THE (GHOST) TOWN OF WOOL – 3° CLASSIFICATO CORTO BIELLESE 2014

“The (ghost) town of wool” è un mio reportage fotografico inedito, classificatosi terzo al concorso Corto Biellese 2014. L’edificio raccontato nel reportage – le Pettinature Riunite di Via Carso a Biella – era già stato protagonista di un fortunato post su vuotiaperdere. Le foto e i testi che troverete qui, tuttavia, sono assolutamente ineditI. Nel pubblicarlo, desidero ringraziare la giuria e tutti gli ideatori e collaboratori di questo meraviglioso concorso. Ennesima prova del fatto che Biella non è – come dicono in molti – il “solito mortorio”. Alla fine del post troverete anche le motivazioni della giuria.

Grazie a tutti.

Riccardo Poma

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Quando. Il reportage “The (GHOST) Town of Wool” è stato progettato e realizzato nel febbraio del 2014 in due sedute fotografiche (una mattutina, una pomeridiana).

Dove. Le fotografie sono state scattate nei pressi dello stabilimento abbandonato della ex Nuova Pettinature Riunite, in via Carso a Biella.

Perchè. Biella, città della lana. Questo si diceva, fino a qualche tempo fa. E fino a qualche tempo fa lo era davvero. Cosa rimane oggi di quella metropoli che la tradizione vuole armoniosamente avvolta nei fili dei suoi stessi tessuti? Certo, molti stabilimenti lanieri esistono ancora, ma alcuni tra i più grandi fanno oramai parte del passato, esempi tutt’altro che classici di archeologia industriale.
Arrivando a Biella dalla valle bassa del Cervo, l’anonimo automobilista attraversa il viadotto sul fiume, e lo spettacolo che si trova sulla destra – a livello visivo, sotto l’amena conca di Oropa – è proprio lo skyline di una città della lana. Peccato che abbia l’aspetto di una città fantasma.

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Ad arrivare a Biella da quella direzione non sono soltanto gli abitanti di Masserano, Cossato, Vigliano (insomma di tutti i paesi attraversati dalla tangenziale). Quello spettacolo è la cartolina di benvenuto anche per chi arriva da Torino, da Milano, da Arona. Insomma, il primo squarcio della città di Biella, per chiunque, è quell’immagine grigia e decadente, simbolo di un passato che ancora qualifica i biellesi nel mondo ma che, a guardar bene, non li rispecchia più.
Dei due stabilimenti che danno il benvenuto ai viaggiatori, quello più interessante è forse lo stabile di sinistra, la ex Nuova Pettinature Riunite. Inizialmente faceva parte del complesso dei lanifici Rivetti, il cui stabile principale, anch’esso in completo stato di abbandono, costruito nel 1800, si trova invece sulla destra se li si osserva dal ponte. Una volta non c’era nulla a dividerli. Ma poi i Rivetti vendettero i terreni, sul suolo che collegava i due stabili fu costruita la banca cittadina, e lo stabile più moderno venduto ad un’altra società, la Nuova Pettinature appunto.
Lo stabile principale è più antico, quindi forse più suggestivo a livello visivo. Ma lo stabilimento moderno racchiude in sé molti più significati. A partire dall’architettura che lo compone.

