CHERNOBYL – 30 ANNI DOPO

Fotografie di Andrea Sereno
Testimonianze tratte da Preghiera per Černobyl’ di Svetlana Aleksievič (Premio Nobel 2015)
Prefazione di Riccardo Poma

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Andrea Sereno non è stato il primo fotografo a chiedermi se volevo ospitare le sue foto di Chernobyl su vuotiaperdere . È stato però il primo – non me ne vogliano gli altri – a cui ho detto di si. Da quando ho iniziato a fotografare e raccontare i luoghi in disuso ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto, prima o poi, dedicare un articolo alla città fantasma più grande del mondo, quella che più di tutte si porta dietro tutta una serie di riflessioni che, ieri oggi e domani, meritano di essere portate avanti. Le ragioni per cui questo articolo e questa mostra arrivano ben tre anni dopo l’apertura del blog (e con le foto di Andrea) è molto semplice: Chernobyl è uno degli scenari più suggestivi del mondo, ma è anche uno dei più (perdonatemi il termine) “abusati”, nel senso che da quando è diventata una meta turistica le immagini che riguardano questa cittadina sono proliferate, soprattutto online, con un ritmo vertiginoso. Dunque è chiaro che raccontare qualcosa di nuovo attraverso le immagini è diventato qualcosa di davvero complicato. Fino all’aprile di quest’anno, ovvero fino al momento in cui Andrea mi ha mostrato i suoi scatti, nessuno mi aveva proposto foto di Chernobyl che a) possedessero uno stile personale b) mi lasciassero qualcosa che andava oltre il mero soggetto rappresentato. Gli scatti di Andrea mi sono piaciuti subito. In primis perché il suo stile è per certi versi simile al mio: la ricerca continua di soggetti simbolici, l’ossessione per la geometria e le simmetrie, il desiderio di unire alle immagini le parole.

dscf9957Tuttavia, credo che la cosa più bella delle foto di Andrea – e che credo lo elevi rispetto alla media dei fotografi che sono stati a Chernobyl – è il coraggio di osare. Mi spiego. Guardate le tre foto qui sotto, nella galleria. Sono foto che cozzano con i cliché della fotografia “classica” perché il soggetto principale se ne resta in disparte, lasciando uno spazio enorme (e apparentemente vuoto) alla tinta unita. Ma guardate quanto si riempie, in realtà, quello spazio, quella tinta unita: nella foto della ruota si tratta di un muro come tanti, vuoti e silenziosi e ancora imbevuti di radiazioni, un muro grigio e in contrasto con quel giallo delle cabine che dovrebbe raccontare la spensieratezza e invece è diventato il simbolo della disgrazia; guardate quel cielo bianco, nella foto alla mastodontica antenna Douga 3, un vuoto incolmabile che sa di infinito e che, contrapposto alla modularità simmetrica dell’antenna, racconta con incredibile semplicità una cosa così complessa da fotografare (soprattutto senza la presenza umana) come la grandezza sconsiderata (è alta 150 metri e larga 400). Guardate, infine, quello scatto al lettino nella stanza d’ospedale riservata ai neonati: un simbolo di vita (nonché il soggetto della fotografia) che occupa appena un quarto, forse un quinto della foto, mentre tutto il resto è soltanto buio. In quel buio c’è tutto: ci sono migliaia di morti che ancora urlano giustizia, c’è la fine tragica di un regime, c’è l’incapacità umana di tutelare la propria salute. Sembra che il buio voglia prendersi anche quel piccolo lettino, come se volesse annullare qualsiasi tentativo di rinascita. Ma, si sa, la forza di un’immagine può anche risiedere nella sua ambivalenza. E quindi, forse, il nero non sta aumentando ma diminuendo, scacciato indietro dalla luce lontana ma fortissima sprigionata dal lettino. Amo questa foto, probabilmente è la mia preferita.

Andrea mi ha raccontato di aver scoperto di amare i luoghi abbandonati grazie a questo mio blog. Guardando una foto come questa non posso che esserne felice.

Riccardo Poma, creatore di vuotiaperdere

DUE COSE DA SAPERE PRIMA DI GUARDARE LE FOTO
PS: per TUTTE le info sul disastro si rimanda a Wikipedia.

PRIMA
– La notte del 26 aprile 1986, all’una, 23 minuti e 58 secondi una serie di esplosioni investe il reattore n° 4 della Centrale Nucleare di Chernobyl, rendendo di fatto instabile il nocciolo. Una nube di radiazioni si alza dal tetto della centrale e si posa sulle zone circostanti.
– La centrale nucleare venne costruita nel 1970. Per ospitare i lavoratori e le loro famiglie fu costruita nello stesso anno la cittadina di Prypyat, 50.000 persone a 3 km dalla centrale. Chernobyl in realtà si trova a ben 18 km dalla centrale. La maggior parte delle foto inerenti al disastro (e quindi anche che quelle che vedete in questo reportage) non sono scattate a Chernobyl ma a Prypyat.
– Il governo ordinò l’evacuazione della città (e dei villaggi adiacenti, per un totale di 200.000 persone) soltanto 36 ore dopo il disastro. L’evacuazione tuttavia durò appena 2 giorni (anche perché non si poteva portare via quasi niente).
– Prypyat fu fondata nel 1970 e completamente abbandonata nel 1986. È stata viva per appena 16 anni.

