LA VILLA DELLE COSE SOSPESE E IRRAGGIUNGIBILI

Testi e fotografie di Riccardo PomaDSC_0912

Si dice che questa villa appartenesse a un pittore locale. Si dice che, quando il pittore morì, le sue opere rimasero per anni a prendere la polvere dentro le stanze, appese ai muri o semplicemente accatastate come bancali. Nel migliore dei casi, coperte da qualche telo polveroso.
Poi, qualcuno si accorse di loro.
E capì che potevano valere qualcosa, o se non altro abbellire qualche muro.
Nel giro di una decina di anni, quei meravigliosi quadri sparirono nel nulla, pian piano, sottratti da collezionisti, furbini, paesani del pittore. La domanda è sempre la stessa: per lasciarli lì a prender la polvere, e quindi l’umidità, e quindi la muffa, non è forse stato meglio così?
Oggi questa villa colpisce ancora per la sua imponenza, ma della grandezza di un tempo non è rimasto quasi più nulla.
Quasi. C’è ancora un bel bagno bluette, con tanto di carta igienica sul davanzale, in attesa che qualche artista (è pur sempre carta) la utilizzi. Il tetto dondola pericolosamente, e adesso sì che è davvero spiovente: talmente spiovente che, un giorno o l’altro, verrà giù proprio come la pioggia.
Le piante hanno disegnato assurdi affreschi, simili a quadri. Bè, giusto così. È la casa di un pittore.
Per terra una serie di barattoli che avranno almeno un sessantina di anni. Chissà cosa contenevano. Cibo? Colori?

Qualcuno ha smontato le ringhiere dei balconi, forse per dissuadere eventuali visitatori, o magari semplicemente perché stavano meglio a casa sua che lì sopra. Il problema è che tanto, se non ci porta dietro una scala, salire è diventato difficile. Lo scopriamo entrando in casa dalla porta sul retro, che vicino oltretutto ha un pozzo che – grazie alla prova scientifica della monetina – sarà profondo sui 30, 35 metri.
Scopriamo che questa villa, un tempo costruita su tre piani più cantina, è composta solo più di un piano: la nuda terra. Il tetto è caduto sul terzo piano, che è caduto sul secondo, che è caduto sul primo, che addirittura è caduto sulla cantina. E il pavimento della cantina ovviamente, è di nuda terra. Magari l’ordine di caduta non è stato per forza questo, ma che sia andata più o meno così è davanti agli occhi di tutti.
Dopo aver superato le iniziali vertigini (provate a entrare in una casa e trovarvi in uno stanzone altissimo), ci si può concentrare sui particolari. La prima cosa che salta agli occhi, a partire dal basso, è la vista sulla cantina: la caduta della splendida volta a botte ha rivelato ALMENO due botti da vino, ma di quelle grandi per davvero. Chissà se c’è del vino dentro, chissà a che annata appartiene?
Magari il pittore, quel vino, se lo faceva per lui con le sue vigne. Qui una volta era pieno di vigne, e non era difficile occuparsi di tutti i passaggi fino alla bottiglia.

Poi notiamo quelle rientranze nei muri che facevano da scaffali. Sopra ci sono ancora le bottiglie, i contenitori per il cibo. Le pareti sono colorate, ad indicare che non era proprio una casa “normale”. I contadini non avevano i muri dipinti, e se li avevano sicuramente erano tutti di un solo colore. Qui si distingue un blu, un rosa (rosso?), un azzurro, addirittura un ornamento floreale.
Ci accorgiamo che i crolli sono antichissimi: il muschio è cresciuto sui mattoni crollati prima, saldandoli a ciò che resta del pavimento. Ma ci accorgiamo anche che non sono mai finiti: gli ultimi mattoni sono “freschi”, così come le lamiere.
E poi fili sospesi, tegole sospese, mattoni sospesi, addirittura solette sospese.
E una sedia, capolavoro fotografico e concettuale, che pare messa lì con l’unico scopo di farsi fotografare. Un oggetto di tutti i giorni che oramai è nello spazio siderale, lontanissimo, irraggiungibile. Un oggetto comune diventato un’opera d’arte. In fin dei conti, siamo sempre a casa di un pittore. L’unica opera d’arte rimasta qua dentro, forse solo perché nessuno l’ha vista come tale.

