LA VILLA DEI VENTI

Testi e fotografie Riccardo Poma

Nascosta in un antico, suggestivo borgo, la Villa dei Venti venne edificata negli ultimi anni dell’800 da un magnate dell’olio d’oliva che voleva una casa vacanze per la famiglia. Si tratta di un edificio molto particolare a livello architettonico: le forme liberty della facciata incontrano le suggestioni medievali dello scalone che svetta nel parco, i mosaici in stile bizantino (il tetto del pozzo, la pavimentazione della piscina) sono inseriti in un cortile da villa di mare (con tanto di palme).

I colori della facciata originaria sono svaniti sotto l’intonaco di un recente restauro strutturale, ma l’aspetto monumentale della villa è ancora ben visibile (se volete farvi un’idea delle dimensioni, scorrete fino all’ultima foto di questo post, in cui potete fare un paragone con la figura umana).

La prima stanza che vale la pena di essere raccontata è la cucina/sala da pranzo, restaurata in tempi recenti e dotata di uno strano camino in cui due commensali possono romanticamente prendere posto e cenare accanto (forse dentro?) al fuoco.

Altra stanza notevole è quella che poteva essere il soggiorno, luminosa e altissima ed sovrastata da un soffitto a cassettoni semplicemente magnifico. Subito dopo un altro capolavoro, uno spazio affrescato (e che affreschi!) davvero notevole. Proseguendo ci si ritrova nella stanza delle casseforti, un luogo che ci piace chiamare così perché…è piena di casseforti! In merito alla presenza di questi oggetti – che sembrano presi da un negozio più che da una casa privata – non sappiamo assolutamente cosa dire, ma il ritrovamento si inserisce di diritto nella categoria “cose assurde che potete trovare dentro le ville abbandonate”.

Il primo piano riserva parecchie sorprese, prima fra tutte un bellissimo affresco sul soffitto che segnala la presenza di un segnavento sul tetto. Un segnavento preciso e bellissimo che ancora funziona, che a distanza di tutti questi anni ancora sa dire agli occupanti (se mai ve ne fossero) quale vento sta soffiando fuori da quelle pareti. Proseguendo si arriva ad una serie di stanze meno fortunata di quelle del piano terra (strano, di solito è il contrario) in cui tutto – o quasi, e la posizione della villa non la mettiamo proprio per proteggere quel “quasi” – è stato portato via.

Chiamatela come volete – villa dell’olio, villa dei venti, villa della piscina: l’unica cosa certa è che lo sfarzo, qui da noi nel biellese, era di casa. Anzi, di villa. E in fin dei conti fotografare quello sfarzo prima che crolli sotto il peso dei suoi stessi anni è l’unico modo che abbiamo per ricordarcelo. E ricordarci che siamo stati grandi. Per davvero.

Thanks to Lori, Elis, Ele.

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LA SOLITA VILLA BIELLESE

Testi e fotografie di Riccardo Poma
2-1Ma che poi, alla fine, eravamo davvero così ricchi una volta?
Terra di imprenditori, chiaro, ma per costruire delle case così bisognava essere qualcosa di più che un imprenditore con una piccola o media officina nella Valle di Mosso. O sul Cervo. O sul Sessera.
Qua bisognava essere quantomeno o imprenditori di officine mooolto grandi, oppure direttamente nobili che avevano ereditato il villone da qualche parente parente pure di Vittorio Emanuele e della regina Margherita. E va bè, sto biellese è diventato così tanto una terra di ville abbandonate che quasi ci si annoia a entrare. Ecco il resoconto della nostra ultima, noiosissima visita in una – ennesima, solita, vecchia – villa biellese.

Allora, diamo un’occhiata.

L’architettura è decisamente particolare, va detto. E a guardarla bene, nemmeno così tipicamente biellese. La villa doveva essere di un giallo forte, rifinito dal rosso che circondava le finestre. Ora è tutto piuttosto sbiadito, ma non è difficile immaginarsi il tripudio cromatico che fu.

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Entrando ci si ritrova davanti al solito scalone di marmo di Carrara, di quelli che si vedono nei castelli dei re delle fiabe, con la corda come corrimano, che porta alle solite stanze affrescate in maniera impeccabile. La cosa poco solita è che la maggior parte degli affreschi della stanza principale ritrae scorci noti del territorio, ovvero, una pregiata raccolta di cartoline del biellese degli anni ’20. Nella maggior parte delle stanze la tappezzeria si è scollata, mostrando il fondo che, un tempo, si faceva coi giornali (molti giornali sovrapposti appiattivano la ruvidezza dei muri antichi e permettevano di posare la tappezzeria o la carta da parati senza pieghe). Alcuni di questi giornali sono particolarmente vecchiotti. E poi camini in marmo, un inquietante baldacchino rosso, alcuni utensili d’uso comune (si distinguono una caffettiera e una grattugia).

Salendo si arriva al solito sottotetto. Ciò che non è solito è il fatto che, ovunque, vi siano scatole di macchine da scrivere Olivetti. I proprietari avevano la passione per la scrittura? O magari il capo famiglia era un rappresentante di macchine da scrivere? Come spesso accade in questi casi, l’unica cosa certa è che
a) non c’è nulla di certo
b) se c’erano delle macchine da scrivere le hanno fregate tutte

Passiamo ai soliti ritrovamenti bizzarri, ovvero quelle cose che per un attimo ti fanno pensare: “ehi, ma cosa diavolo ci fa qui questa roba? E soprattutto, perchè?”. Si comincia con una bella croce di ferro alta un metro e mezzo, si passa a bizzare decorazioni a forma di testa di cavallo e infine, non sazi, si arriva ad una povera statua priva di testa, braccia e divisa in due, appoggiata a un muro come qualcuno che aspetta il bus. Come sempre, non mancano le perle (si fa per dire) lasciate dai fotografi (lasciate solo impronte, prendete solo emozioni, si certo, intanto però sposta quella sedia sotto la finesta che viene più figo). Ve ne mostriamo almeno due:
a) sedia “sognante” vicino alla finestra con scarpe di donna posizionate dove un eventuale fantasma seduto metterebbe i piedi;
b) ali di piume nere sintetiche indossabili che fanno subito 666/Constantine/Satanismo new age.

