RICEFIELDS’ LEBOWSKI

Testi e fotografie di Riccardo Poma

DSC_0909

Quando si entra in una città, in un paese, in una frazione, c’è sempre una costruzione un po’ più alta delle altre che colpisce. Che sia un campanile, un condominio, un monumento, o semplicemente un edificio più alto degli altri, c’è sempre un qualcosa che spezza l’orizzontalità e punta al cielo.
Nel caso del piccolo paese di N., ad attirare l’attenzione del turista (!) sono sei giganteschi silos.
Nulla di sacro, nulla di monumentale, nulla di magico. Dei silos.
Ma veramente molto, molto alti.
Le lamiere che li rivestono riflettono la luce del sole.
Le loro sagome slanciate spezzano la piattezza delle distese risicole.
Insomma, è veramente difficile non vederli.
C’è chi ha l’Empire State Building. C’è chi ha er Colosseo. C’è chi ha fabbriche abbandonate (tipo la città di Biella, QUI). Qui hanno i silos.
Meglio che niente.
“Sei mai stato a N.?”
“Si, quel paese dove hanno dei grossi silos!”

DSC_0894
In realtà a N. non ci sono solo i silos, anzi. Ci sta un bellissimo castello, ad esempio.
Eppure, nessuno lo nota passando da quella trafficata circonvallazione. O meglio, non subito.
Prima si vedono i silos.
Finchè la produzione è massiccia, vabbè: ci può anche stare. Stessa ragione per cui arrivare a Biella vedendo i lanifici Rivetti trepidanti di lavoro non era affatto deprimente, sessant’anni fa.
Quando però i cancelli si chiudono, i camion smettono di arrivare (e i silos si svuotano), allora forse il silos non è tutto sto gran biglietto da visita. Anche se queste sono cose che succedono spesso, difficilmente ci si pensa quando tutto va per il verso giusto.
Costruito sopra un mulino ottocentesco, del quale fino a qualche tempo fa (ovvero prima di una demolizione “controllata”) si poteva ancora scorgere la ruota, il mOlino di N. (con la O, come si usava una volta) è stato uno dei mulini industriali più importanti della zona. Non solo per i suoi grandi silos (aridaje) e per le sue gigantesche macine, bensì pure perché al suo interno c’era un laboratorio di analisi all’avanguardia. Insomma, se il grano era buono o cattivo lo decidevano dei tizi in camice bianco seduti in questa stanza che vedete qua sotto.

DSC_0876
Chiuso da poco meno di una trentina d’anni (ma i silos hanno ospitato il raccolto fino ad una quindicina di anni fa), oggi il mOlino è privo di vita; conserva però la sua imponenza, la sua aspirazione al cielo nonostante un territorio che dal cielo – se si escludono fosse e depressioni – è tra i più lontani in assoluto (il punto più alto di N. è a 18 metri sul livello del mare, probabilmente). La sua verticalità spezza l’orizzontalità del paesaggio risicolo, e nel farlo racconta un PRIMA (l’agricoltura rurale – “piatta”) e un DOPO (quella industriale – “verso l’alto”).

DSC_0915
Dentro il mOlino colpisce la moltitudine di oggetti ancora al loro posto, come se “l’ultimo giorno” di lavoro non fosse stato presentanto come tale, come se ogni dipendente avesse lasciato tutto com’era convinto che sarebbe tornato lì il giorno seguente. Il laboratorio chimico, con le sue provette, i suoi botticini ancora pieni di chissà cosa; gli uffici, con telescriventi, macchine da scrivere e calcolatrici (o “addizionatori”, come le chiamava un tempo la Olivetti), la scritta “ufficio” dipinta sui vetri; la casa del custode, coi sanitari, il campanello con scritta (ovviamente, “custode”), i paletti su cui stazionava un filo di ferro su cui stendere i panni. Pulsanti, coclee, interruttori.

E qualche sorpresa. Nel post dedicato alla Città del mobile mi chiedevo quante possibilità c’erano di trovare, in un luogo abbandonato, la fotocopia della carta d’identità di un tizio che conoscevo. Qui, al mOlino, mi sono chiesto: quante possibilità c’erano di aprire un quaderno a caso, il primo che mi è capitato davanti agli occhi entrando nel laboratorio, e scoprire che quelle parole – le ultime, quelle scritte il giorno prima della chiusura – erano state partorite a esattamente 48 ore dal momento in cui sono nato io? Destino? No, ma chi ci crede. Però fa pensare.

