LA VILLA DALLE MILLE FINESTRE

SQUARCI DI BELLE EPOQUE IN PROVINCIA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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15 aprile 1912

Quante persone, quante donne possono dire di avere una villa che porta il loro nome?
Esci dalla portina ricavata da una delle quattro vetrate e ti accomodi su una seggiolina bianca di ferro, sotto le tende verdi. Roba all’avanguardia, le tende: c’è un buco dove infili una specie di chiave che, girando, le fa scorrere più avanti o più indietro a seconda del sole.
Il giornale parla della partenza del Titanic, una nave inaffondabile.
Al cinema, la sera prima, hai visto Quo Vadis?, una roba con le bighe e i gladiatori.
La vostra auto – una delle poche non solo del paese, bensì forse dell’intera provincia – è parcheggiata nella rimessa dove il signor Gallo, nero fino alle orecchie, cerca di capire qual è la rogna del motore. Si decidessero ad asfaltare ‘ste strade, pensi. Tanto vale aver la macchina se poi si balla di più che su una carrozza.
Ma è la belle époque, baby.
Non lamentarti. Non tu.
Non sei a Parigi, certo, ma le cose non ti vanno poi così male.
Vivi in una casa con dieci stanze per piano, per un totale di tre piani e quindi trenta stanze. Ogni stanza è affrescata, dipinta, pavimentata con le pianelle migliori che si trovino sul mercato. Hai una cantina piena di vini e formaggi pregiati. Ci sono talmente tante finestre che per contarle devi andare fuori, che da dentro non si capisce quante sono. All’ultimo piano, dal sottotetto, puoi raggiungere una torre, che culmina con un bussolotto metallico da cui, a 360°, puoi goderti il panorama. E che panorama.
Quello la in fondo – e no, non sbagli – è l’appennino tosco emiliano. Tanto per dire.

Puoi scegliere se prendere il sole in giardino, sotto una sequoia centenaria che è anche una delle poche presenti in zona, oppure se restare davanti a casa, sotto le tende verdi che vengono fuori girando una chiave. Oppure puoi salire al primo piano, dove c’è una terrazza tutta dipinta da cui vedi tutto il paese. Non ti fai problemi su come tirare avanti, in fin dei conti c’è lui che provvede a queste cose. Tu devi solo scegliere dove sederti a leggere, in santa pace. O a fare la maglia, che tua nonna – che era una che veniva dalla miseria – te l’aveva insegnato quando avevi 13 anni. O a ricevere gli ospiti, le amiche con cui ti piace prendere il tè.

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Fuori c’è la povertà, ci sono i contadini, ci sono i briganti. Tu invece stai al sicuro, ben protetta da quei muraglioni che chiudono fuori tutte le robe brutte della vita.
Un giorno però – lo sai anche tu, certo – questo splendore dovrà pur finire. Forse i tuoi discendenti rimarranno i proprietari della villa che reca il tuo nome, ma non è detto che i tempi saranno sempre così facili: forse il tuo vicino di casa, di mestiere contadino, si domanderà PERCHE’ lui sia costretto a lavorare come un mulo per vivacchiare e a te basti respirare per avere tutto ciò che ti serve e anche di più. Forse il tuo casato non godrà per sempre dello splendore odierno, e magari ai tuoi figli o ai tuoi nipoti toccherà vendere questo capolavoro. E allora arriveranno nuovi proprietari, che affitteranno la villa frazionandola in più appartamenti. Ma gestire una proprietà di questo tipo forse diverrà un onere troppo dispendioso per chiunque, e allora anche l’ultimo affittuario se ne andrà.

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Così la villa rimarrà vuota e deserta, fino a quando arriverà un nuovo proprietario intenzionato a ristrutturare; anche lui, però, si accorgerà che oramai costa meno tirare giù tutto e rifare da capo.
E allora entreranno i vandali, che romperanno i vetri e scriveranno sui muri.
E i furbacchioni, che ruberanno il rubabile e anche l’irrubabile (pavimenti e camini di marmo).
E i graffitari che testeranno le loro bambolette sul liscio marmo.
E i ragazzini del paese, che battezzeranno il proprio coraggio entrandoci di notte e facendo “uuuuuuu” alle ragazzine impaurite, in strada.
E i cacciatori di fantasmi, che diranno che si vedono strane sagome e si sentono rumori inquietanti di notte.
E i fotografi, che cercheranno in qualche modo di catturare la bellezza infinita di questa magnifica abitazione. Faranno fatica, perché certe cose forse bisogna proprio vederle.

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Sarà un enorme, spettrale, silenzioso scheletro vuoto. E allora, forse, questa splendida villa Liberty diventerà l’emblema della decadenza dell’aristocrazia, della fine dell’EPOCA BELLA in cui vivi ora. Rimarranno i particolari ricercati, qualche affresco, un enorme, incolto giardino botanico con sequoia, stanze di rara bellezza, terrazze fresche e meravigliose, vetri di lusso spaccati dai sassi.
Forse.
Per ora, però, puoi stare tranquilla. Tutto questo non è ancora successo. Probabilmente succederà, ma non ti sarà dato il dispiacere di vederlo accadere. Quindi rilassati. Torna al tuo giornale, alle tue tende, alla tua sequoia e alla tua sediolina bianca in ferro. Goditi tutto ciò. Goditi la tua belle époque.

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Anche perché magari sta iniziando a finire proprio in questo momento. No, non nella villa che porta il tuo nome, e nemmeno a Parigi, dove è nata. Forse sta iniziando a finire in un posto lontanissimo, a migliaia e migliaia di chilometri. E nemmeno sulla terraferma, bensì sul mare.

Dove una gigantesca nave inaffondabile sta finendo di affondare.

Thanks to Mister S., augurandogli di vincere la sua (durissima) battaglia, e alla sua mitica moglie.
Grazie inoltre a Lele e ad Andre.

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2015]

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AUTOMOBILI VUOTE (A PERDERE)

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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Quando si legge di vuotiaperdere si pensa subito ad una fabbrica, un castello, una stazione, una villa, una cascina. In realtà, durante i nostri pellegrinaggi nell’abbandono, più spesso di quanto avremmo creduto abbiamo trovato dei vuotiaperdere anomali, sempre con quattro pareti e un tetto ma con le ruote. Signore e signori, raccolte qui troverete alcune delle più suggestive “auto a perdere” trovate in questi tre anni, localizzate mentre si era lì per fare altro (ovvero per fotografare il luogo abbandonato che le ospita), perdute tra i rovi, le piante, i mattoni. Ne vedrete di perfettamente riconoscibili, come appena uscite (si fa per dire) dal concessionario, e ne vedrete di terribilmente smembrate, disintegrate, scolorite, praticamente irriconoscibili se non negli elementi basilari (un telaio, un fanale, un sedile, la livrea della carrozzeria). E scoprirete quanto “sud degli States” (ammettiamolo: l’auto abbandonata fa molto periferia della Louisiana post uragano Katrina) potrete trovare dalle nostre parti.

