THE LION’S MANOR – LA VILLA DEL LEONE

Testi e fotografie di Riccardo Poma

dsc_0234Non capita tutti i giorni di entrare in un posto come questo.
Di ville molto belle ce ne sono tante, certo, ma quante di queste ville hanno così tante storie da raccontare? La Villa del Leone è un luogo magico, più unico che raro proprio perché zeppo di cose interessanti da raccontare e, ovviamente, fotografare.
La prima volta che ci siamo entrati siamo stati dentro circa tre ore, e non abbiamo visto tutto.
La seconda volta ci siamo concentrati su ciò che non avevamo visto la prima, e abbiamo scoperto cose molto, molto interessanti.
La villa fu fatta edificare a inizio secolo da un industriale della zona che fu anche camicia nera e Consigliere Nazionale del fascismo. Il 18 maggio del 1939 il Duce visitò la frazione e, probabilmente, la villa. La villa ha conosciuto il suo splendore nella prima metà del novecento, salvo poi decadere progressivamente a partire dagli anni del dopoguerra (l’imprenditore morì nel 1960). Un amico nato nel ’61 dice che ci andava da ragazzo, e che era già messa maluccio. Facendo due calcoli, è abbandonata da almeno una sessantina di anni.
L’unico accesso possibile alla villa è passando dalle cucine, proprio come in Quei bravi ragazzi (non l’avete capita? Male, molto male, ma vi offriamo la possibilità di salvarvi dal pubblico ludibrio guardando qui). Vi si trovano ancora dei piani cottura + forni d’una certa imponenza, sovrastati da una cappa anche lei d’una certa imponenza.
Dalle cucine si passa senza accorgersene ad un edificio strano, che scopriamo essere la cappella.
Cominciano dunque le scoperte sensazionali.

SCOPERTA 1
LA CAPPELLA PRIVATA SEMBRA PIÙ UNA CHIESA
Non è la prima villa in cui troviamo una cappella privata, ma questa più che una cappella, è praticamente una mini-chiesa. Per darvi un’idea, è più grande di questo vuoto a perdere QUI, che è una chiesa a tutti gli effetti. Colpisce la qualità delle decorazioni, colpisce soprattutto la bellezza della cupola (si, cupola, avete letto bene), affrescata in stile bizantino con magnifiche tinte blu e oro.

Tornando indietro verso le cucine, superando un portone, ci si ritrova in un meraviglioso corridoio pieno di bassorilievi e nicchie che un tempo dovevano ospitare le statue dei santi della zona. A metà del corridoio, si entra in uno stanzone con un bellissimo soffitto in legno che poteva essere o il salotto o la sala da pranzo. Arrivati alla fine del corridoio, si è assaliti da un tripudio di bellezza ed eleganza.

SCOPERTA 2
LO SCALONE CENTRALE NON È UNO SCALONE QUALUNQUE
In ogni villa che si rispetti deve esserci uno scalone. Se manca, la villa perde qualche punto.
È lo scalone riservato ai nobili, ben diverso da quello di legno, stretto e angusto e spesso poco e male illuminato, su cui faceva avanti e indietro la servitù. Lo scalone di questa villa è qualcosa di incredibile. Annunciato da quattro colonne con altrettanti capitelli, è una sorta di monumento al marmo e al ferro battuto, una roba che presa da sola peserà come il Titanic, sovrastata da un soffitto che riprende i bassorilievi visti lungo il corridoio. Il signor B., che l’aveva fatta costruire, doveva essere un po’ fissato con l’architettura romana (aspettate di vedere il fuori!), o forse era imprenditore così potente da sentirsi una sorta di Giulio Cesare delle valli piemontesi.

Salendo si arriva al primo piano, la zona notte dei nobili. La camera padronale è vuotissima e non è affrescata (strano, molto strano), ma il bagno della camera padronale merita qualche parola (e qualche scatto).

SCOPERTA 3
LE STANZE (SOPRATTUTTO I BAGNI) SONO PIENE DI AMENITÀ
Il bagno della camera padronale è l’apoteosi della superficie lucida, pieno di piastrelle quadrate di pregio e con dei sanitari che paiono appena passati con qualche prodotto lucidante di oggi. Dal suddetto bagno si entra in una stanza in cui svetta una vecchia cassaforte, sventrata in ogni modo possibile e immaginabile. Attraversiamo una stanza senza pavimento (rubato, ovvio), e finiamo in un ennesimo bagno, forse meno bello del precedente ma egualmente interessante, se non altro per la disposizione dei DUE gabinetti, uno in faccia all’altro (“l’hai fatta tutta caro?”, “certo, e tu?”), e le “istruzioni per l’uso” lasciate a pennarello da qualche buontempone con una pessima mira. Salendo ancora si arriva alle stanze della servitù, povere, spoglie, non decorate ma dotate di una vista particolarmente poetica. Siamo su in alto, ora torniamo giù, nel molto basso.