Progettato da Giuseppe Pagano negli anni ’20 del ‘900, è un esempio perfetto della cosiddetta architettura funzionalista che tanto piaceva al Duce. Nessun orpello decorativo, nessuna ricerca stilistica: l’importante era che fosse funzionale al lavoro. La Nuova Pettinature fu la prima fabbrica biellese costruita ad immagine e somiglianza dei biellesi, instancabili lavoratori, che da ben prima del Duce badavano alla funzionalità delle cose piuttosto che al loro apparire. E il fascismo, per lo meno quello della prima ora, non poteva resistere ad una popolazione dallo spirito così laborioso, preciso, ammirato in tutta Italia.
Occorre soffermarsi anche sull’autore di questa opera monumentale: Pagano fu un architetto di grande fama, vicino a Mussolini e apprezzato dal regime. Che, tuttavia, fece in tempo ad accorgersi degli abomini del fascismo, prima condannandolo, poi combattendolo, nientemeno che tra le file dei partigiani. Catturato, morì in un campo di concentramento tre giorni prima del 25 aprile 1945. Un’immane tragedia che acquista un valore simbolico se visto alla luce di ciò che Pagano rappresentò: prima bandiera del regime, sua cassa di amplificazione, portatore dei suoi valori politici attraverso l’architettura; poi suo più aspro detrattore. Già solo per questa ragione, lo stabilimento della Nuova Pettinature si rivela un calderone di emozioni e significati, una sorta di compendio visivo di ciò che fu grande e poi fallì miseramente. Una metafora della Biella grandiosa di un tempo e quella, sommessa e ingrigita, forse per sue stesse colpe, di oggi.

Le foto del reportage sono state virate in bianco e nero. Scelta artistica, certo (l’archeologia industriale si presta molto al b/n), ma anche concettuale: quelle stesse foto, viste a colori, restano monocromatiche in tutto e per tutto. Prima la funzione, poi la bellezza. Gli unici colori vivi sono quelli dei cartelli di pericolo, delle scritte dei graffitari, dell’erba e delle piante che si stanno riprendendo ciò che appartiene loro da tempo immemore. Sono state lasciate volutamente a colori: elementi post moderni che “colorano” il grigiore del moderno. Anche il cielo, che il giorno degli scatti era limpidissimo, perde la sua profondità e il suo colore, diventando una sorta di sfondo cartaceo per quegli scheletri di cemento.
C’è un campanello che non suonerà mai più. Delle scalinate i cui gradini sono coperti dalla polvere. Delle antenne che da anni trasmettono solo silenzio. Una porta d’entrata per l’inferno e, ovviamente, la porta di uscita.
Il silenzio. Cosa differenzia una città fantasma da una città normale? Il silenzio. Come alla Nuova pettinature. Dove c’era il frastuono dei macchinari, il rumore sordo del lavoro, restano i canti degli uccellini sugli alberi che stanno inglobando il cemento, i rumori dei vetri rotti da qualche ragazzino con un sasso, le bestemmie sguaiate di qualche homeless che torna a casa. In un paese in cui il lavoro è una risorsa sempre più rara, la vista di edifici come questi, che ospitavano migliaia di lavoratori, ci ricorda una grandezza oramai perduta.
A parecchi anni dall’abbandono, la Nuova Pettinature è divenuta una sorta di monumento alla memoria. Gli artisti di strada la usano come tela, gli homeless come rifugio. Qualche politico, sicuramente, come cartolina elettorale. Riqualificazione. Giusto. Ma forse è giusto anche lasciarla così. Come il Monumento della pace di Hiroshima, come i pezzi ancora in piedi del muro di Berlino. Lasciati lì per ricordarci cosa siamo stati, cosa siamo e, forse, cosa diventeremo.

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MOTIVAZIONI DELLA GIURIA

“L’autore, avvezzo a tour fotografici ad ampio raggio, ha messo a fuoco con il suo obiettivo quello che fuor di dubbio è, nel paesaggio biellese e non solo, una emergenza di altissimo valore ideativo e progettuale: le Pettinature Riunite, opera incompiuta e postuma dell’architetto Giuseppe Pagano. Lo stabilimento sito in Biella, in via Carso, presenta una struttura in cui prende forma, con soluzioni costruttive e tecniche d’avanguardia, quell’utopia che decenni dopo sarà teorizzata come qualità globale, ovvero l’applicazione allo spazio produttivo e ai fattori umani delle frontiere più avanzate della scienza e della tecnica. Architettura tanto nota e celebrata nei manuali, nei convegni e tra gli storici dell’architettura, quanto ignorata, in questi suoi valori, da gran parte dei biellesi e da quanti quotidianamente, per le porte di accesso alla città laniera, la sfiorano, subito distogliendo lo sguardo come si fa per pietà e, forse, per imbarazzo, di fronte ad un essere male in arnese. Con immagini in bianco e nero, con qualche sprazzo di colore, l’autore ha dato evidenza ad alcuni particolari capaci di suscitare curiosità e stimolare alla riflessione, sul presente e sul futuro di questo monumento del lavoro, simbolo di un’età che sembra tramontata e che nonostante tutto continua a vivere in forme inusuali, certo marginali, in silenzio e quasi in attesa di una rigenerazione, che può prendere le mosse, perchè no, anche dalle eloquenti e suggestive immagini di Riccardo Poma”.