DOPO
– Dopo l’incidente si iniziò a costruire attorno alla centrale un sarcofago di cemento che contenesse la radiazioni. Per lo scopo furono impiegate – si dice – 240.000 persone soltanto nel biennio 1986/1988. Il numero è così alto perché i periodi di lavoro assegnati ad ogni lavoratore erano brevissimi (esposizioni lunghe avrebbero provocato danni irreversibili): gli addetti alla riparazione del tetto avevano un turno di lavoro che durava 40 secondi. Oggi il sarcofago è crepato in diversi punti.
– Per circa quindici anni visitare Prypyat fu assolutamente vietato. Le uniche persone che potevano accedere alla zona di esclusione erano quelle che curavano la manutenzione della centrale.
– Fino al 2000 alcuni reattori della centrale hanno continuato a lavorare: se li avessero spenti, metà Ucraina sarebbe rimasta a corto di energia.
– Dal 2011, pur con molte restrizioni, Prypyat si può visitare (e fotografare).

OGGI
– Oggi Prypyat è la più grande città fantasma del mondo.
– Il simbolo della cittadina, il Luna Park con l’autoscontro e la ruota panoramica, non è mai stato aperto al pubblico: doveva essere inaugurato il 1 maggio, cinque giorni dopo l’incidente.
– Le maschere antigas che spesso si vedono nelle foto non vennero distribuite durante le evacuazioni o le operazioni di soccorso come spesso si pensa. Esse si trovavano già in città, pronte per l’eventuale scoppio della terza guerra mondiale (in fin dei conti si era in piena guerra fredda, e si pensava che gli attacchi avessero potuto arrivare coi gas).
– Entrare in città per brevi periodi non è più pericoloso. Basta adottare alcuni accorgimenti: non toccare nulla, non portare via nulla, evitare di visitare certi luoghi. E lasciare giù le scarpe, che toccando il suolo (la parte più radioattiva di Prypyat) potrebbero essere facilmente contaminate.
– L’antenna Douga 3 è una costruzione alta 150 metri e larga 400 realizzata durante la guerra fredda per schermare le comunicazioni sovietiche dalle curiose orecchie dell’occidente. Dopo il disastro di Chernobyl e con la fine della guerra fredda l’impianto fu spento, ma l’immenso reticolo d’acciaio è ancora ben visibile appena fuori Prypyat.
– È ormai certo che l’incidente avvenne per un errore umano: durante un test la potenza del reattore venne spinta a livelli troppo alti finendo per danneggiare i sistemi di raffreddamento e provocare diverse esplosioni che resero di fatto instabile il nocciolo.
– Oggi si sta per porre sulla centrale un nuovo, gigantesco sarcofago finanziato da diversi paesi europei e asiatici. Si tratta di un arco alto più di cento metri che, terminati i lavori, verrà spinto sulla centrale attraverso due binari. Si calcola che duri almeno il doppio del primo sarcofago (durato – più o meno – una trentina di anni).
– È difficile fare una stima dei decessi legati a Chernobyl. Si passa da stime un po’ troppo rosee (quella dell’ONU parla di 60.000 morti) ad altre forse sin esagerate (Greenpeace afferma che nel 2056 il disastro avrà causato indirettamente almeno 6 milioni di decessi). Qualunque sia il numero corretto, il disastro di Chernobyl rimane una delle sciagure più gravi degli ultimi duecento anni.
– Quando torneremo? Qualcuno afferma che l’aria di Chernobyl tornerà ad essere respirabile nel giro di trecento anni. I nostri discendenti valuteranno se varrà la pena ricostruire qualcosa proprio lì.

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Il reattore stava bruciando… Mi sono rimaste impresse le parole di un nostro conoscente: “C’è odore di reattore”. Un odore indescrivibile. Ma ne hanno già parlato anche i giornali. Hanno voluto fare di Černobyl’ una fabbrica degli orrori, anche se poi quello che è venuto fuori è un cartone animato. Io racconterò solo quello che ho vissuto di persona… La mia verità…

Proibito portare con sè le proprie cose. E io non mi sarei portato via niente comunque. Tranne una cosa, una cosa sola! Dovevo togliere la porta d’ingresso dell’appartamento e portarla via, non potevo in nessun caso lasciarla lì… La nostra porta… Il nostro talismano! La reliquia della famiglia. Quando era morto, mio padre era stato messo disteso su questa porta. Non so in base a quale usanza, e se sia diffusa e dove, ma da noi, mi ha detto mia madre, si usava mettere il defunto sulla porta di casa. Avrebbe aspettato lì l’arrivo della bara. Ho vegliato tutta la notte mio padre disteso su quel catafalco… E la casa è rimasta aperta… Tutta la notte. Sulla porta ci sono delle tacche fin quasi al bordo superiore… Di quanto crescevo… E c’è anche indicato: classe prima, seconda. Settima. Inizio del servizio militare. E accanto, la crescita di mio figlio… Di mia figlia… Su questa porta è registrata tutta la nostra vita. Come potevo lasciarla?

