Padania, Texas

Testi e fotografie Riccardo Poma

Trattori.
Corna.
Un mulino.
Dietro il mulino, una fabbrica che fuma.
Una mietitrebbia.
Un vecchio canale d’irrigazione.
Le vacche.
Una roulotte.
Benvenuti in Padania, periferia sud del Texas.
Il Texas non è uno stato, è uno stato mentale, diceva John Steinbeck.
Si potrebbe dire la stessa cosa a Salvini, e a Bossi prima di lui.
La Padania non è uno stato, è uno stato mentale.

Cambia soltanto il senso: la Padania non è uno stato perché, obbiettivamente NON è uno stato; è uno stato mentale perché, obbiettivamente, esiste SOLO nella mente di quelli che mettono l’acqua del Po nelle ampolle e vincono le elezioni sulla pelle (rigorosamente nera) degli altri.
Che amarezza. John Steinbeck e Matteo Salvini nella stessa frase.
Ma come Padania sempre più di destra, anche Texas sempre più di destra.
Come Padania capitale del lavoro ma ora poco lavoro, anche Texas capitale del lavoro ma ora poco lavoro.
Come Padania per Salvini, Texas per Trump.
Molto abbandono. Auto a morire nei prati, diceva Guccini.
In Texas c’è la pena di morte, nella Padania no, ma se uccidi un nero mentre sei nella Padania sarà stato sicuramente perché ti provocava – insomma, il cattivo era sicuramente lui.
In Texas due criminali giustiziati su tre sono di colore.
Nella Padania due criminali su tre di quelli raccontati dai giornali sono di colore.
In Texas è assolutamente illegale il matrimonio gay, nella Padania è legale ma qualche sindaco dice “non lo farò! La famiglia è quella tradizionale!”, mentre su Facebook qualcuno scrive “sarò all’antica, ma che schifo questi froci”.

In Texas c’è nato Joe R. Lansdale, il mio scrittore preferito, che è democratico. E vive ancora lì.
Nella Padania ci sono nato io, che sono di sinistra. E vivo ancora qui.

Non che io voglia fare accostamenti eh. Solo una domanda.
Ce la faremo?

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LA VILLA DELL’OROLOGIO (O DEL GRANDE FRATELLO)

Testi e fotografie Riccardo Poma

Prima di costruire la villa, il padrone costruì la fabbrica.
Altrimenti che razza di padrone sarebbe stato? Padrone di cosa, più che altro.
Dopo aver costruito la fabbrica, il padrone passò alla villa.
Con un righello immaginario tirò una riga dritta che dal cortile della fabbrica raggiungeva la sommità della collina che la sovrastava e lì, da quella posizione perfetta per osservare qualunque cosa accadese sotto, cominciò a costurire la villa.
Il padrone non era una cattiva persona, anzi. Attorno alla fabbrica edificò palazzine, scuole, circoli ricreativi, strutture sanitarie, tutto pensato per gli operai e le loro famiglie. Un villaggio di capanne divenne un vero e proprio paese con tutte le carte in regola.
Era chiaro però che tutta quella roba andava costantemente controllata, e la sommità di quella collina era il posto migliore per farlo. Il grande fratello vi guarda, ricordatelo sempre.

La villa fu progettata a pianta rettangolare, ma su tre lati vantava un favoloso porticato rifinito con gusto. Cantina, piano terra, primo piano e sottotetto. Sulla facciata della villa il padrone mise un gigantesco orologio, simbolo del potere più ambito di tutti: il potere di controllare il tempo. Cari operai, io non solo scandisco il vostro tempo attraverso i turni della fabbrica, bensì addirittura lo possiedo, mi appartiene. In effetti il padrone possedeva anche il tempo libero dei suoi operai: edificando il villaggio operaio attorno alla fabbrica, si era garantito la completa fedeltà dei suoi sottoposti, che avendo tutto a disposizione non avevano mai bisogno di lasciare il paese. Sopra l’orologio si possono ancora vedere tre campane, magari utilizzate per scandire i turni degli operai giù alla fabbrica (un’idea molto poetica ma raramente veritiera: in linea d’aria la fabbrica non è così vicina. Magari, semplicemente, le campane scandivano le ore come un campanile.
All’interno non c’erano stanze affrescate, ma tappezzeria e moquette rivelano comunque lo sfarzo in cui si viveva all’interno. Caminetti, rifiniture di pregio, marchingegni nuovi ma non nuovissimi, una stanza in cui un mobile con gli specchi grosso come una parete nasconde una porticina che conduce a un piccolo bagno. Dalla terrazza è ancora ben visibile la fabbrica, ora silenziosa. Con un po’ di fantasia non è difficile immaginarsi il padrone, lì affacciato, intento ad osservare la sua creatura fumante. Una scaletta traballante porta al sottotetto, nel quale si può ancora scorgere il retro dell’orologio e il meccanismo che lo faceva funzionare (ma anche i comandi per regolarlo, mica si poteva andare sul tetto ad ogni cambio ora). L’esterno ci regala un enorme parco, un parco giochi (se qualcuno sa cosa possono essere quei dodici cippi quadrati ce lo faccia sapere), un pozzo ancora provvisto di carrucola per il secchio, diversi utensili, una fontana. Per i più romantici, una pietra a forma di cuore. Ma il ritrovamento più inaspettato è lei, la grande vasca.

Sotto il giardino – con un po’ di fatica – si può vedere una gigantesca vasca coperta ancora piena d’acqua. Era una sorta di vasca anti-incendio studiata per salvare la fabbrica da eventuali fiamme. Come funzionava? Semplice. Su quella stessa linea dritta di cui parlavamo prima – anzi, sotto di essa – venne costruita una conduttura che dalla vasca raggiungeva la fabbrica. In caso di incidenti, l’acqua sarebbe stata fatta scendere verso la piana e, con l’ausilio di pompe mobili, sarebbe giunta direttamente in fabbrica.

Un’invenzione di un certo rilievo, anche se non risulta che venne mai utilizzata. Sopra quel tubo, di nuovo sulla linea dritta, il padrone fece costruire una scalinata che dalla fabbrica portava direttamente alla fabbrica. Era la strada – ripidissima – che gli operai dovevano fare nel caso fossero stati convocati direttamente dalla dirigenza. Insomma, dal cancello i lavoratori mica passavano. E perché avrebbero dovuto? Non avevano le carrozze prima, né le automobili poi. Una scaletta ripida andava benissimo.

Questa villa custodisce così tante particolarità che questo articolo avrebbe potuto chiamarsi in moltissimi modi: la villa del padrone, la villa della vasca sotterranea, la villa dei dodici cippi, la villa dell’armadio nascondi-bagno. Tuttavia, nonostante la vasta scelta, ci è sembrato che la villa dell’orologio fosse quello più azzeccato. La parentesi ci ricorda solo il perché di quella posizione.
E se vi capita di passarci accanto, bè, occhio: il grande fratello, forse, è ancora li che vi osserva.