Biella, Auditorium di Città Studi, 13 maggio 2014

Thanks to Franci, Elis, lo staff di Corto Biellese 2014

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, possono essere riprodotte soltanto citandone il nome. Copyright Vuoti a perdere 2014 e Corto Biellese 2014]

 

LA CIMINIERA PIU’ ALTA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

 

Collegandoci al nostro primo, ormai lontano, affezionatissimo post, pubblichiamo il reportage realizzato su un’altra fornace in disuso. Siamo ancora nel biellese, stavolta in una piccola frazione. Arrivando nella località, sperduta tra le risaie, non è difficile accorgersi che le poche case sono costruite attorno alla ferrovia. C’è una piccola stazione in disuso, un gruppo di case (con tanto di ristorante), molti capannoni (alcuni ospitano allevamenti) e la gigantesca, scheletrica, suggestiva fornace. Non conosciamo la data di fondazione di questa grande stazione produttiva. Ciò che è certo è che lo stile dell’edificio situato vicino all’ingresso (una vera e propria villa, con particolari architettonici ricercati) fa pensare ad un tempo a cavallo tra ‘800 e ‘900.

Sulla destra, un grande caseggiato su due piani. Sulla sinistra, un magnifico, imponente edificio che probabilmente ospitava l’unità centrale, il fulcro della produzione di mattoni. Diversamente da molti edifici che visitiamo di solito, qui la bonifica per eliminare l’eternit è stata fatta, e ciò che rimane è un’intelaiatura in ferro che ricorda quegli scheletri di dinosauri riassemblati che vediamo nei musei.
Il particolare che più colpisce è tuttavia l’imponente ciminiera, alta almeno trenta metri, visibile un po’ da qualsiasi posizione. Un tempo era addirittura più alta, ma si dice che durante un forte temporale, negli anni ’80, la sommità cadde sotto la forza del vento. Il posto è famoso anche per i cosiddetti alloggi ENI progettati nel dopoguerra e mai terminati e per il continuo via vai di cicogne, che amano costruire i propri nidi sui piloni “scalpati” della vecchia fabbrica.

 

L’età di abbandono non è documentata, ma l’impiegata del comune, che ringraziamo (purtroppo non siamo riusciti a scoprire il suo nome) ci ha detto:
“Io ho cinquant’anni, e da quando mi ricordo io è sempre stata abbandonata”.

Vicino alla fornace, è ancora presente la piccola stazione che un tempo portava comodamente gli operai sul luogo di lavoro.

Thanks to: Andre G.

 [Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2014]

LA CITTA’ (FANTASMA) DELLA LANA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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BIELLA. Su un blog che parla anche (e soprattutto) di edifici presenti sul territorio biellese, non poteva mancare un post che raccontasse da vicino la “Biella tessile”, una sorta di civiltà ormai estinta e decaduta (i grandi brand che ancora si salvano appartengono quasi tutti a stranieri) sulla quale si sviluppavano i ritmi e le abitudini di un’intera città. L’industria tessile biellese conobbe un periodo di grande prosperità che attraversò tutto il ‘900, salvo poi spegnersi agli albori del terzo millennio. Biella non era solo una capitale del tessile italiano: il suo valore industriale era riconosciuto anche a livello internazionale.

