CHIUSO PER ALLUVIONE

Testi di Riccardo Poma
Fotografie di Riccardo Poma e Marco Rocco Destro

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Diario del Franco, operaio di Valle Mosso

Sabato 2/11/1968 – ore 20.38
Stasera, con la Maria e i ragazzi – il Giacomo, che a dicembre ne fa tre, e il Pietro, che ne ha fatti dodici ad Agosto – abbiamo mangiato un po’ più tardi del solito. Verso le sei ho fatto un salto dal macellaio, qua sotto casa, ho preso quattro bistecche (è sabato o no?) e le ho portate su. La Maria non aveva ancora messo su pentole né niente, al che le chiedo cosa capita. Anche perché di solito alle sei e mezza si mangia. Mi dice Franco, c’ho paura. Qua dicono che arriva l’alluvione. Gli dico di star tranquilla, che siamo al primo piano e qua tanto non arriva, ma lei mi dice che è dal pomeriggio che sente dei tuoni, come di temporale, ma si capisce che sono qualcos’altro. Le dico che giù dal macellaio ho trovato il Peru Murél, che abbiam parlato proprio di quello, e che lui, che arriva da Ponzone, ha visto che i tuoni sono le frane che continuano a venir giù sulle strade di Trivero e di Mosso. Cerco di tranquilizzarla, ma oh, son mica tranquillo neanche io. Son dei giorni che piove come Dio la manda, va anche bene basta. Guardo fuori dalla finestra, i tombini che sputano acqua in continuazione, i bordi delle vie tutti pieni d’acqua e con dei rivoli… Fa paura! Oggi ho fatto un salto verso su, e i fiumi non è che mi sono piaciuti tanto. Sembra che l’acqua si sta mangiando tutti i bordi, e dicono che è per quello che i torrenti si ingrossano e diventan pericolosi. Basta che la pianta di mangiare, perché la fabbrica dove lavoro è proprio costruita sullo Strona, e sai mai che si mangia anche il sotto e lunedì vado a lavorare e mi trovo coi piedi a bagno. Vabbè, il tempo mica lo possiamo controllare. ‘Nduma dormi, che l’è mej.

Domenica 3/11/1968 – ore 02.44
Quando mi sveglio non capisco bene cosa mi ha svegliato. Ma appena aprò gli occhi mi accorgo che qualcosa non va. Sento quel rumore di fiume che sento in fabbrica quando vado ai telai, che son proprio costruiti nella parte che da sull’acqua… Ma son mica in fabbrica penso. Son nel mio letto, ed è pure sabato. La Maria sente che mi sono alzato e si mette seduta anche lei, la vedo che presta l’orecchio. Il rumore d’acqua è proprio forte, ma non si sente mica solo quello: qualcuno sta anche urlando, e sento come rumore di ferro che batte o si accartoccia o qualcosa di simile. Faccio per accender la luce, ma la luce mica si accende. Ecco dico, sta a vedere che è saltato tutto, per colpa di sto tempo… ‘Spetta un po’, fammi vedere se per strada è accesa la pubblica, così se manca dappertutto non scendo neanche fino al contatore. Mi avvicino alla finestra, la apro. Mi viene un attimo male: il rumore di prima è forte, ma forte davvero. Apro anche le persiane e lì mi sento male davvero, quasi svengo sul balcone. La luce pubblica non c’è, è tutto buio, ma sono sicuro di quello che c’ho davanti: davanti a me, come se fossi su una barca, vedo un fiume d’acqua che passa a sfiorare il balcone. Sento le goccioline che sbattono sul cemento armato e mi cadono sui piedi. Guardo verso il lanificio, a fondo strada, e vedo la sagoma della fabbrica. L’acqua che sbatte sulla passerella, e la passerella c’ha qualcosa incastrato. Cerco di guardare meglio. Sto male per la terza volta. È una macchina.