Chi lo sa? Magari li dentro qualcuno c’ha fatto l’amore, qualcuno c’ha litigato, qualcun altro ci ha caricato le galline e qualcun altro le ha schiantate contro un albero (le auto, non le galline). Proprio come gli edifici che raccontiamo di solito, ognuna di queste auto ha una storia dimenticata che oramai possiamo soltanto immaginare.

E come diceva sempre il Franco “Maraia” (non chiedetemi cosa significhi il soprannome):

“E comunque, mi, sun par la machina ‘d sicunda man”

Brau Franco.

Più seconda mano di così…

FIAT PANDA Prima Serie

2anni di produzione: 1980 – 1986
motorizzazione: 652 cm³ benzina
potenza: 30 Cv
posteggiata: nei pressi di una piccola fonderia casalinga abbandonata.

PEUGEOT 106 Prima Serie

34anni di produzione: 1991 – 1996
motorizzazione: 1000 cm³ benzina
potenza: 44 Cv
posteggiata: in un prato in dietro casa mia.

AUTOBIANCHI A112 Prima Serie

5anni di produzione: 1969 – 1973
motorizzazione: 903 cm³ benzina
potenza: 44 – 47 Cv
posteggiata: nel cortile di una fornace abbandonata.

(sedili di una) ALFA ROMEO Alfa Sud “Sprint”

6anni di produzione: 1976 – 1989
motorizzazione: 1300³ cm benzina
potenza: 79 Cv
posteggiata: in un capannone abbandonato.

AUTOBIANCHI 112 Sesta Serie “Elite”

7anni di produzione: 1982 – 1984
motorizzazione: 965 cm³ benzina
potenza: 48 Cv
posteggiata: nel cortile di una cascina dismessa.

FIAT 131 Panorama “Supermirafiori” 1600/TC (anche immagine sotto il titolo)

8anni di produzione: 1978 – 1983
motorizzazione: 1600 cm³ benzina
potenza: 97 Cv
posteggiata: nel cortile di un ex filatura.

TOYOTA COROLLA GT.i 1.6

910anni di produzione: 1983 – 1987
motorizzazione: 1600 cm³ benzina
potenza: 110 Cv
posteggiata: nel cortile di una cascina.

CAMION TRE ASSI “GD”

11anni di produzione: 1980 – 1985
motorizzazione: umana
potenza: variabile (dipende dalle gambe del bambino)
posteggiata: piazzola di sosta usata come discarica.

ATTENTION PLEASE! Se conoscete delle altro autoaperdere, non esitate a contattarci. L’intento è quello di fare altri post sull’argomento in futuro (ovviamente vi citeremo nei ringraziamenti).

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2015]

THE (GHOST) TOWN OF WOOL – 3° CLASSIFICATO CORTO BIELLESE 2014

“The (ghost) town of wool” è un mio reportage fotografico inedito, classificatosi terzo al concorso Corto Biellese 2014. L’edificio raccontato nel reportage – le Pettinature Riunite di Via Carso a Biella – era già stato protagonista di un fortunato post su vuotiaperdere. Le foto e i testi che troverete qui, tuttavia, sono assolutamente ineditI. Nel pubblicarlo, desidero ringraziare la giuria e tutti gli ideatori e collaboratori di questo meraviglioso concorso. Ennesima prova del fatto che Biella non è – come dicono in molti – il “solito mortorio”. Alla fine del post troverete anche le motivazioni della giuria.

Grazie a tutti.

Riccardo Poma

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Quando. Il reportage “The (GHOST) Town of Wool” è stato progettato e realizzato nel febbraio del 2014 in due sedute fotografiche (una mattutina, una pomeridiana).

Dove. Le fotografie sono state scattate nei pressi dello stabilimento abbandonato della ex Nuova Pettinature Riunite, in via Carso a Biella.

Perchè. Biella, città della lana. Questo si diceva, fino a qualche tempo fa. E fino a qualche tempo fa lo era davvero. Cosa rimane oggi di quella metropoli che la tradizione vuole armoniosamente avvolta nei fili dei suoi stessi tessuti? Certo, molti stabilimenti lanieri esistono ancora, ma alcuni tra i più grandi fanno oramai parte del passato, esempi tutt’altro che classici di archeologia industriale.
Arrivando a Biella dalla valle bassa del Cervo, l’anonimo automobilista attraversa il viadotto sul fiume, e lo spettacolo che si trova sulla destra – a livello visivo, sotto l’amena conca di Oropa – è proprio lo skyline di una città della lana. Peccato che abbia l’aspetto di una città fantasma.

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Ad arrivare a Biella da quella direzione non sono soltanto gli abitanti di Masserano, Cossato, Vigliano (insomma di tutti i paesi attraversati dalla tangenziale). Quello spettacolo è la cartolina di benvenuto anche per chi arriva da Torino, da Milano, da Arona. Insomma, il primo squarcio della città di Biella, per chiunque, è quell’immagine grigia e decadente, simbolo di un passato che ancora qualifica i biellesi nel mondo ma che, a guardar bene, non li rispecchia più.
Dei due stabilimenti che danno il benvenuto ai viaggiatori, quello più interessante è forse lo stabile di sinistra, la ex Nuova Pettinature Riunite. Inizialmente faceva parte del complesso dei lanifici Rivetti, il cui stabile principale, anch’esso in completo stato di abbandono, costruito nel 1800, si trova invece sulla destra se li si osserva dal ponte. Una volta non c’era nulla a dividerli. Ma poi i Rivetti vendettero i terreni, sul suolo che collegava i due stabili fu costruita la banca cittadina, e lo stabile più moderno venduto ad un’altra società, la Nuova Pettinature appunto.
Lo stabile principale è più antico, quindi forse più suggestivo a livello visivo. Ma lo stabilimento moderno racchiude in sé molti più significati. A partire dall’architettura che lo compone.

Progettato da Giuseppe Pagano negli anni ’20 del ‘900, è un esempio perfetto della cosiddetta architettura funzionalista che tanto piaceva al Duce. Nessun orpello decorativo, nessuna ricerca stilistica: l’importante era che fosse funzionale al lavoro. La Nuova Pettinature fu la prima fabbrica biellese costruita ad immagine e somiglianza dei biellesi, instancabili lavoratori, che da ben prima del Duce badavano alla funzionalità delle cose piuttosto che al loro apparire. E il fascismo, per lo meno quello della prima ora, non poteva resistere ad una popolazione dallo spirito così laborioso, preciso, ammirato in tutta Italia.
Occorre soffermarsi anche sull’autore di questa opera monumentale: Pagano fu un architetto di grande fama, vicino a Mussolini e apprezzato dal regime. Che, tuttavia, fece in tempo ad accorgersi degli abomini del fascismo, prima condannandolo, poi combattendolo, nientemeno che tra le file dei partigiani. Catturato, morì in un campo di concentramento tre giorni prima del 25 aprile 1945. Un’immane tragedia che acquista un valore simbolico se visto alla luce di ciò che Pagano rappresentò: prima bandiera del regime, sua cassa di amplificazione, portatore dei suoi valori politici attraverso l’architettura; poi suo più aspro detrattore. Già solo per questa ragione, lo stabilimento della Nuova Pettinature si rivela un calderone di emozioni e significati, una sorta di compendio visivo di ciò che fu grande e poi fallì miseramente. Una metafora della Biella grandiosa di un tempo e quella, sommessa e ingrigita, forse per sue stesse colpe, di oggi.

