a rischio, per sensibilizzarne il recupero e la valorizzazione. Fu così che mi ritrovai all’interno del vicino Santuario di Madonna delle Vigne, all’epoca abbandonato a se stesso, avvolto da rampicati e soggetto a poco salubri infiltrazioni di acqua piovana. Notai, sopra il portone di accesso, un affresco, che, tra le altre cose, rappresentava un organo a canne ed uno spartito. All’epoca non ero ancora a conoscenza della leggenda dello “Spartito del Diavolo”, fotografai il tutto e me ne dimenticai. Solo dopo aver raccolto diverse testimonianze in merito a questa leggenda mi posi il quesito. Che lo spartito che tanti curiosi, ricercatori e storici avevano cercato in forma cartacea, non fosse invece quello affrescato nel vicino santuario? Contattai quindi la dott.ssa Paola Briccarello, studiosa di musica antica e liturgica. Le affidai il compito di capire se quelle note potevano avere qualche legame con la leggenda. Dopo poco tempo mi fece sapere che quel pentagramma conteneva delle stranezze. Riporto alcuni concetti, rimandando i dettagli al suo studio. Tramite un sistema di sostituzione di note con le lettere, simile ad una cifratura, comparivano chiaramente tre parole: DIO, FEDE, ABBAZIA. Singolare e, oserei dire, non casuale. Inoltre mi spiegò che i tre accordi iniziali erano tipicamente accordi di chiusura, ovvero adoperati al termine, e non all’inizio, di un brano. Un po’ come se fosse stato dipinto al contrario.[2]

Al giorno d’oggi la Madonna delle vigne non versa in condizioni molto diverse rispetto a quando Bavagnoli la visitò nel 1999. Il sagrato come l’interno della chiesa sono cosparsi di macerie staccatesi dalle pareti, il che va presupporre che i crolli siano piuttosto frequenti. Le statue che un tempo ornavano la chiesa (nelle foto potete vedere le nicchie rimaste vuote) sono state trafugate da tempo, ma il resto rimane esattamente com’era: il piccolo altare con alle spalle un piccolo capitolo (dal soffitto assai suggestivo), la maestosa cupola ottagonale, un tempo affrescata, i capitelli e gli splendidi particolari architettonici (le arcate, le finestre, i lucernari), il “mitico” affresco sopra l’ingresso, rappresentante un organo a canne e “lo spartito del diavolo”. Sicuramente, come spesso tristemente accade in questi casi, la chiesa è stata colpita da numerosi atti vandalici, sottolineati dalle scritte sui muri (“Satan”) ma anche da un bizzaro ex voto visibile nei pressi dell’ingresso, che recita “per la chiesa delle vigne, perché torni a splendere”. Per ora, in realtà, nessuno pare intenzionato a far si che la Madonna delle vigne risplenda come un tempo. Il suo aspetto rimane assai lugubre e pauroso e, merito anche delle leggende che la accompagnano, resta una meta affascinante in grado di turbare anche i più coraggiosi. Suggestione? Sicuramente, ma Lucedio è uno dei pochi luoghi delle nostre terre in cui si può respirare davvero un’atmosfera misteriosa. E che, non fatichiamo a immaginarlo, di notte può facilmente tramutarsi in terrore.

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2013]

Thanks to Franci & Elis

FONTI:

http://www.principatodilucedio.it/index.html

http://it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_Santa_Maria_di_Lucedio

http://www.welovemercuri.com/files/IL_PRINCIPATO_DI_LUCEDIO-1.pdf

http://www.teses.net/news/lucedio-e-lo-spartito-del-diavolo/

http://blog.libero.it/n3raforma/3862433.html


[1] Si tratta di una serie americana uscita anche in Italia in cui un gruppo di investigatori del paranormale indaga di notte nei luoghi apparentemente infestati da fantasmi.

[2] Il testo riportato è tratto da un articolo di Luigi Bavagnoli, creatore del gruppo Teses, apparso sul sito dell’associazione al seguente indirizzo http://www.teses.net/news/lucedio-e-lo-spartito-del-diavolo/

