IL VINO DELLA CONTESSA

Testi e fotografia di Riccardo Poma

Vino pazzo che suole spingere anche l’uomo molto saggio a intonare una canzone,
e a ridere di gusto, e lo manda su a danzare,
e lascia sfuggire qualche parola che era meglio tacere.

Omero, poeta greco

Il vino prepara i cuori
e li rende più pronti
alla passione.

Ovidio, poeta romano

‘Nduma dinta a beivi che mi iù da turnè ca ciùc!

Renato, il mio vicino di casa

Quando e come

Costruita da due fratelli nel 1794, questa villa – ma forse sarebbe più corretto definirla azienda vinicola – è stata per due secoli protagonista della viticoltura del piccolo paese di L. Nonostante una dimensione tutto sommato ristretta, la produzione dell’azienda era ragguardevole: basti pensare che la vendemmia del 1900 fruttò ben 560 quintali. L’ultima erede del casato, La Contessa C., prese ad occuparsi della tenuta dopo la morte del padre avvenuta il 16 febbraio 1897, e negli anni dal 1900 al 1920 fu protagonista di molte vicende che riguardavano il lavoro dei braccianti agricoli, soprattutto in merito alle lotte sindacali dell’epoca.

Le cantine

La villa possiede un’incredibile cantina ancora piena di botti, vasche di fermentazione, strumenti di lavoro (dagli erpici trainati dai buoi ai macchinari dedicati alla vinaccia) e, ovviamente, bottiglie. Sotto una veranda [foto precedenti] si possono ammirare i giganteschi ingranaggi dei torchi ormai semidistrutti e la ruota che azionava la pompa del pozzo.

L’appartamento

Qualche fotografo passato prima di noi ha allestito un set tanto palesemente fasullo quanto affascinante: è facile immaginarsi su quel divanetto la contessa C., magari intenta a leggere un libro, o seduta su una di quelle seggioline a controllare i conti della sua azienda. I molti colori diversi presenti nelle stanze rivelano una cura cromatica rara che, ancora oggi, ci fa capire quanto fosse alto il rango della famiglia.

Il vino – Il vero tramite tra la nobiltà e il popolino

Lo sfarzo che si vede dentro la villa padronale, edificata a fianco e sopra alle cantine, contrasta con la semplicità delle costruzioni e delle abitazioni vicine. Eppure, quello che si produceva qui dentro – il vino – era l’unico vero tramite tra la nobiltà (poi borghesia) e il popolo (contadini, braccianti): il vino lo beveva la contessa col marito, con le sue amiche nobili, ma lo beveva anche il contadino all’Osteria del paese; beveva quello stesso vino che lui aveva prodotto lavorando per la contessa. Probabilmente il vino che arrivava all’Osteria era lo scarto dello scarto dello scarto, ma – insomma! – era comunque vino proveniente da quelle vigne. Un filo rosso – o bianco, a seconda dei gusti – che collegava idealmente (e non) le preziose stanze della contessa alle spoglie cucine dei braccianti. Qualcuno una volta disse che “pur seduti sul trono più alto del mondo, si è comunque seduti sul proprio culo”. Contesse e braccianti. Sullo stesso culo, magari sorseggiando lo stesso vino.

[Tutte le fotografie e i testi presenti in questo post sono tutelati dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotti altrove. Copyright Vuoti a perdere 2018]

 

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NELLA TERRA DI MEZZO (UN’AUTO BLU, ZERO SCALE E TANTE DOMANDE)

Testi e fotografie di Riccardo Poma

1 - vuoti a perdere

Cascina = campagna, Baraggia, in mezzo alle risaie, andando verso Vercelli

Filatura = città, Biella, in mezzo alle case, andando verso Biella

Perlomeno di solito.

