LA FABBRICA IN ATTESA – VIAGGIO NEL COTONIFICIO POMA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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A Biella c’è (rullo di tamburi) “la cultura del tessile”, si dice. Vero. Non si dice che a Biella c’è una cultura della lana, e in effetti non è così. Molti pastori bruciavano (e bruciano ancora oggi) la lana delle loro pecore tosate, perché le aziende ne acquistano solo grandi quantitativi per volta.

Hai tosato tre pecore? Benissimo, la tua lana non conta niente.

A Biella non c’è una cultura della lana. C’è la cultura della lavorazione della lana. Lavoriamo il tessuto, da sempre, ma non ci interessa della materia prima.

Questa è la storia del cotonificio Poma, in cui invece si lavorava la materia prima.

In principio c’era Pietro, nato nel 1805. A lui importava della materia prima: ma non era lana, era cotone.

Al piazzo di Biella, tra il 1828 e il 1879, aprono almeno sette cotonifici, alcuni industriali, alcuni casalinghi (costruiti nella cantina di casa, insomma). Pietro Poma è uno di questi piccoli imprenditori; Pietro Poma è il padre di Antonio e Giuseppe, al Tunin e al Giusep, che negli anni ’50 iniziano a pensare che sia ora di ampliare la piccola impresa di famiglia, su al piazzo.

windowIl lavoro aumenta, e nel 1860 arriva l’idea di costruire un cotonificio industriale. Dove?

A Miagliano. E perché?

In effetti, perché? In quegli anni Miagliano è poco più di un villaggio, totalmente scollegato dalla civiltà (non soltanto in senso “sociale”, bensì anche in senso fisico: c’è solo un ponticello sul Cervo a collegare il villaggio al paese di Andorno e, quindi, a Biella). Dunque, perché proprio qui?

Perchè a Miagliano ci sono

a) un sacco di acque di caduta

b) una roggia che scorre da 400 anni

Ora, non serve un genio per capire che ai Poma tutta quell’acqua, per di più già in parte veicolata, facesse gola. Le fabbriche biellesi vivevano grazie all’acqua, era la loro fonte di vita.

Dunque, cominciano i lavori. Nel 1863, apre il cotonificio Poma di Miagliano.

Mille dipendenti, che negli arriveranno a toccare i 3000.

A Biella non c’è il cotone; arriva dall’Egitto (o meglio, dal Nilo) o dall’America. Quello che arriva dall’America è il cotone dei neri, e arriva (metaforicamente, o forse no?) sporco del loro sangue.

Che assurdo, quanto verosimile, collegamento: l’Alabama e Miagliano, Django Unchained e ‘l Giusep Puma.

A Miagliano, tuttavia, non nasce soltanto una fabbrica. Nasce un villaggio operaio, uno dei primi in Italia. Ma se in molte conformazioni industriali la gerarchia è CITTA’/FABBRICA/VILLAGGIO OPERAIO, a Miagliano è tutto diverso: con la costruzione della fabbrica, il villaggio diventa cittadina. A Miagliano “non c’è un villaggio operaio: il villaggio operaio È Miagliano”. E la fabbrica è più grande del paese che la ospita (guardate le foto aeree qui sotto, se non ci credete).

Tutto a Miagliano porta il nome dei Poma (in effetti, no, non mi da affatto fastidio se ve lo state chiedendo). Proprio perché tutto, grazie ai Poma, fu creato: grazie alla fabbrica, Miagliano ottenne

  • Servizio medico, dal 1865 circa
  • Cassa di risparmio aziendale, dal 1869
  • Mutuo soccorso per le malattie, dal 1872
  • Asilo e scuole di fabbrica, dal 1874
  • Società cooperativa alimentare, dal 1883
  • Cucina economica, almeno dal 1888
  • Circolo Poma per lo svago

Tutti gli abitanti di Miagliano, esclusa quella manciata di anziani che viveva nel villaggio originario, lavora nel cotonificio, e dunque può utilizzare questi servizi. Ovviamente, sempre nel rispetto e nella dedizione assoluta al padrone, padre dei lavoratori, messia delle famiglie operaie, benefattore ma solo fino a quando ci avrebbe stra guadagnato.