SCOPERTA 4
LE CANTINE OSPITANO COSE INTERESSANTI
Abbiamo fatto tre piani di scale e siamo finiti molto in basso, ma non è cambiata la qualità dei ritrovamenti. La grande cantina, ancora piena di lavatoi e accessori un po’ più moderni, ospita cosine deliziose come una vecchia stufa e – udite udite – il motore dell’ascensore. Eh già, perché questa villa aveva pure l’ascensore. Così, tanto per. Risaliamo, e usciamo a rivedere le stelle.

SCOPERTA 5
ANCHE IL GIARDINO OSPITA COSE INTERESSANTI
Si vede ancora, anche se totalmente invasa dalla vegetazione, la struttura che circondava una fontana a pianta rettangolare grande circa 4 metri per 10 (le dimensioni sono più quelle di una piscina), sul cui bordo c’erano quattro statue che generosamente spruzzavano l’acqua. Tra la fontana e la facciata c’era una bellissima pavimentazione di pietre disposte a mosaico, quasi totalmente coperta dalla vegetazione. Sembra finita, ma basta dirigersi verso la parte frontale della casa, costruita come la facciata di un tempio romano, per accorgersi che le sorprese continuano.

SCOPERTA 6
NEL GIARDINO C’È UNA FONTANA CON QUATTRO RAGAZZINI AGGRAPPATI AD UN CAVALLO-SIRENA, IN CEMENTO E A GRANDEZZA NATURALE
Nei pressi della facciata principale, ecco la fontana n° 2, rievocazione scultorea di qualcosa di molto mitologico: alcuni ragazzetti ignudi sembrano dare del filo da torcere ad un povero cavallo con la coda di una sirena. Quello che colpisce è che sia il cavallo che i ragazzetti sono scolpiti a grandezza naturale, e dunque la testa del cavallo è a più di due metri d’altezza.
Dalla fontana parte un viale alberato che conduce a una panchina in pietra, sovrastata da un albero che ha avvinghiato la struttura che circonda la panchina e che ospitava un lampione.
Immaginatevela, miss Del Leone, un caldo pomeriggio di luglio del 1932, intenta a leggere un libro nel suo parco, sotto il suo alberello rampicante, sopra la sua panchina in pietra, sotto la luce di un lampione. I vicini, contadini o operai, non avevano nemmeno la luce in casa.
Lei se l’era fatta portare in giardino, ad almeno un centinaio di metri dall’abitazione.
Il nostro primo giro finì qui, intorno a questa stranissima panchina.

Qualche tempo dopo, girovagando per mercatini, mi imbattei in una vecchissima cartolina che ritraeva la villa e la comperai. La guardai con attenzione. Riconobbi l’imponente facciata principale, era lei per forza di cose. Ma che diavolo era quella gigantesca fontana con un leone ringhiante dentro? Il suddetto imprenditore/fascista/proprietario della villa, di nome, si chiamava  proprio Leone, ed ecco spiegato il perchè di quel leone ringhiante. Ma dove diavolo era oggi, e soprattutto, perchè io non lo avevo visto? Continuavo a ripetermi cose come
– se ci fosse stata l’avresti vista
– se non l’hai vista è perché l’hanno abbattuta
– è un inganno prospettico: si trova al di fuori dei confini della villa
– dove diavolo era quella scalinata che la sovrasta? Come ho potuto non vedere manco quella?
Tentati di convincermi che la fontana non c’era, andata per sempre.
Ma continuavo a pensarci.
Si doveva tornare a cercare.
Aspettai che arrivasse l’autunno e che le foglie cadessero, chiamai di nuovo i miei due compagni di viaggio e tornai alla villa.
La stagione era cambiata, ma la situazione fogliame non era migliorata. A parte un dettaglio, qualcosa che l’altra volta ci era completamente sfuggito: la scalinata c’era, se ne vedeva l’inizio, circa un metro e mezzo due. Poi, si perdeva tra i rovi e le foglie. Sarebbe bastato percorrerla fino in cima, guardare giù e cercare il leone. Ma senza machete era davvero un’impresa impossibile.
Provammo a fare il giro lungo. Un’idea azzeccata (trovammo un’altra fontana e una panchina in pietra – ma quante cavolo di fontane c’erano in quella foresta?), ma che non ci portò al leone.
Anche questa volta stavamo per andarcene, poi uno dei miei compagni di ventura, con lo sguardo di un novello Indiana Jones, mi guardò e mi disse:
– Non vorremmo mica tornarci una terza volta?
In effetti, pensai, oramai siamo qui. Per la seconda volta.
Ora, preferirei evitare di raccontare la sensazione di un reticolo di rovi appuntiti che vi entra nella pelle, vi strappa i pantaloni, vi riga la fronte.
Ma la cosa funzionò.
La modalità “aggressiva” diede i suoi frutti.
Ci ritrovammo alla fine dello scalone, sulla parte piana.
E guardammo giù.