DSC_0877

Fa pensare che quei giganteschi silos siano ancora lì. Sei enormi guardiani.
Sei altissimi birilli che non troveranno mai un grande Lebowski in grado di tirarli giù. Né una palla abbastanza grande e pesante.
Forse un giorno arriverà una palla da demolizione, ecco. Ma io non credo.
È più probabile che quella palla sarà la palla del tempo. Lo strike definitivo potrà essere solo suo.

DSC_0898

Thanks to Franci

 [Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2015]

UNA TIPICA AZIENDA AGRICOLA VERCELLESE

VIAGGIO AL PAESE FANTASMA DI VETTIGNE’

Testi e fotografie di Riccardo PomaDSC_0168

E’ da qualche anno che ci giriamo intorno, raccontandovi posti lì vicini come il piccolo cimitero abbandonato, il Maialetto e quella costruzione che appare nell’articolo L’isola (per la cronaca, le nostre sono le uniche ed ultime foto scattate a quel posto: “l’isola” è stata abbattuta per far spazio, indovinate un po’, ad altre risaie). Ora, finalmente, siamo arrivati al dunque, ovvero alla piccola frazione di Vettignè, comune di Santhià, un vero e proprio piccolo paese (una volta era addirittura comune dipendente, con Chiesa, scuole, osteria, botteghe) costruito in the middle of nowhere, che dalle nostre parti si traduce con “in mezzo alle risaie”.

DSC_0211La storia. Intorno all’anno mille vennero edificati i primi edifici, esattamente dove ora vediamo la chiesetta e lo stabile principale. Perchè proprio li? Le risaie non c’erano ancora, dunque perché costruire edifici nel bel mezzo del nulla? Perchè quelle prime, antiche mura furono edificate sul crocicchio tra due trafficatissime “vie” di comunicazione, la via Svizzera e la via Francigena. Il nome Vettignè deriva proprio da Vectigal, il dazio che si pagava per ottenere il diritto di passaggio dal borgo. Grazie a questo stratagemma, gli abitanti di Vettignè si arricchirono velocemente, e nel XV secolo il borgo venne ampliato: dietro il nucleo originario fu edificato un lussuoso castello, con tanto di torre a pianta circolare di ragguardevole altezza. Intorno al 1500, causa aumento demografico, vennero costruiti i due bracci laterali, che chiusero queste prime strutture a formare uno spazioso cortile. Infine, con l’avvento delle colture risicole (1700 circa), Vettignè divenne una vera e propria azienda agricola. Che, vista la dimensione degli ampliamenti, era probabilmente tra le più floride della zona: partendo dal nucleo originario, infatti, sui lati vennero edificati una serie importante di nuovi edifici atti ad ospitare la manovalanza necessaria per gestire tutta quella terra. Il già spazioso borgo di Vettignè, dunque, divenne una cascina grandissima, un piccolo paesino autonomo (fu comune tra il 1700 e il 1800) dall’enorme cortile, ancora oggi tra i pochissimi interamente “cintato”.
Il castello appartene a lungo ai Vialardi di Verrone, per poi passare ai Dal Pozzo e infine al ramo Savoia-Aosta.

La leggenda. Secondo una leggenda che ancora oggi molti considerano veritiera, il piccolo Borgo di Vettignè diede i natali al perfido capitano di ventura Bonifacio “Facino” Cane (1360 – 1412), crudele mercenario che terrorizzò l’Italia settentrionale tra il XIV e il XV secolo. Al soldo di Teodoro II del Monferrato, che gli affiancò – si dice – ben 400 cavalieri, tra il 1391 e il 1397 Facino Cane invase e saccheggiò gran parte del Piemonte, lasciandosi dietro un’impressionante scia di sangue e violenza. Gli unici borghi risparmiati dalla sua furia furono Santhià e Vettignè, cosa che indusse molti a pensare che qui egli fosse venuto al mondo. Altre fonti sostengono che Cane fosse nato a Casale Monferrato, ma ancora oggi sono molte le voci fuori dal coro.