Ecco a voi la prima villa/cascina/filatura costruita in mezzo alle risaie, lontana dalla città, non verso Biella ma verso Vercelli. Una vera e propria eccezione, un bel paradosso che valeva la pena di essere raccontato. Ha senso costruire una cascina in centro città, sul Cervo? No, come – sulla carta – non ce l’ha costruire una filatura in mezzo alle risaie, se non altro perché

a) è scomoda per chi la deve raggiungere

b) ogni volta che tagliano riso ti riempiono i filati di polvere

c) non hai fiumi ne rogge per creare energia e (soprattutto) scaricare le scorie (eddai, lo sappiamo tutti che sul Cervo costruivano ANCHE per questi motivi qui).

In realtà questo luogo così anomalo nacque come mulino: l’acqua arrivava da un fosso che si staccava da una roggia vicina. Era uno dei due mulini più grandi della zona; l’altro è questo qui.

Per tanti anni rimase chiuso, poi a inizio anni ’80 fu convertito in filatura. E qui si torna alle tre domande qui sopra: perché proprio lì?

Boh, certo è che le questioni non si esauriscono qui. Anzi, questo vuotoaperdere è tutto pieno di domande senza risposta.

Tipo:

a) perché sono state portate via (quasi) tutte le scale? Qualche genio dirà “si vede che erano di marmo e valevano qualcosa”. Può darsi, ma volete dirmi che erano di marmo pure le scale esterne? La cosa interessante è che, a causa di questo precipitoso smontaggio di scale, è impossibile raggiungere i piani superiori della Villa adiacente alla fabbrica. Esatto, abbiamo detto villa perché un’abitazione con un soffitto come quello che vedete nelle foto non era sicuramente quella del contadino o dell’operaio. Una delle poche scale rimaste, ahinoi, non porta più in nessun luogo (e te pareva?)

b) quante cavolo di scale c’erano in questo posto? Ovunque ti giri vedi una scala (o le sue tracce). Il titolare della ditta era soprannominato l’Escher delle risaie?

c) cosa diavolo ci fa una macchina in mezzo al cortile? (fin qui però niente di strano; la vera questione dunque è): perché è stata smontata, smembrata, triturata? E soprattutto, perché prendersi la briga di smontarla in ogni modo per poi lasciare i pezzi lì, a tre metri di distanza a prender la pioggia? [se vi interessa il modello guardate qui]

Mah. Poche sono le certezze.

Sappiamo ad esempio che nella filatura lavoravano 6 persone per turno su 3 turni di lavoro.

Sappiamo che negli anni ’80 la villa fu convertita in uffici.

Sappiamo che il caseggiato che fungeva da officina ospitava, al piano superiore (quindi, indovinate un po’, irraggiungibile), l’abitazione del custode.

Sappiamo poi che la parte di fabbrica ospitava al piano terra preparazione e ring e al primo piano ring e roccatura.

Sappiamo che la fabbrica chiuse ufficialmente il 22/12/93 per cessata attività consegnando, come ci ha raccontato una persona che vi lavorò, “le lettere di licenziamento invece che la quattordicesima”.

Oggi tutto è a pezzi, cadente, silenzioso. La scritta “attenzione carichi sospesi” è ancora molto valida, anche se per motivi diversi da quelli per cui era stata pensata e appesa. Su una porta, segni che sembrano unghie. Unghie belle grosse. Unghie di orsi? In mezzo alle risaie? No. Unghie di un animale grande e forte, ma quale? Beh, questo è solo uno dei tanti misteri di questo luogo magico. E poi, insomma, senza un po’ di sovrannaturale che villa abbandonata sarebbe?

Il nostro giro è finito. Niente scale. Chissà come mai. Certo è un qualcosa che fa riflettere: chi prese quelle scale, non pensò che così facendo avrebbe negato per sempre l’accesso a dei luoghi che magari contenevano ancora storie che avrebbero potuto essere raccontate e fotografate. E che invece sono destinate a restare lì, irraggiungibili, forse ancor più stampate nel tempo perché torneranno ai piani bassi solo quando quelli alti crolleranno per l’abbandono.

Chissà se saremo ancora lì per fotografarli.

29 the haunted house

Thanks to Vero, Elis, Tia, e ovviamente alla signora Mariangela.