SCOPERTA 5
C’È UNA FONTANA ENORME CON DENTRO UN LEONE A GRANDEZZA NATURALE, TOTALMENTE INGHIOTTITA DALLE PIANTE
Quanti anni era che nessuno osservava quell’opera d’arte? Chi, passando nelle stanze di quella villa, aveva mai potuto anche solo immaginare cosa potesse esserci nascosto sotto quel mare di foglie e rovi che vedeva dal balcone della facciata?
Ci calammo e ci ritrovammo davanti a quella cosa così incredibile e assurda. E davvero molto , molto imponente. È difficile raccontare le dimensioni di qualcosa se non hai un metro di giudizio. Decisi di farlo io, il metro, lasciando il mio compagno a scattare.
Sono quella cosina in alto a sinistra, col berretto e la faccia assorta.
Mi sentivo Neil Armstrong. O quel tale che aprì la tomba di Tutankamon. O Indiana Jones che prende in mano il sacro Graal.
E invece, nel mio piccolo, ero proprio io. Wow.
Missione compiuta.
Potevamo chiamare questo reportage la villa della magica scala, oppure la villa dei bagni d’oro, oppure la villa delle cento fontane. Ma nessuna di queste cose, pur bellissime e assolutamente da raccontare, ci ha fatto sudare come questo maledetto leone.
Ecco perché è lui il protagonista di questa storia.

962_001Le due cartoline: una mostra la facciata della villa e l’altra la fontana977_001

Thanks to Carlo, Rocco, Fra.

Un ringraziamento particolare a Fabio di piemontefantasma per le preziose informazioni storiche.

[Tutte le fotografie e i testi presenti in questo post sono tutelati dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotti altrove. Copyright Vuoti a perdere 2017]

LA VILLA SULLA COLLINA – MANSION ON THE HILL

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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La villa sulla collina è un luogo magico. Un giardino botanico di pregio, vetrate bellissime, stanze e corridoi affrescati, stufe in ceramica, caminetti in marmo, sono solo alcune delle cose che vi si trovano dentro. Come si può raccontare questa bellezza che, nonostante tutto, ha resistito al tempo e all’abbandono? Una volta tanto, oltre che attraverso le foto, sarebbe interessante raccontare un luogo attraverso la musica. E quale luogo migliore di questo, per farlo? In fin dei conti, l’armonia costruttiva, la quiete del giardino, la delicatezza dei particolari, non fanno venire in mente proprio una musica rilassante e pacata?

DSC_0961Il tema – la villa sulla collina – è stato protagonista di parecchie ballate, soprattutto in terra americana. Forse perchè si tratta di una suggestione così forte da riuscire ad evocare, da sola, quel contrasto sociale molto americano ma anche molto biellese, il contrasto tra quelli che “stanno sotto” e sono figli di operai o contadini e quelli che stanno sopra, figli di imprenditori o semplici nobili, che giocano e vivono nella casa sulla collina. Qui di seguito abbiamo scelte tre di queste ballate, accomunate da un medesimo titolo (“mansion on the hill”, “la villa sulla collina” appunto), più una, una ballata piemontese forse meno nota ma egualmente evocativa. Quattro canzoni simili – per quello che la villa sulla collina evoca – eppure molto diverse, soprattutto nel raccontare quattro diversi stati d’animo. Abbiamo cercato di inserirle in modo che raccontassero una storia mutata nel tempo: dalla villa in cui si sente “musica psichedelica che riempie l’aria, in cui pace e amore soggiornano” cantata da Neil Young a quella in cui “non c’è amore” (è seppellito dallo sfarzo?) di Hank Williams; dalla villa lussuosa osservata dal bambino Springsteen e dal padre, simbolo di un sogno americano che sembra non essere per tutti, rinchiuso e ben protetto da “quei cancelli di duro ferro”, alla “ca sla colin-a” cantata dal nostro Gian Maria Testa, ballata sociale dal forte carattere politico che dimostra quanto le colline del Wyoming e quelle del Monferrato non siano state poi così diverse.