Thanks to M & V

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CHERNOBYL – 30 ANNI DOPO

Fotografie di Andrea Sereno
Testimonianze tratte da Preghiera per Černobyl’ di Svetlana Aleksievič (Premio Nobel 2015)
Prefazione di Riccardo Poma

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Andrea Sereno non è stato il primo fotografo a chiedermi se volevo ospitare le sue foto di Chernobyl su vuotiaperdere . È stato però il primo – non me ne vogliano gli altri – a cui ho detto di si. Da quando ho iniziato a fotografare e raccontare i luoghi in disuso ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto, prima o poi, dedicare un articolo alla città fantasma più grande del mondo, quella che più di tutte si porta dietro tutta una serie di riflessioni che, ieri oggi e domani, meritano di essere portate avanti. Le ragioni per cui questo articolo e questa mostra arrivano ben tre anni dopo l’apertura del blog (e con le foto di Andrea) è molto semplice: Chernobyl è uno degli scenari più suggestivi del mondo, ma è anche uno dei più (perdonatemi il termine) “abusati”, nel senso che da quando è diventata una meta turistica le immagini che riguardano questa cittadina sono proliferate, soprattutto online, con un ritmo vertiginoso. Dunque è chiaro che raccontare qualcosa di nuovo attraverso le immagini è diventato qualcosa di davvero complicato. Fino all’aprile di quest’anno, ovvero fino al momento in cui Andrea mi ha mostrato i suoi scatti, nessuno mi aveva proposto foto di Chernobyl che a) possedessero uno stile personale b) mi lasciassero qualcosa che andava oltre il mero soggetto rappresentato. Gli scatti di Andrea mi sono piaciuti subito. In primis perché il suo stile è per certi versi simile al mio: la ricerca continua di soggetti simbolici, l’ossessione per la geometria e le simmetrie, il desiderio di unire alle immagini le parole.

dscf9957Tuttavia, credo che la cosa più bella delle foto di Andrea – e che credo lo elevi rispetto alla media dei fotografi che sono stati a Chernobyl – è il coraggio di osare. Mi spiego. Guardate le tre foto qui sotto, nella galleria. Sono foto che cozzano con i cliché della fotografia “classica” perché il soggetto principale se ne resta in disparte, lasciando uno spazio enorme (e apparentemente vuoto) alla tinta unita. Ma guardate quanto si riempie, in realtà, quello spazio, quella tinta unita: nella foto della ruota si tratta di un muro come tanti, vuoti e silenziosi e ancora imbevuti di radiazioni, un muro grigio e in contrasto con quel giallo delle cabine che dovrebbe raccontare la spensieratezza e invece è diventato il simbolo della disgrazia; guardate quel cielo bianco, nella foto alla mastodontica antenna Douga 3, un vuoto incolmabile che sa di infinito e che, contrapposto alla modularità simmetrica dell’antenna, racconta con incredibile semplicità una cosa così complessa da fotografare (soprattutto senza la presenza umana) come la grandezza sconsiderata (è alta 150 metri e larga 400). Guardate, infine, quello scatto al lettino nella stanza d’ospedale riservata ai neonati: un simbolo di vita (nonché il soggetto della fotografia) che occupa appena un quarto, forse un quinto della foto, mentre tutto il resto è soltanto buio. In quel buio c’è tutto: ci sono migliaia di morti che ancora urlano giustizia, c’è la fine tragica di un regime, c’è l’incapacità umana di tutelare la propria salute. Sembra che il buio voglia prendersi anche quel piccolo lettino, come se volesse annullare qualsiasi tentativo di rinascita. Ma, si sa, la forza di un’immagine può anche risiedere nella sua ambivalenza. E quindi, forse, il nero non sta aumentando ma diminuendo, scacciato indietro dalla luce lontana ma fortissima sprigionata dal lettino. Amo questa foto, probabilmente è la mia preferita.

Andrea mi ha raccontato di aver scoperto di amare i luoghi abbandonati grazie a questo mio blog. Guardando una foto come questa non posso che esserne felice.

Riccardo Poma, creatore di vuotiaperdere

DUE COSE DA SAPERE PRIMA DI GUARDARE LE FOTO
PS: per TUTTE le info sul disastro si rimanda a Wikipedia.

PRIMA
– La notte del 26 aprile 1986, all’una, 23 minuti e 58 secondi una serie di esplosioni investe il reattore n° 4 della Centrale Nucleare di Chernobyl, rendendo di fatto instabile il nocciolo. Una nube di radiazioni si alza dal tetto della centrale e si posa sulle zone circostanti.
– La centrale nucleare venne costruita nel 1970. Per ospitare i lavoratori e le loro famiglie fu costruita nello stesso anno la cittadina di Prypyat, 50.000 persone a 3 km dalla centrale. Chernobyl in realtà si trova a ben 18 km dalla centrale. La maggior parte delle foto inerenti al disastro (e quindi anche che quelle che vedete in questo reportage) non sono scattate a Chernobyl ma a Prypyat.
– Il governo ordinò l’evacuazione della città (e dei villaggi adiacenti, per un totale di 200.000 persone) soltanto 36 ore dopo il disastro. L’evacuazione tuttavia durò appena 2 giorni (anche perché non si poteva portare via quasi niente).
– Prypyat fu fondata nel 1970 e completamente abbandonata nel 1986. È stata viva per appena 16 anni.

DOPO
– Dopo l’incidente si iniziò a costruire attorno alla centrale un sarcofago di cemento che contenesse la radiazioni. Per lo scopo furono impiegate – si dice – 240.000 persone soltanto nel biennio 1986/1988. Il numero è così alto perché i periodi di lavoro assegnati ad ogni lavoratore erano brevissimi (esposizioni lunghe avrebbero provocato danni irreversibili): gli addetti alla riparazione del tetto avevano un turno di lavoro che durava 40 secondi. Oggi il sarcofago è crepato in diversi punti.
– Per circa quindici anni visitare Prypyat fu assolutamente vietato. Le uniche persone che potevano accedere alla zona di esclusione erano quelle che curavano la manutenzione della centrale.
– Fino al 2000 alcuni reattori della centrale hanno continuato a lavorare: se li avessero spenti, metà Ucraina sarebbe rimasta a corto di energia.
– Dal 2011, pur con molte restrizioni, Prypyat si può visitare (e fotografare).

