LA VILLA DALLE MILLE FINESTRE

SQUARCI DI BELLE EPOQUE IN PROVINCIA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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15 aprile 1912

Quante persone, quante donne possono dire di avere una villa che porta il loro nome?
Esci dalla portina ricavata da una delle quattro vetrate e ti accomodi su una seggiolina bianca di ferro, sotto le tende verdi. Roba all’avanguardia, le tende: c’è un buco dove infili una specie di chiave che, girando, le fa scorrere più avanti o più indietro a seconda del sole.
Il giornale parla della partenza del Titanic, una nave inaffondabile.
Al cinema, la sera prima, hai visto Quo Vadis?, una roba con le bighe e i gladiatori.
La vostra auto – una delle poche non solo del paese, bensì forse dell’intera provincia – è parcheggiata nella rimessa dove il signor Gallo, nero fino alle orecchie, cerca di capire qual è la rogna del motore. Si decidessero ad asfaltare ‘ste strade, pensi. Tanto vale aver la macchina se poi si balla di più che su una carrozza.
Ma è la belle époque, baby.
Non lamentarti. Non tu.
Non sei a Parigi, certo, ma le cose non ti vanno poi così male.
Vivi in una casa con dieci stanze per piano, per un totale di tre piani e quindi trenta stanze. Ogni stanza è affrescata, dipinta, pavimentata con le pianelle migliori che si trovino sul mercato. Hai una cantina piena di vini e formaggi pregiati. Ci sono talmente tante finestre che per contarle devi andare fuori, che da dentro non si capisce quante sono. All’ultimo piano, dal sottotetto, puoi raggiungere una torre, che culmina con un bussolotto metallico da cui, a 360°, puoi goderti il panorama. E che panorama.
Quello la in fondo – e no, non sbagli – è l’appennino tosco emiliano. Tanto per dire.

Puoi scegliere se prendere il sole in giardino, sotto una sequoia centenaria che è anche una delle poche presenti in zona, oppure se restare davanti a casa, sotto le tende verdi che vengono fuori girando una chiave. Oppure puoi salire al primo piano, dove c’è una terrazza tutta dipinta da cui vedi tutto il paese. Non ti fai problemi su come tirare avanti, in fin dei conti c’è lui che provvede a queste cose. Tu devi solo scegliere dove sederti a leggere, in santa pace. O a fare la maglia, che tua nonna – che era una che veniva dalla miseria – te l’aveva insegnato quando avevi 13 anni. O a ricevere gli ospiti, le amiche con cui ti piace prendere il tè.

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Fuori c’è la povertà, ci sono i contadini, ci sono i briganti. Tu invece stai al sicuro, ben protetta da quei muraglioni che chiudono fuori tutte le robe brutte della vita.
Un giorno però – lo sai anche tu, certo – questo splendore dovrà pur finire. Forse i tuoi discendenti rimarranno i proprietari della villa che reca il tuo nome, ma non è detto che i tempi saranno sempre così facili: forse il tuo vicino di casa, di mestiere contadino, si domanderà PERCHE’ lui sia costretto a lavorare come un mulo per vivacchiare e a te basti respirare per avere tutto ciò che ti serve e anche di più. Forse il tuo casato non godrà per sempre dello splendore odierno, e magari ai tuoi figli o ai tuoi nipoti toccherà vendere questo capolavoro. E allora arriveranno nuovi proprietari, che affitteranno la villa frazionandola in più appartamenti. Ma gestire una proprietà di questo tipo forse diverrà un onere troppo dispendioso per chiunque, e allora anche l’ultimo affittuario se ne andrà.

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Così la villa rimarrà vuota e deserta, fino a quando arriverà un nuovo proprietario intenzionato a ristrutturare; anche lui, però, si accorgerà che oramai costa meno tirare giù tutto e rifare da capo.
E allora entreranno i vandali, che romperanno i vetri e scriveranno sui muri.
E i furbacchioni, che ruberanno il rubabile e anche l’irrubabile (pavimenti e camini di marmo).
E i graffitari che testeranno le loro bambolette sul liscio marmo.
E i ragazzini del paese, che battezzeranno il proprio coraggio entrandoci di notte e facendo “uuuuuuu” alle ragazzine impaurite, in strada.
E i cacciatori di fantasmi, che diranno che si vedono strane sagome e si sentono rumori inquietanti di notte.
E i fotografi, che cercheranno in qualche modo di catturare la bellezza infinita di questa magnifica abitazione. Faranno fatica, perché certe cose forse bisogna proprio vederle.

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Sarà un enorme, spettrale, silenzioso scheletro vuoto. E allora, forse, questa splendida villa Liberty diventerà l’emblema della decadenza dell’aristocrazia, della fine dell’EPOCA BELLA in cui vivi ora. Rimarranno i particolari ricercati, qualche affresco, un enorme, incolto giardino botanico con sequoia, stanze di rara bellezza, terrazze fresche e meravigliose, vetri di lusso spaccati dai sassi.
Forse.
Per ora, però, puoi stare tranquilla. Tutto questo non è ancora successo. Probabilmente succederà, ma non ti sarà dato il dispiacere di vederlo accadere. Quindi rilassati. Torna al tuo giornale, alle tue tende, alla tua sequoia e alla tua sediolina bianca in ferro. Goditi tutto ciò. Goditi la tua belle époque.