Le foto del reportage sono state virate in bianco e nero. Scelta artistica, certo (l’archeologia industriale si presta molto al b/n), ma anche concettuale: quelle stesse foto, viste a colori, restano monocromatiche in tutto e per tutto. Prima la funzione, poi la bellezza. Gli unici colori vivi sono quelli dei cartelli di pericolo, delle scritte dei graffitari, dell’erba e delle piante che si stanno riprendendo ciò che appartiene loro da tempo immemore. Sono state lasciate volutamente a colori: elementi post moderni che “colorano” il grigiore del moderno. Anche il cielo, che il giorno degli scatti era limpidissimo, perde la sua profondità e il suo colore, diventando una sorta di sfondo cartaceo per quegli scheletri di cemento.
C’è un campanello che non suonerà mai più. Delle scalinate i cui gradini sono coperti dalla polvere. Delle antenne che da anni trasmettono solo silenzio. Una porta d’entrata per l’inferno e, ovviamente, la porta di uscita.
Il silenzio. Cosa differenzia una città fantasma da una città normale? Il silenzio. Come alla Nuova pettinature. Dove c’era il frastuono dei macchinari, il rumore sordo del lavoro, restano i canti degli uccellini sugli alberi che stanno inglobando il cemento, i rumori dei vetri rotti da qualche ragazzino con un sasso, le bestemmie sguaiate di qualche homeless che torna a casa. In un paese in cui il lavoro è una risorsa sempre più rara, la vista di edifici come questi, che ospitavano migliaia di lavoratori, ci ricorda una grandezza oramai perduta.
A parecchi anni dall’abbandono, la Nuova Pettinature è divenuta una sorta di monumento alla memoria. Gli artisti di strada la usano come tela, gli homeless come rifugio. Qualche politico, sicuramente, come cartolina elettorale. Riqualificazione. Giusto. Ma forse è giusto anche lasciarla così. Come il Monumento della pace di Hiroshima, come i pezzi ancora in piedi del muro di Berlino. Lasciati lì per ricordarci cosa siamo stati, cosa siamo e, forse, cosa diventeremo.

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MOTIVAZIONI DELLA GIURIA

“L’autore, avvezzo a tour fotografici ad ampio raggio, ha messo a fuoco con il suo obiettivo quello che fuor di dubbio è, nel paesaggio biellese e non solo, una emergenza di altissimo valore ideativo e progettuale: le Pettinature Riunite, opera incompiuta e postuma dell’architetto Giuseppe Pagano. Lo stabilimento sito in Biella, in via Carso, presenta una struttura in cui prende forma, con soluzioni costruttive e tecniche d’avanguardia, quell’utopia che decenni dopo sarà teorizzata come qualità globale, ovvero l’applicazione allo spazio produttivo e ai fattori umani delle frontiere più avanzate della scienza e della tecnica. Architettura tanto nota e celebrata nei manuali, nei convegni e tra gli storici dell’architettura, quanto ignorata, in questi suoi valori, da gran parte dei biellesi e da quanti quotidianamente, per le porte di accesso alla città laniera, la sfiorano, subito distogliendo lo sguardo come si fa per pietà e, forse, per imbarazzo, di fronte ad un essere male in arnese. Con immagini in bianco e nero, con qualche sprazzo di colore, l’autore ha dato evidenza ad alcuni particolari capaci di suscitare curiosità e stimolare alla riflessione, sul presente e sul futuro di questo monumento del lavoro, simbolo di un’età che sembra tramontata e che nonostante tutto continua a vivere in forme inusuali, certo marginali, in silenzio e quasi in attesa di una rigenerazione, che può prendere le mosse, perchè no, anche dalle eloquenti e suggestive immagini di Riccardo Poma”.

Biella, Auditorium di Città Studi, 13 maggio 2014

Thanks to Franci, Elis, lo staff di Corto Biellese 2014

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, possono essere riprodotte soltanto citandone il nome. Copyright Vuoti a perdere 2014 e Corto Biellese 2014]

 

IL CASTELLO CLONATO

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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Fra tutte le storie – vere o presunte – in cui ci si può imbattere gironzolando tra le risaie piemontesi, una delle più interessanti è sicuramente quella (vera) del cosiddetto “nuovo castello di G.”. Poco prima di entrare in paese, ci si ritrova sulla destra un imponente castello medievale, assolutamente ben conservato. Ma perché quel castello non è segnalato sulle guide? E, soprattutto, perché se chiedete indicazioni sul “castello di G.” venite indirizzati ad un altro edificio, posto in centro paese, molto simile a quello visto poco prima, ma ristrutturato e visitabile?

La storia inizia nel 1170, anno in cui Alberto di G. inizia la costruzione del castello (quello in centro). Inizialmente la struttura ha scopi difensivi (è circondato da un profondo fossato, e dalla torre si può sorvegliare l’intera piana circostante), ma tra il XV e il XVI secolo si trasforma in abitazione signorile. Nel 1459 Alberto (la dinastia intanto era stata costretta ad assoggettarsi a quella sabauda) fa erigere l’imponente torre, alta 48 metri. Squarciata da un fulmine nel 1721, fu restaurata soltanto nel 1927. I segni della riparazione sono visibili ancora oggi: in prossimità della fenditura, infatti, si vedono chiaramente l’innesto di un calcestruzzo differente e alcuni tiranti che evitano che la struttura si indebolisca.

Sul finire dell’ottocento, il conte Lancillotto (nome di fantasia) di G. (1850 – 1940), originario della zona di Ivrea ma imparentato coi conti di G., scoprì di non essere discendente diretto di Alberto. Di conseguenza, non sarebbe stato lui ad ereditare il castello, a vivere in quel lussuoso maniero. Alla irremovibile sentenza fecero seguito anni di violente liti familiari, in cui tuttavia Lancillotto non ottenne nulla. Il conte voleva il castello per ragioni d’onore e prestigio, ma anche per garantire alla sua sposa, Caroline Ashburner Nix (figlia di un potente, ricchissimo armatore inglese e il cui patrimonio era ben superiore a quello di Lancillotto), una vita lussuosa e agiata. La leggenda (spesso raccontata dagli abitanti del paese) secondo cui la Ashburner avrebbe minacciato di lasciare Lancillotto nel caso in cui non avesse ottenuto il castello, non ha invece fondamento storico, anche se molti la danno per veritiera. L’unica cosa certa, comunque, è che Lancillotto VOLEVA assolutamente il castello. E fu così che venne alla luce una delle più bizzarre idee mai partorite dalla mente umana.