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UNA TIPICA AZIENDA AGRICOLA VERCELLESE

VIAGGIO AL PAESE FANTASMA DI VETTIGNE’

Testi e fotografie di Riccardo PomaDSC_0168

E’ da qualche anno che ci giriamo intorno, raccontandovi posti lì vicini come il piccolo cimitero abbandonato, il Maialetto e quella costruzione che appare nell’articolo L’isola (per la cronaca, le nostre sono le uniche ed ultime foto scattate a quel posto: “l’isola” è stata abbattuta per far spazio, indovinate un po’, ad altre risaie). Ora, finalmente, siamo arrivati al dunque, ovvero alla piccola frazione di Vettignè, comune di Santhià, un vero e proprio piccolo paese (una volta era addirittura comune dipendente, con Chiesa, scuole, osteria, botteghe) costruito in the middle of nowhere, che dalle nostre parti si traduce con “in mezzo alle risaie”.

DSC_0211La storia. Intorno all’anno mille vennero edificati i primi edifici, esattamente dove ora vediamo la chiesetta e lo stabile principale. Perchè proprio li? Le risaie non c’erano ancora, dunque perché costruire edifici nel bel mezzo del nulla? Perchè quelle prime, antiche mura furono edificate sul crocicchio tra due trafficatissime “vie” di comunicazione, la via Svizzera e la via Francigena. Il nome Vettignè deriva proprio da Vectigal, il dazio che si pagava per ottenere il diritto di passaggio dal borgo. Grazie a questo stratagemma, gli abitanti di Vettignè si arricchirono velocemente, e nel XV secolo il borgo venne ampliato: dietro il nucleo originario fu edificato un lussuoso castello, con tanto di torre a pianta circolare di ragguardevole altezza. Intorno al 1500, causa aumento demografico, vennero costruiti i due bracci laterali, che chiusero queste prime strutture a formare uno spazioso cortile. Infine, con l’avvento delle colture risicole (1700 circa), Vettignè divenne una vera e propria azienda agricola. Che, vista la dimensione degli ampliamenti, era probabilmente tra le più floride della zona: partendo dal nucleo originario, infatti, sui lati vennero edificati una serie importante di nuovi edifici atti ad ospitare la manovalanza necessaria per gestire tutta quella terra. Il già spazioso borgo di Vettignè, dunque, divenne una cascina grandissima, un piccolo paesino autonomo (fu comune tra il 1700 e il 1800) dall’enorme cortile, ancora oggi tra i pochissimi interamente “cintato”.
Il castello appartene a lungo ai Vialardi di Verrone, per poi passare ai Dal Pozzo e infine al ramo Savoia-Aosta.

La leggenda. Secondo una leggenda che ancora oggi molti considerano veritiera, il piccolo Borgo di Vettignè diede i natali al perfido capitano di ventura Bonifacio “Facino” Cane (1360 – 1412), crudele mercenario che terrorizzò l’Italia settentrionale tra il XIV e il XV secolo. Al soldo di Teodoro II del Monferrato, che gli affiancò – si dice – ben 400 cavalieri, tra il 1391 e il 1397 Facino Cane invase e saccheggiò gran parte del Piemonte, lasciandosi dietro un’impressionante scia di sangue e violenza. Gli unici borghi risparmiati dalla sua furia furono Santhià e Vettignè, cosa che indusse molti a pensare che qui egli fosse venuto al mondo. Altre fonti sostengono che Cane fosse nato a Casale Monferrato, ma ancora oggi sono molte le voci fuori dal coro.

Tempi (più o meno) recenti. Nonostante appartengano ad epoche più recenti, anche gli edifici posti fuori dalle mura conservano un grande interesse. Dietro le mura posteriori c’è ancora il bellissimo mulino, attraversato dal canale e perfettamente conservato con i suoi ingranaggi e le sue ruote. Vicino, un edificio risalente agli anni ’30 – ’40 (a svelarne la data di costruzione è l’architettura, molto “fascista”) che ospitò refettorio (piano terra) e dormitorio (primo piano) per le mondine di stanza a Vettignè. Ancora conservati sono i bagni, le docce, i lavabi e una piccola fontana ancora attiva. Altra testimonianza degli influssi fascisti sull’agricoltura locale è la ancora visibile, enorme scritta su uno dei muri esterni, che riporta il celebre motto “è l’aratro che lascia il solco, è la spada che lo difende”. Più antichi sono invece la chiesa, risalente al 1742 (costruita perché quella del borgo era diventata piccola per tutti quegli abitanti), e il piccolo cimitero, databile intorno al 1800 e costruito distante dalle abitazioni per ovvi motivi.