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E in effetti non lo è. L’arte è, in questo caso, nell’occhio di chi guarda, o di chi fotografa.
Solo da quaggiù ha un senso.
Anche lei è sospesa, come tutto qui dentro. Oggetti sospesi e irraggiungibili, come anche la storia di questo luogo, raccontata solo da qualche anziano del posto, ma oramai confusa, lontana, solo immaginabile. Sospesa e irraggiungibile.
Un giorno, c’è da scommetterci, anche questa sedia sospesa raggiungerà la terra della cantina. Polvere alla polvere, proprio come quel pittore, proprio come – un giorno – noi.
Torniamo all’aria aperta. Un vecchio fabbricato attiguo, che nasconde una bellissima e perfettamente conservata gerla, ci “sorride”. Comincia a piovere. Una grondaia divelta sembra un serpente, e l’acqua piovana, scorrendovi dentro e sibilando, conferma. Sul cancello, le iniziali del pittore. La firma della sua ultima opera d’arte.

Thanks to Franci e Lori

 [Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2016]

FOUR ROOMS (AND A GARAGE)

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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VUOTIAPERDERE, spesso, racconta luoghi abbandonati enormi: fabbriche, mulini, manicomi, tutti contraddistinti da imponenti dimensioni. Posti in cui transitavano decine (se non centinaia) di persone al giorno, posti in cui la frenesia e il rumore dominavano su tutto. Questa volta, invece, abbiamo deciso di raccontarvi dei luoghi molto diversi, sia per dimensione (piccolissimi) che per destinazione d’uso (il riposo). Quattro, piccole stanze (e un garage) che ci portano in un microcosmo famigliare un tempo intimo ed accogliente. Oggi piuttosto freddo, desolato, ma incredibilmente intatto, come se la porta d’ingresso fosse stata chiusa l’altro ieri. Tutto è rimasto lì, nella posizione in cui era quando le persone sono andate via: il cappellino appeso al muro, l’aspirapolvere usato per le ultime pulizie, vestiti appesi, lenzuola sui letti. Sembra che qualcuno debba entrare da un momento all’altro…

Dimenticatevi le perfette geometrie delle fornaci e delle ville signorili: qui si parla di noi, gente comune, intenta a passare il proprio tempo libero davanti al caminetto o alla stufa. E, ovviamente, alla televisione.

La stanza dell’ammucchio
Avete presente quella sensazione di grande appagamento che provate quando, finalmente, vi decidete a riordinare la vostra casa gettando nel cestino le peggiori cianfrusaglie che avevate imboscate nei mobili, facendo spazio e sentendovi delle persone nuove? Ecco, quella è una sensazione che gli ex abitanti di questa stanzetta non hanno mai conosciuto. Qui dentro tutto è perfettamente ammuchiato, incasellato, tenuto in bella mostra come se si trattasse di un gigantesco museo. Il peluche a molla del coniglio, un fantastico aspirapolvere, una chitarra sventrata, migliaia di libri. Piatti di ceramica, sedioline miniaturizzate in legno con appese le tazzine del caffè, altri soprammobili di dubbio gusto. Bottiglie, attrezzi, attrezzi da cucina, vestiti, pentole, piatti, sedie, tavolo, musicassette, salami, bottiglie di vino, e chi più ne ha più ne metta. C’è anche una stufa meravigliosa. Tutto lasciato lì, pronto all’uso, in attesa che gli occupanti tornino. Intanto il soffitto si sta scostando, la muffa sta mangiandosi tutto, il vino e il cibo vanno a male.

La stanza del buon cibo
Una cucina che per utilizzarla non devi manco andare a fare la spesa. Apri una mobiletto et voilà!, olio, aceto, spezie, sale, sale, zucchero, delle fantastiche olive scadute appena nel 2004. E c’è pure il forno (la bombola del GPL è piena per metà…KABOOM!), le macchinette del caffè, un camino gigante con l’affresco di una bella ragazza. Più in là, un’inquietante quadro raffigurante una bambina/ballerina con uno sguardo gelido e robotico da gerarca nazista.