Passiamo al fuori, con il solito parco grosso come un paese. Oltre a delle presumibili cantine belle come delle chiese, il parco ospita un angolo relax (se la pianta fosse caduta un metro più in là bye bye angolino da ricchi) e una gigantesca fontana con tanto di caverna, ponticello e statue ebeti (scusate la bassezza, ma non vi sembra che il tizio nella foto abbia una faccia un pò troppo goduta? Il motivo sarà quella foglia – quella sulle parti intime – stranamente all’insù invece che canonicamente all’ingiù?).

Questo è quanto.
Mah.
Sempre la solita villa, insomma.
Oh Dio, magari proprio solita solita no.
Oh Dio, magari non è che ci si annoia proprio in posti come questi.
Oh Dio, non è che sono proprio così tutte uguali, ‘ste ville biellesi.
Oh Dio, non è che perchè ci sono entrati già tutti i fotografi del mondo a te ti fa schifo farle le foto.
Va bè.
Stai a vedere che forse non è stata proprio così una noia questa villa.
Pur restando (solo) un’altra villa biellese. Solo?

PS: il tono scherzoso di questo articolo ci è stato ispirato dalla frase di un fotografo urbano che, vedendo le foto che avete appena visto, disse annoiato: “bella, bella, ma è la solita villa biellese”.

Thanks to Ema, Fra, Nic.

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LA VILLA SULLA COLLINA – MANSION ON THE HILL

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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La villa sulla collina è un luogo magico. Un giardino botanico di pregio, vetrate bellissime, stanze e corridoi affrescati, stufe in ceramica, caminetti in marmo, sono solo alcune delle cose che vi si trovano dentro. Come si può raccontare questa bellezza che, nonostante tutto, ha resistito al tempo e all’abbandono? Una volta tanto, oltre che attraverso le foto, sarebbe interessante raccontare un luogo attraverso la musica. E quale luogo migliore di questo, per farlo? In fin dei conti, l’armonia costruttiva, la quiete del giardino, la delicatezza dei particolari, non fanno venire in mente proprio una musica rilassante e pacata?

DSC_0961Il tema – la villa sulla collina – è stato protagonista di parecchie ballate, soprattutto in terra americana. Forse perchè si tratta di una suggestione così forte da riuscire ad evocare, da sola, quel contrasto sociale molto americano ma anche molto biellese, il contrasto tra quelli che “stanno sotto” e sono figli di operai o contadini e quelli che stanno sopra, figli di imprenditori o semplici nobili, che giocano e vivono nella casa sulla collina. Qui di seguito abbiamo scelte tre di queste ballate, accomunate da un medesimo titolo (“mansion on the hill”, “la villa sulla collina” appunto), più una, una ballata piemontese forse meno nota ma egualmente evocativa. Quattro canzoni simili – per quello che la villa sulla collina evoca – eppure molto diverse, soprattutto nel raccontare quattro diversi stati d’animo. Abbiamo cercato di inserirle in modo che raccontassero una storia mutata nel tempo: dalla villa in cui si sente “musica psichedelica che riempie l’aria, in cui pace e amore soggiornano” cantata da Neil Young a quella in cui “non c’è amore” (è seppellito dallo sfarzo?) di Hank Williams; dalla villa lussuosa osservata dal bambino Springsteen e dal padre, simbolo di un sogno americano che sembra non essere per tutti, rinchiuso e ben protetto da “quei cancelli di duro ferro”, alla “ca sla colin-a” cantata dal nostro Gian Maria Testa, ballata sociale dal forte carattere politico che dimostra quanto le colline del Wyoming e quelle del Monferrato non siano state poi così diverse.

DSC_1017NEIL YOUNG, 1990

Well, I saw an old man walking in my place,
and he looked at me, it could have been my face

Be’, vidi un uomo anziano passeggiare al posto mio
E mi guardava, il suo volto poteva essere il mio

His words were kind but his eyes were wild,
he said “I got load to love but I want one more child”

Le sue parole erano gentili ma i suoi occhi selvaggi
Disse “l’amore è un peso ma voglio un altro figlio”

There’s a mansion on the hill, psychedelic music fills the air
Peace and love live there still, in that mansion on the hill

C’è una villa sulla collina, musica psichedelica riempie l’aria
Pace e amore vivono ancora lì, in quella villa sulla collina

Around the next bend take the highway to the sun
or the rocky road, it really don’t matter which one

Alla prossima curva prendi l’autostrada per il sole
O la strada sterrata, davvero non importa quale delle due

I was in hurry but that don’t matter now
’cause I have to get off that road of tears somehow

Ero di fretta ma adesso non ha importanza
Perché devo lasciare quella strada di lacrime in qualche modo

There’s a mansion on the hill psychedelic music fills the air
Peace and love live there still in that mansion on the hill

C’è una villa sulla collina, musica psichedelica riempie l’aria
Pace e amore vivono ancora lì, in quella villa sulla collina

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HANK WILLIAMS SR, 1947

Tonight down here in the valley I’m lonesome and oh how I feel
Stasera qui nella valle mi sento solo e oh come mi sento

As I sit here alone in my cabin I can see your mansion on the hill
Mentre sono seduto qui da solo nella mia cabina vedo la tua villa sulla collina

Do you recall when we parted the story to me you revealed
Ti ricordi quando ci siamo lasciati la storia che mi hai rivelato

You said you could live without love dear in your loveless mansion on the hill
Lei ha detto che si potrebbe vivere senza amore caro nel vostro palazzo senza amore sulla collina