Il conte chiamò a raccolta l’importante architetto torinese Carlo Nigra (fautore, tra le altre cose, del Borgo Medievale di Torino) e gli chiese di progettare un nuovo castello, identico all’altro ma se possibile ancora più sfarzoso. Insomma, un edificio che facesse rodere d’invidia i parenti litigiosi e, secondo Lancillotto, scorretti. La scelta del posto cadde quindi su una porzione di terreno di proprietà del solo conte, situata – guarda caso – ad appena duecento metri dal castello medievale.

“Non volete farmi vivere al castello? Benissimo, me ne costruisco uno identico ma più bello, ad appena duecento metri dal vostro”.

Follia? Forse, ma G. divenne da quel momento “terra di due castelli”.

5. Veduta generale dei due castelli

Tra il 1901 e il 1904, il castello venne edificato e terminato. Considerata la decadenza dei conti di G., la maggior parte delle spese di costruzione furono probabilmente sostenute dalla famiglia Ashburner Nix. Agli occhi dei presenti (non è dato sapere se ci fossero anche i parenti “cattivi”, che comunque vedevano l’edificio sporgendosi dalle finestre del loro castello) apparve qualcosa di meraviglioso: un maniero in perfetto stile medievale con tanto di torri, merletti, profondo fossato, ponte levatoio, portone a sesto acuto con griglia in ferro, feritoie, posti di vedetta. Utilità? Nessuna. Le uniche ragioni di esistere di questo castello furono una ripicca bella e buona e, forse, il timore di lasciar ad altri un ingente patrimonio. Elementi che rendono questa storia ancora più incredibile.
Nel 1940 Lancillotto, novantenne, si spense. La moglie, nata nel 1869, morì quattro anni dopo. In quel luogo così assurdo ed esagerato, i coniugi avevano trascorso in pace il periodo più cupo della storia italiana. Dietro quei vetri la guerra non arrivò mai. Ci passarono però i partigiani di stanza nella zona della Baraggia, e la contessa Ashburner, ormai anziana (e forse rinsavita dalla sua sete di lusso), non esito a offrirgli un nascondiglio. Il figlio Jean-Louis di G., finita la guerra, si spostò nuovamente a Torino (da cui era fuggito durante i bombardamenti), e il portone del castello venne chiuso per sempre intorno al 1955.

Sono passati sessant’anni, e il castello “clonato” sembra non aver sentito il passare del tempo. A guardarlo dalla strada, anzi, sembra uno dei tanti castelli ben conservati e perfettamente ristrutturati che si possono trovare in Piemonte. E invece, quel maniero ha il portone chiuso da ben 60 anni. Una prova lampante, oltre che della megalomania di Lancillotto, dell’enorme abilità architettonica e costruttiva di Nigra, artista a tutto tondo che fu anche pilota, musicista, pioniere della fotografia.

Il castello si trova ancora oggi in un’amena radura. Conta ben quattro torri, una costruita a destra sulla facciata anteriore e le altre tre su quella posteriore, dove si trova anche quello che doveva essere, un tempo, un meraviglioso giardino, circondato da mura fortificate perfettamente conservate. Al centro, un bellissimo pozzo artesiano con base in pietra decorata e parte superiore in ferro battuto. Si potrebbe azzardare che proprio la facciata posteriore conservi l’impatto visivo maggiore: a destra, quindi sulla diagonale della torre anteriore, c’è una bellissima torre che richiama la prima sia nello stile che nella maestosità. A sinistra, un’altra torre leggermente più bassa, meno decorata e più squadrata ma armonica nel riproporre lo stile dei merletti che sovrastano le mura del giardino. Appoggiata ad essa, l’unica torre a pianta circolare del complesso. Osservando le facciate non è difficile accorgersi che quelle macchie di colore sulle parti intonacate ospitavano un tempo disegni ed affreschi policromatici. La prima cosa che colpisce chi osserva questa meraviglia architettonica è il suo aspetto strutturale: si tratta della riproduzione in scala reale di un perfetto castello medievale “fortificato”, ancora più interessante se si pensa al fatto che la sua fortificazione (a meno che i litigiosi parenti non disponessero di un esercito) è totalmente, inequivocabilmente, grottescamente inutile. Non c’erano guerre in quegli anni, e nemmeno durante i due conflitti mondiali G. poteva considerarsi una zona a rischio invasione. Il castello è fortificato semplicemente perché il suo creatore lo voleva così, lo voleva in tutto e per tutto identico a quello degli odiati parenti.

Nei pressi di quella che doveva essere considerata l’entrata posteriore principale, riposa una targa in latino che reca le seguenti parole:

“Lancillotto G., signore di G., mellarum (non tradotto) di Nomaglio, Signore di Tavagnasco*, e sua moglie Carola Asburner Nix, eressero dalle fondamenta (da zero) nel 1902 il castello, terminato nel 1904, sotto la guida dell’architetto maestro Carlo Nigra”.

*Nomaglio e Tavagnasco sono due paesi nei pressi di Ivrea, in provincia di Torino, in cui Lancillotto visse prima di trasferirsi a G.

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Il motto della famiglia dei conti di G., vici et vivo (vinsi e vivo), è presente sia sulla targa che sul bellissimo soffitto decorato che salta agli occhi avventurandosi tra gli archi a sesto acuto della “veranda”, appoggiati su capitelli che richiamano lo stemma della famiglia del conte. A terra, alcuni tubi di stufa e i resti di un letto in ferro. Sul soffitto della depandance che collega il giardino al portone della facciata anteriore, un dipinto recita la parola “litis”, lite, come se Lancillotto avesse voluto giustificarsi con chi entrava in merito ai motivi del suo folle progetto. Da un buco nel muro si inizia a scorgere l’interno, che subito appare lussuoso. Solo entrando ci si accorge che praticamente TUTTE le stanze (non abbiamo saputo contarle tutte, ma sono tantissime) sono finemente decorate, affrescate, dipinte con gusto.

La prima stanza in cui entriamo ha tutte le pareti dipinte e un magnifico, coloratissimo soffitto in legno a cassettoni. Un gigantesco camino, che reca l’effigie della famiglia e una targa commemorativa, governa lo spazio. Gli affreschi sono diventati, in seguito al passaggio di qualche ragazzino un po’ scemo in cerca di emozioni forti, una vera e propria striscia a fumetti lisergica.

Proseguendo tra una stanza e l’altra, si trovano veri e propri pezzi da museo, come ad esempio il frigorifero Indes  (databile intorno al 1940). Un elettrodomestico che la maggior parte (se non la totalità) degli abitanti di G. poteva solo sognarsi, almeno fino al boom degli anni ’60. Salendo le scale, tuttavia, le sorprese non finiscono. Le condotte per trasportare il calore da un piano all’altro e i gabinetti rivelano un complicatissimo – almeno per l’epoca – sistema di riscaldamento e un rarissimo impianto fognario privato: a quei tempi, la gente andava in bagno all’aperto, o magari in una baracca costruita vicino a casa. Lancillotto e la moglie, invece, si sedevano già sulla tazza, proprio come facciamo noi oggi.

