THE LION’S MANOR – LA VILLA DEL LEONE

Testi e fotografie di Riccardo Poma

dsc_0234Non capita tutti i giorni di entrare in un posto come questo.
Di ville molto belle ce ne sono tante, certo, ma quante di queste ville hanno così tante storie da raccontare? La Villa del Leone è un luogo magico, più unico che raro proprio perché zeppo di cose interessanti da raccontare e, ovviamente, fotografare.
La prima volta che ci siamo entrati siamo stati dentro circa tre ore, e non abbiamo visto tutto.
La seconda volta ci siamo concentrati su ciò che non avevamo visto la prima, e abbiamo scoperto cose molto, molto interessanti.
La villa fu fatta edificare a inizio secolo da un industriale della zona che fu anche camicia nera e Consigliere Nazionale del fascismo. Il 18 maggio del 1939 il Duce visitò la frazione e, probabilmente, la villa. La villa ha conosciuto il suo splendore nella prima metà del novecento, salvo poi decadere progressivamente a partire dagli anni del dopoguerra (l’imprenditore morì nel 1960). Un amico nato nel ’61 dice che ci andava da ragazzo, e che era già messa maluccio. Facendo due calcoli, è abbandonata da almeno una sessantina di anni.
L’unico accesso possibile alla villa è passando dalle cucine, proprio come in Quei bravi ragazzi (non l’avete capita? Male, molto male, ma vi offriamo la possibilità di salvarvi dal pubblico ludibrio guardando qui). Vi si trovano ancora dei piani cottura + forni d’una certa imponenza, sovrastati da una cappa anche lei d’una certa imponenza.
Dalle cucine si passa senza accorgersene ad un edificio strano, che scopriamo essere la cappella.
Cominciano dunque le scoperte sensazionali.

SCOPERTA 1
LA CAPPELLA PRIVATA SEMBRA PIÙ UNA CHIESA
Non è la prima villa in cui troviamo una cappella privata, ma questa più che una cappella, è praticamente una mini-chiesa. Per darvi un’idea, è più grande di questo vuoto a perdere QUI, che è una chiesa a tutti gli effetti. Colpisce la qualità delle decorazioni, colpisce soprattutto la bellezza della cupola (si, cupola, avete letto bene), affrescata in stile bizantino con magnifiche tinte blu e oro.

Tornando indietro verso le cucine, superando un portone, ci si ritrova in un meraviglioso corridoio pieno di bassorilievi e nicchie che un tempo dovevano ospitare le statue dei santi della zona. A metà del corridoio, si entra in uno stanzone con un bellissimo soffitto in legno che poteva essere o il salotto o la sala da pranzo. Arrivati alla fine del corridoio, si è assaliti da un tripudio di bellezza ed eleganza.

SCOPERTA 2
LO SCALONE CENTRALE NON È UNO SCALONE QUALUNQUE
In ogni villa che si rispetti deve esserci uno scalone. Se manca, la villa perde qualche punto.
È lo scalone riservato ai nobili, ben diverso da quello di legno, stretto e angusto e spesso poco e male illuminato, su cui faceva avanti e indietro la servitù. Lo scalone di questa villa è qualcosa di incredibile. Annunciato da quattro colonne con altrettanti capitelli, è una sorta di monumento al marmo e al ferro battuto, una roba che presa da sola peserà come il Titanic, sovrastata da un soffitto che riprende i bassorilievi visti lungo il corridoio. Il signor B., che l’aveva fatta costruire, doveva essere un po’ fissato con l’architettura romana (aspettate di vedere il fuori!), o forse era imprenditore così potente da sentirsi una sorta di Giulio Cesare delle valli piemontesi.

Salendo si arriva al primo piano, la zona notte dei nobili. La camera padronale è vuotissima e non è affrescata (strano, molto strano), ma il bagno della camera padronale merita qualche parola (e qualche scatto).

SCOPERTA 3
LE STANZE (SOPRATTUTTO I BAGNI) SONO PIENE DI AMENITÀ
Il bagno della camera padronale è l’apoteosi della superficie lucida, pieno di piastrelle quadrate di pregio e con dei sanitari che paiono appena passati con qualche prodotto lucidante di oggi. Dal suddetto bagno si entra in una stanza in cui svetta una vecchia cassaforte, sventrata in ogni modo possibile e immaginabile. Attraversiamo una stanza senza pavimento (rubato, ovvio), e finiamo in un ennesimo bagno, forse meno bello del precedente ma egualmente interessante, se non altro per la disposizione dei DUE gabinetti, uno in faccia all’altro (“l’hai fatta tutta caro?”, “certo, e tu?”), e le “istruzioni per l’uso” lasciate a pennarello da qualche buontempone con una pessima mira. Salendo ancora si arriva alle stanze della servitù, povere, spoglie, non decorate ma dotate di una vista particolarmente poetica. Siamo su in alto, ora torniamo giù, nel molto basso.