I’ve waited all through the years love to give you a heart true and real
Ho aspettato tutto il corso degli anni l’amore per darvi un cuore vero e reale

Cause I know you’re living in sorrow in your loveless mansion on the hill
Perchè so che stai vivendo nel dolore nel vostro palazzo senza amore sulla collina

The light shines bright from your window the trees stand so silent and still
La luce splende luminosa dalla finestra gli alberi si distinguono in modo silenzioso e ancora

I know you’re alone with your pride dear in your loveless mansion on the hill
Lo so che sei da solo con il tuo caro orgoglio nel vostro palazzo senza amore sulla collina

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BRUCE SPRINGSTEEN, 1982

“There’s a place out on the edge of town sir
risin’ above the factories and the fields

“C’è un posto appena fuori città signore
che si erge sopra le fabbriche e i campi

now ever since I was a child
I can remember that mansion on the hill

fin da quando ero un bambino
posso ricordare quella casa sulla collina

In the day you can see the children playing
on the road that leads to those gates of hardened steel

Di giorno vedevi i bambini giocare
sulla strada che porta a quei cancelli di duro ferro

steel gates that completely surround sir
the mansion on the hill

cancelli di ferro che circondano completamente
la casa sulla collina

At night my daddy’d take me and we’d ride
through the streets of a town so silent and still

Di notte mio padre mi prendeva
e facevamo un giro attraverso le strade di una città così silenziosa e immobile

park on a back road along the highway side
look up at that mansion on the hill

parcheggiava in una strada secondaria accanto all’autostrada
e guardavamo quella casa sulla collina

In the summer all the lights would shine
there’d be music playin’ people laughin’ all the time

D’estate tutte le luci avrebbero brillato
e la musica avrebbe suonato e la gente riso

me and my sister we’d hide out in the tall corn fields
sit and listen to the mansion on the hill

io e mia sorella ci saremmo nascosti nei campi di grano alto
seduti e attenti a quella casa sulla collina

Tonight down here in Linden Town
I watch the cars rushin’ by home from the mill

Stanotte qui giù in Linden Town
io guardo le macchine sfrecciare dalla fabbrica verso casa

there’s a beautiful full moon rising
above the mansion on the hill”.

c’è una meravigliosa luna piena
che splende sopra la casa sulla collina”.

DSC_1104GIAN MARIA TESTA, 2006

La ca sla colin-a l’é bela, Maria la varda peui dis:
am piasrìa podèj catèla, sarìa ‘l mè paradis!
La casa sulla collina è bella, Maria la guarda e dice:
mi piacerebbe poterla comprare, sarebbe il mio paradiso!

L’é bianca la ca sla colin-a, l’é bianca come ‘n linseul,
s’it la varde a smija ch’a grigna, l’é pròpi la ca che a veul.
è bianca la casa sulla collina, bianca come un lenzuolo,
se la guardi sembra che rida, è proprio la casa che vorrei…

L’é gròssa la ca sla colin-a, tante stansie con finestre e pogieuj,
starìo pròpi bin là an sima, mi, mè òm e ij mè fieuj.
è grande la casa sulla collina, tante stanze, e finestre, e davanzali,
staremmo proprio bene là in cima, io, mio marito e i miei figli.

Mè pare fasìa ‘l murador l’é mòrt ancora spòrch ëd càussin-a,
l’ha fala chiel la ca sla colin-a, l’ha fala për quatr ësgnor.
Mio padre faceva il muratore, è morto ancora sporco di calce,
l’ha fatta lui, la casa sulla collina, l’ha fatto per quattro Signori.

E lor a ven-o d’istà stan mach doi mèis peui van via,
la ten-o mach basta ch’a sìa e mi a son sensa ca.
E loro vengono d’estate, stanno poco meno di due mesi e poi vanno via,
la tengono solo per il gusto di averla, e io invece sono senza casa.

La ca sla colin-a l’é bela, Maria la varda peu dis:
mi podreu mai catèla, për ij pòver a-i-é nen paradis.
La casa sulla collina è bella, Maria la guarda e poi dice:
noi non potremo mai comprarla, per i poveri non c’è paradiso.

DSC_1100Thanks to Lore
e a Valeria Caucino per avermi suggerito la canzone di Gian Maria Testa

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LA VILLA DALLE MILLE FINESTRE

SQUARCI DI BELLE EPOQUE IN PROVINCIA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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15 aprile 1912

Quante persone, quante donne possono dire di avere una villa che porta il loro nome?
Esci dalla portina ricavata da una delle quattro vetrate e ti accomodi su una seggiolina bianca di ferro, sotto le tende verdi. Roba all’avanguardia, le tende: c’è un buco dove infili una specie di chiave che, girando, le fa scorrere più avanti o più indietro a seconda del sole.
Il giornale parla della partenza del Titanic, una nave inaffondabile.
Al cinema, la sera prima, hai visto Quo Vadis?, una roba con le bighe e i gladiatori.
La vostra auto – una delle poche non solo del paese, bensì forse dell’intera provincia – è parcheggiata nella rimessa dove il signor Gallo, nero fino alle orecchie, cerca di capire qual è la rogna del motore. Si decidessero ad asfaltare ‘ste strade, pensi. Tanto vale aver la macchina se poi si balla di più che su una carrozza.
Ma è la belle époque, baby.
Non lamentarti. Non tu.
Non sei a Parigi, certo, ma le cose non ti vanno poi così male.
Vivi in una casa con dieci stanze per piano, per un totale di tre piani e quindi trenta stanze. Ogni stanza è affrescata, dipinta, pavimentata con le pianelle migliori che si trovino sul mercato. Hai una cantina piena di vini e formaggi pregiati. Ci sono talmente tante finestre che per contarle devi andare fuori, che da dentro non si capisce quante sono. All’ultimo piano, dal sottotetto, puoi raggiungere una torre, che culmina con un bussolotto metallico da cui, a 360°, puoi goderti il panorama. E che panorama.
Quello la in fondo – e no, non sbagli – è l’appennino tosco emiliano. Tanto per dire.