Attraversando corridoi e salendo scalette (alcune spaziose, altre decisamente anguste), si arriva alla sommità delle torri, da cui è possibile ammirare il panorama sul giardino e sul paese di G., oltre che sull’intera piana circostante. La ripida scala a chiocciola che sale dentro la piccola torre a pianta circolare conduce ad un bellissimo soffitto che ricorda quello delle cupole delle chiese. Se invece di salire si scende, si giunge invece all’ormai inagibile piano seminterrato, costruito sotto il livello del terreno e ospitante la cantina e una gigantesca cucina, con tanto di montacarichi per portare le vivande ai piani superiori in cui risiedevano i nobili.

Dal 1955, anno del definitivo abbandono da parte dei signori di G., nessuno si è fatto avanti per riqualificare l’edificio. Stufi del continuo via vai dei predatori – un giorno un antiquario arrivò addirittura con un camion – che negli anni hanno portato via praticamente tutto (mobili, oggetti d’arredo, quadri, tappeti, fotografie), alcuni capifamiglia di G. hanno acquistato l’edificio, una ventina di anni fa. Hanno riparato i tetti – che infatti sono praticamente nuovi – e hanno cercato di trovare acquirenti interessati all’acquisto. Presto però, a malincuore, hanno dovuto rivenderlo: le spese di gestione e ristrutturazione diventavano troppo alte, e negli anni mai nessuno si dimostrò davvero interessato a recuperare la proprietà. Un disinteressamento condiviso anche dagli enti pubblici, convinti che si tratti di un complesso troppo nuovo per poterne fare un museo.

31Forse però è proprio questo suo status a renderlo così interessante. Le ragioni e le modalità della sua costruzione lo rendono senza ombra di dubbio un castello unico al mondo. Forse con le giuste strategie di marketing potrebbe anche essere sfruttato a fini turistici. Per ora, comunque, il castello “clonato” di G. se ne resta lì, vuoto e abbandonato. Coi suoi camini, le sue perle ingegneristiche, i suoi affreschi, i suoi pavimenti, le sue torri, i suoi merletti. Con tutto il suo potenziale artistico, ma anche con un forte potenziale simbolico: il castello “clonato” di G. è una metafora della megalomania del potere, ma anche un report sullo stato in cui si trovava la nobiltà italiana di inizio secolo, vicina all’estinzione ma ancora in grado di ribadire il proprio carattere. È forse, prima di tutto, un manifesto sulla follia umana.

E già solo per questo sarebbe un peccato dimenticarsene.

Cartolina di R. in cui si vedono entrambi i castelli

Cartolina di G. in cui si vedono entrambi i castelli

Il castello visto dal satellite. La linea rossa tratteggia le mura di cinta.

Il castello visto dal satellite. La linea rossa tratteggia le mura di cinta.

NOTA: L’ingresso al castello senza permessi, oltre che molto pericoloso, è severamente vietato.

Thanks to:
Andre G. (compagno di ventura)
Andrea (per avercelo consigliato)
Elis, Francy (per l’aiuto nel decifrare la targa)

Si ringraziano inoltre
Il professor A.C. e il signor D.P. per le informazioni.
La ragazza della tabaccheria del paese e l’impiegata del comune per la disponibilità.

 [Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2014]

LUCEDIO E LO SPARTITO DEL DIAVOLO

Testi e fotografie di Riccardo Poma

[Cliccando sulle immagini è possibile vederle in HD]

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LUCEDIO (VC). Il complesso abbaziale di Lucedio si trova sul territorio comunale di Trino, in provincia di Vercelli. Perso in un’immensa distesa di risaie, e distante pochi passi dalle imponenti torri della centrale termoelettrica Galileo Ferraris (nella foto sotto, una veduta delle torri scattata dall’ingresso dell’abbazia), il complesso venne fondato nel 1123 ad opera di alcuni monaci cistercensi. Per quanto riguarda i cenni prettamente storici (e per evitare di ripetere cose scritte in migliaia di altri siti), rimandiamo all’esaustiva pagina su Lucedio presente su Wikipedia. Al giorno d’oggi, comunque, il complesso è privato ma si può visitare consultando il sito ufficiale.

Il complesso possiede due edifici sacri: l’abbazia, denominata Santa Maria di Lucedio e recentemente restaurata, e la cosiddetta “chiesa del popolo”, costruita dinnanzi all’abbazia con uno stile decisamente più sobrio. L’abbazia originale (1150-1175 circa), pericolante e malmessa, fu abbattuta per lasciare il posto alla chiesa che vediamo oggi, datata 1770. Tuttavia, alcune tracce dell’antico monastero medievale sono ancora presenti: l’aula capitolare, l’inconsueto campanile a pianta ottagonale (edificato su una base quadrata in stile gotico lombardo), il refettorio con volte a vela. La “chiesa del popolo”, costruita nel 1741 per garantire anche alle famiglie contadine di Lucedio le funzioni sacre, è attribuita a Giovanni Tommaso Prunotto, allievo di Juvarra, ed è in stile tardo barocco.

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Leggende. Come in qualsiasi luogo sacro, per giunta isolato e con un nome tutto sommato strambo (Lucedio significa Luce di Dio, e a molti la cosa ricorda Lucifero, l’angelo di Dio più luminoso, nonché – nella mitologia romana – divinità della luce), Lucedio è stato spesso accompagnato da misteriose leggende che, ancora oggi, attirano turisti e curiosi. Nel 2008 la trasmissione televisiva americana Ghost Hunters[1] vi ha dedicato una puntata, mentre appena due anni dopo il complesso è apparso nientemeno che su Mistero, il programma sul paranormale ai tempi condotto da Marco Berry. La leggenda sostiene che Lucedio sia stato edificato sopra a un portale infernale. A sostegno (?) della tesi ci sarebbero alcuni particolari architettonici: il campanile dell’abbazia possiede una pianta ottagonale, fatto effettivamente anomalo per un edificio medievale ma non per forza riconducibile ad una presenza demoniaca; inoltre, la chiesa fu costruita a sud del complesso invece che a nord, posizione deprecabile in quanto essa non veniva in alcun modo riparata dai venti né tantomeno illuminata dal sole: tuttavia non possiamo sapere quale fosse la morfologia territoriale negli anni in cui venne edificata, ed è difficile parlare del diavolo solamente per un anomalo posizionamento.

Sempre secondo la leggenda, nella sala capitolare vi sarebbe una colonna “piangente”; molti testimoni confermano il fenomeno, molto meno inspiegabile di quanto sembrerebbe: la colonna è costruita in pietra assai porosa e, considerando la grande umidità del luogo e la conformazione del particolare architettonico (sopra di esso vi sono alcuni buchi nella pietra), non è difficile comprendere che si tratti semplicemente di infiltrazioni d’acqua dal piano superiore.

