LA FABBRICA INVIOLATA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

DSC_7906bOgni fabbrica in cui si entra riserva sorprese particolari.
Non si può mai sapere cosa si troverà dentro un luogo abbandonato, questo è poco ma sicuro.
Tuttavia, ci sono sempre almeno tre certezze:
1) Non sei il primo a entrare lì dentro con una macchina fotografica
Sembra che ormai tutti siano entrati dappertutto. Chi fa foto di questo tipo non dice i nomi dei luoghi, ma spesso capita di entrare in una fabbrica ed esclamare: “ehi, ma io questa roba l’ho già vista”. Dove? Sul sito di uno che a le stesse foto che fai tu.
2) Il graffito è l’arma sociale dei primi anni 2000
Forse oggi hanno già smesso di andare di moda, ma uno dei tratti caratteristici di ogni fabbrica abbandonata è la presenza di graffiti sui muri. In realtà spesso “graffito” è una parola molto grossa, la maggior parte delle scritte è “Sandra ti amo” o “Jennifer ti odio, mortacci tua” – ma perché lo devi andare a scrivere dentro una fabbrica? Certo è che per almeno due tipologie di persone – i writers e i morosi di Sandra e Jennifer – i bianchi, enormi, silenziosi muri delle fabbriche in disuso rappresentano un foglio gigante che non aspetta altro che essere scritto o colorato.
3) Non troverai nulla in giro che tu non abbia già visto in un’altra fabbrica
Questo non è sempre vero, ma lo è spesso. Grosse stanze che sembrano ancora più grosse perché dentro non c’è più niente, assoluta (o quasi) assenza di oggetti. E per oggetti si intendono macchinari (i primi a sparire quando una fabbrica chiude) e oggetti veri e propri; quando va bene trovi un cartello, qualche macchia d’olio, qualche bullone.

Questo è ciò che accade in linea generale, ma è ovvio che si contino anche parecchie eccezioni, come QUESTA. La fabbrica di questo post è una filatura e fa parte di quelle eccezioni: non solo ha ancora molti oggetti al suo interno, ma addirittura sembrerebbe che ne vandali ne fotografi ne urbex siano ancora riusciti ad entrarci. L’architettura è particolare, modulare, fatta di mattoni rossi che le danno un aspetto imponente e granitico. Entrando dalla porta principale ci si trova davanti uno scalone di marmo e mosaicato. A destra, una piccola infermeria con un calendario (il modo migliore per comprenderne la data di abbandono) e un lettino con tanto di coperte. A sinistra gli uffici, nei quali svetta una fantastica timbratrice perfettamente conservata. Qualche graffito/scritta, ma davvero poca roba. Salendo le scale si approda alla sala mensa, piena di tavoli a cui sembra mancare solamente la tovaglia.

Tornando al piano terreno si può entrare negli spogliatoi, in cui sono ancora ben leggibili i nomi delle operaie sugli armadietti. Da qui si sbuca nella fabbrica vera e propria, qualcosa di molto, molto grande. Gli spazi erano frazionati per la suddivisione in reparti, ma è comunque difficile non accorgersi delle dimensioni. Pese, macchinari, manometri, pulsanti, indicatori, un (scusate il piemontesismo) “gabiotto” in cui svetta quello che pare un timone. I grossi macchinari non ci sono più, probabilmente venduti appena la fabbrica chiuse; ma tutto il resto non si è spostato di un millimetro. Una fabbrica inviolata, ancora risparmiata dalla furia umana, in balia di se stessa ma in qualche modo ben protetta. Qui è tutto fermo per davvero: non sono arrivati i fotografi a spostare le sedie vicino alle finestre per fare foto tremendamente banali dal titolo “la luce dell’abbandono”, non sono arrivati (o comunque non in massa) i fidanzatini delusi/innamorati di Sandra e Jennifer, non sono passati i soliti ladruncoli, cui una vecchia timbratrice o anche soltanto del rame farebbero parecchia gola.

Coi suoi colori sbiaditi, i suoi mattoni così nuovi eppure già così fuori moda, i suoi stanzoni simmetrici e il suo timone, questa fabbrica resta una delle più suggestive della zona. Forse proprio perché è rimasta ferma DAVVERO. Inviolata, non deturpata, non derubata.

Quanto durerà?

Un immenso grazie a Marianna

[Tutte le fotografie e i testi presenti in questo post sono tutelati dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotti altrove. Copyright Vuoti a perdere 2016]

BIELLA CLASSIC

Testi e fotografie di Riccardo Poma

25

Cosa c’è di più Biella Classic di una fabbrica abbandonata, si sarà chiesto qualcuno? Bè, un lanificio abbandonato, per giunta sulle sponde del Cervo. Un ennesimo lanificio abbandonato sulle sponde del Cervo. Questa storia – una storia come tante – inizia nel 1848, quando un industriale della zona apre il suo lanificio sulle sponde del Cervo. Perché sulle sponde del Cervo? Perchè l’acqua era il motore principale delle fabbriche biellesi (ne era pure lo scarico fognario, ma su questo sorvoliamo – in fin dei conti in quegli anni l’inquinamento non si sapeva nemmeno cos’era). Attraverso canali artificiali (alcuni li potete vedere ancora oggi, con un po’ di attenzione) si deviavano consistenti quantità d’acqua “sotto” le fabbriche, in cui di norma era costruita una sorta di “stanza-mulino” che funzionava col più basilare dei concetti energetici: l’acqua faceva girare una pala il cui movimento creava energia per alimentare lo stabilimento. No, in effetti noi biellesi non eravamo affatto stupidi.

