TU PROVA AD AVERE UN MONDO NEL CUORE

VIAGGIO NEL MANICOMIO ABBANDONATO

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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 “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, per tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere che è poi quella di far diventare razionale l’irrazionale. Quando qualcuno è folle ed entra in manicomio smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato”.

Franco Basaglia, Che cos’é la Psichiatria, 1967DSC_0222

Questa è la storia di Martino.
Martino non si chiamava LMartino. Ma, come spesso, succede in casi come questi, i parenti dei matti si ricordano di loro solo quando gli si fa fare brutta figura. Quindi quest’uomo, in questo articolo, si chiamerà Martino.
Martino era nato nel 1937. Era un tipo strano. A dire la verità, non più strano di altri.
Martino era uno che se fosse nato oggi, probabilmente, tutti lo avrebbero definito un “artista”.
Ma se nascevi nel 1937 ed eri strano, anche soltanto un pochino, artista non era la definizione che ti affibbiavano. La diagnosi – medica o meno, vedete voi – era “matto”.
Martino parlava con gli uccelli. Scriveva poesie. Cantava canzoni. Non aveva nessun amico.
I suoi genitori volevano che andasse a lavorare nei campi, ma lui non voleva.
“Sfaticato”, gli diceva suo padre.
Ora, io non so come andarono davvero le cose, ma so che un giorno, intorno al 1970, Martino si arrabbiò con suo padre. Volò qualche parolaccia e forse anche qualche spintone.
Da quel giorno, i genitori di Martino stabilirono che era diventato un po’ troppo pericoloso.
Matto, e pericoloso. In giro non doveva più starci. E così, contro la sua volontà, lo spedirono in manicomio.DSC_0218

135.000 m², ovvero 450 metri per 300. Venti edifici, tutti (o quasi) uguali, perfettamente simmetrici, allineati, “ordinati”. Su quell’area, su quei 135mila metri di terra perfettamente coltivabile, vennero edificati nel 1937 questi venti edifici, che presero il nome di OPN, ospedale psichiatrico nazionale. Ogni provincia ne possedeva uno.DSC_0251
Perchè una volta i matti non si curavano. Si preferiva “isolarli”: lontani dagli occhi, lontani dal cuore. Per chi finiva in manicomio il mondo esterno, fuori da quei muri di cemento alti quattro metri, cessava di esistere. Diventava una cartolina sbiadita, un ricordo lontano, un rumore di fondo.
Ad un primo sguardo, gli oggetti presenti in manicomio sono identici agli oggetti che ci sono fuori.
Se li si guarda bene, però, ci si accorge che se ne differenziano per alcuni piccoli particolari.
La sedia a rotelle è una sedia a rotelle, ma la seduta ha un buco.
La vasca da bagno è una vasca da bagno, ma è costruita dentro una stanzetta e non ha muri intorno.
Il letto è un letto, ma alla rete sono saldati degli occhielli in cui far passare delle cinghie.
I termosifoni sono termosifoni, ma sono chiusi a chiave dentro delle griglie.
I vetri delle porte sembrano vetri, ma in realtà sono di plastica.

In questa micro comunità c’erano le cucine, le stanze, le sale “ricreative” (una per ogni padiglione), una chiesa, uffici amministrativi, reparti specializzati, ambulatori, un acquedotto, addirittura un teatro. Come fuori, ma dentro. I singoli reparti sono collegati tra loro attraverso quelli che un tempo dovevano essere dei floridi viali alberati. Chissà, forse davano una parvenza di libertà.
“Facciamo una passeggiata”.
Come fuori, insomma, ma dentro.

Ma sono molti i particolari che lasciano il segno.
Le porte degli orti privati, costruiti fuori le mura dai contadini della zona e probabilmente abusivi, sono fatte con le reti dei letti. Tanto, dentro, nessuno si offende più se qualcuno le porta via.DSC_0325
Ogni padiglione possiede un piano seminterrato raggiungibile soltanto dall’esterno (da dentro non si può scendere “di sotto”). Cosa accadeva lì sotto? Gli ottimisti dicono “magazzini e archivi”, i pessimisti (o, molto semplicemente, i razionali) sostengono che li sotto succedesse altro.