Ho chiesto  a un vicino che aveva la macchina: “Dammi una mano!”. Mi ha fatto capire gesticolando che dovevo avere qualche rotella fuori posto. Ma l’ho recuperata lo stesso… due anni dopo… La porta… Di notte… In motocicletta… Attraverso la foresta… Il nostro appartamento era ormai stato depredato. Ripulito. Avevo alle calcagna quelli della milizia: “Fermo o spariamo! Fermo o spariamo!”. Sicuramente mi avevano preso per un saccheggiatore. Non ci avrebbero mai creduto che stavo rubando la porta di casa mia…

Nikolaj Fomic Kalugin,
un padre

Qui i libri si trovano senza difficoltà, non ci vuole niente a procurarseli. Una brocca di coccio per l’acqua, una forchetta, un cucchiaio ormai non c’è verso di rimediarli, ma i libri sono sempre lì.
[…]
Sono qui tutto solo. Penso alla morte. È un po’ alla volta ho scoperto che pensare mi appassiona… Il silenzio favorisce la preparazione… L’uomo vive in mezzo alla morte, ma non ne capisce l’essenza. Io qui sono solo… Ieri ho scacciato dall’edificio della scuola una lupa coi suoi lupacchiotti, si erano stabiliti lì.
[…]
Come mi chiamo? Sono senza documenti. Me li hanno sequestrati quelli della milizia… Mi hanno anche picchiato: “Perché fai il perditempo?”. “Non perdo nulla, anzi acquisto molto con la penitenza”.
Cosi che può scrivere di me: Nikolaj, servo di Dio…
E, adesso, uomo libero…

Residente non autorizzato

Lo scoppio vero e proprio non l’ho visto. Solo fiamme. Era tutto illuminato… Tutto il cielo… Le fiamme alte. La fuliggine che ricadeva. Un calore terribile. È lui che non arrivava. La fuliggine veniva dal bitume che bruciava, il tetto della centrale era coperto di bitume. Più tardi lui mi racconterà che ci avevano camminato sopra ed era molle come la pece. Loro spegnevano le fiamme. Gettavano giù a pedate pezzi di grafite incendiati… Erano partiti così com’erano, in camicia, senza indossare la tenuta protettiva. Non li aveva avvertiti nessuno, li avevano chiamati come per un incendio normale. Le quattro del mattino… Le cinque… Le sei… Alle sei avevamo in programma di andare dai suoi genitori. Le sette… Alle sette mi hanno fatto sapere che lui era in ospedale. Ci sono andata di corsa, ma l’ospedale era già stato isolato dagli agenti della milizia che tenevano la gente a distanza. Lasciavano passare solo le autoambulanze. Gli agenti gridavano: non avvicinatevi alle macchine, sono tanto radioattive che bloccano i contatori al massimo della scala.
Più tardi l’ho visto… Tutto gonfio, tumefatto… Quasi non gli si vedevano più gli occhi… “Ci vuole del latte. Molto latte!” m’ha detto la mia conoscente. “Devono bere almeno tre litri al giorno”.
[…]
Allora venne fuori un medico e ci disse che sarebbero davvero partiti per Mosca in aereo, però noi dovevamo portare loro degli indumenti: quelli che avevano si erano bruciati alla centrale. Gli autobus non passavano più e dovemmo farci di corsa tutta la città. Quando ritornammo con le borse, l’aeroplano era già partito…
[…]
Lascio la stanza, esco in corridoio… Urto contro la parete, contro il divano perché non li vedo. Dico all’infermiera di turno: “Sta morendo”. E lei mi risponde: “E cosa credevi? Hai ricevuto  milleseicento röntgen quando la dose mortale è di quattrocento. Sei accanto a un reattore”… Tutto mio… Tutto amato…
[…]
E vivo così… Vivo contemporaneamente nel mondo reale e in un mondo irreale. E non so dire dove mi trovi meglio. Qui siamo in molti. L’intera via, e la chiamano proprio così: via Černobyl’. Gente che ha passato tutta una vita lavorando alla centrale. E molti di loro continuano a farlo, svolgendo a turno certe mansioni anche se nessuno vive più sul posto. Alcuni hanno delle gravi malattie, l’invalidità, ma non abbandonano la centrale, addirittura tremano al solo pensiero che possano spegnere i reattori.  Chi può avere ormai bisogno di loro in un altro posto?