Puoi scegliere se prendere il sole in giardino, sotto una sequoia centenaria che è anche una delle poche presenti in zona, oppure se restare davanti a casa, sotto le tende verdi che vengono fuori girando una chiave. Oppure puoi salire al primo piano, dove c’è una terrazza tutta dipinta da cui vedi tutto il paese. Non ti fai problemi su come tirare avanti, in fin dei conti c’è lui che provvede a queste cose. Tu devi solo scegliere dove sederti a leggere, in santa pace. O a fare la maglia, che tua nonna – che era una che veniva dalla miseria – te l’aveva insegnato quando avevi 13 anni. O a ricevere gli ospiti, le amiche con cui ti piace prendere il tè.

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Fuori c’è la povertà, ci sono i contadini, ci sono i briganti. Tu invece stai al sicuro, ben protetta da quei muraglioni che chiudono fuori tutte le robe brutte della vita.
Un giorno però – lo sai anche tu, certo – questo splendore dovrà pur finire. Forse i tuoi discendenti rimarranno i proprietari della villa che reca il tuo nome, ma non è detto che i tempi saranno sempre così facili: forse il tuo vicino di casa, di mestiere contadino, si domanderà PERCHE’ lui sia costretto a lavorare come un mulo per vivacchiare e a te basti respirare per avere tutto ciò che ti serve e anche di più. Forse il tuo casato non godrà per sempre dello splendore odierno, e magari ai tuoi figli o ai tuoi nipoti toccherà vendere questo capolavoro. E allora arriveranno nuovi proprietari, che affitteranno la villa frazionandola in più appartamenti. Ma gestire una proprietà di questo tipo forse diverrà un onere troppo dispendioso per chiunque, e allora anche l’ultimo affittuario se ne andrà.

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Così la villa rimarrà vuota e deserta, fino a quando arriverà un nuovo proprietario intenzionato a ristrutturare; anche lui, però, si accorgerà che oramai costa meno tirare giù tutto e rifare da capo.
E allora entreranno i vandali, che romperanno i vetri e scriveranno sui muri.
E i furbacchioni, che ruberanno il rubabile e anche l’irrubabile (pavimenti e camini di marmo).
E i graffitari che testeranno le loro bambolette sul liscio marmo.
E i ragazzini del paese, che battezzeranno il proprio coraggio entrandoci di notte e facendo “uuuuuuu” alle ragazzine impaurite, in strada.
E i cacciatori di fantasmi, che diranno che si vedono strane sagome e si sentono rumori inquietanti di notte.
E i fotografi, che cercheranno in qualche modo di catturare la bellezza infinita di questa magnifica abitazione. Faranno fatica, perché certe cose forse bisogna proprio vederle.

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Sarà un enorme, spettrale, silenzioso scheletro vuoto. E allora, forse, questa splendida villa Liberty diventerà l’emblema della decadenza dell’aristocrazia, della fine dell’EPOCA BELLA in cui vivi ora. Rimarranno i particolari ricercati, qualche affresco, un enorme, incolto giardino botanico con sequoia, stanze di rara bellezza, terrazze fresche e meravigliose, vetri di lusso spaccati dai sassi.
Forse.
Per ora, però, puoi stare tranquilla. Tutto questo non è ancora successo. Probabilmente succederà, ma non ti sarà dato il dispiacere di vederlo accadere. Quindi rilassati. Torna al tuo giornale, alle tue tende, alla tua sequoia e alla tua sediolina bianca in ferro. Goditi tutto ciò. Goditi la tua belle époque.

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Anche perché magari sta iniziando a finire proprio in questo momento. No, non nella villa che porta il tuo nome, e nemmeno a Parigi, dove è nata. Forse sta iniziando a finire in un posto lontanissimo, a migliaia e migliaia di chilometri. E nemmeno sulla terraferma, bensì sul mare.

Dove una gigantesca nave inaffondabile sta finendo di affondare.

Thanks to Mister S., augurandogli di vincere la sua (durissima) battaglia, e alla sua mitica moglie.
Grazie inoltre a Lele e ad Andre.

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LONTANO DAGLI UOMINI

Testi e fotografie di Riccardo Poma

1. verso il centroL’auto sobbalza lungo i tornanti più stretti che io abbia mai visto. Addirittura, in alcuni di essi ci si deve fermare, fare manovra e riprendere.
Le strade si stringono man mano che ci si avvicina alla meta. Siamo partiti da una statale, abbiamo girato su una provinciale, siamo entrati in una comunale; mentre saliamo sulla collina su una strada che già ci sembra la più stretta del mondo, la nostra guida ci dice:
“rispetto a dove saremo tra dieci minuti questa è un’autostrada”
Evvai.
Arriviamo sul cucuzzolo della collina. Nei pressi di una chiesetta abbandonata, circondata da quattro case, prendiamo una stradina che scende nuovamente, stavolta dalla parte opposta rispetto a quella da cui siamo saliti. Tra gli alberi si intravede una diga.
La strada diventa un sentiero, asfaltata – male – ma talmente stretta e piena di crepe (sicuramente il catrame “buono” l’hanno tenuta per qualche via un po’ più trafficata) che la devi percorrere a passo d’uomo. Arriviamo ad un primo bivio, in cui si scorgono i resti di una chiesa. San Rocco, ci dicono.
L’ultima volta che qualcuno ci è entrato era il 1940.