Tempi (più o meno) recenti. Nonostante appartengano ad epoche più recenti, anche gli edifici posti fuori dalle mura conservano un grande interesse. Dietro le mura posteriori c’è ancora il bellissimo mulino, attraversato dal canale e perfettamente conservato con i suoi ingranaggi e le sue ruote. Vicino, un edificio risalente agli anni ’30 – ’40 (a svelarne la data di costruzione è l’architettura, molto “fascista”) che ospitò refettorio (piano terra) e dormitorio (primo piano) per le mondine di stanza a Vettignè. Ancora conservati sono i bagni, le docce, i lavabi e una piccola fontana ancora attiva. Altra testimonianza degli influssi fascisti sull’agricoltura locale è la ancora visibile, enorme scritta su uno dei muri esterni, che riporta il celebre motto “è l’aratro che lascia il solco, è la spada che lo difende”. Più antichi sono invece la chiesa, risalente al 1742 (costruita perché quella del borgo era diventata piccola per tutti quegli abitanti), e il piccolo cimitero, databile intorno al 1800 e costruito distante dalle abitazioni per ovvi motivi.

Oggi. A partire dal 1960 – col boom economico, la corsa alla fabbrica e alla città, l’avvento di nuovi metodi agricoli – il piccolo borgo di Vettignè cominciò pian piano a spopolarsi. Gli ultimi abitanti fecero i bagagli all’inizio degli anni ’80, nonostante alcuni edifici (la scuola, l’osteria) fossero ancora regolarmente funzionanti. Dal 1998 la parte principale del borgo è in mano alla gentilissima e volenterosa Enrica, che ha ristrutturato parti del complesso e, dal 2006, le ha adibite a grazioso Bed and breakfast. Tuttavia, rimettere in sesto Vettignè nella sua interezza è operazione assai costosa e difficilmente sostenibile da privati. Come se non bastasse, l’ala verso Santhià è stata in tempi recenti divelta da una potentissima tromba d’aria, mentre parte della vecchia casa padronale, uno degli edifici più antichi del complesso, è crollata sotto il peso dei suoi secoli. Le vecchie abitazioni, le stalle, il castello, la chiesa, stanno tornando polvere a causa degli anni e della poderosa natura che, priva di interventi umani, si sta riprendendo le terre che le appartennero.
Un gran peccato, perchè Vettignè resta un luogo magico e unico, un glorioso esempio dell’antica economia agricola vercellese. Non è difficile immaginarsi quell’immenso cortile ancora popolato: bambini che corrono, mucche che pascolano, i vecchi che se la raccontano, le donne che passeggiano coi neonati, gli uomini che scaricano carri trainati da buoi e si godono il meritato riposo dentro l’osteria. Come in una vera e propria città. Come in una comunità, di quelle che da tempo non siamo più in grado di creare.

NOTA: un immenso grazie a Enrica, per la sua disponibilità e per averci fatto scoprire questo angolo di paradiso. Un paradiso iscritto ai Luoghi del Cuore, quindi, in cambio della storia che vi ha e che vi abbiamo raccontato, regalategli il vostro voto.

Una rarissima cartolina di Vettignè, datata 1948. A destra, si può vedere la parte medievale oggi crollata.

Una rarissima cartolina di Vettignè, datata 1948. A destra, si può vedere la parte medievale oggi crollata.

Thanks to Franci

 [Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2014]

4 POSTI CHE NON ABBIAMO MAI PUBBLICATO (E DI CUI NON VOLEVAMO FARE 4 POST)

Testi e fotografie di Riccardo Poma

Nell’estate del 2012, un anno prima di aprire questo blog, abbiamo trascorso parecchio tempo in campagna, cercando posti abbandonati da fotografare. Queste foto sono rimaste per ben due anni negli hard disk dei nostri computer. Motivi? Innanzitutto perché forse queste foto sono poco in stile vuotiaperdere (ovvio, non l’avevamo manco ancora creato). Sono foto prese quasi sempre “da fuori”, alcune brutte, altre belle ma non bellissime, altre (sempre secondo noi) abbastanza riuscite. Di alcuni edifici abbiamo fatto solo due o tre scatti, e quindi ci sembrava stupido farci un post “intero”. Altri non sono poi così unici, e quindi forse non desterebbero un grande interesse nei lettori. Insomma, prendetele come foto “pre vuotiaperdere”, in cui ci sono come al solito edifici abbandonati ma a cui – forse – manca ancora qualcosa. Ecco cosa abbiamo fatto nei mesi antecedenti all’apertura di questo blog. Quando c’eravamo soltanto io, mio fratello e una reflex.
E queste fotografie.