In ogni padiglione, montagne di cartelle cliniche e di nomi. Entrate, uscite, decessi. Tutto scritto su carta, tutto abbandonato in questo gigantesco archivio della follia italiana del novecento. DSC_0271
La sala d’attesa, il luogo in cui si attendeva di rivedere lo zio, il nonno, l’amico, è praticamente fuori dalle mura. I pazienti venivano portati qui, non erano i parenti a raggiungerli nelle loro stanze.
Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.DSC_0328
Lontano dalle urla di chi, solamente trent’anni fa (la legge Basaglia, anche se sembra incredibile, è del 1978), veniva “curato” con la barbara pratica dell’elettroshock, come racconta Alda Merini (che rimase chiusa in un posto come questo dal 1962 al 1972):

“La stanzetta degli elettroshock era una stanzetta quanto mai angusta e terribile; e più terribile ancora era l’anticamera, dove ci preparavano per il triste evento. Ci facevano una premorfina, e poi ci davano del curaro, perché gli arti non prendessero ad agitarsi in modo sproporzionato durante la scarica elettrica. L’attesa era angosciosa. Una volta arrivai a prendere la caposala per la gola, a nome di tutte le mie compagne. Il risultato fu che fui sottoposta all’elettroshock per prima, e senza anestesia preliminare, di modo che sentii ogni cosa. E ancora ne conservo l’atroce ricordo”
Queste mura trasudano dolore, e non è un luogo comune. (Già, questo luogo non è affatto un luogo comune).DSC_0295
Ogni oggetto, ogni stanza, ogni particolare ingegneristico o architettonico è studiato in modo che serva allo scopo. Quello di tenere la follia fuori dalla città. Infatti, nonostante oggi il centro abbia raggiunto la periferia, questa struttura fu edificata “fuori”, lontanissima dal centro, affinché le urla si esaurissero senza che la città potesse udirle.DSC_0264
Oggi si entra per vandalizzare, si entra per fotografare, si entra per poter dire “io ci sono entrato”.
Una volta si entrava soltanto per un motivo.
Ogni padiglione, escluse rare eccezioni (il cinema, la chiesa) è tristemente identico all’altro. Ogni bagno, ogni mensa, ogni dormitorio. Si capisce di essere entrati in un altro padiglione soltanto per il nome che, a fatica, ancora si può leggere nei pressi delle entrate.
Ma questo immenso ospedale psichiatrico non urla dolore soltanto per i suoi matti, isolati e “curati” con la corrente. Urla dolore anche perché tra queste mura ebbe luogo, nel 1945, uno degli episodi più bui della Resistenza italiana. Nella notte tra il 12 e il 13 maggio, quasi un mese dopo la fine della guerra, 51 prigionieri repubblichini vennero trucidati sommariamente da alcuni partigiani locali.
Il grosso dei prigionieri, in realtà, fu giustiziato poco vicino (i loro corpi furono gettati in un canale), ma il ricordo resta forte soprattutto in questo manicomio, sia per le terrificanti modalità esecutorie che per il fatto che questi corpi non vennero mai trovati. Oggi, qualcuno sostiene che si trovino nell’area che fu l’orto dell’ospedale.DSC_0289
Un evento terribile, immotivato (resta tale nonostante si trattasse di una vendetta), che – duole dirlo – fu quasi subito dimenticato e quasi mai raccontato. Solo negli ultimi decenni è stata fatta chiarezza.
Un evento di dolore perpetrato in un luogo che di dolore ne conosceva già abbastanza regolarmente. Dunque, se possibile, ancora più atroce.
Quella notte, quella tra il 12 e il 13 maggio 1945, questo manicomio (chiamiamolo pure col suo nome: solo dal 1978 si ha la decenza di chiamarlo ospedale psichiatrico) fu probabilmente il luogo più pieno di dolore di tutta Italia.DSC_0220

Negli anni ’60 l’OPN tornò tristemente famoso perchè molti infermieri denunciarono il direttore, accusato di utilizzare metodi psicologicamente violenti con i pazienti come con gli addetti ai lavori. Nel 1978, due anni dopo la morte del direttore, arrivò la legge Basaglia, che rivoluzionò la psichiatria e cancellò dagli OPN “metodi curativi” (se così vogliamo chiamarli, ma sarebbe meglio usare il termine torture) obsoleti e inumani. Ma i matti non avevano comunque un altro posto dove andare, e quindi alcuni padiglioni rimasero funzionanti fino all’inizio degli anni ’90. Un centinaio gli ospiti. Ma torniamo indietro di qualche anno.