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Anche perché magari sta iniziando a finire proprio in questo momento. No, non nella villa che porta il tuo nome, e nemmeno a Parigi, dove è nata. Forse sta iniziando a finire in un posto lontanissimo, a migliaia e migliaia di chilometri. E nemmeno sulla terraferma, bensì sul mare.

Dove una gigantesca nave inaffondabile sta finendo di affondare.

Thanks to Mister S., augurandogli di vincere la sua (durissima) battaglia, e alla sua mitica moglie.
Grazie inoltre a Lele e ad Andre.

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2015]

LONTANO DAGLI UOMINI

Testi e fotografie di Riccardo Poma

1. verso il centroL’auto sobbalza lungo i tornanti più stretti che io abbia mai visto. Addirittura, in alcuni di essi ci si deve fermare, fare manovra e riprendere.
Le strade si stringono man mano che ci si avvicina alla meta. Siamo partiti da una statale, abbiamo girato su una provinciale, siamo entrati in una comunale; mentre saliamo sulla collina su una strada che già ci sembra la più stretta del mondo, la nostra guida ci dice:
“rispetto a dove saremo tra dieci minuti questa è un’autostrada”
Evvai.
Arriviamo sul cucuzzolo della collina. Nei pressi di una chiesetta abbandonata, circondata da quattro case, prendiamo una stradina che scende nuovamente, stavolta dalla parte opposta rispetto a quella da cui siamo saliti. Tra gli alberi si intravede una diga.
La strada diventa un sentiero, asfaltata – male – ma talmente stretta e piena di crepe (sicuramente il catrame “buono” l’hanno tenuta per qualche via un po’ più trafficata) che la devi percorrere a passo d’uomo. Arriviamo ad un primo bivio, in cui si scorgono i resti di una chiesa. San Rocco, ci dicono.
L’ultima volta che qualcuno ci è entrato era il 1940.

2. san rocco
Proseguiamo, addentrandoci in un bosco sempre più fitto e impenetrabile. Una volta in questa piccola vallata ormai disabitata (dimenticata?) vivevano circa 300 persone, dislocate in tre frazioni ognuna delle quali di dieci, dodici case. Si tirava a campare facendo tre cose:
a) coltivando la vite
b) coltivando il melo
c) coltivando il castagno
Passiamo le prime due frazioni, diroccate ma ancora utilizzate da agricoltori e contadini che ci stipano pale e picconi. La nostra guida ci fa fermare dopo un bel po’. La sensazione è quella di esserci allontanati parecchio dalla civiltà, e non soltanto per il classico “ehi, ma qui non prende nemmeno il cellulare!”. Quando scendiamo dalla macchina, non un rumore che non sia il canto di qualche pennuto o il vento che sferza le foglie.
Siamo veramente lontani da tutto. La prima traccia di vita, in linea d’aria, è a non più di sette, ottocento metri, ma se si calcolano le viuzze per arrivarci si devono fare dei chilometri. E in che condizioni.
Un muro di mattoni ci dice che siamo arrivati.

Signore e signori, ecco a voi uno dei più isolati, caratteristici, magici, sconosciuti paesi fantasma del biellese. Abbandonato del tutto da circa 60 anni.

3. the wall
Nel 1901, come già detto, gli abitanti della valle si attestavano sulle 300 unità. Come facevano a vivere qui? Semplice, non gli serviva nulla di più di ciò che la loro terra gli dava.
Tuttavia, nel 1930 si era già scesi a circa 80 abitanti censiti. Troppo isolato, anche per quei tempi oramai lontani. Figurarsi per i tempi successivi, quelli dell’immediato dopo guerra, in cui cominciarono ad arrivare anche da noi il chewing gum, il telefono, Mike Bongiorno e la Topolino. In una sola parola, BOOM! Chi ancora poteva voler abitare in un paese in cui
a) si doveva camminare per ore prima di trovare altri scampoli di civiltà
b) la Topolino non sarebbe riuscita a percorrerne le (non asfaltate, in quegli anni) minacciose salite
E quindi, eccolo qua, il paese vuoto e dimenticato.
Dove c’erano vigne, meleti e castagni c’è ora solo un inestricabile, indefinito bosco, che tuttavia continua a proteggere (e a nascondere) in modo quasi paterno questo piccolo angolo di paradiso.
Le uniche cartine ad indicarlo sono state stampate negli anni ’60. Gli ultimi uomini a ricordarsene sono quelli nati prima del 1930. Un paese destinato a perdersi nel tempo e nello spazio, proprio come i suoi abitanti.
(Nello spazio, ammettiamolo, ci siamo persi un po’ anche noi).

04. la valle oggi
Percorriamo la (quasi invisibile) stradina d’ingresso alla frazione. Sembra di essere in un qualche film di Tim Burton, complice anche la luce del tramonto. Gli alberi, sinuosi e inarrestabili, sembrano esseri umani dalle lunghe braccia. In fin dei conti sono loro, con qualche animaletto, i veri abitanti di questa straordinaria frazione.
Arriviamo in una sorta di crocevia in cui si poteva scegliere se raggiungere il “centro” (se vedeste le dimensioni del suddetto vi mettereste a ridere – comunque è quello che si vede nella prima foto in alto) oppure, a destra, le numerose vigne, di cui resta qualche selvatica traccia.
Sul crocevia i ruderi di quella che doveva essere la chiesa. A suggerirlo, il fatto che sia l’unico edificio coi muri interni dipinti. Ci addentriamo in mezzo alle case. Quasi in ognuna di esse il tetto è oramai un lontano ricordo, precipitato sui piani sottostanti fino a raggiungere il suolo. A restare in piedi rimangono solo i muri portanti, con le loro porte di legno e le loro finestre.