Domenica 3/11/1968 – ore 06.11
Finalmente è arrivato il giorno. Non mi son quasi più mosso, da stanotte alla tre. La Maria è rimasta con me, sul balcone, tutto il tempo. Abbiamo sentito la gente urlare, il rumore delle case che si sgretolavano, i tuoni dei ponti che cedevano e delle frane. I matoch non si son neanche svegliati, fa un po’ te. Il fiume di stanotte, quello che mi passava davanti a casa, si è abbassato a vista d’occhio fino a rimanere alto un cinquanta, sessanta centimenti. Non è più acqua. È solo fango, tutto pieno di detriti. Qualcuno capisco cos’è – macchine, un furgone, un telaio portato via chissà da quale fabbrica (magari la mia) – qualcuno vedo la forma ma non riesco a capire. Qualche persona con gli stivali cominicia a girare per le strade, qualcuno piange. Ma nessuno urla più. Mi vesto, metto gli stivali, do un basìn alla Maria, scendo anche io. Per strada non si capisce più niente. È tutto un fango, da un muro a un altro muro. Non ci sono più giardini, parcheggi, niente, solo fango. Mi sembra un sogno. Ma non per quello che vedo: per quello che NON vedo. Mi sembra di essermi svegliato in un altro posto. Questo paese non è Vallemosso. Non c’è più niente di quello che c’era a Vallemosso.

Martedì 5/11/1968 – ore 10.00
Tutti – militari, operai, cittadini – lavorano per pulire e togliere il fango rimasto. In questi due giorni hanno trovato della gente, dei corpi. Una decina. Qualcuno non lo trovano perché l’acqua l’ha portato via. Non si lavora. Oggi sono andato alla fabbrica. E la fabbrica dalla strada non sembra messa male. Poi mi sposto, guardo dal fiume… ne manca metà.

Martedì 19/11/1968 – ore 07.00
Sono passati quindici giorni. Pensa te, anche il telegiornale ha parlato di Vallemosso. 12 morti, solo qua. Dicono che in tutto siamo sulla sessantina. 250 almeno le case distrutte, 100 le fabbriche, 350 le piccole attività artigianali, 400 le attività commerciali. Una valle di lavoratori in cui le fabbriche sono tutte o inagibili (quando va bene) o sparite, distrutte del tutto. Come cavolo facciamo adesso? Oggi sono andato di nuovo alla fabbrica. Che tristezza. Il padrone ha messo un cartello. “Chiuso per alluvione”.

Mercoledì 2/11/2016 – ore 9.35
Oggi è l’anniversario. 48 anni. Io oramai di anni ce ne ho 82, ma mi ricordo tutto bene, oh se me lo ricordo bene. Oggi il Sehmir, il bocia egiziano che il Giacomo mi ha messo come badante, mi ha portato a vedere la mia vecchia fabbrica. Ha spinto la sedia fino su là, che bravo ragazzo. Gli ho raccontato cos’era capitato. Gli ho detto che la fabbrica, la mia, chiusa per alluvione, non ha proprio mai riaperto. 48 anni che è chiusa, che è lì, a metà, senza un pezzo. Che roba. Io sono stato a casa qualche mese, nel 1968. Poi sono andato verso Cossato, a lavorare nelle fabbriche che il fiume non aveva portato via. Ho lavorato alla Tinval fino al 1992, l’anno in cui ha chiuso. Ogni tanto però penso ancora a quella notte, e a questa fabbrica chiusa da così tanto. Penso a cosa ci han detto: che la causa di tutto eravamo noi. Non noi, gli operai di Vallemosso, noi, gli uomini in generale. A forza di costruire attorno al fiume, di fiume ne era rimasto sempre meno, e alla fine l’acqua da qualche parte doveva pur passare. Se siete abituati a dormire in due nel letto a due piazze, e vi ritrovate a dormire sempre in due ma in un letto a una piazza, è chiaro che prima o poi qualcuno finisce per terra. Qui da noi l’acqua, senza il suo letto a due piazze, non è finita per terra ma è uscita sulle strade. E invece che smetterla, continuiamo. Non qui, qua ormai abbiamo imparato, e poi in realtà non che ci sia più molto da costruire intorno ai fiumi, se tanto non c’è più lavoro. Dico in giro per il mondo, come a Genova, in cui lì dal letto a due piazze sono passati pian piano alla brandina, e ogni volta che piove c’è da aver paura. Io paura non ne ho più, ma ne ho avuta davvero tanta, quella notte. Me lo ricordo, e spero che se lo ricordino tutti, quando gli verrà – perché gli verrà! – l’idea di costruire di nuovo dove è meglio di no.
Dovessero dimenticarsi, che vangano qua. Non c’è promemoria migliore della mia vecchia fabbrica, ancora oggi chiusa per alluvione.