DSC_1017NEIL YOUNG, 1990

Well, I saw an old man walking in my place,
and he looked at me, it could have been my face

Be’, vidi un uomo anziano passeggiare al posto mio
E mi guardava, il suo volto poteva essere il mio

His words were kind but his eyes were wild,
he said “I got load to love but I want one more child”

Le sue parole erano gentili ma i suoi occhi selvaggi
Disse “l’amore è un peso ma voglio un altro figlio”

There’s a mansion on the hill, psychedelic music fills the air
Peace and love live there still, in that mansion on the hill

C’è una villa sulla collina, musica psichedelica riempie l’aria
Pace e amore vivono ancora lì, in quella villa sulla collina

Around the next bend take the highway to the sun
or the rocky road, it really don’t matter which one

Alla prossima curva prendi l’autostrada per il sole
O la strada sterrata, davvero non importa quale delle due

I was in hurry but that don’t matter now
’cause I have to get off that road of tears somehow

Ero di fretta ma adesso non ha importanza
Perché devo lasciare quella strada di lacrime in qualche modo

There’s a mansion on the hill psychedelic music fills the air
Peace and love live there still in that mansion on the hill

C’è una villa sulla collina, musica psichedelica riempie l’aria
Pace e amore vivono ancora lì, in quella villa sulla collina

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HANK WILLIAMS SR, 1947

Tonight down here in the valley I’m lonesome and oh how I feel
Stasera qui nella valle mi sento solo e oh come mi sento

As I sit here alone in my cabin I can see your mansion on the hill
Mentre sono seduto qui da solo nella mia cabina vedo la tua villa sulla collina

Do you recall when we parted the story to me you revealed
Ti ricordi quando ci siamo lasciati la storia che mi hai rivelato

You said you could live without love dear in your loveless mansion on the hill
Lei ha detto che si potrebbe vivere senza amore caro nel vostro palazzo senza amore sulla collina

I’ve waited all through the years love to give you a heart true and real
Ho aspettato tutto il corso degli anni l’amore per darvi un cuore vero e reale

Cause I know you’re living in sorrow in your loveless mansion on the hill
Perchè so che stai vivendo nel dolore nel vostro palazzo senza amore sulla collina

The light shines bright from your window the trees stand so silent and still
La luce splende luminosa dalla finestra gli alberi si distinguono in modo silenzioso e ancora

I know you’re alone with your pride dear in your loveless mansion on the hill
Lo so che sei da solo con il tuo caro orgoglio nel vostro palazzo senza amore sulla collina

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BRUCE SPRINGSTEEN, 1982

“There’s a place out on the edge of town sir
risin’ above the factories and the fields

“C’è un posto appena fuori città signore
che si erge sopra le fabbriche e i campi

now ever since I was a child
I can remember that mansion on the hill

fin da quando ero un bambino
posso ricordare quella casa sulla collina

In the day you can see the children playing
on the road that leads to those gates of hardened steel

Di giorno vedevi i bambini giocare
sulla strada che porta a quei cancelli di duro ferro

steel gates that completely surround sir
the mansion on the hill

cancelli di ferro che circondano completamente
la casa sulla collina

At night my daddy’d take me and we’d ride
through the streets of a town so silent and still

Di notte mio padre mi prendeva
e facevamo un giro attraverso le strade di una città così silenziosa e immobile

park on a back road along the highway side
look up at that mansion on the hill

parcheggiava in una strada secondaria accanto all’autostrada
e guardavamo quella casa sulla collina

In the summer all the lights would shine
there’d be music playin’ people laughin’ all the time

D’estate tutte le luci avrebbero brillato
e la musica avrebbe suonato e la gente riso

me and my sister we’d hide out in the tall corn fields
sit and listen to the mansion on the hill

io e mia sorella ci saremmo nascosti nei campi di grano alto
seduti e attenti a quella casa sulla collina

Tonight down here in Linden Town
I watch the cars rushin’ by home from the mill

Stanotte qui giù in Linden Town
io guardo le macchine sfrecciare dalla fabbrica verso casa

there’s a beautiful full moon rising
above the mansion on the hill”.

c’è una meravigliosa luna piena
che splende sopra la casa sulla collina”.