Ljudmilla Ignatenko,
moglie del defunto vigile del fuoco Vasilij Ignatenko

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“Immaginate di salire su sul tetto di un edificio alto 16 piani. Lungo la salita luce e buio si alternano e, ad ogni finestra di luce, si scopre qualcosa in più del paesaggio che vi circonda. Arrivati in cima vi trovate da soli, i vostri compagni di viaggio sono dalla parte opposta dell’edificio. Il vento porta l’eco delle loro voci lontano da voi, ma la cosa veramente strana è che lo stesso vento non porta nessun altro rumore. Perchè per 3000 km quadrati attorno a voi non c’è più nulla. L’uomo ha deciso così, con le sue scelte e con le sue azioni passate. Allora comprendete veramente la forza del luogo che state visitando. E vorreste fissarlo in una immagine. Vi fermate per un attimo a riflettere. Scattate. Poi ripensate al fatto che forse non è possibile fissare in una sola immagine quella sensazione. Ma allo stesso tempo capite che quel viaggio lascerà qualcosa di particolare dentro di voi.
Chiudete gli occhi e provate ad immaginare. La potenza di una immagine risiede nella capacità di evocare emozioni.”

Andrea Sereno, 14 aprile 2016

NOTA: il post è un estratto di testi e fotografie provenienti della mostra Chernobyl – 30 anni dopo, che ha avuto luogo a Cossato (Biella) dal 7 al 14 ottobre 2016.

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Grazie al Comune di Cossato, all’assessore Pier Ercole Colombo e ai suoi collaboratori.

LINK

http://www.serenoandrea.it/

https://www.facebook.com/serenoandrea.it/?pnref=story.unseen-section

[Tutte le fotografie e i testi presenti in questo post sono tutelati dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotti altrove. Copyright Vuoti a perdere 2016 e Just Photo 2016]

 

AUTOMOBILI VUOTE (A PERDERE)

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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Quando si legge di vuotiaperdere si pensa subito ad una fabbrica, un castello, una stazione, una villa, una cascina. In realtà, durante i nostri pellegrinaggi nell’abbandono, più spesso di quanto avremmo creduto abbiamo trovato dei vuotiaperdere anomali, sempre con quattro pareti e un tetto ma con le ruote. Signore e signori, raccolte qui troverete alcune delle più suggestive “auto a perdere” trovate in questi tre anni, localizzate mentre si era lì per fare altro (ovvero per fotografare il luogo abbandonato che le ospita), perdute tra i rovi, le piante, i mattoni. Ne vedrete di perfettamente riconoscibili, come appena uscite (si fa per dire) dal concessionario, e ne vedrete di terribilmente smembrate, disintegrate, scolorite, praticamente irriconoscibili se non negli elementi basilari (un telaio, un fanale, un sedile, la livrea della carrozzeria). E scoprirete quanto “sud degli States” (ammettiamolo: l’auto abbandonata fa molto periferia della Louisiana post uragano Katrina) potrete trovare dalle nostre parti.

Chi lo sa? Magari li dentro qualcuno c’ha fatto l’amore, qualcuno c’ha litigato, qualcun altro ci ha caricato le galline e qualcun altro le ha schiantate contro un albero (le auto, non le galline). Proprio come gli edifici che raccontiamo di solito, ognuna di queste auto ha una storia dimenticata che oramai possiamo soltanto immaginare.

E come diceva sempre il Franco “Maraia” (non chiedetemi cosa significhi il soprannome):

“E comunque, mi, sun par la machina ‘d sicunda man”

Brau Franco.

Più seconda mano di così…

FIAT PANDA Prima Serie

2anni di produzione: 1980 – 1986
motorizzazione: 652 cm³ benzina
potenza: 30 Cv
posteggiata: nei pressi di una piccola fonderia casalinga abbandonata.

PEUGEOT 106 Prima Serie

34anni di produzione: 1991 – 1996
motorizzazione: 1000 cm³ benzina
potenza: 44 Cv
posteggiata: in un prato in dietro casa mia.

AUTOBIANCHI A112 Prima Serie

5anni di produzione: 1969 – 1973
motorizzazione: 903 cm³ benzina
potenza: 44 – 47 Cv
posteggiata: nel cortile di una fornace abbandonata.

(sedili di una) ALFA ROMEO Alfa Sud “Sprint”

6anni di produzione: 1976 – 1989
motorizzazione: 1300³ cm benzina
potenza: 79 Cv
posteggiata: in un capannone abbandonato.

AUTOBIANCHI 112 Sesta Serie “Elite”

7anni di produzione: 1982 – 1984
motorizzazione: 965 cm³ benzina
potenza: 48 Cv
posteggiata: nel cortile di una cascina dismessa.