OGGI
– Oggi Prypyat è la più grande città fantasma del mondo.
– Il simbolo della cittadina, il Luna Park con l’autoscontro e la ruota panoramica, non è mai stato aperto al pubblico: doveva essere inaugurato il 1 maggio, cinque giorni dopo l’incidente.
– Le maschere antigas che spesso si vedono nelle foto non vennero distribuite durante le evacuazioni o le operazioni di soccorso come spesso si pensa. Esse si trovavano già in città, pronte per l’eventuale scoppio della terza guerra mondiale (in fin dei conti si era in piena guerra fredda, e si pensava che gli attacchi avessero potuto arrivare coi gas).
– Entrare in città per brevi periodi non è più pericoloso. Basta adottare alcuni accorgimenti: non toccare nulla, non portare via nulla, evitare di visitare certi luoghi. E lasciare giù le scarpe, che toccando il suolo (la parte più radioattiva di Prypyat) potrebbero essere facilmente contaminate.
– L’antenna Douga 3 è una costruzione alta 150 metri e larga 400 realizzata durante la guerra fredda per schermare le comunicazioni sovietiche dalle curiose orecchie dell’occidente. Dopo il disastro di Chernobyl e con la fine della guerra fredda l’impianto fu spento, ma l’immenso reticolo d’acciaio è ancora ben visibile appena fuori Prypyat.
– È ormai certo che l’incidente avvenne per un errore umano: durante un test la potenza del reattore venne spinta a livelli troppo alti finendo per danneggiare i sistemi di raffreddamento e provocare diverse esplosioni che resero di fatto instabile il nocciolo.
– Oggi si sta per porre sulla centrale un nuovo, gigantesco sarcofago finanziato da diversi paesi europei e asiatici. Si tratta di un arco alto più di cento metri che, terminati i lavori, verrà spinto sulla centrale attraverso due binari. Si calcola che duri almeno il doppio del primo sarcofago (durato – più o meno – una trentina di anni).
– È difficile fare una stima dei decessi legati a Chernobyl. Si passa da stime un po’ troppo rosee (quella dell’ONU parla di 60.000 morti) ad altre forse sin esagerate (Greenpeace afferma che nel 2056 il disastro avrà causato indirettamente almeno 6 milioni di decessi). Qualunque sia il numero corretto, il disastro di Chernobyl rimane una delle sciagure più gravi degli ultimi duecento anni.
– Quando torneremo? Qualcuno afferma che l’aria di Chernobyl tornerà ad essere respirabile nel giro di trecento anni. I nostri discendenti valuteranno se varrà la pena ricostruire qualcosa proprio lì.

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Il reattore stava bruciando… Mi sono rimaste impresse le parole di un nostro conoscente: “C’è odore di reattore”. Un odore indescrivibile. Ma ne hanno già parlato anche i giornali. Hanno voluto fare di Černobyl’ una fabbrica degli orrori, anche se poi quello che è venuto fuori è un cartone animato. Io racconterò solo quello che ho vissuto di persona… La mia verità…

Proibito portare con sè le proprie cose. E io non mi sarei portato via niente comunque. Tranne una cosa, una cosa sola! Dovevo togliere la porta d’ingresso dell’appartamento e portarla via, non potevo in nessun caso lasciarla lì… La nostra porta… Il nostro talismano! La reliquia della famiglia. Quando era morto, mio padre era stato messo disteso su questa porta. Non so in base a quale usanza, e se sia diffusa e dove, ma da noi, mi ha detto mia madre, si usava mettere il defunto sulla porta di casa. Avrebbe aspettato lì l’arrivo della bara. Ho vegliato tutta la notte mio padre disteso su quel catafalco… E la casa è rimasta aperta… Tutta la notte. Sulla porta ci sono delle tacche fin quasi al bordo superiore… Di quanto crescevo… E c’è anche indicato: classe prima, seconda. Settima. Inizio del servizio militare. E accanto, la crescita di mio figlio… Di mia figlia… Su questa porta è registrata tutta la nostra vita. Come potevo lasciarla?

Ho chiesto  a un vicino che aveva la macchina: “Dammi una mano!”. Mi ha fatto capire gesticolando che dovevo avere qualche rotella fuori posto. Ma l’ho recuperata lo stesso… due anni dopo… La porta… Di notte… In motocicletta… Attraverso la foresta… Il nostro appartamento era ormai stato depredato. Ripulito. Avevo alle calcagna quelli della milizia: “Fermo o spariamo! Fermo o spariamo!”. Sicuramente mi avevano preso per un saccheggiatore. Non ci avrebbero mai creduto che stavo rubando la porta di casa mia…

Nikolaj Fomic Kalugin,
un padre

Qui i libri si trovano senza difficoltà, non ci vuole niente a procurarseli. Una brocca di coccio per l’acqua, una forchetta, un cucchiaio ormai non c’è verso di rimediarli, ma i libri sono sempre lì.
[…]
Sono qui tutto solo. Penso alla morte. È un po’ alla volta ho scoperto che pensare mi appassiona… Il silenzio favorisce la preparazione… L’uomo vive in mezzo alla morte, ma non ne capisce l’essenza. Io qui sono solo… Ieri ho scacciato dall’edificio della scuola una lupa coi suoi lupacchiotti, si erano stabiliti lì.
[…]
Come mi chiamo? Sono senza documenti. Me li hanno sequestrati quelli della milizia… Mi hanno anche picchiato: “Perché fai il perditempo?”. “Non perdo nulla, anzi acquisto molto con la penitenza”.
Cosi che può scrivere di me: Nikolaj, servo di Dio…
E, adesso, uomo libero…