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STAZIONI FANTASMA

Testi di Riccardo Poma, fotografie di Andrea Altellini e Riccardo Poma

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MASSERANO (BI). Su La stampa sera del 7 luglio 1983 c’è un articolo dal titolo “L’incredibile stazione fantasma, dove non parte e non arriva nessuno”. La stazione in questione è quella di Masserano, abbandonata a se stessa e cancellata dalle tratte ferroviarie (era sulla Biella– Novara) da almeno 15 anni. Al di là del tono ridanciano e insolente dell’articolo – che sostiene che la stazione si trovi nella “steppa”, che sia circondata da bisce e giganteschi ratti di fogna e che a Masserano si fanno le cose “alla carlona” – la posizione di questa stazione, prima privata e poi nazionale (dal 1960), è quantomeno surreale: l’edificio si trova infatti a ben 10 km dal centro abitato di Masserano, è costruita sul suolo di un altro comune (Castelletto Cervo) e, per giunta, in mezzo alle risaie. L’abitazione più vicina è a circa 3 km, e l’unico modo per arrivarvi è farsi a piedi la strada provinciale. Oppure passare dalla baraggia, come ci hanno raccontato i castellettesi più anziani, che sfruttavano la piccola stazione per dirigersi a scuola a Biella (si parla degli anni ’40). Alla luce di questo strambo posizionamento, non è difficile domandarsi come sia possibile che la stazione sia stata ben presto abbandonata: è troppo lontana dai centri abitati e, di conseguenza, i pendolari preferiscono dirigersi alla stazione di Cossato, che, paradossalmente, è più vicina al centro abitato di Masserano rispetto a quella di Masserano. La usavano i castellettesi, certo, ma il fatto che per raggiungerla si dovessero fare tutti quei km presto stancò anche loro. Oggi l’edificio è quasi totalmente divorato dalla fauna, invisibile dalla provinciale e distinguibile velocemente (ma si deve prestare molta attenzione) se si è seduti sul treno.

A causa del ritrovamento di alcuni murales e di parecchie siringhe, all’inizio degli anni ’90 gli ingressi della stazione furono letteralmente murati. La cosa incredibile, surreale, è che nessuno portò fuori il materiale ancora presente dentro la stazione, e così non fu raro, negli anni successivi alla muratura, che passando davanti alla stazione si vedessero documenti cartacei volare fuori dalle finestre, trasportati dal vento. Nel 2007 gli amministratori locali, stanchi dei continui incendi dolosi di rifiuti nei pressi della stazione (e, forse, anche del fatto che il luogo stesse diventando un luogo d’appuntamenti hard) hanno chiuso il viale alberato che portava all’edificio con dei blocchi di cemento armato. L’unico modo per raggiungere la stazione rimane la Baraggia, ma non è facile trovare la strada giusta.

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BURONZO e CARISIO (VC). Quella di Masserano non è l’unica stazione abbandonata della zona. Nei piccoli centri biellesi e vercellesi se ne trovano molte; abbandoni non tanto dettati dall’improponibile posizione, come accadeva con la stazione di Masserano, quanto per lo sviluppo esponenziale del trasporto privato su gomma e per la soppressione delle linee di interesse. Recentemente, non senza legittime polemiche, è stata chiusa la linea  Santhià – Arona. Molte stazioni della tratta sono state dunque abbandonate a se stesse, altre erano in disuso da parecchio tempo.3

Come quelle di Buronzo e Carisio, entrambe sulla tratta soppressa, entrambe abbandonate da una quindicina di anni. Quella di Buronzo porta con se uno strambo paradosso: nel 2012, nonostante l’abbandono, è stata ritinteggiata e messa a nuovo (anche se gli ingressi restano murati). L’unico motivo plausibile è che, considerata la sua posizione (svetta a sinistra, su una collinetta, arrivando da Vercelli), essa sia stata sistemata per evitare che i viaggiatori ricevessero, come benvenuto dal comune di Buronzo, un casolare sfatto e cadente.4

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2013]

LO SCHELETRO CHE GUARDA LA VALLE

Testi di Riccardo Poma, fotografie di Marco Pignolo e Riccardo Poma1

BIELLA. La conca della valle di Oropa (Biella) ospita uno dei santuari mariani più importanti delle alpi. Nei pressi del complesso sacro fu edificato, nel 1856, un enorme cascinale che, ampliato e ristrutturato, divenne il primo stabilimento idroterapico d’Italia, diretto dal dottor Guelpa prima e dal dottor Mazzucchetti poi. La posizione dell’edificio, circondato e quindi riparato dalla montagna, garantiva una temperatura costante (intorno ai 23° C) e piacevole. Lo stabilimento poteva ospitare fino a 400 persone, ed era dotato, oltre che di un bellissimo giardino esterno, di sala da biliardo, sala da lettura, ristorante. Per sfarzo e qualità dei servizi offerti (vi erano ben cinque sorgenti naturali e un’assistenza clinico- terapica d’avanguardia), Oropa Bagni divenne ben presto un punto fisso per le vacanze di molti aristocratici, biellesi e non: vi soggiornarono, tra gli altri, Gabriele D’Annunzio, Giosuè Carducci, Guglielmo Marconi, Eleonora Duse, esponenti della dinastia dei Savoia.

Lo stabilimento nel 1913

Lo stabilimento in una cartolina del 1913

Nel 1910, con la crisi dell’aristocrazia e della medicina termale, lo stabilimento fu venduto alla Curia di Alessandria che lo utilizzò come colonia estiva. Abbandonato negli anni ’20, fu acquistato nel 1987 dall’azienda acquifera biellese Lauretana, che affermò di voler riaprire le sorgenti chiuse e di riqualificare l’ambiente.