FIAT 131 Panorama “Supermirafiori” 1600/TC (anche immagine sotto il titolo)

8anni di produzione: 1978 – 1983
motorizzazione: 1600 cm³ benzina
potenza: 97 Cv
posteggiata: nel cortile di un ex filatura.

TOYOTA COROLLA GT.i 1.6

910anni di produzione: 1983 – 1987
motorizzazione: 1600 cm³ benzina
potenza: 110 Cv
posteggiata: nel cortile di una cascina.

CAMION TRE ASSI “GD”

11anni di produzione: 1980 – 1985
motorizzazione: umana
potenza: variabile (dipende dalle gambe del bambino)
posteggiata: piazzola di sosta usata come discarica.

ATTENTION PLEASE! Se conoscete delle altro autoaperdere, non esitate a contattarci. L’intento è quello di fare altri post sull’argomento in futuro (ovviamente vi citeremo nei ringraziamenti).

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2015]

SIN(K) CITY

Testi e fotografie di Riccardo Poma

F.1

Biella città della lana, Gattinara città del lavandino. The “sink” city. Detto così non suona proprio benissimo. Oggi infatti la chiamano molto più prosaicamente “la città del vino”. Ma prima dell’exploit delle vigne, sul suolo di questa cittadina in bilico tra tre provincie (BIella, VerCelli e NOvara), sorgeva una delle fabbriche più grandi della zona, la Manifattura Pozzi.
La sua storia e quella delle vigne, anche se sembra strano, sono legate da tempo immemore:

“È proprio da una disastrosa congiuntura economica che è nata la più grande industria del territorio gattinarese. Nel 1906 le viti della collina erano ridotte a moncherini improduttivi per un terribile cataclisma che, un anno prima, aveva messo in ginocchio la viticoltura dello spanna. Il Comune era disposto a fare ponti d’oro a qualsiasi impresa industriale che s’installasse nella zona. Da Milano giunse l’azienda di Francesco Pozzi, specializzata nella produzione di terracotte e refrattari. Il 12 dicembre 1906 veniva costituita “statutariamente” la Manifattura Ceramica Pozzi spa, dotata di un capitale iniziale di un milione. La fabbrica sorge attigua alla ferrovia Santhià-Arona, inaugurata all’inizio del 1905. In pochi mesi vengono costruiti a tempo di record impianti, strutture edilizie, forni. Il 15 settembre 1907 incomincia la produzione: stufe di maiolica, refrattari, vasi da fiori, fumaioli. Gli operai sono sei, ma nel giro di pochi mesi salgono ad oltre 50. Il primo anno intero di lavoro si conclude con un bilancio attivo di 66.101 lire, che oggi equivalgono all’incirca ad oltre mezzo miliardo. Nel 1909 incomincia la produzione dei lavandini, in 18 modelli, e degli articoli sanitari. I nuovi manufatti incontrano sul mercato un successo strepitoso: nel 1911 l’utile cresce di un terzo e le maestranze salgono a 200. Ma inopinatamente l’espansione ai arresta, il genere sanitario viene abbandonato, poi subentra la «grande guerra», che per poco non provoca la chiusura dello stabilimento. Per fortuna il ritmo produttivo riprende e nel ’23 tre gigantesche ciminiere campeggiano sull’area dello stabilimento. La crisi di Wall Street non lascia segni evidenti, finché la politica imperiale del fascismo non introduce il regime dell’autarchia. Le argille pregiate di Francia non giungono più e si ricorre alla miniera di casa: le colline di Lozzolo. Poi la guerra e la Ceramica rischia anche stavolta il tracollo. Ma dal ’47 prende avvio il grande «boom» degli Anni ’50 e ’60: all’immigrazione veneta del primo dopoguerra si aggiunge l’immigrazione meridionale. Le maestranze passano gradatamente da 550 a 1300 e Gattinara tocca il suo massimo incremento demografico con quasi 10 mila abitanti. Dopo la straordinaria crescita occupazionale, la stabilizzazione e poi il calo; le alterne vicende degli Anni ’80 caratterizzate da rinnovamento d’impianti, cambi di programma, speranze, delusioni. Fino a giungere, varcata da poco la soglia dell’ultimo decennio del secolo alla sentenza del 26 marzo ’93. Per Gattinara è un brutto giorno”.

Arnaldo Colombo, La stampa, Giovedì 26 marzo 1993 (giorno della chiusura)

F.2

21 anni dopo l’ultimo turno lavorativo la fabbrica è un mostro dormiente e strano. Ci sono alcune parti, come gli edifici dell’ingresso principale [Figura 1, 3, 4], che paiono abbandonate da una quarantina d’anni, altre, come i capannoni bonificati dall’eternit (simili a scheletri ferrosi) posti sul retro, che appaiono in perfetto stato di conservazione [F. 5, 6, 7].