Residente non autorizzato

Lo scoppio vero e proprio non l’ho visto. Solo fiamme. Era tutto illuminato… Tutto il cielo… Le fiamme alte. La fuliggine che ricadeva. Un calore terribile. È lui che non arrivava. La fuliggine veniva dal bitume che bruciava, il tetto della centrale era coperto di bitume. Più tardi lui mi racconterà che ci avevano camminato sopra ed era molle come la pece. Loro spegnevano le fiamme. Gettavano giù a pedate pezzi di grafite incendiati… Erano partiti così com’erano, in camicia, senza indossare la tenuta protettiva. Non li aveva avvertiti nessuno, li avevano chiamati come per un incendio normale. Le quattro del mattino… Le cinque… Le sei… Alle sei avevamo in programma di andare dai suoi genitori. Le sette… Alle sette mi hanno fatto sapere che lui era in ospedale. Ci sono andata di corsa, ma l’ospedale era già stato isolato dagli agenti della milizia che tenevano la gente a distanza. Lasciavano passare solo le autoambulanze. Gli agenti gridavano: non avvicinatevi alle macchine, sono tanto radioattive che bloccano i contatori al massimo della scala.
Più tardi l’ho visto… Tutto gonfio, tumefatto… Quasi non gli si vedevano più gli occhi… “Ci vuole del latte. Molto latte!” m’ha detto la mia conoscente. “Devono bere almeno tre litri al giorno”.
[…]
Allora venne fuori un medico e ci disse che sarebbero davvero partiti per Mosca in aereo, però noi dovevamo portare loro degli indumenti: quelli che avevano si erano bruciati alla centrale. Gli autobus non passavano più e dovemmo farci di corsa tutta la città. Quando ritornammo con le borse, l’aeroplano era già partito…
[…]
Lascio la stanza, esco in corridoio… Urto contro la parete, contro il divano perché non li vedo. Dico all’infermiera di turno: “Sta morendo”. E lei mi risponde: “E cosa credevi? Hai ricevuto  milleseicento röntgen quando la dose mortale è di quattrocento. Sei accanto a un reattore”… Tutto mio… Tutto amato…
[…]
E vivo così… Vivo contemporaneamente nel mondo reale e in un mondo irreale. E non so dire dove mi trovi meglio. Qui siamo in molti. L’intera via, e la chiamano proprio così: via Černobyl’. Gente che ha passato tutta una vita lavorando alla centrale. E molti di loro continuano a farlo, svolgendo a turno certe mansioni anche se nessuno vive più sul posto. Alcuni hanno delle gravi malattie, l’invalidità, ma non abbandonano la centrale, addirittura tremano al solo pensiero che possano spegnere i reattori.  Chi può avere ormai bisogno di loro in un altro posto?

Ljudmilla Ignatenko,
moglie del defunto vigile del fuoco Vasilij Ignatenko

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“Immaginate di salire su sul tetto di un edificio alto 16 piani. Lungo la salita luce e buio si alternano e, ad ogni finestra di luce, si scopre qualcosa in più del paesaggio che vi circonda. Arrivati in cima vi trovate da soli, i vostri compagni di viaggio sono dalla parte opposta dell’edificio. Il vento porta l’eco delle loro voci lontano da voi, ma la cosa veramente strana è che lo stesso vento non porta nessun altro rumore. Perchè per 3000 km quadrati attorno a voi non c’è più nulla. L’uomo ha deciso così, con le sue scelte e con le sue azioni passate. Allora comprendete veramente la forza del luogo che state visitando. E vorreste fissarlo in una immagine. Vi fermate per un attimo a riflettere. Scattate. Poi ripensate al fatto che forse non è possibile fissare in una sola immagine quella sensazione. Ma allo stesso tempo capite che quel viaggio lascerà qualcosa di particolare dentro di voi.
Chiudete gli occhi e provate ad immaginare. La potenza di una immagine risiede nella capacità di evocare emozioni.”

Andrea Sereno, 14 aprile 2016

NOTA: il post è un estratto di testi e fotografie provenienti della mostra Chernobyl – 30 anni dopo, che ha avuto luogo a Cossato (Biella) dal 7 al 14 ottobre 2016.

locandina_mostra

Grazie al Comune di Cossato, all’assessore Pier Ercole Colombo e ai suoi collaboratori.

LINK

http://www.serenoandrea.it/

https://www.facebook.com/serenoandrea.it/?pnref=story.unseen-section

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UNA TIPICA AZIENDA AGRICOLA VERCELLESE

VIAGGIO AL PAESE FANTASMA DI VETTIGNE’

Testi e fotografie di Riccardo PomaDSC_0168

E’ da qualche anno che ci giriamo intorno, raccontandovi posti lì vicini come il piccolo cimitero abbandonato, il Maialetto e quella costruzione che appare nell’articolo L’isola (per la cronaca, le nostre sono le uniche ed ultime foto scattate a quel posto: “l’isola” è stata abbattuta per far spazio, indovinate un po’, ad altre risaie). Ora, finalmente, siamo arrivati al dunque, ovvero alla piccola frazione di Vettignè, comune di Santhià, un vero e proprio piccolo paese (una volta era addirittura comune dipendente, con Chiesa, scuole, osteria, botteghe) costruito in the middle of nowhere, che dalle nostre parti si traduce con “in mezzo alle risaie”.

DSC_0211La storia. Intorno all’anno mille vennero edificati i primi edifici, esattamente dove ora vediamo la chiesetta e lo stabile principale. Perchè proprio li? Le risaie non c’erano ancora, dunque perché costruire edifici nel bel mezzo del nulla? Perchè quelle prime, antiche mura furono edificate sul crocicchio tra due trafficatissime “vie” di comunicazione, la via Svizzera e la via Francigena. Il nome Vettignè deriva proprio da Vectigal, il dazio che si pagava per ottenere il diritto di passaggio dal borgo. Grazie a questo stratagemma, gli abitanti di Vettignè si arricchirono velocemente, e nel XV secolo il borgo venne ampliato: dietro il nucleo originario fu edificato un lussuoso castello, con tanto di torre a pianta circolare di ragguardevole altezza. Intorno al 1500, causa aumento demografico, vennero costruiti i due bracci laterali, che chiusero queste prime strutture a formare uno spazioso cortile. Infine, con l’avvento delle colture risicole (1700 circa), Vettignè divenne una vera e propria azienda agricola. Che, vista la dimensione degli ampliamenti, era probabilmente tra le più floride della zona: partendo dal nucleo originario, infatti, sui lati vennero edificati una serie importante di nuovi edifici atti ad ospitare la manovalanza necessaria per gestire tutta quella terra. Il già spazioso borgo di Vettignè, dunque, divenne una cascina grandissima, un piccolo paesino autonomo (fu comune tra il 1700 e il 1800) dall’enorme cortile, ancora oggi tra i pochissimi interamente “cintato”.
Il castello appartene a lungo ai Vialardi di Verrone, per poi passare ai Dal Pozzo e infine al ramo Savoia-Aosta.

La leggenda. Secondo una leggenda che ancora oggi molti considerano veritiera, il piccolo Borgo di Vettignè diede i natali al perfido capitano di ventura Bonifacio “Facino” Cane (1360 – 1412), crudele mercenario che terrorizzò l’Italia settentrionale tra il XIV e il XV secolo. Al soldo di Teodoro II del Monferrato, che gli affiancò – si dice – ben 400 cavalieri, tra il 1391 e il 1397 Facino Cane invase e saccheggiò gran parte del Piemonte, lasciandosi dietro un’impressionante scia di sangue e violenza. Gli unici borghi risparmiati dalla sua furia furono Santhià e Vettignè, cosa che indusse molti a pensare che qui egli fosse venuto al mondo. Altre fonti sostengono che Cane fosse nato a Casale Monferrato, ma ancora oggi sono molte le voci fuori dal coro.