[cliccare sulle immagini per aprirle in HD]

IL CIMITERO DI VETTIGNE’
Vettignè (uno di quei nomi che solo in Piemonte potremmo dare a un posto) è una frazione di Santhià, situata (come spesso accade su questo blog) in mezzo alla risaie. In attesa di un post dedicato alla frazione, ormai quasi totalmente abbandonata, vi mostriamo le foto del piccolo cimitero adiacente al borgo. Con lo spopolamento della frazione, anche il cimitero è stato dimenticato, e gli unici fiori che ancora lo adornano sono inequivocabilmente finti.

DSC_0114a

——-

DSC_0112a

——-

DSC_0123a

in questa immagine, il cimitero si trova sulla stessa linea della chiesa, a destra

IL MULINO
Tra Balocco, Formigliana e Villarboit (Vercelli) sorge questo suggestivo mulino, abbandonato ma ottimamente conservato. Basti pensare al fatto che la pala si trovi ancora al suo posto.

——-

——-

——-

Cascina Strada per San Marco 13082012 (18)

IL SANTUARIO TRA LE SPIGHE
Sulla strada che collega Carisio a Formigliana (Vercelli) sorgono, in mezzo alla risaie, i resti di una bellissima quanto antica chiesa. Secondo gli abitanti delle cascine vicine, veniva ancora utilizzata negli anni ’50 del novecento. Particolari architettonici di rilievo (come il rosone posto sulla facciata) fanno pensare ad un antico splendore. Oggi, crollate anche le ultime travi del tetto, restano solo i quattro muri.

Chiesa Strada Crocicchio Formigliana - 13082012 (7)

 

LA PAJIN-A
La cascina Pajin-a si trova sulla strada che collega Roasio a Rovasenda, in un’amena radura nascosta dalle piante. Il suo nome viene spesso citato nei libri sulla resistenza in quanto fu sicuro rifugio per i partigiani nascosti nella Baraggia.

La Pajn'a

Thanks to: Francy, Elis

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2014]

BIELLA CLASSIC

Testi e fotografie di Riccardo Poma

25

Cosa c’è di più Biella Classic di una fabbrica abbandonata, si sarà chiesto qualcuno? Bè, un lanificio abbandonato, per giunta sulle sponde del Cervo. Un ennesimo lanificio abbandonato sulle sponde del Cervo. Questa storia – una storia come tante – inizia nel 1848, quando un industriale della zona apre il suo lanificio sulle sponde del Cervo. Perché sulle sponde del Cervo? Perchè l’acqua era il motore principale delle fabbriche biellesi (ne era pure lo scarico fognario, ma su questo sorvoliamo – in fin dei conti in quegli anni l’inquinamento non si sapeva nemmeno cos’era). Attraverso canali artificiali (alcuni li potete vedere ancora oggi, con un po’ di attenzione) si deviavano consistenti quantità d’acqua “sotto” le fabbriche, in cui di norma era costruita una sorta di “stanza-mulino” che funzionava col più basilare dei concetti energetici: l’acqua faceva girare una pala il cui movimento creava energia per alimentare lo stabilimento. No, in effetti noi biellesi non eravamo affatto stupidi.

5

Nel 1871 l’industriale in questione (ebbene, non possiamo proprio dirvi il suo nome) decise di aprire un altro stabilimento, edificandolo questa volta più a monte, sulle ceneri di un vecchio (guarda caso) mulino in disuso. Presto il secondo stabilimento, più grande del primo, divenne il centro nevralgico della produzione. Lo stabilimento a valle, tuttavia, rimaneva in una posizione strategica perché, agli inizi del ‘900, gli venne edificata accanto la prima ferrovia cittadina. Il fiume da una parte, il treno dall’altra. In mezzo, la produzione di tessuto continuava senza sosta, andando a consolidare – insieme a quelle di altre aziende – il nome di Biella nel mondo. È anche grazie a edifici come questi che la lana biellese divenne rinomata in tutto il mondo. (Ebbene sì – per i più giovani – anche Biella fu grande e un tempo era persino una città operosa e allegra). Il lanificio in questione è uno dei tanti che si possono trovare sulla sponda del Cervo. Indizio per i più curiosi: la sponda è la stessa su cui sorgevano i lanifici Rivetti (di cui potrete scoprire tutto QUI).