La stanza del futuro (o della tecnologia)
Reperto 1: una radio circondata da fantastiche statuine in ceramica; reperto 2: una radio poggiata su un fantastico tavolino in legno; reperto 3: due belle televisioni, sistemate una vicina all’atra, antesignane del multiscreen che va di moda oggi nei ristoranti e nei salotti d’un certo livello. Ma il reperto più interessante è forse il numero 4, una scatola piena di floppy disk! Ma non di quelli che citiamo noi, nati negli anni ’80, quando ci bulliamo con quelli nati nel 2002 che non sanno manco che cos’è un cd: si tratta dei mitici floppy 5 e ¼, i genitori dei floppy da 3,5, i trisavoli delle pennette USB. Rispetto alle chiavette, una superficie 100 volte più grande e una capacità di memoria 10mila volte più piccola. Questa si che è archeologia, altro che i telai e le cisterne. Nota per i più audaci: su un floppy l’etichetta recava la scritta “sex ’90”. Se qualcuno ha un lettore di floppy da 5 e ¼ ce lo dice che così andiamo a farci una cultura sul porno casalingo di fine anni ’80.

La stanza del riposo
Come cantava Giorgio Gaber, finora abbiamo scherzato. L’ultima stanza è la vera stanza del riposo, quella in cui gli abitanti si godevano le ore libere dal lavoro. Ecco dunque una sedia a dondolo, vicina sia ad un grosso camino che ad un’altra, magnifica stufa di ghisa (paura di stare al freddo?). Grossi divani, in cui sprofondare a fine giornata; un tavolo su cui qualcuno ha fatto i suoi ultimi conti, o comunque i suoi ultimi conti in questa stanza; la presina con cui la sciura portò a tavola l’ultima pentola di pastasciutta bollente; un mobile/armadio con anta scorrevole, a rivelare un trio di giacche appese; un’altra TV con telecomando, pronta per Colpo grosso o per il Rischiatutto. Ci siamo permessi di metterla sul ridere, specialmente raccontandovi qualche buffo soprammobile demodè; tuttavia, non vogliamo mancare di rispetto all’intimità di queste persone, finite chissà dove ma sempre simili a noi. Alla fine queste stanze sono le nostre stanze, solo arredate col gusto di vent’anni fa. Chissà che risate si faranno, tra vent’anni, guardando le nostre camere da letto.

BONUS: Garage e cantina
Chissà perché le nostre case sono così umide. La risposta è semplice: forse abbiamo tutti una cantina come questa, totalmente allagata da chissà che tipo di infiltrazione. L’acqua è alta circa 30 centimetri, e pian piano si sta mangiando i bellissimi muri che finiscono in una stupenda volta a botte. Ma la cantina non è l’unica cosa interessante che si può trovare sotto queste stanze. C’è anche il garage. Dentro, ad un primo sguardo, ci sono soltanto cinafrusaglie ed un vecchio CIAO. Se però si ha voglia si sfidare la polvere e le ragnatele, la sorpresa è dietro l’angolo: sotto un vecchio telo, spunta una Mini Cooper milleetre del 1971.
E la conta delle autoaperdere si allunga.

Uscendo da questo groviglio di stanze e vite private, sono in due a darci l’arrivederci: un inquietantissimo peluche di un cane/orso/gatto (si accettano suggerimenti) che ci osserva da una finestra, disteso su un divano con posa languida (sarà il proprietario del floppy pornografico?) e un uccellino che, beatamente, si fa gli affaracci suoi su una vecchia antenna che sembra un albero. Per lui, albero o antenna non fa differenza: è solo un posto per appoggiarsi. Il fine, non il mezzo; la sostanza e non l’apparenza.

Ma pensa tu: pure gli uccellini hanno qualcosa da insegnare a noi umani.