2. san rocco
Proseguiamo, addentrandoci in un bosco sempre più fitto e impenetrabile. Una volta in questa piccola vallata ormai disabitata (dimenticata?) vivevano circa 300 persone, dislocate in tre frazioni ognuna delle quali di dieci, dodici case. Si tirava a campare facendo tre cose:
a) coltivando la vite
b) coltivando il melo
c) coltivando il castagno
Passiamo le prime due frazioni, diroccate ma ancora utilizzate da agricoltori e contadini che ci stipano pale e picconi. La nostra guida ci fa fermare dopo un bel po’. La sensazione è quella di esserci allontanati parecchio dalla civiltà, e non soltanto per il classico “ehi, ma qui non prende nemmeno il cellulare!”. Quando scendiamo dalla macchina, non un rumore che non sia il canto di qualche pennuto o il vento che sferza le foglie.
Siamo veramente lontani da tutto. La prima traccia di vita, in linea d’aria, è a non più di sette, ottocento metri, ma se si calcolano le viuzze per arrivarci si devono fare dei chilometri. E in che condizioni.
Un muro di mattoni ci dice che siamo arrivati.

Signore e signori, ecco a voi uno dei più isolati, caratteristici, magici, sconosciuti paesi fantasma del biellese. Abbandonato del tutto da circa 60 anni.

3. the wall
Nel 1901, come già detto, gli abitanti della valle si attestavano sulle 300 unità. Come facevano a vivere qui? Semplice, non gli serviva nulla di più di ciò che la loro terra gli dava.
Tuttavia, nel 1930 si era già scesi a circa 80 abitanti censiti. Troppo isolato, anche per quei tempi oramai lontani. Figurarsi per i tempi successivi, quelli dell’immediato dopo guerra, in cui cominciarono ad arrivare anche da noi il chewing gum, il telefono, Mike Bongiorno e la Topolino. In una sola parola, BOOM! Chi ancora poteva voler abitare in un paese in cui
a) si doveva camminare per ore prima di trovare altri scampoli di civiltà
b) la Topolino non sarebbe riuscita a percorrerne le (non asfaltate, in quegli anni) minacciose salite
E quindi, eccolo qua, il paese vuoto e dimenticato.
Dove c’erano vigne, meleti e castagni c’è ora solo un inestricabile, indefinito bosco, che tuttavia continua a proteggere (e a nascondere) in modo quasi paterno questo piccolo angolo di paradiso.
Le uniche cartine ad indicarlo sono state stampate negli anni ’60. Gli ultimi uomini a ricordarsene sono quelli nati prima del 1930. Un paese destinato a perdersi nel tempo e nello spazio, proprio come i suoi abitanti.
(Nello spazio, ammettiamolo, ci siamo persi un po’ anche noi).

04. la valle oggi
Percorriamo la (quasi invisibile) stradina d’ingresso alla frazione. Sembra di essere in un qualche film di Tim Burton, complice anche la luce del tramonto. Gli alberi, sinuosi e inarrestabili, sembrano esseri umani dalle lunghe braccia. In fin dei conti sono loro, con qualche animaletto, i veri abitanti di questa straordinaria frazione.
Arriviamo in una sorta di crocevia in cui si poteva scegliere se raggiungere il “centro” (se vedeste le dimensioni del suddetto vi mettereste a ridere – comunque è quello che si vede nella prima foto in alto) oppure, a destra, le numerose vigne, di cui resta qualche selvatica traccia.
Sul crocevia i ruderi di quella che doveva essere la chiesa. A suggerirlo, il fatto che sia l’unico edificio coi muri interni dipinti. Ci addentriamo in mezzo alle case. Quasi in ognuna di esse il tetto è oramai un lontano ricordo, precipitato sui piani sottostanti fino a raggiungere il suolo. A restare in piedi rimangono solo i muri portanti, con le loro porte di legno e le loro finestre.

[cliccando su una foto parte lo slideshow]

I muri sono costruiti con le tipiche pietre rossastre della zona (volevo vedervi ad andare a caricare mattoni dalla fornace, giù in città), mentre alcune volte si distinguono per anomale finezze (come le pietre incastonate nel calcestruzzo, orpello decorativo ma anche rafforzamento per la struttura).
In giro pochi, significativi, oggetti: un pitale (a suggerire che lì viveva qualche famiglia ricca – i poveri la facevano nel bosco), i resti di una sedia; si distinguono ancora stupende scale in pietra e i resti di qualche balcone. Bellissimi anche gli incavi nei muri, che formavano le cosiddette stagere (mensole) in cui appoggiare il pane, il sale, la pasta. Ora, complice il crollo dei pavimenti superiori, restano lassù isolate, utilizzabili solo da qualche gigante di passaggio (in fin dei conti, è un luogo da fiaba no?). Su un muro interno, il signor Carminati Mario scrisse, firmandosi:
“W la classe 1915”.
Firmato, Carminati Mario, 1935. 1935. Wow.
Sui muri esterni, invece, si distinguono ancora i numeri civici (sono alti perché continuavano la numerazione del paese di cui fa parte la frazione).

Un luogo incredibile, che proietta in un tempo che non c’è più. Destinato, purtroppo, a sparire nel tempo. Basti pensare che, tornando dopo appena un mese dal nostro primo giro, ci siamo imbattuti in un crollo che ha irrimediabilmente rovinato la main street della frazione. Guardate le due foto qui sotto, per farvi un’idea.

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Goodbye piccolo paese fantasma, o meglio, arvegsi! Forse la prossima volta che ti vedremo sarai messo ancora peggio, ma le tue tracce, le tue pietre, le tue travi, ce ne metteranno a sparire del tutto.
Intanto, resta pure lì, lontano da tutto: lontano dal rumore, lontano dalla frenesia, lontano dalle villette color Puffo e dai fabbriconi di cemento armato. Lontano dai piani regolatori e dai telefoni.
Lontano, e forse questo è un bene, dalla specie che ti partorì secoli fa.
Lontano dagli uomini.

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Thanks to Grazie a Giovanni e a sua moglie per avermi parlato di questo luogo.
Grazie al signor Dario, a sua moglie, e al loro fantastico modo di coccolarsi nonostante gli anni.
Grazie al loro cagnolino, sordo ma che sente col cuore.
Grazie inoltre ad Antonino e alla signora Luciana per le preziose informazioni.