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La maggior parte di questi lanifici (come il lanificio Cerruti, tra i pochi ancora particolarmente attivi) venne edificata sulle sponde del cervo, fonte inesauribile di acqua da utilizzare per le operazioni più disparate. Tolte le implicazioni legate all’inquinamento, che sarebbero sorte soltanto molto tempo dopo (molte ditte si liberavano degli scarti lasciandoli “cadere” lungo il torrente), questa ubicazione si dimostrò vincente, e garantì ai lanifici biellesi una prosperità inaspettata.

Al giorno d’oggi, vi sono almeno due grossi complessi tessili abbandonati nella zona di Biella città. Il primo si trova sul Cervo, poco prima del ponte di Chiavazza, e negli ultimi anni è stato ristrutturato dal ministero dei beni culturali. Addirittura, dentro uno di questi edifici riportati alla vita (per la precisione la manifattura Trombetta), è stata aperta cittadellarte, una fondazione museale voluta e gestita dall’artista Michelangelo Pistoletto.

Ai lanifici Rivetti, invece, non è andata così bene.

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Situati poco più giù rispetto ai lanifici Trombetta – dopo il ponte di Chiavazza e prima della stazione ferroviaria, ma sempre lungo il corso del Cervo – i complessi del lanificio furono edificati intorno al 1879, come sedi distaccate dello stabilimento principale di Mosso. Giuseppe Rivetti, fondatore dell’impero, comprese subito l’importanza di quella locazione: a ridosso di un torrente, vicino ad una stazione ferroviaria[1], in una posizione periferica che permetteva di ampliare il complesso, ben visibile da chiunque giungesse a Biella dalla pianura. Per queste ragioni, lo stabilimento biellese divenne presto il cuore pulsante dell’azienda, e dal 1900 circa iniziò a specializzarsi nella produzione di (richiestissimi) cascami di rayon. Il complesso si estendeva su una superficie di 47mila mq, per una valore attuale di immobili e terreni vicino ai 4 milioni di euro.

4Si tratta di due foto scattate dal ponte sul Cervo. Unite, mostrano i lanifici Rivetti in tutta la loro lunghezza [clicca sulla foto per vederla in HD]

L’attuale via Repubblica ospitava l’ingresso dei lanifici, che si estendevano a perdita d’occhio fino a metà dell’odierna via Carso. Lo spiazzo conosciuto come il “parcheggione” e la strada che collega via Cernaia a via Carso non esistevano: al loro posto c’erano gli edifici del lanificio, “uniti”, che solo nel 1987 furono abbattuti per modificare la viabilità del quartiere. Osservando l’ultima parte del complesso di via Carso ben si può comprendere questa “rivoluzione spaziale”. Sulla parete che da verso la strada, infatti, sono ancora ben visibili i segni dell’abbattimento/ smembramento di cui fu vittima l’edificio: la parete mostra le tracce di un altro stabile appoggiato su di essa, così come le travi in ferro tagliate di netto suggeriscono la presenza di una continuazione dell’edificio.

“Il complesso dei lanifici Rivetti si presentava come una vera e propria città industriale adiacente alla città; edifici pluriplano adibiti agli uffici e ai servizi erano accostati a unità produttive a sviluppo orizzontale” (Biella e Provincia, Touring Editore, 2012, p.51)