[cliccando su una foto parte lo slideshow]

I muri sono costruiti con le tipiche pietre rossastre della zona (volevo vedervi ad andare a caricare mattoni dalla fornace, giù in città), mentre alcune volte si distinguono per anomale finezze (come le pietre incastonate nel calcestruzzo, orpello decorativo ma anche rafforzamento per la struttura).
In giro pochi, significativi, oggetti: un pitale (a suggerire che lì viveva qualche famiglia ricca – i poveri la facevano nel bosco), i resti di una sedia; si distinguono ancora stupende scale in pietra e i resti di qualche balcone. Bellissimi anche gli incavi nei muri, che formavano le cosiddette stagere (mensole) in cui appoggiare il pane, il sale, la pasta. Ora, complice il crollo dei pavimenti superiori, restano lassù isolate, utilizzabili solo da qualche gigante di passaggio (in fin dei conti, è un luogo da fiaba no?). Su un muro interno, il signor Carminati Mario scrisse, firmandosi:
“W la classe 1915”.
Firmato, Carminati Mario, 1935. 1935. Wow.
Sui muri esterni, invece, si distinguono ancora i numeri civici (sono alti perché continuavano la numerazione del paese di cui fa parte la frazione).

Un luogo incredibile, che proietta in un tempo che non c’è più. Destinato, purtroppo, a sparire nel tempo. Basti pensare che, tornando dopo appena un mese dal nostro primo giro, ci siamo imbattuti in un crollo che ha irrimediabilmente rovinato la main street della frazione. Guardate le due foto qui sotto, per farvi un’idea.

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Goodbye piccolo paese fantasma, o meglio, arvegsi! Forse la prossima volta che ti vedremo sarai messo ancora peggio, ma le tue tracce, le tue pietre, le tue travi, ce ne metteranno a sparire del tutto.
Intanto, resta pure lì, lontano da tutto: lontano dal rumore, lontano dalla frenesia, lontano dalle villette color Puffo e dai fabbriconi di cemento armato. Lontano dai piani regolatori e dai telefoni.
Lontano, e forse questo è un bene, dalla specie che ti partorì secoli fa.
Lontano dagli uomini.

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Thanks to Grazie a Giovanni e a sua moglie per avermi parlato di questo luogo.
Grazie al signor Dario, a sua moglie, e al loro fantastico modo di coccolarsi nonostante gli anni.
Grazie al loro cagnolino, sordo ma che sente col cuore.
Grazie inoltre ad Antonino e alla signora Luciana per le preziose informazioni.

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2015]

NELLA TERRA DI MEZZO (UN’AUTO BLU, ZERO SCALE E TANTE DOMANDE)

Testi e fotografie di Riccardo Poma

1 - vuoti a perdere

Cascina = campagna, Baraggia, in mezzo alle risaie, andando verso Vercelli

Filatura = città, Biella, in mezzo alle case, andando verso Biella

Perlomeno di solito.

Ecco a voi la prima villa/cascina/filatura costruita in mezzo alle risaie, lontana dalla città, non verso Biella ma verso Vercelli. Una vera e propria eccezione, un bel paradosso che valeva la pena di essere raccontato. Ha senso costruire una cascina in centro città, sul Cervo? No, come – sulla carta – non ce l’ha costruire una filatura in mezzo alle risaie, se non altro perché

a) è scomoda per chi la deve raggiungere

b) ogni volta che tagliano riso ti riempiono i filati di polvere

c) non hai fiumi ne rogge per creare energia e (soprattutto) scaricare le scorie (eddai, lo sappiamo tutti che sul Cervo costruivano ANCHE per questi motivi qui).

In realtà questo luogo così anomalo nacque come mulino: l’acqua arrivava da un fosso che si staccava da una roggia vicina. Era uno dei due mulini più grandi della zona; l’altro è questo qui.

Per tanti anni rimase chiuso, poi a inizio anni ’80 fu convertito in filatura. E qui si torna alle tre domande qui sopra: perché proprio lì?

Boh, certo è che le questioni non si esauriscono qui. Anzi, questo vuotoaperdere è tutto pieno di domande senza risposta.

Tipo:

a) perché sono state portate via (quasi) tutte le scale? Qualche genio dirà “si vede che erano di marmo e valevano qualcosa”. Può darsi, ma volete dirmi che erano di marmo pure le scale esterne? La cosa interessante è che, a causa di questo precipitoso smontaggio di scale, è impossibile raggiungere i piani superiori della Villa adiacente alla fabbrica. Esatto, abbiamo detto villa perché un’abitazione con un soffitto come quello che vedete nelle foto non era sicuramente quella del contadino o dell’operaio. Una delle poche scale rimaste, ahinoi, non porta più in nessun luogo (e te pareva?)

b) quante cavolo di scale c’erano in questo posto? Ovunque ti giri vedi una scala (o le sue tracce). Il titolare della ditta era soprannominato l’Escher delle risaie?

c) cosa diavolo ci fa una macchina in mezzo al cortile? (fin qui però niente di strano; la vera questione dunque è): perché è stata smontata, smembrata, triturata? E soprattutto, perché prendersi la briga di smontarla in ogni modo per poi lasciare i pezzi lì, a tre metri di distanza a prender la pioggia? [se vi interessa il modello guardate qui]

Mah. Poche sono le certezze.