Oggi. A partire dal 1960 – col boom economico, la corsa alla fabbrica e alla città, l’avvento di nuovi metodi agricoli – il piccolo borgo di Vettignè cominciò pian piano a spopolarsi. Gli ultimi abitanti fecero i bagagli all’inizio degli anni ’80, nonostante alcuni edifici (la scuola, l’osteria) fossero ancora regolarmente funzionanti. Dal 1998 la parte principale del borgo è in mano alla gentilissima e volenterosa Enrica, che ha ristrutturato parti del complesso e, dal 2006, le ha adibite a grazioso Bed and breakfast. Tuttavia, rimettere in sesto Vettignè nella sua interezza è operazione assai costosa e difficilmente sostenibile da privati. Come se non bastasse, l’ala verso Santhià è stata in tempi recenti divelta da una potentissima tromba d’aria, mentre parte della vecchia casa padronale, uno degli edifici più antichi del complesso, è crollata sotto il peso dei suoi secoli. Le vecchie abitazioni, le stalle, il castello, la chiesa, stanno tornando polvere a causa degli anni e della poderosa natura che, priva di interventi umani, si sta riprendendo le terre che le appartennero.
Un gran peccato, perchè Vettignè resta un luogo magico e unico, un glorioso esempio dell’antica economia agricola vercellese. Non è difficile immaginarsi quell’immenso cortile ancora popolato: bambini che corrono, mucche che pascolano, i vecchi che se la raccontano, le donne che passeggiano coi neonati, gli uomini che scaricano carri trainati da buoi e si godono il meritato riposo dentro l’osteria. Come in una vera e propria città. Come in una comunità, di quelle che da tempo non siamo più in grado di creare.

NOTA: un immenso grazie a Enrica, per la sua disponibilità e per averci fatto scoprire questo angolo di paradiso. Un paradiso iscritto ai Luoghi del Cuore, quindi, in cambio della storia che vi ha e che vi abbiamo raccontato, regalategli il vostro voto.

Una rarissima cartolina di Vettignè, datata 1948. A destra, si può vedere la parte medievale oggi crollata.

Una rarissima cartolina di Vettignè, datata 1948. A destra, si può vedere la parte medievale oggi crollata.

Thanks to Franci

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4 POSTI CHE NON ABBIAMO MAI PUBBLICATO (E DI CUI NON VOLEVAMO FARE 4 POST)

Testi e fotografie di Riccardo Poma

Nell’estate del 2012, un anno prima di aprire questo blog, abbiamo trascorso parecchio tempo in campagna, cercando posti abbandonati da fotografare. Queste foto sono rimaste per ben due anni negli hard disk dei nostri computer. Motivi? Innanzitutto perché forse queste foto sono poco in stile vuotiaperdere (ovvio, non l’avevamo manco ancora creato). Sono foto prese quasi sempre “da fuori”, alcune brutte, altre belle ma non bellissime, altre (sempre secondo noi) abbastanza riuscite. Di alcuni edifici abbiamo fatto solo due o tre scatti, e quindi ci sembrava stupido farci un post “intero”. Altri non sono poi così unici, e quindi forse non desterebbero un grande interesse nei lettori. Insomma, prendetele come foto “pre vuotiaperdere”, in cui ci sono come al solito edifici abbandonati ma a cui – forse – manca ancora qualcosa. Ecco cosa abbiamo fatto nei mesi antecedenti all’apertura di questo blog. Quando c’eravamo soltanto io, mio fratello e una reflex.
E queste fotografie.