Tra il 1939 e il 1941 i Rivetti affidarono all’architetto Giuseppe Pagano l’ampliamento del lanificio. Pagano, la cui storia merita un approfondimento particolare[2], concepì uno stabile modernissimo – in contrasto con quello ottocentesco situato a Nord – che rimane anche uno degli esempi più significativi di quell’architettura razionalista tanto ammirata dal Duce: nessun orpello estetico o cromatico, nemmeno i più elementari; impronta visiva tanto imponente quanto “ordinata”; massima importanza alla “funzionalità” e minima importanza all’estetica. L’edificio si compone di un grosso corpo centrale parallelo alla strada, costruito su cinque piani in cui la lavorazione si svolgeva, contrariamente a quanto avveniva nelle fabbriche ottocentesche, dall’alto verso il basso. Pagano calcolò che sarebbe stato meno dispendioso trasportare in alto le materie prime, lavorarle lungo i piani e infine farle scendere al piano terra come prodotto finito, piuttosto che farle partire dal basso per poi dover nuovamente “far scendere” il lavorato. Perpendicolarmente all’edificio centrale, vennero costruiti due corpi di fabbrica adiacenti che culminavano con due altissime torri rettangolari. Tra le innovazioni architettoniche presenti nell’edificio, si fa notare la copertura “a shed” del troncone Sud, una sorta di soffitto in vetro che permetteva miglior illuminazione e maggior circolazione dell’aria. Dopo alcuni lavori di ampliamento, svolti intorno al 1953, il nuovo edificio venne ceduto dai Rivetti (che vendettero le azioni e, di fatto, condannarono a morte l’azienda) e divenne una pettinatura autonoma, chiamata appunto Nuova pettinature riunite.

Oggi

Non sappiamo con certezza in che anno gli stabilimenti chiusero i battenti. Sicuramente, a metà degli anni ’90, alcuni padiglioni delle Pettinature Riunite erano ancora aperti, nonostante lavorassero ad un regime piuttosto ridotto. Oggi, invece, entrambi gli stabili (sia quello ottocentesco che quello progettato da Pagano), versano in pessime condizioni. Sono ormai due stabili distinti, in quanto tra loro è stata costruita la moderna sede della Biverbanca. L’entrata del lanificio, sita in via Repubblica, è stata restaurata e il palazzo alle sue spalle è stato ribattezzato Palazzo Rivetti. Per quanto riguarda i due grossi stabili di via Carso, invece, il degrado è oramai totale e selvaggio.

Torre Nord

Entrare dentro lo stabilimento ottocentesco è piuttosto facile: c’è un buco nella recinzione che pare fatto apposta per far passare un visitatore alla volta. L’importante è avere lo stomaco forte: dopo circa una decina di metri tra erbacce, alberelli, siringhe, vetri rotti, si arriva nel piazzale della fabbrica; il giro turistico può partire, ma state attenti perché lo stabilimento è diventato una casa per gli homeless della zona, e non tutti – ad esempio quelli che ho trovato io – sono felici di farvi fotografare il loro giaciglio. Per quanto riguarda invece lo stabilimento moderno, quello progettato da Pagano, l’entrata è oramai impossibile. Ci sono lucchetti e porte chiuse ovunque, e l’unico muretto che permette di scavalcare ed entrare (ammesso poi che si riesca ad uscire una volta dall’altra parte) si affaccia su una banca sorvegliata da decine di telecamere.

Geometrie

Enormi, freddi, divorati dalle piante, silenziosi (apparentemente), questi due enormi edifici sono la testimonianza diretta della fine di una civiltà, la pietra tombale di un’industria che ha conosciuto lo splendore ed ora è ridotta ad uno scheletro. Scheletri, spodestati dal tetto del mondo e adatti soltanto a riparare qualche poveretto senza una casa. Almeno, una funzione ce l’hanno ancora. Forse non è proprio quella che si immaginava il “funzionalista” Pagano, ma oramai cambia poco. Finchè nessuno troverà il coraggio di fare qualcosa con questi edifici (che, ricordiamolo, sono la prima immagine della città per chi arriva dalla pianura), allora forse è giusto che appartengono a loro, agli homeless, simbolo e specchio di una città che ha conosciuto la ricchezza e che ora, stanca e abbandonata, non riesce più a sollevarsi. Proprio come i senzatetto, proprio come gli stabilimenti dei lanifici Rivetti.

La Nuova Pettinatura per chi arriva a Biella

A questo punto desidero ringraziare l’assessorato alla cultura del comune di Biella, che gentilmente mi ha suggerito i nomi di avvocati, curatori fallimentari, e proprietari degli edifici, insomma di chi avrebbe potuto portarmi dentro alla struttura. Cosa che, ovviamente non è successa (a dirla tutta non abbiamo nemmeno ricevuto risposta).