18

Il nostro viaggio inizia, tanto per fare gli originali, dal primo piano, cui accediamo attraverso una scaletta che ha visto tempi migliori. Non somiglia alle fabbriche che abbiamo visto finora. Il soffitto è a botte, una scelta costruttiva adottata per sfruttare al massimo lo spazio disponibile: la forma ad arco permetteva infatti di scaricare il peso dell’edificio (e del piano superiore) sui muri senza dover costruire colonnati o ulteriori muri portanti, che sicuramente avrebbero portato via spazio. Gli unici rinforzi sono gli snelli tiranti in ferroche ancorano il sopra al sotto (dal pavimento alcuni buchi rivelano l’esistenza del piano terra). Dentro questo enorme salone, così vecchio ma dall’aspetto così futuristico, quasi non si riesce a parlare: il rumore del fiume, vicinissimo, unito al rimbombo tipico degli stanzoni vuoti, crea un originale tessuto sonoro che ti entra dentro e arriva in profondità, fino a scuotere lo stomaco. Non un suono cattivo, comunque. È un suono benevolo, avvolgente, caldo. Una volta era il suono della vita. L’acqua dava energia alla fabbrica, l’acqua era “generatrice di lavoro”. Anzi, era simbolo di lavoro e operosità.

[Cliccando sulle foto partono gli slideshow]

Proseguiamo, saliamo di piano, arriviamo in un altro stanzone, dove troviamo qualche caratteristico cartello e alcuni oggetti utilizzati dagli operai. In una stanzetta che reca la scritta “spogliatoio”, rinveniamo i resti di quello che una volta doveva essere una specie di miniappartamento. Al suo interno, interessanti particolari come
a) Un per nulla kitsch orologio a timone che ha addirittura lasciato la propria sagoma sul muro
b) Un mobiletto del pronto soccorso con all’interno medicinali e simili (lo stile grafico della confezione di TINTURA DI IODIO rivela un’appartenenza minimo agli anni ’80)
c) Un tavolino in finto marmo con sopra un pensile tutto scassato
Da questo piccolissimo alloggio cogliamo anche uno scorcio dell’esterno, interessante perché contrappone i materiali costruttivi originali (a sinistra) con quelli di un successivo restauro (a destra). Senza essere architetti o esteti, non è difficile decretare quale muro sia il più bello da contemplare.
Alcuni cartelli pre 626 suggeriscono di non ogliare le macchine quando sono in moto, mentre è ancora visibile una lastra in compensato su cui erano appese le etichette delle celle di lavorazione
Passiamo così nella stanza della pesa (potete anche non crederci, ma funziona) e finiamo per scorgere una porticina che, nuovamente, da verso un appartamento. Questo era probabilmente l’appartamento del custode. Più grande dell’altro, perfettamente conservato, con addirittura un vecchio asse da stiro e, incredibile, una sala da pranzo perfettamente composta, con tanto di sedie allineate. La poltrona che da sulla finestra chiusa, in perfetto stile “madre di Anthony Bates”, mette i brividi. Ok, la foto fa schifo, ma calcolate che la dentro era buio pesto e ci è toccato usare il flash.

Torniamo allo stanzone iniziale, e da qui prendiamo una scalinata che porta al piano terra, probabile fulcro della lavorazione. Non ci sarà la volta ad arco, ma a livello architettonico questo stanzone non ha proprio nulla da invidiare a quello di prima. Passiamo ad uno stanzino usato come spogliatoio (stavolta per davvero), in cui non mancano particolari pittoreschi come degli appendini e alcuni sacchi aperti di prodotti chimici. L’ultima stanza che visitiamo ci mette davanti ad una triste verità, già annunciataci dalla nostra “guida”: le porte che davano sul piano interrato, quello contenente la “pala” del mulino, sono state murate (ma perché?) e quindi l’unico modo per entrare è probabilmente salire dal Cervo. L’unica testimonianza di questa pala la troviamo sotto l’altro stabilimento, quello a monte, ma anche qui vederla bene è impossibile. L’unica cosa che riusciamo a fare è una fotografia infilando la macchina fotografica in un pertugio all’altezza dei piedi di 20cm di diametro. Potete distinguere un ingranaggio arrugginito e nulla di più.

Siamo stati vicino al cuore pulsante della fabbrica, non sentendo altro che quel suono greve e profondo che ancora oggi fa l’acqua del torrente. Una volta, il suono del lavoro. Il suono della fatica. Il suono della vita.

Il viaggio è finito. E quindi uscimmo a riveder le stelle.

40

Thanks to Dani G.,Franci

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2014]