[cliccare sulle immagini per aprirle in HD]

IL CIMITERO DI VETTIGNE’
Vettignè (uno di quei nomi che solo in Piemonte potremmo dare a un posto) è una frazione di Santhià, situata (come spesso accade su questo blog) in mezzo alla risaie. In attesa di un post dedicato alla frazione, ormai quasi totalmente abbandonata, vi mostriamo le foto del piccolo cimitero adiacente al borgo. Con lo spopolamento della frazione, anche il cimitero è stato dimenticato, e gli unici fiori che ancora lo adornano sono inequivocabilmente finti.

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in questa immagine, il cimitero si trova sulla stessa linea della chiesa, a destra

IL MULINO
Tra Balocco, Formigliana e Villarboit (Vercelli) sorge questo suggestivo mulino, abbandonato ma ottimamente conservato. Basti pensare al fatto che la pala si trovi ancora al suo posto.

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Cascina Strada per San Marco 13082012 (18)

IL SANTUARIO TRA LE SPIGHE
Sulla strada che collega Carisio a Formigliana (Vercelli) sorgono, in mezzo alla risaie, i resti di una bellissima quanto antica chiesa. Secondo gli abitanti delle cascine vicine, veniva ancora utilizzata negli anni ’50 del novecento. Particolari architettonici di rilievo (come il rosone posto sulla facciata) fanno pensare ad un antico splendore. Oggi, crollate anche le ultime travi del tetto, restano solo i quattro muri.

Chiesa Strada Crocicchio Formigliana - 13082012 (7)

 

LA PAJIN-A
La cascina Pajin-a si trova sulla strada che collega Roasio a Rovasenda, in un’amena radura nascosta dalle piante. Il suo nome viene spesso citato nei libri sulla resistenza in quanto fu sicuro rifugio per i partigiani nascosti nella Baraggia.

La Pajn'a

Thanks to: Francy, Elis

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UN’ALTRA (SPLENDIDA) CASCINA ABBANDONATA NEL BIELLESE

Testi e fotografie di Riccardo PomaDSC_0617

La cascina, o se preferite la fattoria, rappresenta la tipologia di luogo più presente su vuotiaperdere, una scelta che deriva non tanto da una propensione artistica personale, quanto dal fatto che di questi casolari è pieno il biellese (e, in misura maggiore, il vercellese), in virtù di un passato (e di un presente) strettamente collegato all’agricoltura e all’allevamento. Questa cascina è certamente una delle più suggestive che abbiamo avuto modo di fotografare: il suo stile architettonico ricercato rivela che probabilmente si trattava di una casa padronale, capace di ospitare le stalle ma anche lussuosi appartamenti. Basta guardare il numero degli archi, le rifiniture dei muri, la qualità di pietre e mattoni. Degli antichi fasti è rimasto ben poco. Resta un enorme, ingombrante scheletro silenzioso, divorato dalla vegetazione che, a meno che non ci si faccia largo col machete, impedisce l’entrata.

A guardarla dalla strada, sembra una piccola cascina. Ma se le si gira attorno, si scopre che le sue dimensioni sono notevoli. Il tetto nuovo e la presenza di apparecchi per il ricircolo dell’aria sui balconi fanno presupporre che qualcuno la abitò fino a tempi tutto sommato recenti (20, 30 anni al massimo), anche se le strutture adibite al lavoro (come la stalla) rivelano una data di abbandono decisamente più lontana.

Una volta tanto, occasione più unica che rara, un atto vandalico come l’abbandono di un auto nell’aia della cascina (per la precisione, una Autobianchi A112), ci permette di scattare foto dal forte simbolismo e dal suggestivo impatto visivo: il vecchio e il nuovo, il motore a scoppio dimenticato accanto agli abbeveratoi dei buoi, l’antico e il moderno che convivono nella stessa, medesima selva oscura che pian piano, senza distinzioni, farà sparire tutto sotto la propria incessante spinta vitale. Ancora una volta la natura è l’unica cosa “viva” di questi luoghi, ancora una volta ci affascina sapere che, nonostante gli sforzi costruttivi umani, sarà proprio la natura ad averla vinta. Si tratti di ferro o mattoni, tutto è destinato a sparire inghiottito dalla terra.