Sappiamo ad esempio che nella filatura lavoravano 6 persone per turno su 3 turni di lavoro.

Sappiamo che negli anni ’80 la villa fu convertita in uffici.

Sappiamo che il caseggiato che fungeva da officina ospitava, al piano superiore (quindi, indovinate un po’, irraggiungibile), l’abitazione del custode.

Sappiamo poi che la parte di fabbrica ospitava al piano terra preparazione e ring e al primo piano ring e roccatura.

Sappiamo che la fabbrica chiuse ufficialmente il 22/12/93 per cessata attività consegnando, come ci ha raccontato una persona che vi lavorò, “le lettere di licenziamento invece che la quattordicesima”.

Oggi tutto è a pezzi, cadente, silenzioso. La scritta “attenzione carichi sospesi” è ancora molto valida, anche se per motivi diversi da quelli per cui era stata pensata e appesa. Su una porta, segni che sembrano unghie. Unghie belle grosse. Unghie di orsi? In mezzo alle risaie? No. Unghie di un animale grande e forte, ma quale? Beh, questo è solo uno dei tanti misteri di questo luogo magico. E poi, insomma, senza un po’ di sovrannaturale che villa abbandonata sarebbe?

Il nostro giro è finito. Niente scale. Chissà come mai. Certo è un qualcosa che fa riflettere: chi prese quelle scale, non pensò che così facendo avrebbe negato per sempre l’accesso a dei luoghi che magari contenevano ancora storie che avrebbero potuto essere raccontate e fotografate. E che invece sono destinate a restare lì, irraggiungibili, forse ancor più stampate nel tempo perché torneranno ai piani bassi solo quando quelli alti crolleranno per l’abbandono.

Chissà se saremo ancora lì per fotografarli.

29 the haunted house

Thanks to Vero, Elis, Tia, e ovviamente alla signora Mariangela.

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THE SLEEP OF REASON PRODUCES NOSTALGICS

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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IERI.

Era una settimana che ci pensavi.
Avevi definito il concetto. Ne avevi appurato la profondità. Avevi persino minuziosamente cercato le parole giuste per esprimerlo.
Eri andato a comprare una bella bomboletta. Rossa.
Rossa? Mah. Vabbè, facciamo finta che abbia un senso.
“Rosso come il sangve dei gloriosi italiani che combatterono in Etiopia!”.
Vabbè.
Comunque era tutto pronto: ti sentivi un vero trasgressivo, un disgregatore del sistema, un ribelle impenitente e orgoglioso. Impettito, forse.
Non ti restava che scegliere un luogo idoneo. Un luogo idoneo per un pensiero così profondo.
Per uno slogan così audace. Forse a scuola qualcuno ti aveva insegnato che lo slogan, per essere tale, dev’essere ben visibile, entrare nella mente di chi lo legge (o lo sente) e a sua volta lo ripete.
Avevi dunque un’infinità di opzioni.
Sul muro di una fabbrica? Di una casa?
No, doveva vederlo il maggior numero di persone: dovevi trasmettere a tutti quella profondità, dovevi scioccare con la tua trasgressione. Uomini, donne, bambini. Operai e avvocati, impiegati e politici. Tutti avrebbero tremato leggendo quello slogan, potente ed imperioso.
Il posto doveva essere simbolico, metaforico, allegorico. Tutti dovevano vedere la tua opera, tutti dovevano esserne affascinati. La tua missione era pensata per un’azione su scala mondiale.
E così, quel pomeriggio, hai preso l’auto, la tua bomboletta, il tuo coraggio e sei partito.
Partito per una missione storica. E in effetti, hai lasciato il segno.

DSC_0297OGGI.