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NOTA: La storia di Franco, pur basandosi su testimonianze reali e fornendo informazioni veritiere, è totalmente inventata.

La fabbrica raccontata in questo articolo immortalata domenica 3/11/68, la mattina dopo il passaggio dell'alluvione (cortesia di Angelo Giovinazzo)

La fabbrica raccontata in questo articolo immortalata domenica 3/11/68, la mattina dopo il passaggio dell’alluvione (cortesia di Angelo Giovinazzo)

Thanks to Carlo, Rocco
Grazie in particolare ad Angelo Giovinazzo per aver concesso la fotografia. Il lavoro di Angelo lo potete trovare su http://www.trivero-italy.com/

[Tutte le fotografie e i testi presenti in questo post sono tutelati dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotti altrove. Copyright Vuoti a perdere 2016]

LONTANO DAGLI UOMINI

Testi e fotografie di Riccardo Poma

1. verso il centroL’auto sobbalza lungo i tornanti più stretti che io abbia mai visto. Addirittura, in alcuni di essi ci si deve fermare, fare manovra e riprendere.
Le strade si stringono man mano che ci si avvicina alla meta. Siamo partiti da una statale, abbiamo girato su una provinciale, siamo entrati in una comunale; mentre saliamo sulla collina su una strada che già ci sembra la più stretta del mondo, la nostra guida ci dice:
“rispetto a dove saremo tra dieci minuti questa è un’autostrada”
Evvai.
Arriviamo sul cucuzzolo della collina. Nei pressi di una chiesetta abbandonata, circondata da quattro case, prendiamo una stradina che scende nuovamente, stavolta dalla parte opposta rispetto a quella da cui siamo saliti. Tra gli alberi si intravede una diga.
La strada diventa un sentiero, asfaltata – male – ma talmente stretta e piena di crepe (sicuramente il catrame “buono” l’hanno tenuta per qualche via un po’ più trafficata) che la devi percorrere a passo d’uomo. Arriviamo ad un primo bivio, in cui si scorgono i resti di una chiesa. San Rocco, ci dicono.
L’ultima volta che qualcuno ci è entrato era il 1940.

2. san rocco
Proseguiamo, addentrandoci in un bosco sempre più fitto e impenetrabile. Una volta in questa piccola vallata ormai disabitata (dimenticata?) vivevano circa 300 persone, dislocate in tre frazioni ognuna delle quali di dieci, dodici case. Si tirava a campare facendo tre cose:
a) coltivando la vite
b) coltivando il melo
c) coltivando il castagno
Passiamo le prime due frazioni, diroccate ma ancora utilizzate da agricoltori e contadini che ci stipano pale e picconi. La nostra guida ci fa fermare dopo un bel po’. La sensazione è quella di esserci allontanati parecchio dalla civiltà, e non soltanto per il classico “ehi, ma qui non prende nemmeno il cellulare!”. Quando scendiamo dalla macchina, non un rumore che non sia il canto di qualche pennuto o il vento che sferza le foglie.
Siamo veramente lontani da tutto. La prima traccia di vita, in linea d’aria, è a non più di sette, ottocento metri, ma se si calcolano le viuzze per arrivarci si devono fare dei chilometri. E in che condizioni.
Un muro di mattoni ci dice che siamo arrivati.

Signore e signori, ecco a voi uno dei più isolati, caratteristici, magici, sconosciuti paesi fantasma del biellese. Abbandonato del tutto da circa 60 anni.