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Thanks to: Francy

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C’ERA UNA VOLTA UNA FATTORIA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

Un’altra cascina abbandonata, un’altra cascina costruita in mezzo alle risaie e, ora, lasciata a se stessa. Cenni storici se ne trovano pochi; sappiamo con certezza che la cascina appartenne, nell’arco del ‘900, ad un marchese torinese, che la acquisto per permettere ai contadini dipendenti di lavorare i suoi sterminati campi. Per quanto riguarda la data di abbandono, le cose si complicano ulteriormente. La parte abitabile (fig. 6, 12, 13, 14), quella in cui si distinguono chiaramente i diversi appartamenti, è probabilmente quella abbandonata da più tempo, almeno una ventina d’anni. La costruzione posta a sud (che contiene dei garage, delle “travà”, dei magazzini, fig. 7, 8, 9, 10, 11), invece, è stata utilizzata fino a tempi più recenti, come dimostrano un calendario (il foglio presente si riferisce a gennaio 2006) e altri piccoli particolari. È probabile che, pur disabitata, la cascina fosse ancora utilizzata come deposito o come officina. La tenuta ospitava uno spaziosissimo cortile (fig. 3, 6, 12, 14), ormai divorato dalle erbacce, e una costruzione adibita a essiccatoio per riso e grano con tanto di aia (fig. 1).

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IL PAESE FANTASMA DI LERI

Testi e fotografie di Riccardo Poma

[Cliccando sulle immagini è possibile vederle in HD]

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Ho sempre visto la cittadina di Pryp’jat’ come una sorta di El Dorado per tutti coloro che, come noi, amano esplorare e fotografare ogni sorta di luogo abbandonato presente sul pianeta. Lo scenario che ci si ritrova davanti addentrandosi nella “cittadina” (tra virgolette, considerando che contava 47mila abitanti), completamente disabitata dal 1986, anno del disastro nucleare che colpì la vicina Chernobyl, è uno scenario assolutamente (e tristemente) unico al mondo: un’intera città, ancora in piedi, con tutte le case, le piazze, le strade, al loro posto, piscine olimpioniche, luna park, scuole, fabbriche, tutto totalmente vuoto, silenzioso, privo di qualsiasi presenza umana. Pryp’jat’, per dirla con un termine rubato a cinema e letteratura, è l’unico scenario post-apocalittico “reale” che esista al mondo.

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Questo breve excursus non serve tanto per creare paragoni azzardati (e forse un po’ troppo pretestuosi), quanto per descrivere le sensazioni che ci hanno attraversato arrivando a Leri Cavour, piccola frazione disabitata appartenente al comune di Trino (Vercelli), sul cui territorio sorgono le imponenti torri della centrale termoelettrica Galileo Ferraris (si trovano a poco più di duecento metri dal centro del paese) e, poco distante, l’ex centrale nucleare Enrico Fermi. Ora, razionalmente sappiamo bene che quelle torri sono termoelettriche (anche se il progetto originario, fatto prima del referendum sul nucleare del 1987, prevedeva che fossero un’altra centrale nucleare), che la centrale Enrico Fermi è ormai “bonificata” e che non è mai avvenuto un incidente durante i suoi anni di attività, ma a livello d’impatto visivo – siamo assai bravi nel suggestionarci da soli – la piccola, sperduta Leri non ha potuto che riportarci alla mente la cittadina di Pryp’jat’.

Cenni storici. Non si conosce esattamente il periodo in cui fu costruita la piccola frazione di Leri: i primi dati certi rivelano che intorno al XI secolo fu rilevata dai monaci cistercensi – gli stessi di Lucedio, affrontato in un post precedente – e che furono gli stessi religiosi ad incaricarsi della bonifica dei terreni e delle prime coltivazioni a rotazione (XVIII secolo). Il paese ospitava un’importante grangia[1], che comprendeva anche un centro fortificato di cui oggi, tristemente, non resta alcuna traccia. Leggendo attentamente l’insegna che appare sul portone della chiesa, si apprende che il piccolo paese divenne parrocchia verso la fine del XVI secolo.