Prendiamo l’auto, la macchina fotografica e ci dirigiamo nei boschi, in cerca di scorci suggestivi. Dopo qualche ora di vagabondaggio, arriviamo davanti ad una piccola costruzione, una casetta in mattoni grigi costruiti nei pressi di quella che, un tempo, era una piccola, tranquilla area picnic.
Lo dimostrano i resti di una tavolo con panche, anch’essi in cemento.
Inizio a scattare e noto il capolavoro.
Più del concetto, comunque per nulla condivisibile, a colpirmi è la genialità della trovata.
Mi spiego. Vuoi andare su un muro a scrivere la tua idea? Va bene. Ma scriverlo su un muro che viene visto da
a) gente che va a funghi (5/6 all’anno)
b) clienti con prostitute (3/4 all’anno)
c) avventori occasionali (2/3 all’anno)
per un totale di presenze 10/13
NON è la cosa più stupida che tu potessi fare?
Capisci che quel muro non è esattamente il posto più frequentato del biellese?
Perchè hai scritto il tuo fantastico concetto in un posto in cui non passa nessuno?
Dove sta il senso?
Mi sono stilato una lista di risposte plausibili:
a) L’hai fatto perché eri lì imboscato con la tua morosa e, a te che il sistema lo odi e lo sbeffeggi, il tipico intaglio del cuore con iniziali sull’albero non ti piaceva; dunque: VIVA IL DUCE, AMORE MIO!
b) Eri tu il proprietario della struttura e, quando organizzavi picnic coi tuoi amici, ti garbava l’idea che la tua frase di benvenuto “eia, eia, alalà!” fosse accompagnata da un post it murario sulle tue già chiare idee politiche.
c) Sei un tale paurosone che non hai avuto il coraggio di scrivere il tuo slogan in un posto visibile ma l’hai fatto comunque perché così potevi raccontare agli altri neocamerati di averlo scritto:
“Ragazzi, ho scritto VIVA IL DUCE su un mvro!”
“Bravo!!!”
(tra l’altro, come cavolo hai potuto scriverlo col ROSSO?!?????????)
Qualunque sia il motivo, comunque, complimenti.
Mi giro e vedo una sorta di pietra tombale nei pressi della costruzione, una specie di menhir moderno.

DSC_0298La guardo. Che strano, penso, non c’è scritto nulla.
Bè, una cosa, volendo, la si poteva scrivere:

“qui davanti giace l’incredibile stupidità umana”.

Monumento alla memoria. Sai che turismo?
Così magari qualcuno, finalmente, leggerà il tuo capolavoro. O no?

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THE SOUND OF SILENCE

UN VIAGGIO TRA RISTORANTI, NIGHT CLUB E DISCOTECHE DISMESSI IN PIEMONTE

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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Il silenzio delle fabbriche è assurdo. Una fabbrica è voci, rumori, movimento. Allo stesso modo, forse addirittura in modo maggiore, appare assurdo il silenzio dei – scusate il luogo comune – luoghi della notte: dei night, delle discoteche, dei luoghi che tanto ci piace definire “della movida”. Luoghi pensati appositamente per ospitare il rumore, che sovvertono la temporalità (giorno/notte) e la motivazione (lavoro/svago) della fabbrica ma che ne condividono l’aspetto “sonoro” (soltanto in presenza di alti volumi, fabbriche e discoteche possono considerarsi “vive”).
Abbiamo preso un pezzo di carta, e scritto i nomi di diversi luoghi che, a memoria, sapevamo appartenuti alla vita notturna del triangolo risaiolo compreso tra le provincie di Biella, Vercelli e Novara. Abbiamo cercato quei luoghi di cui ci ricordiamo perché ci siamo stati – ahimè, quando eravamo un po’ più giovani e, sicuramente, un po’ più spensierati – di quelli in cui sono stati gli altri e ce lo hanno raccontato e di quelli che, molto semplicemente, ci ricordiamo abbandonati da sempre. Luoghi fotografati, in controtendenza rispetto ai nostri soliti post, specialmente dall’esterno, per evidenziarne le architetture talvolta strambe e talvolta esotiche, sempre però “fuori luogo”, fasulle, cozzanti col panorama delle risaie, delle villette bifamiliari. Non ho mai amato la discoteca, ne come luogo ne tanto meno come concetto: anzi, vedere queste facciate di cartapesta distruggersi per ovvie ragioni (sono di cartapesta!) mi fa venire in mente un facile parallelismo tra la volatilità delle architetture e quella, ancor più triste, dei rapporti che vi si creavano dentro. Ma sono anche certo che questi oramai tristi esempi di grigio squallore padano sono stati, per molte persone, luoghi di serate indimenticabili, di primi appuntamenti, di strusciamenti più o meno consenzienti. Luoghi insomma di vita, di vita vera, di cui questo triangolo di cui parlavo prima avrebbe nuovamente un disperato bisogno. In qualunque modo la si pensi, la chiusura di questi locali è sintomo di un’amarezza diffusa che ci ha portato a rifiutare lo svago, a starcene a casa perché “siamo senza soldi”. E chi davvero amava ballare, è costretto a fare centinaia di chilometri per trovare posti decenti. Quando – basta leggere i commenti ancora presenti in rete – i posti decenti li avevamo tutti nel raggio di una ventina di chilometri.

Il Maialetto, Santhià (VC)

MaiAletto (1)
Il nostro reportage sui luoghi dimenticati della movida parte dalla frazione di Vettigné, sede dell’omonimo castello abbandonato che sarebbe un vuotoaperdere mica da ridere. A poche centinaia di metri dal castello, tuttavia, sorge il Maialetto, un nome che è tutto un programma. Edificato negli anni ’80, in posizione isolata affinché “ci si potesse fare casino”, è stato, secondo gli autoctoni, diverse cose:
a) ristorante
b) motel
c) circolo per scambisti
d) ristorante
e) bordello cinese
f) ristorante
Sui punti a, d e f siamo disposti a mettere la mano sul fuoco. Sugli altri, vedete voi. L’unica cosa sicura è che il punto successivo, manco a farlo apposta il punto g, ovvero la condizione attuale , è quella di edificio dismesso utilizzato (per colpa della posizione tremendamente isolata) come un’ignobile discarica a cielo aperto che da anni le autorità tentano invano di ripulire. Si fa notare per l’audacia del nome, da un lato in grado di evocare appetiti (culinari o sessuali che siano) e dall’altro genialissimo nel suo suggerire un’apertura prolungata (Mai a letto) che probabilmente non fu mai effettiva (o che lo fu ammesso che il punto e fosse veritiero).