2013. Oggi.

3La strada che collega Biella al santuario di Oropa si snoda tra le balze della valle, e somiglia ad una qualunque tortuosa strada di montagna del nord Italia. In realtà, questa piccola strada porta con se una serie infinita di testimonianze del passato, del “glorioso” passato biellese. Le tracce più evidenti di questo passato sono quelle del suggestivo tram che collegò Biella e Oropa dal 1911 al 1958: dalla strada si possono ancora vedere ponti, resti (mutilati) della linea aerea, terrazzamenti e trincee del sedime tramviario. Con un po’ di sforzo (fisico) si può addirittura contemplare il bellissimo girone elicoidale costruito sopra la frazione del Favaro, vero e proprio capolavoro ingegneristico che offriva un panorama unico, oggi solo parzialmente contemplabile. Oltre alle tracce del trenino biellese [di cui parleremo più avanti], vi è un’altra costruzione “umana” che rapisce l’occhio dei più attenti. Già, perché non è così facile vederla, specialmente nel periodo estivo in cui la flora tende a riprendersi ciò che le appartiene. Superato il Favaro, all’altezza di quel capolavoro naturale che è il “Piano dei sette faggi”, i più attenti possono notare, in alto a sinistra, una gigantesca costruzione bianca, piena di finestre, misteriosamente sinistra nel suo essere priva di vita. È un contrasto emblematico, quello tra il bianco dei muri e il verde acceso dei boschi che li circondano.

1Quell’enorme edificio altro non è che lo stabilimento idroterapico di Oropa Bagni, da anni lasciato a se stesso e pericolosamente incline a crolli e devastazioni.

5Arrivare davanti allo stabilimento non è difficile: poco prima di arrivare al santuario, c’è una piccola stradina sterrata sulla destra (percorribile solo a piedi, in quanto dopo poche centinaia di metri vi è un primo sbarramento), una stradina un tempo percorsa da signorili carrozze ed eleganti signori in doppiopetto. I primi problemi si presentano giunti nei pressi dell’edificio.

Un cumulo di macerie.

Cos’è accaduto?

Verso la metà degli anni ’80, lo stabilimento subì un devastante incendio che ne minò pericolosamente il “braccio est”, quello che si trovava davanti arrivando dalla suddetta stradina. All’incendio, sicuramente doloso, fece seguito il clamoroso ritrovamento di alcuni oggetti rubati da un cimitero vicino, accompagnati da scritte “sataniche” sui muri e resti di poveri animali sgozzati. Subito l’alone romantico di Oropa Bagni lasciò il posto alla paura: per i biellesi, quel luogo un tempo fastoso e motivo di vanto divenne un postaccio da evitare, una sorta di santuario alla rovescia in cui si venera il diavolo invece che la madonna. Ovviamente, come spesso accade in questi casi, non avvenne nessun altro episodio del genere, ma Oropa bagni non riuscì mai più a cancellarsi la nomea di “posto maledetto”. Provate a scrivere su Google “Oropa Bagni”, e guardate qual è il primo suggerimento della barra di ricerca.

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DSC_6936Dopo l’incendio, tuttavia, lo stabilimento divenne uno scheletro di mattoni decisamente pericoloso. Certo, vi sono parecchi cartelli e sbarramenti a vietarne l’avvicinamento pedonale, ma l’edificio è comunque molto vicino ai sentieri boschivi della zona, e nei suoi pressi vi è una parete di roccia da arrampicata. Dunque, per evitare di svegliarsi una notte sentendo un boato, il sindaco di Biella e le autorità competenti decisero di abbattere l’ala dell’edificio in cui, vent’anni prima, era scoppiato l’incendio. L’ala più indebolita, quella che maggiormente rischiava di crollare. Nel 2011, quell’ala sparì per sempre. Le tre foto sopra restano tra le poche testimonianze della sua esistenza. Sotto, ciò che ne resta oggi.

Ecco perché, oggi, arrivando ad Oropa Bagni, vi trovate davanti un cumulo di macerie. Ma se avrete la voglia (e il coraggio) di scavalcarle – o, forse è meglio, girarvi attorno – davanti a voi apparirà lo scheletro di quello che un tempo era un motivo di vanto per il biellese e che oggi, purtroppo, è solamente un rudere silenzioso. Che, prima o poi, crollerà totalmente e sarà inghiottito dalle piante.

Dentro Oropa Bagni

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10Nonostante il secolo di abbandono, si possono ancora notare gli splendidi particolari architettonici della struttura: arcate, affreschi, decorazioni di ogni tipo. Non è difficile capire perchè l’aristocrazia biellese (e non solo) scegliesse questo luogo per trascorrere il proprio tempo libero. Si notano, purtroppo, anche le scritte dei cosiddetti “satanisti” o di semplici “graffitari”, atti di vandalismo e danni dettati dall’abbandono.

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Grazie a Marco Pignolo per le foto e la disponibilità.

http://www.pigno.it/

http://www.ricordinellapolvere.it/

 Tutte le foto sono state scattate da Marco Pignolo, eccetto la prima.

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2013]