Un’altra leggenda parla di fantasmi nella nebbia (strano, la nebbia nel vercellese? Sulle risaie?), un’altra sostiene che nei sotterranei vi sia una sala segreta che contiene, ancora seduti in cerchio, i cadaveri mummificati dei monaci fondatori; c’è poi chi afferma che ogni qualvolta si parli di Lucedio qualcuno, immancabilmente, muoia (accadde ad un operaio che stava ristrutturando il complesso negli anni ’60).

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Gli unici fatti inquietanti comprovati sono due. Il primo si riferisce al ritrovamento di un cadavere murato vivo, durante alcuni lavori di restauro presso l’abbazia: gli operai sostennero che il poveretto avesse ancora i vestiti conservati, e che l’espressione sul suo volto fosse quella di qualcuno morto di stenti. Il secondo è quello del ritrovamento del cadavere carbonizzato di una giovane donna, secondo la leggenda arsa viva durante un rituale satanico. Questo fatto fu documentato da La sesia del 9 settembre 1949, ma i contorni della vicenda, pur sfortunati, non hanno nulla di demoniaco:

“In frazione Badia di Lucedio, nella notte tra il 5 e il 6 settembre, per cause non ancora accertate dall’autorità competente, una grave disgrazia ha causato la morte di una giovane di 22 anni (…). La ragazza morta in seguito all’incidente, stava tornando a casa col fratello dopo aver pescato le rane, quando si incontra con un certo Renzo Greppi di anni 25 che trasportava una tanica contenente 5 litri di benzina. Quest’ultimo si sarebbe poi appartato in uno scantinato con Romilda per pulire, con la benzina, una macchia sul vestito della fanciulla. Durante il travaso sarebbe caduta della benzina sul pavimento e i giovani, per cancellare le macchie, avrebbero acceso il liquido a terra con un fiammifero, procurato da un terzo giovane di nome Enzo Sala di anni 20. Ciò avrebbe incendiato il carburante sul vestito di Romilda provocandole ustioni dall’esito purtroppo letale”.

Certo lo svolgersi dei fatti è quantomeno strano, ma il tutto fa venire in mente ad un incontro piccante finito male piuttosto che ad un sacrificio in onore di Satana.

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Lo spartito del diavolo. Questa lunga introduzione sul complesso abbaziale di Lucedio – che vi abbiamo proposto un po’ per creare l’atmosfera, un po’ per informarvi sulla natura dei luoghi che abbiamo visitato – è in realtà solamente un prologo del post vero e proprio, che ha come argomento non tanto gli edifici monastici quanto la piccola chiesa del Santissimo Nome di Maria, conosciuta ai più come Madonna delle Vigne. Il piccolo Santuario sorge a pochi passi dal complesso abbaziale, su una collinetta che separa la frazione di Montarolo dalla spianata che accoglie Lucedio. Lo si può raggiungere comodamente prendendo il sentiero alberato che parte dietro il piccolo cimitero presente sulla strada. Cinque minuti di cammino nei boschi e ci si ritrova davanti alla chiesa: costruita nel XVII secolo dai monaci di Lucedio, a pianta ottagonale e alta circa 25 metri, è abbandonata e sconsacrata da una quindicina di anni.

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Il motivo del suo abbandono, al di là della posizione isolata, si può collegare alla leggenda dello “spartito del diavolo”, probabilmente la più caratteristica (e paurosa) che si possa sentire su Lucedio.

La leggenda narra che nel 1684, nel vicino cimitero, alcune streghe evocarono il demonio. Quando fu il momento di imprigionarlo nuovamente nell’Ade, qualcosa andò storto, e il diavolo si impossessò degli abati di Lucedio che, da quel momento, iniziarono una scorribanda di soprusi, stupri, omicidi, orrori di ogni tipo, perpetrati abusando del proprio potere religioso. La leggenda vuole che nel 1784, esattamente cento anni dopo l’evocazione, da Roma giunse a Lucedio un esorcista che, con grande sforzo, riuscì a rispedire il demonio all’inferno e a liberare gli abati. Come suggello all’incarcerazione del demone, venne composta una musica magica avente il potere di trattenere il diavolo qualora si fosse nuovamente manifestato. Tuttavia – e qui viene il bello – suonando il brano al contrario (da destra sinistra e dal basso verso l’alto) si otterrebbe l’effetto opposto, ovvero quello di evocare nuovamente il diavolo nel nostro mondo.

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La leggenda rimase nell’aria per parecchi anni, fino a quando, una quindicina di anni fa, l’archeologo Luigi Bavagnoli, fondatore del gruppo Teses, fece una sensazionale scoperta:

“Nel 1999 vagavo in zona scattando fotografie per documentare i monumenti di interesse artistico e culturale che, a mio avviso, erano a rischio, per sensibilizzarne il recupero e la valorizzazione. Fu così che mi ritrovai all’interno del vicino Santuario di Madonna delle Vigne, all’epoca abbandonato a se stesso, avvolto da rampicati e soggetto a poco salubri infiltrazioni di acqua piovana. Notai, sopra il portone di accesso, un affresco, che, tra le altre cose, rappresentava un organo a canne ed uno spartito. All’epoca non ero ancora a conoscenza della leggenda dello “Spartito del Diavolo”, fotografai il tutto e me ne dimenticai. Solo dopo aver raccolto diverse testimonianze in merito a questa leggenda mi posi il quesito. Che lo spartito che tanti curiosi, ricercatori e storici avevano cercato in forma cartacea, non fosse invece quello affrescato nel vicino santuario? Contattai quindi la dott.ssa Paola Briccarello, studiosa di musica antica e liturgica. Le affidai il compito di capire se quelle note potevano avere qualche legame con la leggenda. Dopo poco tempo mi fece sapere che quel pentagramma conteneva delle stranezze. Riporto alcuni concetti, rimandando i dettagli al suo studio. Tramite un sistema di sostituzione di note con le lettere, simile ad una cifratura, comparivano chiaramente tre parole: DIO, FEDE, ABBAZIA. Singolare e, oserei dire, non casuale. Inoltre mi spiegò che i tre accordi iniziali erano tipicamente accordi di chiusura, ovvero adoperati al termine, e non all’inizio, di un brano. Un po’ come se fosse stato dipinto al contrario.[2]

Al giorno d’oggi la Madonna delle vigne non versa in condizioni molto diverse rispetto a quando Bavagnoli la visitò nel 1999. Il sagrato come l’interno della chiesa sono cosparsi di macerie staccatesi dalle pareti, il che va presupporre che i crolli siano piuttosto frequenti. Le statue che un tempo ornavano la chiesa (nelle foto potete vedere le nicchie rimaste vuote) sono state trafugate da tempo, ma il resto rimane esattamente com’era: il piccolo altare con alle spalle un piccolo capitolo (dal soffitto assai suggestivo), la maestosa cupola ottagonale, un tempo affrescata, i capitelli e gli splendidi particolari architettonici (le arcate, le finestre, i lucernari), il “mitico” affresco sopra l’ingresso, rappresentante un organo a canne e “lo spartito del diavolo”. Sicuramente, come spesso tristemente accade in questi casi, la chiesa è stata colpita da numerosi atti vandalici, sottolineati dalle scritte sui muri (“Satan”) ma anche da un bizzaro ex voto visibile nei pressi dell’ingresso, che recita “per la chiesa delle vigne, perché torni a splendere”. Per ora, in realtà, nessuno pare intenzionato a far si che la Madonna delle vigne risplenda come un tempo. Il suo aspetto rimane assai lugubre e pauroso e, merito anche delle leggende che la accompagnano, resta una meta affascinante in grado di turbare anche i più coraggiosi. Suggestione? Sicuramente, ma Lucedio è uno dei pochi luoghi delle nostre terre in cui si può respirare davvero un’atmosfera misteriosa. E che, non fatichiamo a immaginarlo, di notte può facilmente tramutarsi in terrore.