SCOPERTA 4
LE CANTINE OSPITANO COSE INTERESSANTI
Abbiamo fatto tre piani di scale e siamo finiti molto in basso, ma non è cambiata la qualità dei ritrovamenti. La grande cantina, ancora piena di lavatoi e accessori un po’ più moderni, ospita cosine deliziose come una vecchia stufa e – udite udite – il motore dell’ascensore. Eh già, perché questa villa aveva pure l’ascensore. Così, tanto per. Risaliamo, e usciamo a rivedere le stelle.

SCOPERTA 5
ANCHE IL GIARDINO OSPITA COSE INTERESSANTI
Si vede ancora, anche se totalmente invasa dalla vegetazione, la struttura che circondava una fontana a pianta rettangolare grande circa 4 metri per 10 (le dimensioni sono più quelle di una piscina), sul cui bordo c’erano quattro statue che generosamente spruzzavano l’acqua. Tra la fontana e la facciata c’era una bellissima pavimentazione di pietre disposte a mosaico, quasi totalmente coperta dalla vegetazione. Sembra finita, ma basta dirigersi verso la parte frontale della casa, costruita come la facciata di un tempio romano, per accorgersi che le sorprese continuano.

SCOPERTA 6
NEL GIARDINO C’È UNA FONTANA CON QUATTRO RAGAZZINI AGGRAPPATI AD UN CAVALLO-SIRENA, IN CEMENTO E A GRANDEZZA NATURALE
Nei pressi della facciata principale, ecco la fontana n° 2, rievocazione scultorea di qualcosa di molto mitologico: alcuni ragazzetti ignudi sembrano dare del filo da torcere ad un povero cavallo con la coda di una sirena. Quello che colpisce è che sia il cavallo che i ragazzetti sono scolpiti a grandezza naturale, e dunque la testa del cavallo è a più di due metri d’altezza.
Dalla fontana parte un viale alberato che conduce a una panchina in pietra, sovrastata da un albero che ha avvinghiato la struttura che circonda la panchina e che ospitava un lampione.
Immaginatevela, miss Del Leone, un caldo pomeriggio di luglio del 1932, intenta a leggere un libro nel suo parco, sotto il suo alberello rampicante, sopra la sua panchina in pietra, sotto la luce di un lampione. I vicini, contadini o operai, non avevano nemmeno la luce in casa.
Lei se l’era fatta portare in giardino, ad almeno un centinaio di metri dall’abitazione.
Il nostro primo giro finì qui, intorno a questa stranissima panchina.

Qualche tempo dopo, girovagando per mercatini, mi imbattei in una vecchissima cartolina che ritraeva la villa e la comperai. La guardai con attenzione. Riconobbi l’imponente facciata principale, era lei per forza di cose. Ma che diavolo era quella gigantesca fontana con un leone ringhiante dentro? Il suddetto imprenditore/fascista/proprietario della villa, di nome, si chiamava  proprio Leone, ed ecco spiegato il perchè di quel leone ringhiante. Ma dove diavolo era oggi, e soprattutto, perchè io non lo avevo visto? Continuavo a ripetermi cose come
– se ci fosse stata l’avresti vista
– se non l’hai vista è perché l’hanno abbattuta
– è un inganno prospettico: si trova al di fuori dei confini della villa
– dove diavolo era quella scalinata che la sovrasta? Come ho potuto non vedere manco quella?
Tentati di convincermi che la fontana non c’era, andata per sempre.
Ma continuavo a pensarci.
Si doveva tornare a cercare.
Aspettai che arrivasse l’autunno e che le foglie cadessero, chiamai di nuovo i miei due compagni di viaggio e tornai alla villa.
La stagione era cambiata, ma la situazione fogliame non era migliorata. A parte un dettaglio, qualcosa che l’altra volta ci era completamente sfuggito: la scalinata c’era, se ne vedeva l’inizio, circa un metro e mezzo due. Poi, si perdeva tra i rovi e le foglie. Sarebbe bastato percorrerla fino in cima, guardare giù e cercare il leone. Ma senza machete era davvero un’impresa impossibile.
Provammo a fare il giro lungo. Un’idea azzeccata (trovammo un’altra fontana e una panchina in pietra – ma quante cavolo di fontane c’erano in quella foresta?), ma che non ci portò al leone.
Anche questa volta stavamo per andarcene, poi uno dei miei compagni di ventura, con lo sguardo di un novello Indiana Jones, mi guardò e mi disse:
– Non vorremmo mica tornarci una terza volta?
In effetti, pensai, oramai siamo qui. Per la seconda volta.
Ora, preferirei evitare di raccontare la sensazione di un reticolo di rovi appuntiti che vi entra nella pelle, vi strappa i pantaloni, vi riga la fronte.
Ma la cosa funzionò.
La modalità “aggressiva” diede i suoi frutti.
Ci ritrovammo alla fine dello scalone, sulla parte piana.
E guardammo giù.