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, possono essere riprodotte soltanto citandone il nome. Copyright Vuoti a perdere 2013]

 


[1]La stazione ferroviaria di Biella si trovava in quella che oggi è Via Lamarmora. Durante il fascismo, la stazione venne spostata nella posizione attuale: in periferia, perpendicolarmente a via Roma, evitando così che i treni entrassero in centro città. La nuova collocazione favorì sicuramente i Rivetti, in quanto i binari passavano (e passano tutt’ora) a pochi metri dagli stabili. Addirittura, vennero approntate alcune modifiche strutturali che permettevano, attraverso carroponti e gru, di caricare i prodotti lanieri direttamente sui convogli.

[2]Giuseppe Pagano (1896 – 1945) fu un importantissimo architetto funzionalista italiano. Dopo essere stato per anni membro attivo del regime fascista, divenne partigiano e morì prigioniero nel campo di concentramento di Mauthausen, tre giorni prima che la guerra finisse.

TERRA ROSSA parte due – DETTAGLI

Testi e fotografie di Riccardo Poma

Per TERRA ROSSA parte uno cliccare QUI.

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Siamo tornati alla suggestiva ex fornace di Terra Rossa, primo edificio abbandonato che abbiamo fotografato nonché oggetto del primo post apparso su vuotiaperdere. Ci siamo tornati con un diverso obiettivo, inteso nelle ambedue concezioni del termine: con l’o(b)biettivo di catturare alcuni particolari che ci erano sfuggiti e con un nuovo obiettivo fotografico dotato di uno zoom più lungo che ci facesse arrivare con semplicità a quegli stessi particolari. Ci siamo soffermati sui quadri elettrici, sui lampadari, sui manometri, sulle ventole di aerazione. Sulle evocative geometrie date dalle intelaiature ormai scarne dei tetti e dal contrasto tra la verticalità dei finestroni e l’orizzontalità di travi e muri, sull’affascinante prospettiva che si crea costeggiando il lunghissimo forno (una prospettiva che dona alla fabbrica l’aspetto di una “cattedrale del mattone”).

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In mezzo a questo santuario delle cose perdute, a questo monumento dell’abbandono selvaggio, ancora svettano montagne di gialli mattoni pieni e minacciosi lastroni di eternit. Ritrovando questi particolari, si è accentuata in queste nuove immagini l’idea – già balenata nei nostri primi viaggi – di un abbandono rapido e selvaggio. Sembra che, da un minuto all’altro, qualcuno abbia detto agli operai di prendere i propri effetti e fuggire, lasciando tutto com’era. Lasciando lì quelle altissime montagne di mattoni, lasciando aperta la porta del forno, lasciando gli interruttori su “acceso” mentre qualcuno, dall’alto, staccava direttamente la corrente elettrica. Quello che più ci piace di questo enorme luogo abbandonato (lungo 170 metri, alto 15 e largo 70) forse è proprio questo: l’impressione, più che di un abbandono, di una fuga.

[Cliccando su una foto si fa partire lo SLIDE SHOW]

È raro trovare posti abbandonati in questo stato: solitamente, coloro che lasciano un edificio con la convinzione di non tornarvi mai più prima “mettono in ordine”. È un paradosso, ma capita sempre. Si chiudono le porte, si fanno sparire le merci prodotte, si vendono i macchinari ancora utilizzabili. Alla fornace questo non è mai accaduto. Tutto è ancora lì, fermo e silenzioso ma ancora perfettamente “composto”, come se da un giorno all’altro qualcuno potesse riattivare la corrente, spazzare via quei mattoni ammuffiti, aggiustare i vetri alle finestre e ricominciare a cuocere l’argilla.