3. the wall
Nel 1901, come già detto, gli abitanti della valle si attestavano sulle 300 unità. Come facevano a vivere qui? Semplice, non gli serviva nulla di più di ciò che la loro terra gli dava.
Tuttavia, nel 1930 si era già scesi a circa 80 abitanti censiti. Troppo isolato, anche per quei tempi oramai lontani. Figurarsi per i tempi successivi, quelli dell’immediato dopo guerra, in cui cominciarono ad arrivare anche da noi il chewing gum, il telefono, Mike Bongiorno e la Topolino. In una sola parola, BOOM! Chi ancora poteva voler abitare in un paese in cui
a) si doveva camminare per ore prima di trovare altri scampoli di civiltà
b) la Topolino non sarebbe riuscita a percorrerne le (non asfaltate, in quegli anni) minacciose salite
E quindi, eccolo qua, il paese vuoto e dimenticato.
Dove c’erano vigne, meleti e castagni c’è ora solo un inestricabile, indefinito bosco, che tuttavia continua a proteggere (e a nascondere) in modo quasi paterno questo piccolo angolo di paradiso.
Le uniche cartine ad indicarlo sono state stampate negli anni ’60. Gli ultimi uomini a ricordarsene sono quelli nati prima del 1930. Un paese destinato a perdersi nel tempo e nello spazio, proprio come i suoi abitanti.
(Nello spazio, ammettiamolo, ci siamo persi un po’ anche noi).

04. la valle oggi
Percorriamo la (quasi invisibile) stradina d’ingresso alla frazione. Sembra di essere in un qualche film di Tim Burton, complice anche la luce del tramonto. Gli alberi, sinuosi e inarrestabili, sembrano esseri umani dalle lunghe braccia. In fin dei conti sono loro, con qualche animaletto, i veri abitanti di questa straordinaria frazione.
Arriviamo in una sorta di crocevia in cui si poteva scegliere se raggiungere il “centro” (se vedeste le dimensioni del suddetto vi mettereste a ridere – comunque è quello che si vede nella prima foto in alto) oppure, a destra, le numerose vigne, di cui resta qualche selvatica traccia.
Sul crocevia i ruderi di quella che doveva essere la chiesa. A suggerirlo, il fatto che sia l’unico edificio coi muri interni dipinti. Ci addentriamo in mezzo alle case. Quasi in ognuna di esse il tetto è oramai un lontano ricordo, precipitato sui piani sottostanti fino a raggiungere il suolo. A restare in piedi rimangono solo i muri portanti, con le loro porte di legno e le loro finestre.

[cliccando su una foto parte lo slideshow]

I muri sono costruiti con le tipiche pietre rossastre della zona (volevo vedervi ad andare a caricare mattoni dalla fornace, giù in città), mentre alcune volte si distinguono per anomale finezze (come le pietre incastonate nel calcestruzzo, orpello decorativo ma anche rafforzamento per la struttura).
In giro pochi, significativi, oggetti: un pitale (a suggerire che lì viveva qualche famiglia ricca – i poveri la facevano nel bosco), i resti di una sedia; si distinguono ancora stupende scale in pietra e i resti di qualche balcone. Bellissimi anche gli incavi nei muri, che formavano le cosiddette stagere (mensole) in cui appoggiare il pane, il sale, la pasta. Ora, complice il crollo dei pavimenti superiori, restano lassù isolate, utilizzabili solo da qualche gigante di passaggio (in fin dei conti, è un luogo da fiaba no?). Su un muro interno, il signor Carminati Mario scrisse, firmandosi:
“W la classe 1915”.
Firmato, Carminati Mario, 1935. 1935. Wow.
Sui muri esterni, invece, si distinguono ancora i numeri civici (sono alti perché continuavano la numerazione del paese di cui fa parte la frazione).

Un luogo incredibile, che proietta in un tempo che non c’è più. Destinato, purtroppo, a sparire nel tempo. Basti pensare che, tornando dopo appena un mese dal nostro primo giro, ci siamo imbattuti in un crollo che ha irrimediabilmente rovinato la main street della frazione. Guardate le due foto qui sotto, per farvi un’idea.