5

Nel 1871 l’industriale in questione (ebbene, non possiamo proprio dirvi il suo nome) decise di aprire un altro stabilimento, edificandolo questa volta più a monte, sulle ceneri di un vecchio (guarda caso) mulino in disuso. Presto il secondo stabilimento, più grande del primo, divenne il centro nevralgico della produzione. Lo stabilimento a valle, tuttavia, rimaneva in una posizione strategica perché, agli inizi del ‘900, gli venne edificata accanto la prima ferrovia cittadina. Il fiume da una parte, il treno dall’altra. In mezzo, la produzione di tessuto continuava senza sosta, andando a consolidare – insieme a quelle di altre aziende – il nome di Biella nel mondo. È anche grazie a edifici come questi che la lana biellese divenne rinomata in tutto il mondo. (Ebbene sì – per i più giovani – anche Biella fu grande e un tempo era persino una città operosa e allegra). Il lanificio in questione è uno dei tanti che si possono trovare sulla sponda del Cervo. Indizio per i più curiosi: la sponda è la stessa su cui sorgevano i lanifici Rivetti (di cui potrete scoprire tutto QUI).

18

Il nostro viaggio inizia, tanto per fare gli originali, dal primo piano, cui accediamo attraverso una scaletta che ha visto tempi migliori. Non somiglia alle fabbriche che abbiamo visto finora. Il soffitto è a botte, una scelta costruttiva adottata per sfruttare al massimo lo spazio disponibile: la forma ad arco permetteva infatti di scaricare il peso dell’edificio (e del piano superiore) sui muri senza dover costruire colonnati o ulteriori muri portanti, che sicuramente avrebbero portato via spazio. Gli unici rinforzi sono gli snelli tiranti in ferroche ancorano il sopra al sotto (dal pavimento alcuni buchi rivelano l’esistenza del piano terra). Dentro questo enorme salone, così vecchio ma dall’aspetto così futuristico, quasi non si riesce a parlare: il rumore del fiume, vicinissimo, unito al rimbombo tipico degli stanzoni vuoti, crea un originale tessuto sonoro che ti entra dentro e arriva in profondità, fino a scuotere lo stomaco. Non un suono cattivo, comunque. È un suono benevolo, avvolgente, caldo. Una volta era il suono della vita. L’acqua dava energia alla fabbrica, l’acqua era “generatrice di lavoro”. Anzi, era simbolo di lavoro e operosità.

[Cliccando sulle foto partono gli slideshow]

Proseguiamo, saliamo di piano, arriviamo in un altro stanzone, dove troviamo qualche caratteristico cartello e alcuni oggetti utilizzati dagli operai. In una stanzetta che reca la scritta “spogliatoio”, rinveniamo i resti di quello che una volta doveva essere una specie di miniappartamento. Al suo interno, interessanti particolari come
a) Un per nulla kitsch orologio a timone che ha addirittura lasciato la propria sagoma sul muro
b) Un mobiletto del pronto soccorso con all’interno medicinali e simili (lo stile grafico della confezione di TINTURA DI IODIO rivela un’appartenenza minimo agli anni ’80)
c) Un tavolino in finto marmo con sopra un pensile tutto scassato
Da questo piccolissimo alloggio cogliamo anche uno scorcio dell’esterno, interessante perché contrappone i materiali costruttivi originali (a sinistra) con quelli di un successivo restauro (a destra). Senza essere architetti o esteti, non è difficile decretare quale muro sia il più bello da contemplare.
Alcuni cartelli pre 626 suggeriscono di non ogliare le macchine quando sono in moto, mentre è ancora visibile una lastra in compensato su cui erano appese le etichette delle celle di lavorazione
Passiamo così nella stanza della pesa (potete anche non crederci, ma funziona) e finiamo per scorgere una porticina che, nuovamente, da verso un appartamento. Questo era probabilmente l’appartamento del custode. Più grande dell’altro, perfettamente conservato, con addirittura un vecchio asse da stiro e, incredibile, una sala da pranzo perfettamente composta, con tanto di sedie allineate. La poltrona che da sulla finestra chiusa, in perfetto stile “madre di Anthony Bates”, mette i brividi. Ok, la foto fa schifo, ma calcolate che la dentro era buio pesto e ci è toccato usare il flash.

Torniamo allo stanzone iniziale, e da qui prendiamo una scalinata che porta al piano terra, probabile fulcro della lavorazione. Non ci sarà la volta ad arco, ma a livello architettonico questo stanzone non ha proprio nulla da invidiare a quello di prima. Passiamo ad uno stanzino usato come spogliatoio (stavolta per davvero), in cui non mancano particolari pittoreschi come degli appendini e alcuni sacchi aperti di prodotti chimici. L’ultima stanza che visitiamo ci mette davanti ad una triste verità, già annunciataci dalla nostra “guida”: le porte che davano sul piano interrato, quello contenente la “pala” del mulino, sono state murate (ma perché?) e quindi l’unico modo per entrare è probabilmente salire dal Cervo. L’unica testimonianza di questa pala la troviamo sotto l’altro stabilimento, quello a monte, ma anche qui vederla bene è impossibile. L’unica cosa che riusciamo a fare è una fotografia infilando la macchina fotografica in un pertugio all’altezza dei piedi di 20cm di diametro. Potete distinguere un ingranaggio arrugginito e nulla di più.

Siamo stati vicino al cuore pulsante della fabbrica, non sentendo altro che quel suono greve e profondo che ancora oggi fa l’acqua del torrente. Una volta, il suono del lavoro. Il suono della fatica. Il suono della vita.

Il viaggio è finito. E quindi uscimmo a riveder le stelle.

40

Thanks to Dani G.,Franci

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2014]