Thanks to Dani

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L’ISOLA #1 – GEOMETRIE

Testi e foto di Riccardo Poma

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Questo edificio, che sorge tra Santhià e Formigliana (insomma tra Biella e Vercelli) in mezzo ad una grande distesa di risaie, mi ha sempre affascinato per almeno due ragioni. In primis, per la sua collocazione: non ci sono strade per raggiungerlo, si trova esattamente in mezzo ad una risaia. Una posizione che gli dona l’aspetto di un’isola anomala che, invece di giacere in mezzo al mare, si trova tra i campi di riso. Quando le risaie sono piene d’acqua, diventa un’isola a tutti gli effetti.

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Ovviamente questa stramba collocazione è presto spiegata: sicuramente prima c’era una strada che portava ad esso, ma con la costruzione di nuovi campi e l’abbandono dell’edificio è probabilmente scomparsa. All’interno vi sono tracce di alcune mangiatoie, dunque doveva trattarsi di una stalla.

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L’altro aspetto di questo edificio che mi ha sempre colpito è il colpo d’occhio che offre quando si giunge nei suoi pressi: si tratta infatti di una costruzione molto “geometrica”, armoniosa nel suo “trionfo di righe” verticali e orizzontali. Sono poche le vecchie costruzione ad essere così squadrate: certo, molte non lo sono più a causa dell’abbandono, ma non è difficile accorgersi che questo piccolo edificio si presenta in maniera ben diversa rispetto alle molte cascine abbandonate presenti in queste zone; oltre che l’aspetto squadrato, infatti, è decisamente particolare il tetto, che nel lato sud presenta uno spiovente assai pronunciato, probabilmente pensato per riparare il bestiame dal sole cocente.

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Le linee della costruzione si sposano alla perfezione con quella, verticale, della stradina che gli passa accanto (senza toccarla, sennò non sarebbe un’isola), e con quella dell’orizzonte. Ma ci sono anche le linee delle “spalle” delle risaie, dei pali della luce, dei fossi. Le uniche linee asimmetriche e irregolari sono quelle delle montagne e degli alberi sullo sfondo, come a rimarcare ancora una volta quel suggestivo contrasto – visivo e “poetico” – tra le opere dell’uomo e la natura.

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Le fotografie sono state scattate al tramonto per accentuare i contrasti cromatici e, di conseguenza, le geometrie da essi provocate. Gli scatti sono avvenuti in quei pochi minuti estivi in cui il sole compie un ultimo saluto per poi riposarsi dietro le montagne, quel breve lasso temporale che separa la luce dall’ombra: lo si nota ad esempio nell’ultima fotografia, scattata circa cinque minuti dopo la prima eppure già molto più scura.

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Un’isola tra le risaie, un riflesso geometrico che unisce il cielo alla terra, la mano dell’uomo al piede ieratico e coinvolgente della natura.

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2013]

LE QUATTRO MADAME

Testi e fotografie di Riccardo Poma

[Cliccando sulle foto è possibile vederle in alta qualità]

Questo casolare dimenticato, costruito in mezzo alla distesa di risaie del basso biellese, apparteneva probabilmente a ricchi possidenti della zona, come sottolinea la qualità architettonica di alcuni particolari (come le finestre circolari). Venne battezzata “I quat madami”, “le quattro signore”, in quanto nei suoi pressi crescevano rigogliose quattro querce secolari, abbattute con l’avvento della coltura da riso. Gli unici dati certi sulla cascina riguardano il suo periodo di abbandono: il fatto che negli anni ’30 la nascente Aeronautica Militare compiesse manovre di addestramento nei boschi utilizzando la cascina come “bersaglio di prova”, suggerisce che essa fu abbandonata intorno agli anni ’20 del novecento, se non prima.1

Gli anziani di Castelletto Cervo raccontano divertiti che, nonostante i continui bombardamenti, nessun aereo riuscì mai a centrare il bersaglio; è proprio grazie a questi inesperti piloti che possiamo ammirare ancora oggi una delle costruzioni più antiche (e abbandonate da più tempo) di tutta la zona. Anche se le quattro signore sono state impietosamente divelte, l’area circostante porta ancora il nome di “Regione Quattro Madame”.

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[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2013]