Tempi (più o meno) recenti. Nonostante appartengano ad epoche più recenti, anche gli edifici posti fuori dalle mura conservano un grande interesse. Dietro le mura posteriori c’è ancora il bellissimo mulino, attraversato dal canale e perfettamente conservato con i suoi ingranaggi e le sue ruote. Vicino, un edificio risalente agli anni ’30 – ’40 (a svelarne la data di costruzione è l’architettura, molto “fascista”) che ospitò refettorio (piano terra) e dormitorio (primo piano) per le mondine di stanza a Vettignè. Ancora conservati sono i bagni, le docce, i lavabi e una piccola fontana ancora attiva. Altra testimonianza degli influssi fascisti sull’agricoltura locale è la ancora visibile, enorme scritta su uno dei muri esterni, che riporta il celebre motto “è l’aratro che lascia il solco, è la spada che lo difende”. Più antichi sono invece la chiesa, risalente al 1742 (costruita perché quella del borgo era diventata piccola per tutti quegli abitanti), e il piccolo cimitero, databile intorno al 1800 e costruito distante dalle abitazioni per ovvi motivi.

Oggi. A partire dal 1960 – col boom economico, la corsa alla fabbrica e alla città, l’avvento di nuovi metodi agricoli – il piccolo borgo di Vettignè cominciò pian piano a spopolarsi. Gli ultimi abitanti fecero i bagagli all’inizio degli anni ’80, nonostante alcuni edifici (la scuola, l’osteria) fossero ancora regolarmente funzionanti. Dal 1998 la parte principale del borgo è in mano alla gentilissima e volenterosa Enrica, che ha ristrutturato parti del complesso e, dal 2006, le ha adibite a grazioso Bed and breakfast. Tuttavia, rimettere in sesto Vettignè nella sua interezza è operazione assai costosa e difficilmente sostenibile da privati. Come se non bastasse, l’ala verso Santhià è stata in tempi recenti divelta da una potentissima tromba d’aria, mentre parte della vecchia casa padronale, uno degli edifici più antichi del complesso, è crollata sotto il peso dei suoi secoli. Le vecchie abitazioni, le stalle, il castello, la chiesa, stanno tornando polvere a causa degli anni e della poderosa natura che, priva di interventi umani, si sta riprendendo le terre che le appartennero.
Un gran peccato, perchè Vettignè resta un luogo magico e unico, un glorioso esempio dell’antica economia agricola vercellese. Non è difficile immaginarsi quell’immenso cortile ancora popolato: bambini che corrono, mucche che pascolano, i vecchi che se la raccontano, le donne che passeggiano coi neonati, gli uomini che scaricano carri trainati da buoi e si godono il meritato riposo dentro l’osteria. Come in una vera e propria città. Come in una comunità, di quelle che da tempo non siamo più in grado di creare.

NOTA: un immenso grazie a Enrica, per la sua disponibilità e per averci fatto scoprire questo angolo di paradiso. Un paradiso iscritto ai Luoghi del Cuore, quindi, in cambio della storia che vi ha e che vi abbiamo raccontato, regalategli il vostro voto.

Una rarissima cartolina di Vettignè, datata 1948. A destra, si può vedere la parte medievale oggi crollata.

Una rarissima cartolina di Vettignè, datata 1948. A destra, si può vedere la parte medievale oggi crollata.

Thanks to Franci

 [Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2014]

THE (GHOST) TOWN OF WOOL – 3° CLASSIFICATO CORTO BIELLESE 2014

“The (ghost) town of wool” è un mio reportage fotografico inedito, classificatosi terzo al concorso Corto Biellese 2014. L’edificio raccontato nel reportage – le Pettinature Riunite di Via Carso a Biella – era già stato protagonista di un fortunato post su vuotiaperdere. Le foto e i testi che troverete qui, tuttavia, sono assolutamente ineditI. Nel pubblicarlo, desidero ringraziare la giuria e tutti gli ideatori e collaboratori di questo meraviglioso concorso. Ennesima prova del fatto che Biella non è – come dicono in molti – il “solito mortorio”. Alla fine del post troverete anche le motivazioni della giuria.

Grazie a tutti.

Riccardo Poma

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Quando. Il reportage “The (GHOST) Town of Wool” è stato progettato e realizzato nel febbraio del 2014 in due sedute fotografiche (una mattutina, una pomeridiana).

Dove. Le fotografie sono state scattate nei pressi dello stabilimento abbandonato della ex Nuova Pettinature Riunite, in via Carso a Biella.

Perchè. Biella, città della lana. Questo si diceva, fino a qualche tempo fa. E fino a qualche tempo fa lo era davvero. Cosa rimane oggi di quella metropoli che la tradizione vuole armoniosamente avvolta nei fili dei suoi stessi tessuti? Certo, molti stabilimenti lanieri esistono ancora, ma alcuni tra i più grandi fanno oramai parte del passato, esempi tutt’altro che classici di archeologia industriale.
Arrivando a Biella dalla valle bassa del Cervo, l’anonimo automobilista attraversa il viadotto sul fiume, e lo spettacolo che si trova sulla destra – a livello visivo, sotto l’amena conca di Oropa – è proprio lo skyline di una città della lana. Peccato che abbia l’aspetto di una città fantasma.

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Ad arrivare a Biella da quella direzione non sono soltanto gli abitanti di Masserano, Cossato, Vigliano (insomma di tutti i paesi attraversati dalla tangenziale). Quello spettacolo è la cartolina di benvenuto anche per chi arriva da Torino, da Milano, da Arona. Insomma, il primo squarcio della città di Biella, per chiunque, è quell’immagine grigia e decadente, simbolo di un passato che ancora qualifica i biellesi nel mondo ma che, a guardar bene, non li rispecchia più.
Dei due stabilimenti che danno il benvenuto ai viaggiatori, quello più interessante è forse lo stabile di sinistra, la ex Nuova Pettinature Riunite. Inizialmente faceva parte del complesso dei lanifici Rivetti, il cui stabile principale, anch’esso in completo stato di abbandono, costruito nel 1800, si trova invece sulla destra se li si osserva dal ponte. Una volta non c’era nulla a dividerli. Ma poi i Rivetti vendettero i terreni, sul suolo che collegava i due stabili fu costruita la banca cittadina, e lo stabile più moderno venduto ad un’altra società, la Nuova Pettinature appunto.
Lo stabile principale è più antico, quindi forse più suggestivo a livello visivo. Ma lo stabilimento moderno racchiude in sé molti più significati. A partire dall’architettura che lo compone.