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, possono essere riprodotte soltanto citandone il nome. Copyright Vuoti a perdere 2013]

Thanks to Franci

FUOCO SULL’ ACQUA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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BIELLA. La FOR (Fonderie Officine Riunite) fu, tra gli anni ’30 e gli anni ’90, una delle più importanti fonderie del territorio. Tra tutte le fabbriche biellesi che costeggiano il corso del torrente Cervo (quasi tutte oramai tristemente abbandonate), è l’unica fonderia: tutte le altre erano aziende che lavoravano nel tessile. Difficile comprendere il perché di questa strana location. Probabilmente, prima di essere convertita in fonderia, anche la FOR era una fabbrica tessile. Ma non è solo l’unica fonderia adagiata sul Cervo: è anche una delle poche fonderie abbandonate rintracciabili sul territorio. L’industria metalmeccanica non ha mai avuto grandi stabilimenti nel biellese, ma quei pochi sono attivi ancora oggi. La FOR, col suo immenso salone ormai divorato dal verde e le sue molteplici vetrate in decadenza, resta una delle fabbriche più caratteristiche del biellese, se non altro per la sua “unicità”.

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2013]

TERRA ROSSA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

Fondata nel 1884, questa fornace fu una delle aziende più importanti del territorio biellese. Negli anni ’50 venne costruito il nuovo stabilimento e quello vecchio, che vedete in queste foto, fu letteralmente abbandonato a se stesso. Alto 15 metri, lungo 170 e largo 70, per un totale di circa 12.000 m², l’edificio e il suo enorme piazzale sono raggiungibili soltanto passando attraverso le risaie circostanti.

La terra intorno al gigantesco edificio è di un arancione irreale, provocato dalla sabbia che fuoriusciva dai muri durante la lavorazione dei mattoni.

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Quante case si possono costruire?

Entrando nelle viscere della fabbrica si scopre come sia possibile che, nonostante l’azienda abbia chiuso da parecchi decenni,  la terra intorno continui a conservarsi rossastra: lo stabile è ancora pieno di tonnellate di mattoni (2) che, a causa degli agenti atmosferici e della mancanza di manutenzione, disperdono tutt’ora la loro polvere al vento. In basso si vedono ancora i binari utilizzati per spostare i materiali da dentro a fuori la fabbrica e viceversa. Il telecomando del carroponte è ancora appeso al soffitto (3): sembra che gli operai siano usciti di corsa, in fretta e furia; pare che la fabbrica sia stata abbandonata da un giorno all’altro, come dimostra anche il gigantesco forno, lasciato aperto (4).

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3 4Squarci

Vista attraverso la porta di uno dei due corpi laterali (5). Le piante – cresciute attraverso il cemento – toccano ormai il soffitto, e sono tra le responsabili maggiori del disfacimento del tetto. Uno dei portelloni ha ceduto sotto il peso di una montagna di mattoni, che “ha spinto” dall’interno (6), un altro – quello in cui entravano i binari – è in condizioni critiche ed è ormai totalmente uscito dalle sue guide. Dai finestroni del magazzino si scorgono delle luci che sembrano quelle di giganteschi lampadari: si tratta invece della luce del Sole, che filtra dai moltissimi squarci presenti nel tetto (7).

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Vietato l’ingresso

La vista dal cancello principale (8) rende l’idea della grandezza del cortile circostante, un tempo colmo di camion, bancali di mattoni, operai. Oggi è solo un’immensa e desolata distesa di cemento che ospita arbusti e piccole piante. Un cartello dice “Vietato l’ingresso ai non addetti ai lavori”. Alle sue spalle, lo scheletro dell’enorme edificio giace abbandonato da decenni. Dove c’era rumore continuo, ora c’è silenzio surreale; dove c’erano centinaia di operai, oggi c’è un deserto di cemento e mattoni; dove c’era “lavoro”, c’è solamente un perimetro di mura destinate, prima o poi, ad essere totalmente divorate dalla vegetazione.

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Immagine satellitare

[i segnaposto indicano le posizioni da cui sono state scattate le fotografie]

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[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2013]