Nel 1971 Martino uscì dal manicomio. Non di sua spontanea volontà (non si poteva), ma nemmeno per volontà degli ”amati” parenti. Lo fece uscire, dopo interminabili lotte burocratiche, il sindaco del paese in cui Martino viveva. L’accordo prevedeva che il sindaco si accollasse tutte le responsabilità delle azioni di Martino.

Quel sindaco era mio nonno, e ora, dopo aver visitato questo luogo, so che quella fu una delle cose più belle che fece in tutta la sua vita.DSC_0319

“Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole,
e la luce del giorno si divide la piazza tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,
e neppure la notte ti lascia da solo: gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro…

E sì, anche tu andresti a cercare le parole sicure per farti ascoltare:
per stupire mezz’ora basta un libro di storia, io cercai di imparare la Treccani a memoria,
e dopo maiale, Majakowsky, malfatto, continuarono gli altri fino a leggermi matto.

E senza sapere a chi dovessi la vita in un manicomio io l’ho restituita:
qui sulla collina dormo malvolentieri eppure c’è luce ormai nei miei pensieri,
qui nella penombra ora invento parole ma rimpiango una luce, la luce del sole.

Le mie ossa regalano ancora alla vita: le regalano ancora erba fiorita.
Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina;
di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia: una morte pietosa lo strappò alla pazzia.”

Fabrizio De Andrè, Un Matto (Dietro ogni scemo c’è un villaggio), 1971DSC_0274

Thanks to Elis, Francy, Marco

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2014]

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UNA TIPICA AZIENDA AGRICOLA VERCELLESE

VIAGGIO AL PAESE FANTASMA DI VETTIGNE’

Testi e fotografie di Riccardo PomaDSC_0168

E’ da qualche anno che ci giriamo intorno, raccontandovi posti lì vicini come il piccolo cimitero abbandonato, il Maialetto e quella costruzione che appare nell’articolo L’isola (per la cronaca, le nostre sono le uniche ed ultime foto scattate a quel posto: “l’isola” è stata abbattuta per far spazio, indovinate un po’, ad altre risaie). Ora, finalmente, siamo arrivati al dunque, ovvero alla piccola frazione di Vettignè, comune di Santhià, un vero e proprio piccolo paese (una volta era addirittura comune dipendente, con Chiesa, scuole, osteria, botteghe) costruito in the middle of nowhere, che dalle nostre parti si traduce con “in mezzo alle risaie”.

DSC_0211La storia. Intorno all’anno mille vennero edificati i primi edifici, esattamente dove ora vediamo la chiesetta e lo stabile principale. Perchè proprio li? Le risaie non c’erano ancora, dunque perché costruire edifici nel bel mezzo del nulla? Perchè quelle prime, antiche mura furono edificate sul crocicchio tra due trafficatissime “vie” di comunicazione, la via Svizzera e la via Francigena. Il nome Vettignè deriva proprio da Vectigal, il dazio che si pagava per ottenere il diritto di passaggio dal borgo. Grazie a questo stratagemma, gli abitanti di Vettignè si arricchirono velocemente, e nel XV secolo il borgo venne ampliato: dietro il nucleo originario fu edificato un lussuoso castello, con tanto di torre a pianta circolare di ragguardevole altezza. Intorno al 1500, causa aumento demografico, vennero costruiti i due bracci laterali, che chiusero queste prime strutture a formare uno spazioso cortile. Infine, con l’avvento delle colture risicole (1700 circa), Vettignè divenne una vera e propria azienda agricola. Che, vista la dimensione degli ampliamenti, era probabilmente tra le più floride della zona: partendo dal nucleo originario, infatti, sui lati vennero edificati una serie importante di nuovi edifici atti ad ospitare la manovalanza necessaria per gestire tutta quella terra. Il già spazioso borgo di Vettignè, dunque, divenne una cascina grandissima, un piccolo paesino autonomo (fu comune tra il 1700 e il 1800) dall’enorme cortile, ancora oggi tra i pochissimi interamente “cintato”.
Il castello appartene a lungo ai Vialardi di Verrone, per poi passare ai Dal Pozzo e infine al ramo Savoia-Aosta.