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Goodbye piccolo paese fantasma, o meglio, arvegsi! Forse la prossima volta che ti vedremo sarai messo ancora peggio, ma le tue tracce, le tue pietre, le tue travi, ce ne metteranno a sparire del tutto.
Intanto, resta pure lì, lontano da tutto: lontano dal rumore, lontano dalla frenesia, lontano dalle villette color Puffo e dai fabbriconi di cemento armato. Lontano dai piani regolatori e dai telefoni.
Lontano, e forse questo è un bene, dalla specie che ti partorì secoli fa.
Lontano dagli uomini.

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Thanks to Grazie a Giovanni e a sua moglie per avermi parlato di questo luogo.
Grazie al signor Dario, a sua moglie, e al loro fantastico modo di coccolarsi nonostante gli anni.
Grazie al loro cagnolino, sordo ma che sente col cuore.
Grazie inoltre ad Antonino e alla signora Luciana per le preziose informazioni.

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NELLA TERRA DI MEZZO (UN’AUTO BLU, ZERO SCALE E TANTE DOMANDE)

Testi e fotografie di Riccardo Poma

1 - vuoti a perdere

Cascina = campagna, Baraggia, in mezzo alle risaie, andando verso Vercelli

Filatura = città, Biella, in mezzo alle case, andando verso Biella

Perlomeno di solito.

Ecco a voi la prima villa/cascina/filatura costruita in mezzo alle risaie, lontana dalla città, non verso Biella ma verso Vercelli. Una vera e propria eccezione, un bel paradosso che valeva la pena di essere raccontato. Ha senso costruire una cascina in centro città, sul Cervo? No, come – sulla carta – non ce l’ha costruire una filatura in mezzo alle risaie, se non altro perché

a) è scomoda per chi la deve raggiungere

b) ogni volta che tagliano riso ti riempiono i filati di polvere

c) non hai fiumi ne rogge per creare energia e (soprattutto) scaricare le scorie (eddai, lo sappiamo tutti che sul Cervo costruivano ANCHE per questi motivi qui).

In realtà questo luogo così anomalo nacque come mulino: l’acqua arrivava da un fosso che si staccava da una roggia vicina. Era uno dei due mulini più grandi della zona; l’altro è questo qui.

Per tanti anni rimase chiuso, poi a inizio anni ’80 fu convertito in filatura. E qui si torna alle tre domande qui sopra: perché proprio lì?

Boh, certo è che le questioni non si esauriscono qui. Anzi, questo vuotoaperdere è tutto pieno di domande senza risposta.

Tipo:

a) perché sono state portate via (quasi) tutte le scale? Qualche genio dirà “si vede che erano di marmo e valevano qualcosa”. Può darsi, ma volete dirmi che erano di marmo pure le scale esterne? La cosa interessante è che, a causa di questo precipitoso smontaggio di scale, è impossibile raggiungere i piani superiori della Villa adiacente alla fabbrica. Esatto, abbiamo detto villa perché un’abitazione con un soffitto come quello che vedete nelle foto non era sicuramente quella del contadino o dell’operaio. Una delle poche scale rimaste, ahinoi, non porta più in nessun luogo (e te pareva?)

b) quante cavolo di scale c’erano in questo posto? Ovunque ti giri vedi una scala (o le sue tracce). Il titolare della ditta era soprannominato l’Escher delle risaie?

c) cosa diavolo ci fa una macchina in mezzo al cortile? (fin qui però niente di strano; la vera questione dunque è): perché è stata smontata, smembrata, triturata? E soprattutto, perché prendersi la briga di smontarla in ogni modo per poi lasciare i pezzi lì, a tre metri di distanza a prender la pioggia? [se vi interessa il modello guardate qui]

Mah. Poche sono le certezze.

Sappiamo ad esempio che nella filatura lavoravano 6 persone per turno su 3 turni di lavoro.