IL TOCCO PIU’ KITSCH: i merletti medievali sul tetto.

Il Mirage, Massazza (BI)

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Seconda tappa del nostro viaggio è Massazza, un luogo che per i biellesi è un non luogo, in quanto ci passano soltanto perché è costruito sulla strada che conduce Biella a Vercelli (e si incazzano perché hanno messo quelle colonnine per il controllo della velocità). In realtà Massazza non è affatto un brutto posto, e ha addirittura un castello che il 95% dei paesi biellesi si sognano. Comunque sia, di fianco ad un colosso dello pneumatico di cui non diremo il nome per evitargli pubblicità (non saprei nemmeno dire se sarebbe positiva o negativa), sorge l’incantevole – a partire dal nome – Mirage, un ex night club che tutti rammentano perché all’interno del cortile c’è uno degli oggetti più kitsch che la mente umana abbia mai saputo partorire: una statua della libertà in scala 1:45 (Massazza come Las Vegas) che vanta
a) terrificante lampione circolare al posto della fiaccola.
b) veste ricavata da una bandiera americana usata a mo’ di toga.

Non è chiuso da molto, e addirittura su internet se ne parla come se fosse ancora aperto.

IL TOCCO PIU’ KITSCH: c’è da chiederlo? Lady Liberty Power!

Il Cinecittà, Cossato (BI)

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La prima discoteca del nostro reportage sorge a Cossato, il più grande comune biellese. Fu una delle prime discoteche della zona, progettata appositamente per il suo scopo con un gusto architettonico decisamente funzionalista (zero finestre, è praticamente un cubo indistruttibile che sembra un incrocio tra il sarcofago di cemento della centrale di Chernobyl e una stazione ferroviaria inaugurata ai tempi del duce). Al di la di tutto, il Cinecittà fu, tra gli anni ’70 e gli anni ’90, una discoteca decisamente frequentata e apprezzata. Addirittura, tracce sul web indicano una super serata (febbraio 1998) con nientemeno che Alessia Mancini, ai quei tempi velina supersexy di Striscia la notizia. Verso gli anni 2000, tuttavia, il calo di utenti “giovani” (diretti verso Novara, in posti tornati di moda come Le cave e Il maneggio, che vedremo dopo) portò i proprietari a cambiare impronta al locale, rendendolo una balera aperta anche il mercoledì sera in cui un pubblico un po’ più maturo poteva ballare, senza influssi techno e hardcore, del buon, sano latino americano. La scelta pagò per qualche anno, ma alla fine le porte si chiusero.

NOTA: i bambini di Cossato chiamano l’edificio l’astronave, a causa del suo pittoresco tunnel d’ingresso.

IL TOCCO PIU’ KITSCH: l’astronave.

I gatti e la volpe, Cossato (BI)
DSC_00512Ristorante.

Il Manila, Roasio (VC)DSC_0037
Il Manila è uno dei night club più famosi della zona, non tanto per la qualità dei cocktail o delle ballerine quanto perché, ogni sei mesi circa, sui giornali locali appaiono fior di articoli riferiti all’ennesima chiusura del locale. Una volta perché ci girava droga, una volta perché qualche ballerina non si limitava a ballare, ma l’unica cosa certa è che ogni sei mesi il Manila chiude. Chiude talmente veloce che tu ti chiedi: “ma perché, quando cavolo l’avevano riaperto?”. Da qualche anno, tuttavia, il Manila è rimasto chiuso per davvero, e sembra che questa volta nessuno abbia intenzione di rilevarlo. Forse perché tutti sanno che, massimo sei mesi, sarebbe di nuovo chiuso.

IL TOCCO PIU’ KITSCH: il nome.

Le cave, Serravalle Sesia (VC)

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Il letto del fiume Sesia è stato, a partire già dagli anni ’70, uno dei siti più floridi per le discoteche e i locali notturni. Discoteche come Le cave e Il maneggio vengono considerate tutt’ora tra le più belle mai aperte in Piemonte e, per alcuni, nel nord Italia. Le cave sorge a Vintebbio, piccola frazione di Serravalle sul cui suolo sorgono
a) la fabbrica di rubinetti Gessi (70% del territorio)
b) l’ex discoteca Le cave
c) il bellissimo castello di Vintebbio
d) un frantoio
Costruita ai piedi della collina, in regione Cave (!), la discoteca aveva un vastissimo parco che, ai tempi d’oro, possedeva laghetti, piante con fiori, insomma, tutto ciò che serviva per renderla, soprattutto d’estate, qualcosa di davvero unico. Col Maneggio di Romagnano seppe attirare la maggior parte dei giovani della zona, a tal punto che il sabato sera la scelta era proprio tra le due discoteche. Costruita negli anni ’80, fu abbandonata presumibilmente intorno al 2006/2007/2008.