Se si passa dal retro, ovvero dagli edifici antichi, quelli costruiti per primi ad inizio secolo, ci si accorge che oramai sono ridotti ai classici quattro muri [F. 8], nonostante alcune apparecchiature ancora al loro posto [F. 9] e un evidente quanto non troppo raccomandabile frequentazione notturna [F. 10]. Quella panchina solitaria [F. 11] , posta vicino all’ingresso principale e probabilmente inutilizzata da una ventina da anni, è lo specchio del fallimento della “fabbrica-città”, ovvero quel luogo in cui l’operaio viveva 24 ore su 24 alternando lavoro e svago senza tuttavia uscire mai da quelle mura. C’erano scuole, biblioteche, parchi. Tutto studiato per gli operai e per le loro famiglie. Qualcuno lo vede oggi come uno scenario orwelliano: il padrone cattivo dà all’operaio sfruttato una parvenza di umanità. Si può pensarla come si vuole, ma in quegli anni anche la fabbrica poteva somigliare ad una casa o, meglio ancora, ad una comunità. Un’idea di comunità cui piano piano abbiamo rinunciato. L’uomo è un animale sociale, certo. Ma solo quando le cose vanno bene. L’utopia di restare uniti quando le cose vanno male resta tale. Un’utopia. E le fabbriche come la Pozzi sono lì a ricordarcelo.

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Thanks to Franci, Arnaldo Colombo

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, possono essere riprodotte soltanto citandone il nome. Copyright Vuoti a perdere 2014]

IL CASTELLO CLONATO

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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Fra tutte le storie – vere o presunte – in cui ci si può imbattere gironzolando tra le risaie piemontesi, una delle più interessanti è sicuramente quella (vera) del cosiddetto “nuovo castello di G.”. Poco prima di entrare in paese, ci si ritrova sulla destra un imponente castello medievale, assolutamente ben conservato. Ma perché quel castello non è segnalato sulle guide? E, soprattutto, perché se chiedete indicazioni sul “castello di G.” venite indirizzati ad un altro edificio, posto in centro paese, molto simile a quello visto poco prima, ma ristrutturato e visitabile?

La storia inizia nel 1170, anno in cui Alberto di G. inizia la costruzione del castello (quello in centro). Inizialmente la struttura ha scopi difensivi (è circondato da un profondo fossato, e dalla torre si può sorvegliare l’intera piana circostante), ma tra il XV e il XVI secolo si trasforma in abitazione signorile. Nel 1459 Alberto (la dinastia intanto era stata costretta ad assoggettarsi a quella sabauda) fa erigere l’imponente torre, alta 48 metri. Squarciata da un fulmine nel 1721, fu restaurata soltanto nel 1927. I segni della riparazione sono visibili ancora oggi: in prossimità della fenditura, infatti, si vedono chiaramente l’innesto di un calcestruzzo differente e alcuni tiranti che evitano che la struttura si indebolisca.

Sul finire dell’ottocento, il conte Lancillotto (nome di fantasia) di G. (1850 – 1940), originario della zona di Ivrea ma imparentato coi conti di G., scoprì di non essere discendente diretto di Alberto. Di conseguenza, non sarebbe stato lui ad ereditare il castello, a vivere in quel lussuoso maniero. Alla irremovibile sentenza fecero seguito anni di violente liti familiari, in cui tuttavia Lancillotto non ottenne nulla. Il conte voleva il castello per ragioni d’onore e prestigio, ma anche per garantire alla sua sposa, Caroline Ashburner Nix (figlia di un potente, ricchissimo armatore inglese e il cui patrimonio era ben superiore a quello di Lancillotto), una vita lussuosa e agiata. La leggenda (spesso raccontata dagli abitanti del paese) secondo cui la Ashburner avrebbe minacciato di lasciare Lancillotto nel caso in cui non avesse ottenuto il castello, non ha invece fondamento storico, anche se molti la danno per veritiera. L’unica cosa certa, comunque, è che Lancillotto VOLEVA assolutamente il castello. E fu così che venne alla luce una delle più bizzarre idee mai partorite dalla mente umana.

Il conte chiamò a raccolta l’importante architetto torinese Carlo Nigra (fautore, tra le altre cose, del Borgo Medievale di Torino) e gli chiese di progettare un nuovo castello, identico all’altro ma se possibile ancora più sfarzoso. Insomma, un edificio che facesse rodere d’invidia i parenti litigiosi e, secondo Lancillotto, scorretti. La scelta del posto cadde quindi su una porzione di terreno di proprietà del solo conte, situata – guarda caso – ad appena duecento metri dal castello medievale.

“Non volete farmi vivere al castello? Benissimo, me ne costruisco uno identico ma più bello, ad appena duecento metri dal vostro”.

Follia? Forse, ma G. divenne da quel momento “terra di due castelli”.