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Nel XIX secolo il piccolo possedimento passò nientemeno che a Napoleone Bonaparte il quale, con un decreto datato 1807, lo vendette al cognato Camillo Borghese a compenso parziale per la cessione della galleria omonima allo stato francese. Nel 1822 la proprietà passo a Michele Benso di Cavour che, nel 1835, ne affidò la gestione al figlio Camillo. Insieme ad un gruppo di nobili, Cavour gestì egregiamente la piccola frazione riprogettando i sistemi idrici, acquistando attrezzi agricoli all’avanguardia, rimodernando il paesino a seconda delle esigenze (c’erano molti lavoratori stagionali, e quindi fu necessario edificare mense e dormitori) e testando redditizi nuovi tipi di coltura che avrebbe impiegato su larga scala in tutto il Piemonte. Affezionato a quelle terre, il conte amava trascorrervi lunghi periodi di villeggiatura, tanto che fece affrescare e ristrutturare la sua tenuta fino a portarla allo splendore che ancora oggi, parzialmente, possiamo ammirare.

L’abbandono. Non possiamo dire con certezza fino a che anno Leri fu una frazione florida e produttiva; tuttavia, sappiamo con certezza che nel 1961 era ancora abitata (sulla scuola, unico edificio “moderno” del complesso, una targa ricorda il centenario dell’unità d’Italia), e che negli anni ’80 ospitò, in piccoli prefabbricati ora smantellati, alcuni operai Enel di stanza alla centrale Ferraris. Di certo gli operai non videro mai anima viva, e questo fa presupporre che Leri fu abbandonata a cavallo degli anni ’70. I motivi dell’abbandono furono essenzialmente due:

1)       Lo sviluppo di colture intensive che resero la grangia e, più in generale, gli strumenti agricoli della tenuta tristemente obsoleti;

2)       L’inquinamento (vero o presunto) provocato dalla centrale Enrico Fermi, che al momento della sua massima operatività (intorno al 1965) era la centrale nucleare più potente del mondo.

La tesi secondo cui gli abitanti se ne sarebbero andati per il timore di una nuova centrale nucleare, ancor più vicina (la Galileo doveva essere nucleare) e deturpante per il paesaggio, è presto smentita dal fatto che la frazione fu abbandonata ben prima che il progetto venisse messo in cantiere e costruite le torri (inaugurate nel 1997). Così come è assolutamente impossibile che la frazione sia stata abbandonata perché “troppo isolata”: ci sono luoghi ben più isolati tutt’ora abitati ed economicamente prosperosi.

Dopo l’abbandono, comunque, le entrate dei diversi edifici vennero murate, ad esclusione di quelle della tenuta di Cavour che furono semplicemente chiuse a doppia mandata, forse per evitare di rovinare – in un barlume di dignità – un edificio storico di quell’importanza.

Inutile dire che le precauzioni sono servite a poco. Girando per Leri, si vede come la furia di vandali e razziatori ci abbia messo poco a sfondare quei precari sbarramenti: in tutti gli edifici le “porte” in muratura sono sfondate, e dentro le stanze non si trova praticamente più nulla. L’unico edificio che, inspiegabilmente, non è stato “profanato”, è la chiesa di Leri, che possiede ancora l’antico portone in legno. La frazione è attraversata da una strada asfaltata che, tuttavia, non dev’essere molto battuta se si considera che su di essa crescono piccole pianticelle e arbusti.

[Cliccando su una foto parte lo slide show]

La chiesa e la scuola. Non esistono prove scritte, ma lo stile della chiesa di Leri fa pensare che si tratti di un’opera di Francesco Gallo (1672 – 1750), architetto di Mondovì che progetto moltissimi edifici sacri piemontesi (alcuni dei quali molto vicini a Trino, come ad esempio la bellissima chiesa di Alice Castello). Dall’aspetto imponente ma slanciato, costruita di fianco alla grangia e dotata di uno spazioso cortile, la chiesa di Leri è uno degli edifici meglio conservati dell’intero complesso, e il fatto che nessun vandalo sia mai riuscito a mettervi piede fa presupporre che anche all’interno si possano ancora ammirare le sue bellezze. Vicino alla chiesa si può vedere la scuola, unico edificio “moderno” presente nel paese, costruito probabilmente a cavallo degli anni ’50 con lo scopo di garantire ai figli dei contadini di ricevere un’istruzione senza per forza doversi recare a Trino o a Livorno Ferraris. Sulla parte laterale è ancora visibile, in ottimo stato di conservazione, una targa affissa in occasione dei festeggiamenti per il centenario dell’unità d’Italia (1961).