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NELLA TERRA DI MEZZO (UN’AUTO BLU, ZERO SCALE E TANTE DOMANDE)

Testi e fotografie di Riccardo Poma

1 - vuoti a perdere

Cascina = campagna, Baraggia, in mezzo alle risaie, andando verso Vercelli

Filatura = città, Biella, in mezzo alle case, andando verso Biella

Perlomeno di solito.

Ecco a voi la prima villa/cascina/filatura costruita in mezzo alle risaie, lontana dalla città, non verso Biella ma verso Vercelli. Una vera e propria eccezione, un bel paradosso che valeva la pena di essere raccontato. Ha senso costruire una cascina in centro città, sul Cervo? No, come – sulla carta – non ce l’ha costruire una filatura in mezzo alle risaie, se non altro perché

a) è scomoda per chi la deve raggiungere

b) ogni volta che tagliano riso ti riempiono i filati di polvere

c) non hai fiumi ne rogge per creare energia e (soprattutto) scaricare le scorie (eddai, lo sappiamo tutti che sul Cervo costruivano ANCHE per questi motivi qui).

In realtà questo luogo così anomalo nacque come mulino: l’acqua arrivava da un fosso che si staccava da una roggia vicina. Era uno dei due mulini più grandi della zona; l’altro è questo qui.

Per tanti anni rimase chiuso, poi a inizio anni ’80 fu convertito in filatura. E qui si torna alle tre domande qui sopra: perché proprio lì?

Boh, certo è che le questioni non si esauriscono qui. Anzi, questo vuotoaperdere è tutto pieno di domande senza risposta.

Tipo:

a) perché sono state portate via (quasi) tutte le scale? Qualche genio dirà “si vede che erano di marmo e valevano qualcosa”. Può darsi, ma volete dirmi che erano di marmo pure le scale esterne? La cosa interessante è che, a causa di questo precipitoso smontaggio di scale, è impossibile raggiungere i piani superiori della Villa adiacente alla fabbrica. Esatto, abbiamo detto villa perché un’abitazione con un soffitto come quello che vedete nelle foto non era sicuramente quella del contadino o dell’operaio. Una delle poche scale rimaste, ahinoi, non porta più in nessun luogo (e te pareva?)

b) quante cavolo di scale c’erano in questo posto? Ovunque ti giri vedi una scala (o le sue tracce). Il titolare della ditta era soprannominato l’Escher delle risaie?

c) cosa diavolo ci fa una macchina in mezzo al cortile? (fin qui però niente di strano; la vera questione dunque è): perché è stata smontata, smembrata, triturata? E soprattutto, perché prendersi la briga di smontarla in ogni modo per poi lasciare i pezzi lì, a tre metri di distanza a prender la pioggia? [se vi interessa il modello guardate qui]

Mah. Poche sono le certezze.

Sappiamo ad esempio che nella filatura lavoravano 6 persone per turno su 3 turni di lavoro.

Sappiamo che negli anni ’80 la villa fu convertita in uffici.

Sappiamo che il caseggiato che fungeva da officina ospitava, al piano superiore (quindi, indovinate un po’, irraggiungibile), l’abitazione del custode.

Sappiamo poi che la parte di fabbrica ospitava al piano terra preparazione e ring e al primo piano ring e roccatura.

Sappiamo che la fabbrica chiuse ufficialmente il 22/12/93 per cessata attività consegnando, come ci ha raccontato una persona che vi lavorò, “le lettere di licenziamento invece che la quattordicesima”.

Oggi tutto è a pezzi, cadente, silenzioso. La scritta “attenzione carichi sospesi” è ancora molto valida, anche se per motivi diversi da quelli per cui era stata pensata e appesa. Su una porta, segni che sembrano unghie. Unghie belle grosse. Unghie di orsi? In mezzo alle risaie? No. Unghie di un animale grande e forte, ma quale? Beh, questo è solo uno dei tanti misteri di questo luogo magico. E poi, insomma, senza un po’ di sovrannaturale che villa abbandonata sarebbe?

Il nostro giro è finito. Niente scale. Chissà come mai. Certo è un qualcosa che fa riflettere: chi prese quelle scale, non pensò che così facendo avrebbe negato per sempre l’accesso a dei luoghi che magari contenevano ancora storie che avrebbero potuto essere raccontate e fotografate. E che invece sono destinate a restare lì, irraggiungibili, forse ancor più stampate nel tempo perché torneranno ai piani bassi solo quando quelli alti crolleranno per l’abbandono.

Chissà se saremo ancora lì per fotografarli.

29 the haunted house

Thanks to Vero, Elis, Tia, e ovviamente alla signora Mariangela.

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2015]

IL CASTELLO CLONATO

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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Fra tutte le storie – vere o presunte – in cui ci si può imbattere gironzolando tra le risaie piemontesi, una delle più interessanti è sicuramente quella (vera) del cosiddetto “nuovo castello di G.”. Poco prima di entrare in paese, ci si ritrova sulla destra un imponente castello medievale, assolutamente ben conservato. Ma perché quel castello non è segnalato sulle guide? E, soprattutto, perché se chiedete indicazioni sul “castello di G.” venite indirizzati ad un altro edificio, posto in centro paese, molto simile a quello visto poco prima, ma ristrutturato e visitabile?

La storia inizia nel 1170, anno in cui Alberto di G. inizia la costruzione del castello (quello in centro). Inizialmente la struttura ha scopi difensivi (è circondato da un profondo fossato, e dalla torre si può sorvegliare l’intera piana circostante), ma tra il XV e il XVI secolo si trasforma in abitazione signorile. Nel 1459 Alberto (la dinastia intanto era stata costretta ad assoggettarsi a quella sabauda) fa erigere l’imponente torre, alta 48 metri. Squarciata da un fulmine nel 1721, fu restaurata soltanto nel 1927. I segni della riparazione sono visibili ancora oggi: in prossimità della fenditura, infatti, si vedono chiaramente l’innesto di un calcestruzzo differente e alcuni tiranti che evitano che la struttura si indebolisca.