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Non conosciamo con certezza la data della chiusura (accettiamo info da chi ne sa), ma a giudicare dal perizoma a vita altissima di questa ballerina, in un video girato durante una delle ultime sere, siamo certi che si tratti proprio degli anni che vi abbiamo indicato.

Il Top, Serravalle Sesia (VC)
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IL TOCCO PIU’ KITSCH: il font della scritta.

La pipa, Prato Sesia (NO)

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Altra discoteca importantissima, corredata da una piscina e da impianti sportivi d’avanguardia (campi da tennis, calcetto, basket, volley) che nel periodo estivo si riempivano di migliaia di persone. La discoteca chiuse i battenti (come Cave e Maneggio) nel 2008, un anno decisamente “nero” per le discoteche costruite nella valle del Sesia. Come molti altri locali, La pipa fu molte cose: ristorante, pub, discoteca, addirittura – in un tentativo disperato pre chiusura – una sala bingo.

DSC_0523Quanto a dimensioni è probabilmente una delle più grandi discoteche della regione. Nel retro, divanetti e cuscini sono stati letteralmente ammucchiati. Se non avessero chiuse tutte lo stesso anno, forse avrebbero potuto venderli ad un’altra discoteca della zona.

IL TOCCO PIU’ KITSCH: il colore dei cuscini.

Il maneggio, Romagnano Sesia (NO)
DSC_0553Se si fa qualche ricerca su internet si scopre che Il Maneggio è probabilmente la discoteca più nota e più rimpianta del circondario. Nacque parecchi anni fa come ristorante e dancing, poi divenne discoteca a tutti gli effetti e, infine, chiuse nel 2008. Era famosa per il gazebo ottagonale di legno. E quella scalinata che portava al parcheggio… Quante giovani in minigonna l’hanno scesa vomitando all’ultimo gradino? Ah, il vecchio, caro saturday night liver… (questa è per pochi). Più di tutte le altre, colpisce per l’architettura squallida (cartapesta, compensato e cartone) che veniva resa magnifica con le luci, gli ornamenti, il buio. Le vetrate dell’ingresso sono state frantumate, ma il celeberrimo specchio posto sotto la cassa è ancora presente.DSC_0546

lo specchio posto sotto la cassa e, sotto, un flyer dell’ultima serataDSC_0548

Sul web si trovano ancora un forum inerente al locale (che ne contiene anche una bella descrizione) e il sito ufficiale.

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IL TOCCO PIU’ KITSCH: l’ingresso di cartapesta e compensato.

BONUS TRACK: Il Due, Cigliano (VC)
DSC_0609Merita una parentesi del tutto particolare, nonostante la lontananza rispetto agli edifici raccontati finora, la discoteca Due di Denari, detta semplicemente il Due, situata sul territorio di Cigliano e per parecchi anni punto d’incontro per i giovani di tutto il Piemonte. Nei suoi ultimi anni di apertura divenne tristemente noto per una terribile vicenda accaduta nel parcheggio. Se infatti si scrive “due di cigliano” su Google, il settimo risultato è

Ragazzo muore accoltellato fuori da discoteca vercellese

DSC_0601L’articolo si riferisce ad un fatto tragico accaduto nel gennaio 2008 nel parcheggio della discoteca: un minorenne, in seguito ad una discussione particolarmente accesa, accoltellò un cliente che morì poco dopo in ospedale. Pochi mesi dopo il fattaccio il locale, che intanto aveva cambiato nome e si chiamava Sbang, chiuse definitivamente i battenti. Alcuni fini sociologi, sul forum del locale, cercano empiricamente le ragioni della chiusura:

“allora se il 2 ha kiuso e grazie solo alle teste di kazzo ke han fatto sempre casini all interno e all esterno della discoteca,così facendo il 2 (…) ha avuto vari problemi con la questura di vecelli,portando con se un casino di denunce,ma non e colpa dello staff x questo,cosa vuoi ke ti dica se lo shock o il pigalle non avranno mai di sti problemi allora non chiuderanno mai.a noi purtroppo ci è andata così”.DSC_0606

Un altro intellettuale continua sulla stessa falsariga:

“dite tanto del due che ha chiuso perchè non aveva i soldi .chissa perchè per due anni è andato avanti sempre con grandi ospiti e locale strapieno.il vero motivo della chiusura è solo per le solite teste di …… che andavano li solo per fare casino..”

Secondo un forum italiano di musica techno i motivi sono invece altri:

“forse qulacuno cmq nn ha ancora capito che il due nn ha chiuso x colpa delle risse o per colpa della gente ma semplicemente xkè lo staff i(…) ha avuto dei problemi interni con il proprietario del locale…….scusate questa uscita ma era doveroso chiarire il perchè della chiusura del due……”

Al di là delle dicerie (e della fama di locale malfamato, acquisita solo negli ultimi tempi), il Due fu una delle music halls più floride ed importanti  del Piemonte. Fondato nel 1968 come ballo con orchestra, divenne una discoteca nei ’70. Durante i suoi 40 anni di vita vi apparirono grandi DJ (Gigi D’Agostino, si dice, esordì proprio qui), personaggi dello spettacolo (Luca e Paolo, Elisabetta Canalis, Platinette, Fabio Volo, Gabriel Garko, Cicciolina, Selen, ecc) e cantanti (Ligabue, Subsonica, Lunapop, Articolo 31, Neffa e moltissimi altri). Con la sua architettura particolare, futuristica, il Due rimane una delle discoteche più pittoresche del Piemonte, ancora viva nel ricordo di chi ne conobbe i gloriosi fasti. Punto d’incontro e dispensa musicale per ben più di una generazione. Si conserva molto bene, anche e soprattutto per la posizione “cittadina”, lontana da quella potentissima natura che si riprende il suo che le appartiene.