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2013]

Thanks to Franci & Elis

FONTI:

http://www.principatodilucedio.it/index.html

http://it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_Santa_Maria_di_Lucedio

http://www.welovemercuri.com/files/IL_PRINCIPATO_DI_LUCEDIO-1.pdf

http://www.teses.net/news/lucedio-e-lo-spartito-del-diavolo/

http://blog.libero.it/n3raforma/3862433.html


[1] Si tratta di una serie americana uscita anche in Italia in cui un gruppo di investigatori del paranormale indaga di notte nei luoghi apparentemente infestati da fantasmi.

[2] Il testo riportato è tratto da un articolo di Luigi Bavagnoli, creatore del gruppo Teses, apparso sul sito dell’associazione al seguente indirizzo http://www.teses.net/news/lucedio-e-lo-spartito-del-diavolo/

I FANTASMI DI SALETTA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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SALETTA (VC). La piccola frazione di Saletta fa parte del comune di Costanzana, in provincia di Vercelli. Più che di una frazione vera e propria, si tratta di un piccolissimo assembramento di costruzioni che giace, isolato, in mezzo alla distesa di risaie che separa Vercelli da Trino. Con lo spopolamento della frazione, dettato probabilmente dalla posizione estremamente isolata, sono fiorite le leggende che accompagnano qualsiasi paese fantasma che si rispetti. Al giorno d’oggi Saletta è una frazione totalmente disabitata, utilizzata soltanto da chi lavora nei campi circostanti per parcheggiare mezzi agricoli e balle di fieno. Il complesso è formato da un vecchio castello, alcune cascine sorte a ridosso di esso, una chiesa con piccolo cimitero e un tempietto dalla pianta circolare. La frazione ha origini molto antiche: il suo nome compare in un atto datato 1148 e in un diploma di Federico Barbarossa del 1152[1]. Per quanto riguarda i cenni prettamente storici, vi rimandiamo ad alcuni siti che troverete elencati nelle fonti, in fondo al post.

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3La chiesa. La chiesa di Saletta, dedicata a San Bartolomeo, viene menzionata per la prima volta in una carta del 1280. Imponente nell’aspetto e assai interessante nell’architettura (suggestivo il colonnato d’ingresso), la chiesa possiede un bizzarro frontone che non ha fatto che accentuare le dicerie inerenti a Saletta: per tutte la sua lunghezza, infatti, appaiono scolpiti i teschi rabbiosi di alcuni bovini. Per impedire ulteriori atti vandalici, l’ingresso della chiesa è stato recentemente murato, rendendo impossibile una visita all’interno. Sulla destra dell’edifico, ormai sconsacrato, vi è un piccolo cimitero che ospita ancora parecchie tombe di abitanti del luogo. Anche il cimitero, un tempo visitabile, è stato chiuso con una pesante catena per evitare ulteriori profanazioni.

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5Il tempietto. La costruzione conosciuta come tempietto è in realtà un tabernacolo, dedicato a San Sebastiano. Rispetto al resto della frazione, il tempietto appare inspiegabilmente decentrato (si trova circa 450 metri a est della chiesa), ed è l’unica costruzione di Saletta difficilmente visitabile durante il periodo estivo. Esso si trova infatti in un fitto boschetto, percorribile soltanto quando le piante perdono il “verde” durante i mesi freddi[2]. A pianta circolare, il tempietto era magistralmente decorato in tutta la sua circonferenza.

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Dicerie (?). Avrete notato, leggendo questo blog, che non siamo disposti a credere alle dicerie che spesso accompagnano i luoghi abbandonati (sembra quasi che l’aggettivo “abbandonato” sia sinonimo di “infestato”), e sicuramente non inizieremo a crederci dopo aver visitato Saletta, ma le leggende che accompagnano questo luogo sono talmente tante che forse vale la pena citarne qualcuna. Pur togliendo le palesi castronerie (i motorini si spengono nei pressi della chiesa, i cellulari non prendono – sic, come in qualsiasi posto isolato, aggiungiamo noi!), i si dice riferiti a Saletta sono parecchi, anche se quasi nessuno documentato.

Luoghi del diavolo. Informandoci per il nostro post su Oropa Bagni, altro luogo che la credenza popolare attribuisce ormai esclusivamente ai culti diabolici (che in effetti avvennero, ma poche volte e negli anni ’80), siamo venuti a sapere che spesso i luoghi abbandonati – specie se nei pressi di chiese e santuari – attirano folli ed esaltati convinti di evocare Belzebù accendendo un fuoco e scuoiando qualche povero scoiattolino di bosco. Saletta, che di luoghi sacri ne possiede ben tre (chiesa, cimitero e tempietto), non è probabilmente sfuggita a questo triste destino. In un articolo apparso l’8 dicembre 1991 su La stampa, alcuni ragazzi riferirono di aver visto, durante una gita notturna a Saletta, una forte luce in chiesa e alcune scritte inneggianti al demonio. L’attendibilità di queste testimonianze non è mai stata tuttavia provata.

8Fantasmi. Parecchi i fantasmi che, secondo le credenze popolari, investono il loro (eterno) buon tempo nei pressi di saletta. Ci sarebbe il fantasma di una giovane innamorata morta suicida, nipote del Marchese Pallavicini Mossi (coluì che eredito il feudo nel 1625, secondo i documenti): la leggenda narra che il suicidio avvenne nei boschi dietro la chiesa, e che Mossi avrebbe fatto erigere il tempietto proprio nel luogo del fattaccio. Vero o meno, la storia del suicidio potrebbe spiegare il mistero sulla strana posizione del tempietto, molto “isolato” rispetto agli edifici della frazione. Si parla poi del fantasma di un bambino trovato impalato nei pressi del cimitero, quello di una bambina che si ammalò e morì dopo aver visitato la frazione, addirittura si parla di un Poltergeist che infestò la casa di alcuni contadini della zona.