Sul finire dell’ottocento, il conte Lancillotto (nome di fantasia) di G. (1850 – 1940), originario della zona di Ivrea ma imparentato coi conti di G., scoprì di non essere discendente diretto di Alberto. Di conseguenza, non sarebbe stato lui ad ereditare il castello, a vivere in quel lussuoso maniero. Alla irremovibile sentenza fecero seguito anni di violente liti familiari, in cui tuttavia Lancillotto non ottenne nulla. Il conte voleva il castello per ragioni d’onore e prestigio, ma anche per garantire alla sua sposa, Caroline Ashburner Nix (figlia di un potente, ricchissimo armatore inglese e il cui patrimonio era ben superiore a quello di Lancillotto), una vita lussuosa e agiata. La leggenda (spesso raccontata dagli abitanti del paese) secondo cui la Ashburner avrebbe minacciato di lasciare Lancillotto nel caso in cui non avesse ottenuto il castello, non ha invece fondamento storico, anche se molti la danno per veritiera. L’unica cosa certa, comunque, è che Lancillotto VOLEVA assolutamente il castello. E fu così che venne alla luce una delle più bizzarre idee mai partorite dalla mente umana.

Il conte chiamò a raccolta l’importante architetto torinese Carlo Nigra (fautore, tra le altre cose, del Borgo Medievale di Torino) e gli chiese di progettare un nuovo castello, identico all’altro ma se possibile ancora più sfarzoso. Insomma, un edificio che facesse rodere d’invidia i parenti litigiosi e, secondo Lancillotto, scorretti. La scelta del posto cadde quindi su una porzione di terreno di proprietà del solo conte, situata – guarda caso – ad appena duecento metri dal castello medievale.

“Non volete farmi vivere al castello? Benissimo, me ne costruisco uno identico ma più bello, ad appena duecento metri dal vostro”.

Follia? Forse, ma G. divenne da quel momento “terra di due castelli”.

5. Veduta generale dei due castelli

Tra il 1901 e il 1904, il castello venne edificato e terminato. Considerata la decadenza dei conti di G., la maggior parte delle spese di costruzione furono probabilmente sostenute dalla famiglia Ashburner Nix. Agli occhi dei presenti (non è dato sapere se ci fossero anche i parenti “cattivi”, che comunque vedevano l’edificio sporgendosi dalle finestre del loro castello) apparve qualcosa di meraviglioso: un maniero in perfetto stile medievale con tanto di torri, merletti, profondo fossato, ponte levatoio, portone a sesto acuto con griglia in ferro, feritoie, posti di vedetta. Utilità? Nessuna. Le uniche ragioni di esistere di questo castello furono una ripicca bella e buona e, forse, il timore di lasciar ad altri un ingente patrimonio. Elementi che rendono questa storia ancora più incredibile.
Nel 1940 Lancillotto, novantenne, si spense. La moglie, nata nel 1869, morì quattro anni dopo. In quel luogo così assurdo ed esagerato, i coniugi avevano trascorso in pace il periodo più cupo della storia italiana. Dietro quei vetri la guerra non arrivò mai. Ci passarono però i partigiani di stanza nella zona della Baraggia, e la contessa Ashburner, ormai anziana (e forse rinsavita dalla sua sete di lusso), non esito a offrirgli un nascondiglio. Il figlio Jean-Louis di G., finita la guerra, si spostò nuovamente a Torino (da cui era fuggito durante i bombardamenti), e il portone del castello venne chiuso per sempre intorno al 1955.

Sono passati sessant’anni, e il castello “clonato” sembra non aver sentito il passare del tempo. A guardarlo dalla strada, anzi, sembra uno dei tanti castelli ben conservati e perfettamente ristrutturati che si possono trovare in Piemonte. E invece, quel maniero ha il portone chiuso da ben 60 anni. Una prova lampante, oltre che della megalomania di Lancillotto, dell’enorme abilità architettonica e costruttiva di Nigra, artista a tutto tondo che fu anche pilota, musicista, pioniere della fotografia.

Il castello si trova ancora oggi in un’amena radura. Conta ben quattro torri, una costruita a destra sulla facciata anteriore e le altre tre su quella posteriore, dove si trova anche quello che doveva essere, un tempo, un meraviglioso giardino, circondato da mura fortificate perfettamente conservate. Al centro, un bellissimo pozzo artesiano con base in pietra decorata e parte superiore in ferro battuto. Si potrebbe azzardare che proprio la facciata posteriore conservi l’impatto visivo maggiore: a destra, quindi sulla diagonale della torre anteriore, c’è una bellissima torre che richiama la prima sia nello stile che nella maestosità. A sinistra, un’altra torre leggermente più bassa, meno decorata e più squadrata ma armonica nel riproporre lo stile dei merletti che sovrastano le mura del giardino. Appoggiata ad essa, l’unica torre a pianta circolare del complesso. Osservando le facciate non è difficile accorgersi che quelle macchie di colore sulle parti intonacate ospitavano un tempo disegni ed affreschi policromatici. La prima cosa che colpisce chi osserva questa meraviglia architettonica è il suo aspetto strutturale: si tratta della riproduzione in scala reale di un perfetto castello medievale “fortificato”, ancora più interessante se si pensa al fatto che la sua fortificazione (a meno che i litigiosi parenti non disponessero di un esercito) è totalmente, inequivocabilmente, grottescamente inutile. Non c’erano guerre in quegli anni, e nemmeno durante i due conflitti mondiali G. poteva considerarsi una zona a rischio invasione. Il castello è fortificato semplicemente perché il suo creatore lo voleva così, lo voleva in tutto e per tutto identico a quello degli odiati parenti.