5. Veduta generale dei due castelli

Tra il 1901 e il 1904, il castello venne edificato e terminato. Considerata la decadenza dei conti di G., la maggior parte delle spese di costruzione furono probabilmente sostenute dalla famiglia Ashburner Nix. Agli occhi dei presenti (non è dato sapere se ci fossero anche i parenti “cattivi”, che comunque vedevano l’edificio sporgendosi dalle finestre del loro castello) apparve qualcosa di meraviglioso: un maniero in perfetto stile medievale con tanto di torri, merletti, profondo fossato, ponte levatoio, portone a sesto acuto con griglia in ferro, feritoie, posti di vedetta. Utilità? Nessuna. Le uniche ragioni di esistere di questo castello furono una ripicca bella e buona e, forse, il timore di lasciar ad altri un ingente patrimonio. Elementi che rendono questa storia ancora più incredibile.
Nel 1940 Lancillotto, novantenne, si spense. La moglie, nata nel 1869, morì quattro anni dopo. In quel luogo così assurdo ed esagerato, i coniugi avevano trascorso in pace il periodo più cupo della storia italiana. Dietro quei vetri la guerra non arrivò mai. Ci passarono però i partigiani di stanza nella zona della Baraggia, e la contessa Ashburner, ormai anziana (e forse rinsavita dalla sua sete di lusso), non esito a offrirgli un nascondiglio. Il figlio Jean-Louis di G., finita la guerra, si spostò nuovamente a Torino (da cui era fuggito durante i bombardamenti), e il portone del castello venne chiuso per sempre intorno al 1955.

Sono passati sessant’anni, e il castello “clonato” sembra non aver sentito il passare del tempo. A guardarlo dalla strada, anzi, sembra uno dei tanti castelli ben conservati e perfettamente ristrutturati che si possono trovare in Piemonte. E invece, quel maniero ha il portone chiuso da ben 60 anni. Una prova lampante, oltre che della megalomania di Lancillotto, dell’enorme abilità architettonica e costruttiva di Nigra, artista a tutto tondo che fu anche pilota, musicista, pioniere della fotografia.

Il castello si trova ancora oggi in un’amena radura. Conta ben quattro torri, una costruita a destra sulla facciata anteriore e le altre tre su quella posteriore, dove si trova anche quello che doveva essere, un tempo, un meraviglioso giardino, circondato da mura fortificate perfettamente conservate. Al centro, un bellissimo pozzo artesiano con base in pietra decorata e parte superiore in ferro battuto. Si potrebbe azzardare che proprio la facciata posteriore conservi l’impatto visivo maggiore: a destra, quindi sulla diagonale della torre anteriore, c’è una bellissima torre che richiama la prima sia nello stile che nella maestosità. A sinistra, un’altra torre leggermente più bassa, meno decorata e più squadrata ma armonica nel riproporre lo stile dei merletti che sovrastano le mura del giardino. Appoggiata ad essa, l’unica torre a pianta circolare del complesso. Osservando le facciate non è difficile accorgersi che quelle macchie di colore sulle parti intonacate ospitavano un tempo disegni ed affreschi policromatici. La prima cosa che colpisce chi osserva questa meraviglia architettonica è il suo aspetto strutturale: si tratta della riproduzione in scala reale di un perfetto castello medievale “fortificato”, ancora più interessante se si pensa al fatto che la sua fortificazione (a meno che i litigiosi parenti non disponessero di un esercito) è totalmente, inequivocabilmente, grottescamente inutile. Non c’erano guerre in quegli anni, e nemmeno durante i due conflitti mondiali G. poteva considerarsi una zona a rischio invasione. Il castello è fortificato semplicemente perché il suo creatore lo voleva così, lo voleva in tutto e per tutto identico a quello degli odiati parenti.

Nei pressi di quella che doveva essere considerata l’entrata posteriore principale, riposa una targa in latino che reca le seguenti parole:

“Lancillotto G., signore di G., mellarum (non tradotto) di Nomaglio, Signore di Tavagnasco*, e sua moglie Carola Asburner Nix, eressero dalle fondamenta (da zero) nel 1902 il castello, terminato nel 1904, sotto la guida dell’architetto maestro Carlo Nigra”.

*Nomaglio e Tavagnasco sono due paesi nei pressi di Ivrea, in provincia di Torino, in cui Lancillotto visse prima di trasferirsi a G.

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Il motto della famiglia dei conti di G., vici et vivo (vinsi e vivo), è presente sia sulla targa che sul bellissimo soffitto decorato che salta agli occhi avventurandosi tra gli archi a sesto acuto della “veranda”, appoggiati su capitelli che richiamano lo stemma della famiglia del conte. A terra, alcuni tubi di stufa e i resti di un letto in ferro. Sul soffitto della depandance che collega il giardino al portone della facciata anteriore, un dipinto recita la parola “litis”, lite, come se Lancillotto avesse voluto giustificarsi con chi entrava in merito ai motivi del suo folle progetto. Da un buco nel muro si inizia a scorgere l’interno, che subito appare lussuoso. Solo entrando ci si accorge che praticamente TUTTE le stanze (non abbiamo saputo contarle tutte, ma sono tantissime) sono finemente decorate, affrescate, dipinte con gusto.