Amen.

[click su una foto per far partire gli slideshow]

Nel bene e nel male, comunque, Miagliano deve tutto ai Poma.

E l’impero si allarga. Altre fabbriche vengono aperte, tutte con una mansione diversa: ad esempio, a Biella c’era il finissaggio, alla “Polla”, località nei pressi di Miagliano, la filatura. Insomma, i Poma controllano il prodotto dalla produzione alla distribuzione.

Tutto va a gonfie vele per un centinaio d’anni (e dici poco?!), poi nel 1958 arriva la crisi del cotone. Il cotonificio chiude, ma non muore. I fratelli Botto acquisiscono il complesso, abbattono gran parte degli edifici e ricostruiscono trasformando il tutto in una filatura ultramoderna. Anche qui, però, il gioco dura relativamente poco. Agli albori del terzo millennio, anche il nuovo complesso chiude i battenti.

modern times

L’annessione ai lanifici Botto portò dunque all’abbattimento di molte ale dell’edificio. Ma il progresso non distrusse proprio tutto. Anzi. Forse per usarlo come magazzino o forse per scrupolo personale, la nuova gestione risparmia il corpo di fabbrica manchesteriano, il cuore pulsante della fabbrica, in poche parole, il cotonificio ottocentesco.

1967 - Ditta Botto - Miagliano

La nostra visita parte proprio da qui.

La cosa che salta subito agli occhi è il contrasto tra il vecchio e il (relativamente) nuovo, tra il cotonificio e il lanificio, tra l’ottocento e il novecento; in poche parole, tra la vecchia ciminiera di mattoni e l’asettico, moderno silos ferroso, lasciati vicini come fossero due diverse facce di una stessa medaglia. Si scende la scala, ornata in perfetto stile liberty in ogni particolare, e si arriva nel piazzale superiore, quello “che da sul Cervo”. Da qui si entra nel corpo manchesteriano, ovvero il primo edificio costruito in quel lontano 1860. Ovvero, il cotonificio.

Stanzoni affusolati, finestroni, archi. Sotto il pavimento, si scorge uno spazio che probabilmente veniva usato come scarico fognario. L’interno dello stabilimento sembra più il salone di una villa liberty che il capannone di una fabbrica. Ma, si sa, una volta anche l’occhio voleva la sua parte. E menomale per noi, vien da dire. Camminando si arriva fino al silos vecchio, in mattoni, che nasconde una bellissima, vorticosa scala che porta sotto, verso l’acqua del fiume. Qui approdiamo alla roggia, che veicolava l’acqua e dava energia alla fabbrica. Un tubo puntato dritto nel Cervo serviva a scaricare qualcosa. Meglio non porsi troppe domande su cosa fosse quel qualcosa. Risaliamo.

Arriviamo ad un altro magazzino, dove si ammira la stanza denominata “la cattedrale”, una sorta di magazzino dalla volta simile a quella di una chiesa. Poi scendiamo ancora, stavolta internamente, per raggiungere il ballatoio. Questa è la parte più antica del cotonificio, quella costruita per prima.

I finestroni ospitano rocce cadute oppure veri e propri alberi, che molto umanamente si “affacciano” letteralmente sul cervo per cercare la luce. Particolari costruttivi da brividi e colori straordinari.

Risaliamo nuovamente. Dal piazzale vediamo chiaramente lo stabilimento della Polla, poco più a valle. Di nuovo verso l’alto, stavolta per visitare la parte degli anni ’60. Si vedono ancora i pannelli solari installati negli anni ’60, tra i primi in Italia (ebbene sì, il fotovoltaico c’era già cinquant’anni fa).

la Polla

Qui però tutto cambia.

Scopriamo che il cotonificio Poma è un vuoto a perdere molto anomalo, almeno per noi: infatti, in alcune sue parti, non è vuoto. La parte novecentesca ospita diverse attività, nate dopo una decina di anni dalla chiusura della fabbrica.