SCOPERTA 5
C’È UNA FONTANA ENORME CON DENTRO UN LEONE A GRANDEZZA NATURALE, TOTALMENTE INGHIOTTITA DALLE PIANTE
Quanti anni era che nessuno osservava quell’opera d’arte? Chi, passando nelle stanze di quella villa, aveva mai potuto anche solo immaginare cosa potesse esserci nascosto sotto quel mare di foglie e rovi che vedeva dal balcone della facciata?
Ci calammo e ci ritrovammo davanti a quella cosa così incredibile e assurda. E davvero molto , molto imponente. È difficile raccontare le dimensioni di qualcosa se non hai un metro di giudizio. Decisi di farlo io, il metro, lasciando il mio compagno a scattare.
Sono quella cosina in alto a sinistra, col berretto e la faccia assorta.
Mi sentivo Neil Armstrong. O quel tale che aprì la tomba di Tutankamon. O Indiana Jones che prende in mano il sacro Graal.
E invece, nel mio piccolo, ero proprio io. Wow.
Missione compiuta.
Potevamo chiamare questo reportage la villa della magica scala, oppure la villa dei bagni d’oro, oppure la villa delle cento fontane. Ma nessuna di queste cose, pur bellissime e assolutamente da raccontare, ci ha fatto sudare come questo maledetto leone.
Ecco perché è lui il protagonista di questa storia.

962_001Le due cartoline: una mostra la facciata della villa e l’altra la fontana977_001

Thanks to Carlo, Rocco, Fra.

Un ringraziamento particolare a Fabio di piemontefantasma per le preziose informazioni storiche.

[Tutte le fotografie e i testi presenti in questo post sono tutelati dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotti altrove. Copyright Vuoti a perdere 2017]

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UNA TIPICA AZIENDA AGRICOLA VERCELLESE

VIAGGIO AL PAESE FANTASMA DI VETTIGNE’

Testi e fotografie di Riccardo PomaDSC_0168

E’ da qualche anno che ci giriamo intorno, raccontandovi posti lì vicini come il piccolo cimitero abbandonato, il Maialetto e quella costruzione che appare nell’articolo L’isola (per la cronaca, le nostre sono le uniche ed ultime foto scattate a quel posto: “l’isola” è stata abbattuta per far spazio, indovinate un po’, ad altre risaie). Ora, finalmente, siamo arrivati al dunque, ovvero alla piccola frazione di Vettignè, comune di Santhià, un vero e proprio piccolo paese (una volta era addirittura comune dipendente, con Chiesa, scuole, osteria, botteghe) costruito in the middle of nowhere, che dalle nostre parti si traduce con “in mezzo alle risaie”.

DSC_0211La storia. Intorno all’anno mille vennero edificati i primi edifici, esattamente dove ora vediamo la chiesetta e lo stabile principale. Perchè proprio li? Le risaie non c’erano ancora, dunque perché costruire edifici nel bel mezzo del nulla? Perchè quelle prime, antiche mura furono edificate sul crocicchio tra due trafficatissime “vie” di comunicazione, la via Svizzera e la via Francigena. Il nome Vettignè deriva proprio da Vectigal, il dazio che si pagava per ottenere il diritto di passaggio dal borgo. Grazie a questo stratagemma, gli abitanti di Vettignè si arricchirono velocemente, e nel XV secolo il borgo venne ampliato: dietro il nucleo originario fu edificato un lussuoso castello, con tanto di torre a pianta circolare di ragguardevole altezza. Intorno al 1500, causa aumento demografico, vennero costruiti i due bracci laterali, che chiusero queste prime strutture a formare uno spazioso cortile. Infine, con l’avvento delle colture risicole (1700 circa), Vettignè divenne una vera e propria azienda agricola. Che, vista la dimensione degli ampliamenti, era probabilmente tra le più floride della zona: partendo dal nucleo originario, infatti, sui lati vennero edificati una serie importante di nuovi edifici atti ad ospitare la manovalanza necessaria per gestire tutta quella terra. Il già spazioso borgo di Vettignè, dunque, divenne una cascina grandissima, un piccolo paesino autonomo (fu comune tra il 1700 e il 1800) dall’enorme cortile, ancora oggi tra i pochissimi interamente “cintato”.
Il castello appartene a lungo ai Vialardi di Verrone, per poi passare ai Dal Pozzo e infine al ramo Savoia-Aosta.