Sappiamo che negli anni ’80 la villa fu convertita in uffici.

Sappiamo che il caseggiato che fungeva da officina ospitava, al piano superiore (quindi, indovinate un po’, irraggiungibile), l’abitazione del custode.

Sappiamo poi che la parte di fabbrica ospitava al piano terra preparazione e ring e al primo piano ring e roccatura.

Sappiamo che la fabbrica chiuse ufficialmente il 22/12/93 per cessata attività consegnando, come ci ha raccontato una persona che vi lavorò, “le lettere di licenziamento invece che la quattordicesima”.

Oggi tutto è a pezzi, cadente, silenzioso. La scritta “attenzione carichi sospesi” è ancora molto valida, anche se per motivi diversi da quelli per cui era stata pensata e appesa. Su una porta, segni che sembrano unghie. Unghie belle grosse. Unghie di orsi? In mezzo alle risaie? No. Unghie di un animale grande e forte, ma quale? Beh, questo è solo uno dei tanti misteri di questo luogo magico. E poi, insomma, senza un po’ di sovrannaturale che villa abbandonata sarebbe?

Il nostro giro è finito. Niente scale. Chissà come mai. Certo è un qualcosa che fa riflettere: chi prese quelle scale, non pensò che così facendo avrebbe negato per sempre l’accesso a dei luoghi che magari contenevano ancora storie che avrebbero potuto essere raccontate e fotografate. E che invece sono destinate a restare lì, irraggiungibili, forse ancor più stampate nel tempo perché torneranno ai piani bassi solo quando quelli alti crolleranno per l’abbandono.

Chissà se saremo ancora lì per fotografarli.

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Thanks to Vero, Elis, Tia, e ovviamente alla signora Mariangela.

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UN’ALTRA (SPLENDIDA) CASCINA ABBANDONATA NEL BIELLESE

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La cascina, o se preferite la fattoria, rappresenta la tipologia di luogo più presente su vuotiaperdere, una scelta che deriva non tanto da una propensione artistica personale, quanto dal fatto che di questi casolari è pieno il biellese (e, in misura maggiore, il vercellese), in virtù di un passato (e di un presente) strettamente collegato all’agricoltura e all’allevamento. Questa cascina è certamente una delle più suggestive che abbiamo avuto modo di fotografare: il suo stile architettonico ricercato rivela che probabilmente si trattava di una casa padronale, capace di ospitare le stalle ma anche lussuosi appartamenti. Basta guardare il numero degli archi, le rifiniture dei muri, la qualità di pietre e mattoni. Degli antichi fasti è rimasto ben poco. Resta un enorme, ingombrante scheletro silenzioso, divorato dalla vegetazione che, a meno che non ci si faccia largo col machete, impedisce l’entrata.

A guardarla dalla strada, sembra una piccola cascina. Ma se le si gira attorno, si scopre che le sue dimensioni sono notevoli. Il tetto nuovo e la presenza di apparecchi per il ricircolo dell’aria sui balconi fanno presupporre che qualcuno la abitò fino a tempi tutto sommato recenti (20, 30 anni al massimo), anche se le strutture adibite al lavoro (come la stalla) rivelano una data di abbandono decisamente più lontana.

Una volta tanto, occasione più unica che rara, un atto vandalico come l’abbandono di un auto nell’aia della cascina (per la precisione, una Autobianchi A112), ci permette di scattare foto dal forte simbolismo e dal suggestivo impatto visivo: il vecchio e il nuovo, il motore a scoppio dimenticato accanto agli abbeveratoi dei buoi, l’antico e il moderno che convivono nella stessa, medesima selva oscura che pian piano, senza distinzioni, farà sparire tutto sotto la propria incessante spinta vitale. Ancora una volta la natura è l’unica cosa “viva” di questi luoghi, ancora una volta ci affascina sapere che, nonostante gli sforzi costruttivi umani, sarà proprio la natura ad averla vinta. Si tratti di ferro o mattoni, tutto è destinato a sparire inghiottito dalla terra.

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Thanks to: Francy

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