Nei pressi di quella che doveva essere considerata l’entrata posteriore principale, riposa una targa in latino che reca le seguenti parole:

“Lancillotto G., signore di G., mellarum (non tradotto) di Nomaglio, Signore di Tavagnasco*, e sua moglie Carola Asburner Nix, eressero dalle fondamenta (da zero) nel 1902 il castello, terminato nel 1904, sotto la guida dell’architetto maestro Carlo Nigra”.

*Nomaglio e Tavagnasco sono due paesi nei pressi di Ivrea, in provincia di Torino, in cui Lancillotto visse prima di trasferirsi a G.

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Il motto della famiglia dei conti di G., vici et vivo (vinsi e vivo), è presente sia sulla targa che sul bellissimo soffitto decorato che salta agli occhi avventurandosi tra gli archi a sesto acuto della “veranda”, appoggiati su capitelli che richiamano lo stemma della famiglia del conte. A terra, alcuni tubi di stufa e i resti di un letto in ferro. Sul soffitto della depandance che collega il giardino al portone della facciata anteriore, un dipinto recita la parola “litis”, lite, come se Lancillotto avesse voluto giustificarsi con chi entrava in merito ai motivi del suo folle progetto. Da un buco nel muro si inizia a scorgere l’interno, che subito appare lussuoso. Solo entrando ci si accorge che praticamente TUTTE le stanze (non abbiamo saputo contarle tutte, ma sono tantissime) sono finemente decorate, affrescate, dipinte con gusto.

La prima stanza in cui entriamo ha tutte le pareti dipinte e un magnifico, coloratissimo soffitto in legno a cassettoni. Un gigantesco camino, che reca l’effigie della famiglia e una targa commemorativa, governa lo spazio. Gli affreschi sono diventati, in seguito al passaggio di qualche ragazzino un po’ scemo in cerca di emozioni forti, una vera e propria striscia a fumetti lisergica.

Proseguendo tra una stanza e l’altra, si trovano veri e propri pezzi da museo, come ad esempio il frigorifero Indes  (databile intorno al 1940). Un elettrodomestico che la maggior parte (se non la totalità) degli abitanti di G. poteva solo sognarsi, almeno fino al boom degli anni ’60. Salendo le scale, tuttavia, le sorprese non finiscono. Le condotte per trasportare il calore da un piano all’altro e i gabinetti rivelano un complicatissimo – almeno per l’epoca – sistema di riscaldamento e un rarissimo impianto fognario privato: a quei tempi, la gente andava in bagno all’aperto, o magari in una baracca costruita vicino a casa. Lancillotto e la moglie, invece, si sedevano già sulla tazza, proprio come facciamo noi oggi.

Attraversando corridoi e salendo scalette (alcune spaziose, altre decisamente anguste), si arriva alla sommità delle torri, da cui è possibile ammirare il panorama sul giardino e sul paese di G., oltre che sull’intera piana circostante. La ripida scala a chiocciola che sale dentro la piccola torre a pianta circolare conduce ad un bellissimo soffitto che ricorda quello delle cupole delle chiese. Se invece di salire si scende, si giunge invece all’ormai inagibile piano seminterrato, costruito sotto il livello del terreno e ospitante la cantina e una gigantesca cucina, con tanto di montacarichi per portare le vivande ai piani superiori in cui risiedevano i nobili.

Dal 1955, anno del definitivo abbandono da parte dei signori di G., nessuno si è fatto avanti per riqualificare l’edificio. Stufi del continuo via vai dei predatori – un giorno un antiquario arrivò addirittura con un camion – che negli anni hanno portato via praticamente tutto (mobili, oggetti d’arredo, quadri, tappeti, fotografie), alcuni capifamiglia di G. hanno acquistato l’edificio, una ventina di anni fa. Hanno riparato i tetti – che infatti sono praticamente nuovi – e hanno cercato di trovare acquirenti interessati all’acquisto. Presto però, a malincuore, hanno dovuto rivenderlo: le spese di gestione e ristrutturazione diventavano troppo alte, e negli anni mai nessuno si dimostrò davvero interessato a recuperare la proprietà. Un disinteressamento condiviso anche dagli enti pubblici, convinti che si tratti di un complesso troppo nuovo per poterne fare un museo.

31Forse però è proprio questo suo status a renderlo così interessante. Le ragioni e le modalità della sua costruzione lo rendono senza ombra di dubbio un castello unico al mondo. Forse con le giuste strategie di marketing potrebbe anche essere sfruttato a fini turistici. Per ora, comunque, il castello “clonato” di G. se ne resta lì, vuoto e abbandonato. Coi suoi camini, le sue perle ingegneristiche, i suoi affreschi, i suoi pavimenti, le sue torri, i suoi merletti. Con tutto il suo potenziale artistico, ma anche con un forte potenziale simbolico: il castello “clonato” di G. è una metafora della megalomania del potere, ma anche un report sullo stato in cui si trovava la nobiltà italiana di inizio secolo, vicina all’estinzione ma ancora in grado di ribadire il proprio carattere. È forse, prima di tutto, un manifesto sulla follia umana.

E già solo per questo sarebbe un peccato dimenticarsene.

Cartolina di R. in cui si vedono entrambi i castelli

Cartolina di G. in cui si vedono entrambi i castelli

Il castello visto dal satellite. La linea rossa tratteggia le mura di cinta.

Il castello visto dal satellite. La linea rossa tratteggia le mura di cinta.

NOTA: L’ingresso al castello senza permessi, oltre che molto pericoloso, è severamente vietato.

Thanks to:
Andre G. (compagno di ventura)
Andrea (per avercelo consigliato)
Elis, Francy (per l’aiuto nel decifrare la targa)

Si ringraziano inoltre
Il professor A.C. e il signor D.P. per le informazioni.
La ragazza della tabaccheria del paese e l’impiegata del comune per la disponibilità.

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