La leggenda. Secondo una leggenda che ancora oggi molti considerano veritiera, il piccolo Borgo di Vettignè diede i natali al perfido capitano di ventura Bonifacio “Facino” Cane (1360 – 1412), crudele mercenario che terrorizzò l’Italia settentrionale tra il XIV e il XV secolo. Al soldo di Teodoro II del Monferrato, che gli affiancò – si dice – ben 400 cavalieri, tra il 1391 e il 1397 Facino Cane invase e saccheggiò gran parte del Piemonte, lasciandosi dietro un’impressionante scia di sangue e violenza. Gli unici borghi risparmiati dalla sua furia furono Santhià e Vettignè, cosa che indusse molti a pensare che qui egli fosse venuto al mondo. Altre fonti sostengono che Cane fosse nato a Casale Monferrato, ma ancora oggi sono molte le voci fuori dal coro.

Tempi (più o meno) recenti. Nonostante appartengano ad epoche più recenti, anche gli edifici posti fuori dalle mura conservano un grande interesse. Dietro le mura posteriori c’è ancora il bellissimo mulino, attraversato dal canale e perfettamente conservato con i suoi ingranaggi e le sue ruote. Vicino, un edificio risalente agli anni ’30 – ’40 (a svelarne la data di costruzione è l’architettura, molto “fascista”) che ospitò refettorio (piano terra) e dormitorio (primo piano) per le mondine di stanza a Vettignè. Ancora conservati sono i bagni, le docce, i lavabi e una piccola fontana ancora attiva. Altra testimonianza degli influssi fascisti sull’agricoltura locale è la ancora visibile, enorme scritta su uno dei muri esterni, che riporta il celebre motto “è l’aratro che lascia il solco, è la spada che lo difende”. Più antichi sono invece la chiesa, risalente al 1742 (costruita perché quella del borgo era diventata piccola per tutti quegli abitanti), e il piccolo cimitero, databile intorno al 1800 e costruito distante dalle abitazioni per ovvi motivi.

Oggi. A partire dal 1960 – col boom economico, la corsa alla fabbrica e alla città, l’avvento di nuovi metodi agricoli – il piccolo borgo di Vettignè cominciò pian piano a spopolarsi. Gli ultimi abitanti fecero i bagagli all’inizio degli anni ’80, nonostante alcuni edifici (la scuola, l’osteria) fossero ancora regolarmente funzionanti. Dal 1998 la parte principale del borgo è in mano alla gentilissima e volenterosa Enrica, che ha ristrutturato parti del complesso e, dal 2006, le ha adibite a grazioso Bed and breakfast. Tuttavia, rimettere in sesto Vettignè nella sua interezza è operazione assai costosa e difficilmente sostenibile da privati. Come se non bastasse, l’ala verso Santhià è stata in tempi recenti divelta da una potentissima tromba d’aria, mentre parte della vecchia casa padronale, uno degli edifici più antichi del complesso, è crollata sotto il peso dei suoi secoli. Le vecchie abitazioni, le stalle, il castello, la chiesa, stanno tornando polvere a causa degli anni e della poderosa natura che, priva di interventi umani, si sta riprendendo le terre che le appartennero.
Un gran peccato, perchè Vettignè resta un luogo magico e unico, un glorioso esempio dell’antica economia agricola vercellese. Non è difficile immaginarsi quell’immenso cortile ancora popolato: bambini che corrono, mucche che pascolano, i vecchi che se la raccontano, le donne che passeggiano coi neonati, gli uomini che scaricano carri trainati da buoi e si godono il meritato riposo dentro l’osteria. Come in una vera e propria città. Come in una comunità, di quelle che da tempo non siamo più in grado di creare.

NOTA: un immenso grazie a Enrica, per la sua disponibilità e per averci fatto scoprire questo angolo di paradiso. Un paradiso iscritto ai Luoghi del Cuore, quindi, in cambio della storia che vi ha e che vi abbiamo raccontato, regalategli il vostro voto.

Una rarissima cartolina di Vettignè, datata 1948. A destra, si può vedere la parte medievale oggi crollata.

Una rarissima cartolina di Vettignè, datata 1948. A destra, si può vedere la parte medievale oggi crollata.

Thanks to Franci

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