La leggenda. Secondo una leggenda che ancora oggi molti considerano veritiera, il piccolo Borgo di Vettignè diede i natali al perfido capitano di ventura Bonifacio “Facino” Cane (1360 – 1412), crudele mercenario che terrorizzò l’Italia settentrionale tra il XIV e il XV secolo. Al soldo di Teodoro II del Monferrato, che gli affiancò – si dice – ben 400 cavalieri, tra il 1391 e il 1397 Facino Cane invase e saccheggiò gran parte del Piemonte, lasciandosi dietro un’impressionante scia di sangue e violenza. Gli unici borghi risparmiati dalla sua furia furono Santhià e Vettignè, cosa che indusse molti a pensare che qui egli fosse venuto al mondo. Altre fonti sostengono che Cane fosse nato a Casale Monferrato, ma ancora oggi sono molte le voci fuori dal coro.

Tempi (più o meno) recenti. Nonostante appartengano ad epoche più recenti, anche gli edifici posti fuori dalle mura conservano un grande interesse. Dietro le mura posteriori c’è ancora il bellissimo mulino, attraversato dal canale e perfettamente conservato con i suoi ingranaggi e le sue ruote. Vicino, un edificio risalente agli anni ’30 – ’40 (a svelarne la data di costruzione è l’architettura, molto “fascista”) che ospitò refettorio (piano terra) e dormitorio (primo piano) per le mondine di stanza a Vettignè. Ancora conservati sono i bagni, le docce, i lavabi e una piccola fontana ancora attiva. Altra testimonianza degli influssi fascisti sull’agricoltura locale è la ancora visibile, enorme scritta su uno dei muri esterni, che riporta il celebre motto “è l’aratro che lascia il solco, è la spada che lo difende”. Più antichi sono invece la chiesa, risalente al 1742 (costruita perché quella del borgo era diventata piccola per tutti quegli abitanti), e il piccolo cimitero, databile intorno al 1800 e costruito distante dalle abitazioni per ovvi motivi.

Oggi. A partire dal 1960 – col boom economico, la corsa alla fabbrica e alla città, l’avvento di nuovi metodi agricoli – il piccolo borgo di Vettignè cominciò pian piano a spopolarsi. Gli ultimi abitanti fecero i bagagli all’inizio degli anni ’80, nonostante alcuni edifici (la scuola, l’osteria) fossero ancora regolarmente funzionanti. Dal 1998 la parte principale del borgo è in mano alla gentilissima e volenterosa Enrica, che ha ristrutturato parti del complesso e, dal 2006, le ha adibite a grazioso Bed and breakfast. Tuttavia, rimettere in sesto Vettignè nella sua interezza è operazione assai costosa e difficilmente sostenibile da privati. Come se non bastasse, l’ala verso Santhià è stata in tempi recenti divelta da una potentissima tromba d’aria, mentre parte della vecchia casa padronale, uno degli edifici più antichi del complesso, è crollata sotto il peso dei suoi secoli. Le vecchie abitazioni, le stalle, il castello, la chiesa, stanno tornando polvere a causa degli anni e della poderosa natura che, priva di interventi umani, si sta riprendendo le terre che le appartennero.
Un gran peccato, perchè Vettignè resta un luogo magico e unico, un glorioso esempio dell’antica economia agricola vercellese. Non è difficile immaginarsi quell’immenso cortile ancora popolato: bambini che corrono, mucche che pascolano, i vecchi che se la raccontano, le donne che passeggiano coi neonati, gli uomini che scaricano carri trainati da buoi e si godono il meritato riposo dentro l’osteria. Come in una vera e propria città. Come in una comunità, di quelle che da tempo non siamo più in grado di creare.

NOTA: un immenso grazie a Enrica, per la sua disponibilità e per averci fatto scoprire questo angolo di paradiso. Un paradiso iscritto ai Luoghi del Cuore, quindi, in cambio della storia che vi ha e che vi abbiamo raccontato, regalategli il vostro voto.

Una rarissima cartolina di Vettignè, datata 1948. A destra, si può vedere la parte medievale oggi crollata.

Una rarissima cartolina di Vettignè, datata 1948. A destra, si può vedere la parte medievale oggi crollata.

Thanks to Franci

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