9Non è finita. Si sente raccontare dai contadini che abitano nei paesi limitrofi a Saletta che d’inverno (raramente in estate), nei campi a ridosso del tempietto, si vede comparire la figura nebulosa ed indefinita, avvolta in una luce bianca, di una donna che cammina pochi centimetri dal suolo per poi, improvvisamente, scomparire.

Ossa di giganti. Una delle poche leggende su Saletta che appare, se non provata, quantomeno citata in documenti ufficiali, è quella del ritrovamento di alcune ossa appartenute a esseri giganti. Lo storico vercellese Giovan Battista Modena, canonico vissuto tra il XVI e il XVII secolo, si convinse dell’esistenza di giganti prediluviani nel territorio piemontese. Nel 1622 egli scrisse: (a Saletta) si è ritrovato un corpo di gigante di altezza e grossezza indicibile che io stesso ho veduto, misurato….”. Il documento citato esiste, ma ovviamente non vi sono prove del ritrovamento.

Chilometri di sotterranei. Una delle leggende più famose su Saletta è quella dei cunicoli sotterranei che collegherebbero la frazione a Costanzana (circa 2 km). La partenza dei cunicoli si troverebbe nella stanzetta presente sotto il tempietto, ma visitandola nessuno ha mai trovato tracce di un qualche passaggio. Altre leggende parlano invece di un cunicolo che collegherebbe Saletta alla vicina frazione di Torrione. Ovviamente non vi sono prove in merito, ma va detto che in altri luoghi – nemmeno troppo lontani, ad esempio sotto il Monastero di Castelletto Cervo (BI) – la presenza di questi cunicoli è assolutamente documentata.10

L’unica cosa davvero certa è che, creduloni o meno, Saletta resta un luogo assai suggestivo e misterioso, in grado di inquietare anche chi, come noi, ha smesso di credere ai fantasmi. Tutti i luoghi abbandonati emozionano e turbano, talvolta mediamente, talvolta parecchio. La piccola frazione di Saletta, complici anche le tante leggende che la accompagnano, emoziona e turba sopra la media. Non sappiamo se davvero i suoi abitanti sono “scappati” terrorizzati (come affermava qualche giornale locale negli anni ’80). Le sue storie sono tutte tramandate oralmente, dai ragazzini in cerca di ardite prove di coraggio come dai vecchietti  al bar che le raccontano ridacchiando e senza mai crederci davvero (o forse, sotto sotto ci credono pure loro), e forse è proprio questo il suo punto di forza: soltanto l’impossibilità di provare una leggenda la mantiene tale. Ed è quest’impossibilità ad emozionarci e ad affascinarci, nonostante tutto.

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2013]

Thanks to Franci & Elis

FONTI:

http://www.piemondo.it/storia-mistero-archeologia/222-i-misteri-di-saletta.html

http://www.welovemercuri.com/files/SALETTA_DI_COSTANZANA.pdf

http://www.teses.net/


[1] Tutte le informazioni su Saletta che trovate in questo post sono state “catturate”  dal gruppo Teses www.teses.net

[2] L’unica foto di questo post che non abbiamo scattato noi è proprio quella della veduta frontale del tempietto. Come noterete dalla fauna, è stata scattata d’inverno.

STAZIONI FANTASMA

Testi di Riccardo Poma, fotografie di Andrea Altellini e Riccardo Poma

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MASSERANO (BI). Su La stampa sera del 7 luglio 1983 c’è un articolo dal titolo “L’incredibile stazione fantasma, dove non parte e non arriva nessuno”. La stazione in questione è quella di Masserano, abbandonata a se stessa e cancellata dalle tratte ferroviarie (era sulla Biella– Novara) da almeno 15 anni. Al di là del tono ridanciano e insolente dell’articolo – che sostiene che la stazione si trovi nella “steppa”, che sia circondata da bisce e giganteschi ratti di fogna e che a Masserano si fanno le cose “alla carlona” – la posizione di questa stazione, prima privata e poi nazionale (dal 1960), è quantomeno surreale: l’edificio si trova infatti a ben 10 km dal centro abitato di Masserano, è costruita sul suolo di un altro comune (Castelletto Cervo) e, per giunta, in mezzo alle risaie. L’abitazione più vicina è a circa 3 km, e l’unico modo per arrivarvi è farsi a piedi la strada provinciale. Oppure passare dalla baraggia, come ci hanno raccontato i castellettesi più anziani, che sfruttavano la piccola stazione per dirigersi a scuola a Biella (si parla degli anni ’40). Alla luce di questo strambo posizionamento, non è difficile domandarsi come sia possibile che la stazione sia stata ben presto abbandonata: è troppo lontana dai centri abitati e, di conseguenza, i pendolari preferiscono dirigersi alla stazione di Cossato, che, paradossalmente, è più vicina al centro abitato di Masserano rispetto a quella di Masserano. La usavano i castellettesi, certo, ma il fatto che per raggiungerla si dovessero fare tutti quei km presto stancò anche loro. Oggi l’edificio è quasi totalmente divorato dalla fauna, invisibile dalla provinciale e distinguibile velocemente (ma si deve prestare molta attenzione) se si è seduti sul treno.

A causa del ritrovamento di alcuni murales e di parecchie siringhe, all’inizio degli anni ’90 gli ingressi della stazione furono letteralmente murati. La cosa incredibile, surreale, è che nessuno portò fuori il materiale ancora presente dentro la stazione, e così non fu raro, negli anni successivi alla muratura, che passando davanti alla stazione si vedessero documenti cartacei volare fuori dalle finestre, trasportati dal vento. Nel 2007 gli amministratori locali, stanchi dei continui incendi dolosi di rifiuti nei pressi della stazione (e, forse, anche del fatto che il luogo stesse diventando un luogo d’appuntamenti hard) hanno chiuso il viale alberato che portava all’edificio con dei blocchi di cemento armato. L’unico modo per raggiungere la stazione rimane la Baraggia, ma non è facile trovare la strada giusta.

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BURONZO e CARISIO (VC). Quella di Masserano non è l’unica stazione abbandonata della zona. Nei piccoli centri biellesi e vercellesi se ne trovano molte; abbandoni non tanto dettati dall’improponibile posizione, come accadeva con la stazione di Masserano, quanto per lo sviluppo esponenziale del trasporto privato su gomma e per la soppressione delle linee di interesse. Recentemente, non senza legittime polemiche, è stata chiusa la linea  Santhià – Arona. Molte stazioni della tratta sono state dunque abbandonate a se stesse, altre erano in disuso da parecchio tempo.3

Come quelle di Buronzo e Carisio, entrambe sulla tratta soppressa, entrambe abbandonate da una quindicina di anni. Quella di Buronzo porta con se uno strambo paradosso: nel 2012, nonostante l’abbandono, è stata ritinteggiata e messa a nuovo (anche se gli ingressi restano murati). L’unico motivo plausibile è che, considerata la sua posizione (svetta a sinistra, su una collinetta, arrivando da Vercelli), essa sia stata sistemata per evitare che i viaggiatori ricevessero, come benvenuto dal comune di Buronzo, un casolare sfatto e cadente.4

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2013]