La prima stanza in cui entriamo ha tutte le pareti dipinte e un magnifico, coloratissimo soffitto in legno a cassettoni. Un gigantesco camino, che reca l’effigie della famiglia e una targa commemorativa, governa lo spazio. Gli affreschi sono diventati, in seguito al passaggio di qualche ragazzino un po’ scemo in cerca di emozioni forti, una vera e propria striscia a fumetti lisergica.

Proseguendo tra una stanza e l’altra, si trovano veri e propri pezzi da museo, come ad esempio il frigorifero Indes  (databile intorno al 1940). Un elettrodomestico che la maggior parte (se non la totalità) degli abitanti di G. poteva solo sognarsi, almeno fino al boom degli anni ’60. Salendo le scale, tuttavia, le sorprese non finiscono. Le condotte per trasportare il calore da un piano all’altro e i gabinetti rivelano un complicatissimo – almeno per l’epoca – sistema di riscaldamento e un rarissimo impianto fognario privato: a quei tempi, la gente andava in bagno all’aperto, o magari in una baracca costruita vicino a casa. Lancillotto e la moglie, invece, si sedevano già sulla tazza, proprio come facciamo noi oggi.

Attraversando corridoi e salendo scalette (alcune spaziose, altre decisamente anguste), si arriva alla sommità delle torri, da cui è possibile ammirare il panorama sul giardino e sul paese di G., oltre che sull’intera piana circostante. La ripida scala a chiocciola che sale dentro la piccola torre a pianta circolare conduce ad un bellissimo soffitto che ricorda quello delle cupole delle chiese. Se invece di salire si scende, si giunge invece all’ormai inagibile piano seminterrato, costruito sotto il livello del terreno e ospitante la cantina e una gigantesca cucina, con tanto di montacarichi per portare le vivande ai piani superiori in cui risiedevano i nobili.

Dal 1955, anno del definitivo abbandono da parte dei signori di G., nessuno si è fatto avanti per riqualificare l’edificio. Stufi del continuo via vai dei predatori – un giorno un antiquario arrivò addirittura con un camion – che negli anni hanno portato via praticamente tutto (mobili, oggetti d’arredo, quadri, tappeti, fotografie), alcuni capifamiglia di G. hanno acquistato l’edificio, una ventina di anni fa. Hanno riparato i tetti – che infatti sono praticamente nuovi – e hanno cercato di trovare acquirenti interessati all’acquisto. Presto però, a malincuore, hanno dovuto rivenderlo: le spese di gestione e ristrutturazione diventavano troppo alte, e negli anni mai nessuno si dimostrò davvero interessato a recuperare la proprietà. Un disinteressamento condiviso anche dagli enti pubblici, convinti che si tratti di un complesso troppo nuovo per poterne fare un museo.

31Forse però è proprio questo suo status a renderlo così interessante. Le ragioni e le modalità della sua costruzione lo rendono senza ombra di dubbio un castello unico al mondo. Forse con le giuste strategie di marketing potrebbe anche essere sfruttato a fini turistici. Per ora, comunque, il castello “clonato” di G. se ne resta lì, vuoto e abbandonato. Coi suoi camini, le sue perle ingegneristiche, i suoi affreschi, i suoi pavimenti, le sue torri, i suoi merletti. Con tutto il suo potenziale artistico, ma anche con un forte potenziale simbolico: il castello “clonato” di G. è una metafora della megalomania del potere, ma anche un report sullo stato in cui si trovava la nobiltà italiana di inizio secolo, vicina all’estinzione ma ancora in grado di ribadire il proprio carattere. È forse, prima di tutto, un manifesto sulla follia umana.

E già solo per questo sarebbe un peccato dimenticarsene.

Cartolina di R. in cui si vedono entrambi i castelli

Cartolina di G. in cui si vedono entrambi i castelli

Il castello visto dal satellite. La linea rossa tratteggia le mura di cinta.

Il castello visto dal satellite. La linea rossa tratteggia le mura di cinta.

NOTA: L’ingresso al castello senza permessi, oltre che molto pericoloso, è severamente vietato.

Thanks to:
Andre G. (compagno di ventura)
Andrea (per avercelo consigliato)
Elis, Francy (per l’aiuto nel decifrare la targa)

Si ringraziano inoltre
Il professor A.C. e il signor D.P. per le informazioni.
La ragazza della tabaccheria del paese e l’impiegata del comune per la disponibilità.

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