La grangia di Leri. Tra le più importanti del Piemonte, la grangia di Leri conserva ancora oggi molti particolari legati alla sua funzione: sono ancora ben visibili i bocchettoni in legno che servivano per trasportare il grano, così come è ancora presente il fiumiciattolo che, attraverso un complesso sistema di ruote e ingranaggi (le cui tracce sono ancora visibili), permetteva alle macchine agricole di muoversi spinte dalla forza dell’acqua. È interessante notare come le uniche cose che ancora “si muovono” nel territorio di Leri, oltre agli animali, siano il torrentello e le ventole di aerazione della grangia, sospinte dal vento.

La tenuta di Cavour. L’edificio di maggior interesse resta senza ombra di dubbio la tenuta appartenuta a Camillo Benso, conte di Cavour. Essa si trova in posizione defilata rispetto a quella che potrebbe definirsi la piazza del paese, ma si fa apprezzare per gli stupendi particolari architettonici, assai più curati di quelli che si vedono sugli altri edifici della frazione. Nel 2011, in occasione del centocinquantennale dell’unità d’Italia gli esterni dell’edificio sono stati ristrutturati ed è stato avviato un progetto per trasformare la tenuta in un museo, ma oggi, anno domini 2013, la tenuta è stata nuovamente lasciata a se stessa. Un vero e proprio paradosso: fuori è perfetta, dentro uno sfacelo unico. Sulla facciata dell’edificio è presente una targa commemorativa dedicata a Cavour: la data riportata su di essa (1916) indica che venne affissa in occasione  dell’intitolazione della frazione al celeberrimo statista (avvenuta, appunto, nel primo ventennio del ‘900). Lateralmente alla tenuta è ancora presente, in mezzo al grande spiazzo che poteva esserne la corte,  un magnifico pozzo in cemento. Addentrandosi dentro la tenuta – è molto facile: le porte sono spalancate – si rimane assai sorpresi nello scoprire che ogni stanza è finemente affrescata e costellata di meravigliosi particolari architettonici (volte a botte, caminetti, davanzali in marmo bianco, pavimenti pregiati). Mancano totalmente oggetti d’arredo e mobili, probabilmente tra le prime cose ad essere depredate; resta solo una grossa, pesante, stufa decorata.

Non siamo soliti sollevare questioni “politico- amministrative” nei nostri post – anche perché se non ci fossero posti abbandonati il nostro blog non esisterebbe – ma è davvero un peccato che un luogo come Leri Cavour, evidentemente sfruttabile anche a fini turistici, venga lasciato a se stesso in questo modo. Tuttavia, a livello emozionale, Leri è uno dei posti più straordinari che abbiamo visitato. Un vero e proprio paese fantasma, in cui regna un irreale silenzio. In cui la natura si sta pian piano riprendendo ciò che le appartiene, in cui le tracce umane – ancora ben visibili – sono destinate a perdersi nell’eternità delle cose. Non siamo soliti dare voti ai luoghi delle nostre escursioni, ma se lo facessimo Leri meriterebbe senza ombra di dubbio un bel dieci. Questa Pryp’jat’ in miniatura è davvero un luogo assai suggestivo.

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Thanks to Franci & Elis


[1]La parola grangia o grancia deriva da un antico termine di origine francese, granche (granaio) e indicava originariamente una struttura edilizia utilizzata per la conservazione del grano e delle sementi. Più tardi il termine fu usato per definire il complesso di edifici costituenti un’antica azienda agricola e solo in seguito assunse il valore di una vasta azienda produttiva, per lo più monastica.