DSC_1104GIAN MARIA TESTA, 2006

La ca sla colin-a l’é bela, Maria la varda peui dis:
am piasrìa podèj catèla, sarìa ‘l mè paradis!
La casa sulla collina è bella, Maria la guarda e dice:
mi piacerebbe poterla comprare, sarebbe il mio paradiso!

L’é bianca la ca sla colin-a, l’é bianca come ‘n linseul,
s’it la varde a smija ch’a grigna, l’é pròpi la ca che a veul.
è bianca la casa sulla collina, bianca come un lenzuolo,
se la guardi sembra che rida, è proprio la casa che vorrei…

L’é gròssa la ca sla colin-a, tante stansie con finestre e pogieuj,
starìo pròpi bin là an sima, mi, mè òm e ij mè fieuj.
è grande la casa sulla collina, tante stanze, e finestre, e davanzali,
staremmo proprio bene là in cima, io, mio marito e i miei figli.

Mè pare fasìa ‘l murador l’é mòrt ancora spòrch ëd càussin-a,
l’ha fala chiel la ca sla colin-a, l’ha fala për quatr ësgnor.
Mio padre faceva il muratore, è morto ancora sporco di calce,
l’ha fatta lui, la casa sulla collina, l’ha fatto per quattro Signori.

E lor a ven-o d’istà stan mach doi mèis peui van via,
la ten-o mach basta ch’a sìa e mi a son sensa ca.
E loro vengono d’estate, stanno poco meno di due mesi e poi vanno via,
la tengono solo per il gusto di averla, e io invece sono senza casa.

La ca sla colin-a l’é bela, Maria la varda peu dis:
mi podreu mai catèla, për ij pòver a-i-é nen paradis.
La casa sulla collina è bella, Maria la guarda e poi dice:
noi non potremo mai comprarla, per i poveri non c’è paradiso.

DSC_1100Thanks to Lore
e a Valeria Caucino per avermi suggerito la canzone di Gian Maria Testa

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LO SCHELETRO CHE GUARDA LA VALLE

Testi di Riccardo Poma, fotografie di Marco Pignolo e Riccardo Poma1

BIELLA. La conca della valle di Oropa (Biella) ospita uno dei santuari mariani più importanti delle alpi. Nei pressi del complesso sacro fu edificato, nel 1856, un enorme cascinale che, ampliato e ristrutturato, divenne il primo stabilimento idroterapico d’Italia, diretto dal dottor Guelpa prima e dal dottor Mazzucchetti poi. La posizione dell’edificio, circondato e quindi riparato dalla montagna, garantiva una temperatura costante (intorno ai 23° C) e piacevole. Lo stabilimento poteva ospitare fino a 400 persone, ed era dotato, oltre che di un bellissimo giardino esterno, di sala da biliardo, sala da lettura, ristorante. Per sfarzo e qualità dei servizi offerti (vi erano ben cinque sorgenti naturali e un’assistenza clinico- terapica d’avanguardia), Oropa Bagni divenne ben presto un punto fisso per le vacanze di molti aristocratici, biellesi e non: vi soggiornarono, tra gli altri, Gabriele D’Annunzio, Giosuè Carducci, Guglielmo Marconi, Eleonora Duse, esponenti della dinastia dei Savoia.

Lo stabilimento nel 1913

Lo stabilimento in una cartolina del 1913

Nel 1910, con la crisi dell’aristocrazia e della medicina termale, lo stabilimento fu venduto alla Curia di Alessandria che lo utilizzò come colonia estiva. Abbandonato negli anni ’20, fu acquistato nel 1987 dall’azienda acquifera biellese Lauretana, che affermò di voler riaprire le sorgenti chiuse e di riqualificare l’ambiente.