Progettato da Giuseppe Pagano negli anni ’20 del ‘900, è un esempio perfetto della cosiddetta architettura funzionalista che tanto piaceva al Duce. Nessun orpello decorativo, nessuna ricerca stilistica: l’importante era che fosse funzionale al lavoro. La Nuova Pettinature fu la prima fabbrica biellese costruita ad immagine e somiglianza dei biellesi, instancabili lavoratori, che da ben prima del Duce badavano alla funzionalità delle cose piuttosto che al loro apparire. E il fascismo, per lo meno quello della prima ora, non poteva resistere ad una popolazione dallo spirito così laborioso, preciso, ammirato in tutta Italia.
Occorre soffermarsi anche sull’autore di questa opera monumentale: Pagano fu un architetto di grande fama, vicino a Mussolini e apprezzato dal regime. Che, tuttavia, fece in tempo ad accorgersi degli abomini del fascismo, prima condannandolo, poi combattendolo, nientemeno che tra le file dei partigiani. Catturato, morì in un campo di concentramento tre giorni prima del 25 aprile 1945. Un’immane tragedia che acquista un valore simbolico se visto alla luce di ciò che Pagano rappresentò: prima bandiera del regime, sua cassa di amplificazione, portatore dei suoi valori politici attraverso l’architettura; poi suo più aspro detrattore. Già solo per questa ragione, lo stabilimento della Nuova Pettinature si rivela un calderone di emozioni e significati, una sorta di compendio visivo di ciò che fu grande e poi fallì miseramente. Una metafora della Biella grandiosa di un tempo e quella, sommessa e ingrigita, forse per sue stesse colpe, di oggi.

Le foto del reportage sono state virate in bianco e nero. Scelta artistica, certo (l’archeologia industriale si presta molto al b/n), ma anche concettuale: quelle stesse foto, viste a colori, restano monocromatiche in tutto e per tutto. Prima la funzione, poi la bellezza. Gli unici colori vivi sono quelli dei cartelli di pericolo, delle scritte dei graffitari, dell’erba e delle piante che si stanno riprendendo ciò che appartiene loro da tempo immemore. Sono state lasciate volutamente a colori: elementi post moderni che “colorano” il grigiore del moderno. Anche il cielo, che il giorno degli scatti era limpidissimo, perde la sua profondità e il suo colore, diventando una sorta di sfondo cartaceo per quegli scheletri di cemento.
C’è un campanello che non suonerà mai più. Delle scalinate i cui gradini sono coperti dalla polvere. Delle antenne che da anni trasmettono solo silenzio. Una porta d’entrata per l’inferno e, ovviamente, la porta di uscita.
Il silenzio. Cosa differenzia una città fantasma da una città normale? Il silenzio. Come alla Nuova pettinature. Dove c’era il frastuono dei macchinari, il rumore sordo del lavoro, restano i canti degli uccellini sugli alberi che stanno inglobando il cemento, i rumori dei vetri rotti da qualche ragazzino con un sasso, le bestemmie sguaiate di qualche homeless che torna a casa. In un paese in cui il lavoro è una risorsa sempre più rara, la vista di edifici come questi, che ospitavano migliaia di lavoratori, ci ricorda una grandezza oramai perduta.
A parecchi anni dall’abbandono, la Nuova Pettinature è divenuta una sorta di monumento alla memoria. Gli artisti di strada la usano come tela, gli homeless come rifugio. Qualche politico, sicuramente, come cartolina elettorale. Riqualificazione. Giusto. Ma forse è giusto anche lasciarla così. Come il Monumento della pace di Hiroshima, come i pezzi ancora in piedi del muro di Berlino. Lasciati lì per ricordarci cosa siamo stati, cosa siamo e, forse, cosa diventeremo.

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MOTIVAZIONI DELLA GIURIA

“L’autore, avvezzo a tour fotografici ad ampio raggio, ha messo a fuoco con il suo obiettivo quello che fuor di dubbio è, nel paesaggio biellese e non solo, una emergenza di altissimo valore ideativo e progettuale: le Pettinature Riunite, opera incompiuta e postuma dell’architetto Giuseppe Pagano. Lo stabilimento sito in Biella, in via Carso, presenta una struttura in cui prende forma, con soluzioni costruttive e tecniche d’avanguardia, quell’utopia che decenni dopo sarà teorizzata come qualità globale, ovvero l’applicazione allo spazio produttivo e ai fattori umani delle frontiere più avanzate della scienza e della tecnica. Architettura tanto nota e celebrata nei manuali, nei convegni e tra gli storici dell’architettura, quanto ignorata, in questi suoi valori, da gran parte dei biellesi e da quanti quotidianamente, per le porte di accesso alla città laniera, la sfiorano, subito distogliendo lo sguardo come si fa per pietà e, forse, per imbarazzo, di fronte ad un essere male in arnese. Con immagini in bianco e nero, con qualche sprazzo di colore, l’autore ha dato evidenza ad alcuni particolari capaci di suscitare curiosità e stimolare alla riflessione, sul presente e sul futuro di questo monumento del lavoro, simbolo di un’età che sembra tramontata e che nonostante tutto continua a vivere in forme inusuali, certo marginali, in silenzio e quasi in attesa di una rigenerazione, che può prendere le mosse, perchè no, anche dalle eloquenti e suggestive immagini di Riccardo Poma”.

Biella, Auditorium di Città Studi, 13 maggio 2014

Thanks to Franci, Elis, lo staff di Corto Biellese 2014

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, possono essere riprodotte soltanto citandone il nome. Copyright Vuoti a perdere 2014 e Corto Biellese 2014]

 

IL CASTELLO CLONATO

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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Fra tutte le storie – vere o presunte – in cui ci si può imbattere gironzolando tra le risaie piemontesi, una delle più interessanti è sicuramente quella (vera) del cosiddetto “nuovo castello di G.”. Poco prima di entrare in paese, ci si ritrova sulla destra un imponente castello medievale, assolutamente ben conservato. Ma perché quel castello non è segnalato sulle guide? E, soprattutto, perché se chiedete indicazioni sul “castello di G.” venite indirizzati ad un altro edificio, posto in centro paese, molto simile a quello visto poco prima, ma ristrutturato e visitabile?

La storia inizia nel 1170, anno in cui Alberto di G. inizia la costruzione del castello (quello in centro). Inizialmente la struttura ha scopi difensivi (è circondato da un profondo fossato, e dalla torre si può sorvegliare l’intera piana circostante), ma tra il XV e il XVI secolo si trasforma in abitazione signorile. Nel 1459 Alberto (la dinastia intanto era stata costretta ad assoggettarsi a quella sabauda) fa erigere l’imponente torre, alta 48 metri. Squarciata da un fulmine nel 1721, fu restaurata soltanto nel 1927. I segni della riparazione sono visibili ancora oggi: in prossimità della fenditura, infatti, si vedono chiaramente l’innesto di un calcestruzzo differente e alcuni tiranti che evitano che la struttura si indebolisca.