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Il personaggio chiave di queste attività è sicuramente l’inglese Nigel Thompson. Con 30 anni di esperienza in materie prime laniere, Nigel è il geniale inventore di The Wool Company, un progetto che raccoglie piccole quantità di lane autoctone e non (in realtà sono quasi tutte provenienti da altri paesi europei) e le lavora – restando a Biella – fino al prodotto finito, che poi viene spedito nuovamente all’allevatore che può venderle col proprio nome impresso sopra. In poche parole, ogni allevatore del mondo può, grazie a The Wool Company, vendere la lana delle proprie pecore.

al bagno tenendosi per manoDunque, per tornare all’inizio, tutta quella lana che andava bruciata (o buttata) perché troppo poca per essere trattata a livello industriale, viene riunita fino ad averne una quantità che l’industria possa permettersi di lavorare. Nigel dice che la fabbrica non era abbandonata: era in attesa.

L’attesa è finita. Gli edifici del lanificio Botto, oltre a The Wool Company, ospitano The Wool Box, che promuove e vende lane autoctone, e l’associazione Amici della lana, anch’esso impegnato nella promozione della lana ma a livello culturale, attraverso eventi, spettacoli ed iniziative svariate. Svolte, ovviamente, DENTRO la fabbrica, negli strepitosi ed immensi saloni della parte novecentesca trasformata in spazio museale, spazio di spettacoli, insomma, spazio espressivo totale.

Al cotonificio Poma, nonostante la chiusura, la lana resta protagonista.

Questo è ciò che accade nei padiglioni dell’ex lanificio Botto, ex cotonificio Poma, ex fabbrica abbandonata, ex fabbrica in attesa.

Non ci resta che sperare che ce ne siano molte altre, di fabbriche in attesa come questa.

la lana di Nigel

Links

the wool company

the wool box

amici della lana

Thanks to un IMMENSO grazie a Nigel Thompson e a Manuela Tamietti, che hanno capito il progetto Vuotiaperdere e mi hanno aperto le porte dandomi fiducia. Grazie inoltre a Marco Chiarato per le preziosissime informazioni storiche.

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2015]

LA CIMINIERA PIU’ ALTA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

 

Collegandoci al nostro primo, ormai lontano, affezionatissimo post, pubblichiamo il reportage realizzato su un’altra fornace in disuso. Siamo ancora nel biellese, stavolta in una piccola frazione. Arrivando nella località, sperduta tra le risaie, non è difficile accorgersi che le poche case sono costruite attorno alla ferrovia. C’è una piccola stazione in disuso, un gruppo di case (con tanto di ristorante), molti capannoni (alcuni ospitano allevamenti) e la gigantesca, scheletrica, suggestiva fornace. Non conosciamo la data di fondazione di questa grande stazione produttiva. Ciò che è certo è che lo stile dell’edificio situato vicino all’ingresso (una vera e propria villa, con particolari architettonici ricercati) fa pensare ad un tempo a cavallo tra ‘800 e ‘900.

Sulla destra, un grande caseggiato su due piani. Sulla sinistra, un magnifico, imponente edificio che probabilmente ospitava l’unità centrale, il fulcro della produzione di mattoni. Diversamente da molti edifici che visitiamo di solito, qui la bonifica per eliminare l’eternit è stata fatta, e ciò che rimane è un’intelaiatura in ferro che ricorda quegli scheletri di dinosauri riassemblati che vediamo nei musei.
Il particolare che più colpisce è tuttavia l’imponente ciminiera, alta almeno trenta metri, visibile un po’ da qualsiasi posizione. Un tempo era addirittura più alta, ma si dice che durante un forte temporale, negli anni ’80, la sommità cadde sotto la forza del vento. Il posto è famoso anche per i cosiddetti alloggi ENI progettati nel dopoguerra e mai terminati e per il continuo via vai di cicogne, che amano costruire i propri nidi sui piloni “scalpati” della vecchia fabbrica.

 

L’età di abbandono non è documentata, ma l’impiegata del comune, che ringraziamo (purtroppo non siamo riusciti a scoprire il suo nome) ci ha detto:
“Io ho cinquant’anni, e da quando mi ricordo io è sempre stata abbandonata”.

Vicino alla fornace, è ancora presente la piccola stazione che un tempo portava comodamente gli operai sul luogo di lavoro.

Thanks to: Andre G.

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