2013. Oggi.

3La strada che collega Biella al santuario di Oropa si snoda tra le balze della valle, e somiglia ad una qualunque tortuosa strada di montagna del nord Italia. In realtà, questa piccola strada porta con se una serie infinita di testimonianze del passato, del “glorioso” passato biellese. Le tracce più evidenti di questo passato sono quelle del suggestivo tram che collegò Biella e Oropa dal 1911 al 1958: dalla strada si possono ancora vedere ponti, resti (mutilati) della linea aerea, terrazzamenti e trincee del sedime tramviario. Con un po’ di sforzo (fisico) si può addirittura contemplare il bellissimo girone elicoidale costruito sopra la frazione del Favaro, vero e proprio capolavoro ingegneristico che offriva un panorama unico, oggi solo parzialmente contemplabile. Oltre alle tracce del trenino biellese [di cui parleremo più avanti], vi è un’altra costruzione “umana” che rapisce l’occhio dei più attenti. Già, perché non è così facile vederla, specialmente nel periodo estivo in cui la flora tende a riprendersi ciò che le appartiene. Superato il Favaro, all’altezza di quel capolavoro naturale che è il “Piano dei sette faggi”, i più attenti possono notare, in alto a sinistra, una gigantesca costruzione bianca, piena di finestre, misteriosamente sinistra nel suo essere priva di vita. È un contrasto emblematico, quello tra il bianco dei muri e il verde acceso dei boschi che li circondano.

1Quell’enorme edificio altro non è che lo stabilimento idroterapico di Oropa Bagni, da anni lasciato a se stesso e pericolosamente incline a crolli e devastazioni.

5Arrivare davanti allo stabilimento non è difficile: poco prima di arrivare al santuario, c’è una piccola stradina sterrata sulla destra (percorribile solo a piedi, in quanto dopo poche centinaia di metri vi è un primo sbarramento), una stradina un tempo percorsa da signorili carrozze ed eleganti signori in doppiopetto. I primi problemi si presentano giunti nei pressi dell’edificio.

Un cumulo di macerie.

Cos’è accaduto?

Verso la metà degli anni ’80, lo stabilimento subì un devastante incendio che ne minò pericolosamente il “braccio est”, quello che si trovava davanti arrivando dalla suddetta stradina. All’incendio, sicuramente doloso, fece seguito il clamoroso ritrovamento di alcuni oggetti rubati da un cimitero vicino, accompagnati da scritte “sataniche” sui muri e resti di poveri animali sgozzati. Subito l’alone romantico di Oropa Bagni lasciò il posto alla paura: per i biellesi, quel luogo un tempo fastoso e motivo di vanto divenne un postaccio da evitare, una sorta di santuario alla rovescia in cui si venera il diavolo invece che la madonna. Ovviamente, come spesso accade in questi casi, non avvenne nessun altro episodio del genere, ma Oropa bagni non riuscì mai più a cancellarsi la nomea di “posto maledetto”. Provate a scrivere su Google “Oropa Bagni”, e guardate qual è il primo suggerimento della barra di ricerca.

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DSC_6936Dopo l’incendio, tuttavia, lo stabilimento divenne uno scheletro di mattoni decisamente pericoloso. Certo, vi sono parecchi cartelli e sbarramenti a vietarne l’avvicinamento pedonale, ma l’edificio è comunque molto vicino ai sentieri boschivi della zona, e nei suoi pressi vi è una parete di roccia da arrampicata. Dunque, per evitare di svegliarsi una notte sentendo un boato, il sindaco di Biella e le autorità competenti decisero di abbattere l’ala dell’edificio in cui, vent’anni prima, era scoppiato l’incendio. L’ala più indebolita, quella che maggiormente rischiava di crollare. Nel 2011, quell’ala sparì per sempre. Le tre foto sopra restano tra le poche testimonianze della sua esistenza. Sotto, ciò che ne resta oggi.

Ecco perché, oggi, arrivando ad Oropa Bagni, vi trovate davanti un cumulo di macerie. Ma se avrete la voglia (e il coraggio) di scavalcarle – o, forse è meglio, girarvi attorno – davanti a voi apparirà lo scheletro di quello che un tempo era un motivo di vanto per il biellese e che oggi, purtroppo, è solamente un rudere silenzioso. Che, prima o poi, crollerà totalmente e sarà inghiottito dalle piante.

Dentro Oropa Bagni

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10Nonostante il secolo di abbandono, si possono ancora notare gli splendidi particolari architettonici della struttura: arcate, affreschi, decorazioni di ogni tipo. Non è difficile capire perchè l’aristocrazia biellese (e non solo) scegliesse questo luogo per trascorrere il proprio tempo libero. Si notano, purtroppo, anche le scritte dei cosiddetti “satanisti” o di semplici “graffitari”, atti di vandalismo e danni dettati dall’abbandono.

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Grazie a Marco Pignolo per le foto e la disponibilità.

http://www.pigno.it/

http://www.ricordinellapolvere.it/

 Tutte le foto sono state scattate da Marco Pignolo, eccetto la prima.

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