Sul finire dell’ottocento, il conte Lancillotto (nome di fantasia) di G. (1850 – 1940), originario della zona di Ivrea ma imparentato coi conti di G., scoprì di non essere discendente diretto di Alberto. Di conseguenza, non sarebbe stato lui ad ereditare il castello, a vivere in quel lussuoso maniero. Alla irremovibile sentenza fecero seguito anni di violente liti familiari, in cui tuttavia Lancillotto non ottenne nulla. Il conte voleva il castello per ragioni d’onore e prestigio, ma anche per garantire alla sua sposa, Caroline Ashburner Nix (figlia di un potente, ricchissimo armatore inglese e il cui patrimonio era ben superiore a quello di Lancillotto), una vita lussuosa e agiata. La leggenda (spesso raccontata dagli abitanti del paese) secondo cui la Ashburner avrebbe minacciato di lasciare Lancillotto nel caso in cui non avesse ottenuto il castello, non ha invece fondamento storico, anche se molti la danno per veritiera. L’unica cosa certa, comunque, è che Lancillotto VOLEVA assolutamente il castello. E fu così che venne alla luce una delle più bizzarre idee mai partorite dalla mente umana.

Il conte chiamò a raccolta l’importante architetto torinese Carlo Nigra (fautore, tra le altre cose, del Borgo Medievale di Torino) e gli chiese di progettare un nuovo castello, identico all’altro ma se possibile ancora più sfarzoso. Insomma, un edificio che facesse rodere d’invidia i parenti litigiosi e, secondo Lancillotto, scorretti. La scelta del posto cadde quindi su una porzione di terreno di proprietà del solo conte, situata – guarda caso – ad appena duecento metri dal castello medievale.

“Non volete farmi vivere al castello? Benissimo, me ne costruisco uno identico ma più bello, ad appena duecento metri dal vostro”.

Follia? Forse, ma G. divenne da quel momento “terra di due castelli”.

5. Veduta generale dei due castelli

Tra il 1901 e il 1904, il castello venne edificato e terminato. Considerata la decadenza dei conti di G., la maggior parte delle spese di costruzione furono probabilmente sostenute dalla famiglia Ashburner Nix. Agli occhi dei presenti (non è dato sapere se ci fossero anche i parenti “cattivi”, che comunque vedevano l’edificio sporgendosi dalle finestre del loro castello) apparve qualcosa di meraviglioso: un maniero in perfetto stile medievale con tanto di torri, merletti, profondo fossato, ponte levatoio, portone a sesto acuto con griglia in ferro, feritoie, posti di vedetta. Utilità? Nessuna. Le uniche ragioni di esistere di questo castello furono una ripicca bella e buona e, forse, il timore di lasciar ad altri un ingente patrimonio. Elementi che rendono questa storia ancora più incredibile.
Nel 1940 Lancillotto, novantenne, si spense. La moglie, nata nel 1869, morì quattro anni dopo. In quel luogo così assurdo ed esagerato, i coniugi avevano trascorso in pace il periodo più cupo della storia italiana. Dietro quei vetri la guerra non arrivò mai. Ci passarono però i partigiani di stanza nella zona della Baraggia, e la contessa Ashburner, ormai anziana (e forse rinsavita dalla sua sete di lusso), non esito a offrirgli un nascondiglio. Il figlio Jean-Louis di G., finita la guerra, si spostò nuovamente a Torino (da cui era fuggito durante i bombardamenti), e il portone del castello venne chiuso per sempre intorno al 1955.

Sono passati sessant’anni, e il castello “clonato” sembra non aver sentito il passare del tempo. A guardarlo dalla strada, anzi, sembra uno dei tanti castelli ben conservati e perfettamente ristrutturati che si possono trovare in Piemonte. E invece, quel maniero ha il portone chiuso da ben 60 anni. Una prova lampante, oltre che della megalomania di Lancillotto, dell’enorme abilità architettonica e costruttiva di Nigra, artista a tutto tondo che fu anche pilota, musicista, pioniere della fotografia.

Il castello si trova ancora oggi in un’amena radura. Conta ben quattro torri, una costruita a destra sulla facciata anteriore e le altre tre su quella posteriore, dove si trova anche quello che doveva essere, un tempo, un meraviglioso giardino, circondato da mura fortificate perfettamente conservate. Al centro, un bellissimo pozzo artesiano con base in pietra decorata e parte superiore in ferro battuto. Si potrebbe azzardare che proprio la facciata posteriore conservi l’impatto visivo maggiore: a destra, quindi sulla diagonale della torre anteriore, c’è una bellissima torre che richiama la prima sia nello stile che nella maestosità. A sinistra, un’altra torre leggermente più bassa, meno decorata e più squadrata ma armonica nel riproporre lo stile dei merletti che sovrastano le mura del giardino. Appoggiata ad essa, l’unica torre a pianta circolare del complesso. Osservando le facciate non è difficile accorgersi che quelle macchie di colore sulle parti intonacate ospitavano un tempo disegni ed affreschi policromatici. La prima cosa che colpisce chi osserva questa meraviglia architettonica è il suo aspetto strutturale: si tratta della riproduzione in scala reale di un perfetto castello medievale “fortificato”, ancora più interessante se si pensa al fatto che la sua fortificazione (a meno che i litigiosi parenti non disponessero di un esercito) è totalmente, inequivocabilmente, grottescamente inutile. Non c’erano guerre in quegli anni, e nemmeno durante i due conflitti mondiali G. poteva considerarsi una zona a rischio invasione. Il castello è fortificato semplicemente perché il suo creatore lo voleva così, lo voleva in tutto e per tutto identico a quello degli odiati parenti.

Nei pressi di quella che doveva essere considerata l’entrata posteriore principale, riposa una targa in latino che reca le seguenti parole:

“Lancillotto G., signore di G., mellarum (non tradotto) di Nomaglio, Signore di Tavagnasco*, e sua moglie Carola Asburner Nix, eressero dalle fondamenta (da zero) nel 1902 il castello, terminato nel 1904, sotto la guida dell’architetto maestro Carlo Nigra”.

*Nomaglio e Tavagnasco sono due paesi nei pressi di Ivrea, in provincia di Torino, in cui Lancillotto visse prima di trasferirsi a G.

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Il motto della famiglia dei conti di G., vici et vivo (vinsi e vivo), è presente sia sulla targa che sul bellissimo soffitto decorato che salta agli occhi avventurandosi tra gli archi a sesto acuto della “veranda”, appoggiati su capitelli che richiamano lo stemma della famiglia del conte. A terra, alcuni tubi di stufa e i resti di un letto in ferro. Sul soffitto della depandance che collega il giardino al portone della facciata anteriore, un dipinto recita la parola “litis”, lite, come se Lancillotto avesse voluto giustificarsi con chi entrava in merito ai motivi del suo folle progetto. Da un buco nel muro si inizia a scorgere l’interno, che subito appare lussuoso. Solo entrando ci si accorge che praticamente TUTTE le stanze (non abbiamo saputo contarle tutte, ma sono tantissime) sono finemente decorate, affrescate, dipinte con gusto.

La prima stanza in cui entriamo ha tutte le pareti dipinte e un magnifico, coloratissimo soffitto in legno a cassettoni. Un gigantesco camino, che reca l’effigie della famiglia e una targa commemorativa, governa lo spazio. Gli affreschi sono diventati, in seguito al passaggio di qualche ragazzino un po’ scemo in cerca di emozioni forti, una vera e propria striscia a fumetti lisergica.

Proseguendo tra una stanza e l’altra, si trovano veri e propri pezzi da museo, come ad esempio il frigorifero Indes  (databile intorno al 1940). Un elettrodomestico che la maggior parte (se non la totalità) degli abitanti di G. poteva solo sognarsi, almeno fino al boom degli anni ’60. Salendo le scale, tuttavia, le sorprese non finiscono. Le condotte per trasportare il calore da un piano all’altro e i gabinetti rivelano un complicatissimo – almeno per l’epoca – sistema di riscaldamento e un rarissimo impianto fognario privato: a quei tempi, la gente andava in bagno all’aperto, o magari in una baracca costruita vicino a casa. Lancillotto e la moglie, invece, si sedevano già sulla tazza, proprio come facciamo noi oggi.

Attraversando corridoi e salendo scalette (alcune spaziose, altre decisamente anguste), si arriva alla sommità delle torri, da cui è possibile ammirare il panorama sul giardino e sul paese di G., oltre che sull’intera piana circostante. La ripida scala a chiocciola che sale dentro la piccola torre a pianta circolare conduce ad un bellissimo soffitto che ricorda quello delle cupole delle chiese. Se invece di salire si scende, si giunge invece all’ormai inagibile piano seminterrato, costruito sotto il livello del terreno e ospitante la cantina e una gigantesca cucina, con tanto di montacarichi per portare le vivande ai piani superiori in cui risiedevano i nobili.

Dal 1955, anno del definitivo abbandono da parte dei signori di G., nessuno si è fatto avanti per riqualificare l’edificio. Stufi del continuo via vai dei predatori – un giorno un antiquario arrivò addirittura con un camion – che negli anni hanno portato via praticamente tutto (mobili, oggetti d’arredo, quadri, tappeti, fotografie), alcuni capifamiglia di G. hanno acquistato l’edificio, una ventina di anni fa. Hanno riparato i tetti – che infatti sono praticamente nuovi – e hanno cercato di trovare acquirenti interessati all’acquisto. Presto però, a malincuore, hanno dovuto rivenderlo: le spese di gestione e ristrutturazione diventavano troppo alte, e negli anni mai nessuno si dimostrò davvero interessato a recuperare la proprietà. Un disinteressamento condiviso anche dagli enti pubblici, convinti che si tratti di un complesso troppo nuovo per poterne fare un museo.

31Forse però è proprio questo suo status a renderlo così interessante. Le ragioni e le modalità della sua costruzione lo rendono senza ombra di dubbio un castello unico al mondo. Forse con le giuste strategie di marketing potrebbe anche essere sfruttato a fini turistici. Per ora, comunque, il castello “clonato” di G. se ne resta lì, vuoto e abbandonato. Coi suoi camini, le sue perle ingegneristiche, i suoi affreschi, i suoi pavimenti, le sue torri, i suoi merletti. Con tutto il suo potenziale artistico, ma anche con un forte potenziale simbolico: il castello “clonato” di G. è una metafora della megalomania del potere, ma anche un report sullo stato in cui si trovava la nobiltà italiana di inizio secolo, vicina all’estinzione ma ancora in grado di ribadire il proprio carattere. È forse, prima di tutto, un manifesto sulla follia umana.

E già solo per questo sarebbe un peccato dimenticarsene.

Cartolina di R. in cui si vedono entrambi i castelli

Cartolina di G. in cui si vedono entrambi i castelli

Il castello visto dal satellite. La linea rossa tratteggia le mura di cinta.

Il castello visto dal satellite. La linea rossa tratteggia le mura di cinta.

NOTA: L’ingresso al castello senza permessi, oltre che molto pericoloso, è severamente vietato.

Thanks to:
Andre G. (compagno di ventura)
Andrea (per avercelo consigliato)
Elis, Francy (per l’aiuto nel decifrare la targa)

Si ringraziano inoltre
Il professor A.C. e il signor D.P. per le informazioni.
La ragazza della tabaccheria del paese e l’impiegata del comune per la disponibilità.

 [Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2014]

A DAY IN FOUNDRY

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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Abbiamo aperto questo blog con lo scopo di raccogliere il maggior numero possibile di fotografie inerenti ai luoghi abbandonati presenti sul nostro territorio (e non solo), e non smetteremo certo ora di farlo. Sarebbe ingiusto nei confronti di chi segue il blog perché condivide con noi questa passione. Recentemente, però, ho passato una mattinata in una fonderia molto grande del biellese (forse “la più grande”) durante un giorno di “fusione”, e credo che queste foto, pur distanti dalle altre in quanto vi appare l’uomo e non rispecchiano il concetto di “abbandono”, possano tranquillamente apparire su questo blog. In uno degli ultimi post abbiamo parlato della FOR, grossa fonderia abbandonata costruita secoli fa sulle sponde del Cervo. In quel post vi mostravamo una fonderia in disuso, ora, perché no, ve ne mostriamo una che lavora a pieno regime. Fino a questo momento vi abbiamo parlato della – scusate il termine forte – “morte degli edifici”; è giusto, ogni tanto, anche parlare della loro vita. Perché ciò che vedrete in questo post non è poi così lontano da ciò che, cinquant’anni fa, vedevano gli operai della FOR. È una ruota che gira. Da una parte il fuoco si spegne, dall’altra si accende e brucia di nuovo. Che è poi un’ennesima, riuscita metafora della vita.

[Cliccando su una foto parte lo slide show]

Desidero ringraziare particolarmente le Fonderie Zerbetto per avermi permesso di fare queste splendide fotografie, e ringrazio soprattutto tutti gli operai, quelli che vi appaiono e quelli che non si vedono perché impegnati in altri lavori.

Infine, ringrazio mio nonno per aver trasmesso a mio padre la passione per questo lavoro. E ringrazio ovviamente mio padre, che mi ha aperto la porta della fonderia in cui lavora e mi ha permesso di costruire un lavoro così bello. È sua la mano guantata che spinge “l’anima” dentro la staffa, ed è a lui che è dedicata quest’opera.

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