DSC_0605IL TOCCO PIU’ KITSCH: i commenti online di alcuni ex frequentatori.

NOTA: se vi interessa l’argomento, consigliamo l’ottimo blog memories on a dancefloor.

Thanks to: Elis

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, possono essere riprodotte soltanto citandone il nome. Copyright Vuoti a perdere 2014]

IL CASTELLO CLONATO

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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Fra tutte le storie – vere o presunte – in cui ci si può imbattere gironzolando tra le risaie piemontesi, una delle più interessanti è sicuramente quella (vera) del cosiddetto “nuovo castello di G.”. Poco prima di entrare in paese, ci si ritrova sulla destra un imponente castello medievale, assolutamente ben conservato. Ma perché quel castello non è segnalato sulle guide? E, soprattutto, perché se chiedete indicazioni sul “castello di G.” venite indirizzati ad un altro edificio, posto in centro paese, molto simile a quello visto poco prima, ma ristrutturato e visitabile?

La storia inizia nel 1170, anno in cui Alberto di G. inizia la costruzione del castello (quello in centro). Inizialmente la struttura ha scopi difensivi (è circondato da un profondo fossato, e dalla torre si può sorvegliare l’intera piana circostante), ma tra il XV e il XVI secolo si trasforma in abitazione signorile. Nel 1459 Alberto (la dinastia intanto era stata costretta ad assoggettarsi a quella sabauda) fa erigere l’imponente torre, alta 48 metri. Squarciata da un fulmine nel 1721, fu restaurata soltanto nel 1927. I segni della riparazione sono visibili ancora oggi: in prossimità della fenditura, infatti, si vedono chiaramente l’innesto di un calcestruzzo differente e alcuni tiranti che evitano che la struttura si indebolisca.

Sul finire dell’ottocento, il conte Lancillotto (nome di fantasia) di G. (1850 – 1940), originario della zona di Ivrea ma imparentato coi conti di G., scoprì di non essere discendente diretto di Alberto. Di conseguenza, non sarebbe stato lui ad ereditare il castello, a vivere in quel lussuoso maniero. Alla irremovibile sentenza fecero seguito anni di violente liti familiari, in cui tuttavia Lancillotto non ottenne nulla. Il conte voleva il castello per ragioni d’onore e prestigio, ma anche per garantire alla sua sposa, Caroline Ashburner Nix (figlia di un potente, ricchissimo armatore inglese e il cui patrimonio era ben superiore a quello di Lancillotto), una vita lussuosa e agiata. La leggenda (spesso raccontata dagli abitanti del paese) secondo cui la Ashburner avrebbe minacciato di lasciare Lancillotto nel caso in cui non avesse ottenuto il castello, non ha invece fondamento storico, anche se molti la danno per veritiera. L’unica cosa certa, comunque, è che Lancillotto VOLEVA assolutamente il castello. E fu così che venne alla luce una delle più bizzarre idee mai partorite dalla mente umana.

Il conte chiamò a raccolta l’importante architetto torinese Carlo Nigra (fautore, tra le altre cose, del Borgo Medievale di Torino) e gli chiese di progettare un nuovo castello, identico all’altro ma se possibile ancora più sfarzoso. Insomma, un edificio che facesse rodere d’invidia i parenti litigiosi e, secondo Lancillotto, scorretti. La scelta del posto cadde quindi su una porzione di terreno di proprietà del solo conte, situata – guarda caso – ad appena duecento metri dal castello medievale.

“Non volete farmi vivere al castello? Benissimo, me ne costruisco uno identico ma più bello, ad appena duecento metri dal vostro”.

Follia? Forse, ma G. divenne da quel momento “terra di due castelli”.

5. Veduta generale dei due castelli

Tra il 1901 e il 1904, il castello venne edificato e terminato. Considerata la decadenza dei conti di G., la maggior parte delle spese di costruzione furono probabilmente sostenute dalla famiglia Ashburner Nix. Agli occhi dei presenti (non è dato sapere se ci fossero anche i parenti “cattivi”, che comunque vedevano l’edificio sporgendosi dalle finestre del loro castello) apparve qualcosa di meraviglioso: un maniero in perfetto stile medievale con tanto di torri, merletti, profondo fossato, ponte levatoio, portone a sesto acuto con griglia in ferro, feritoie, posti di vedetta. Utilità? Nessuna. Le uniche ragioni di esistere di questo castello furono una ripicca bella e buona e, forse, il timore di lasciar ad altri un ingente patrimonio. Elementi che rendono questa storia ancora più incredibile.
Nel 1940 Lancillotto, novantenne, si spense. La moglie, nata nel 1869, morì quattro anni dopo. In quel luogo così assurdo ed esagerato, i coniugi avevano trascorso in pace il periodo più cupo della storia italiana. Dietro quei vetri la guerra non arrivò mai. Ci passarono però i partigiani di stanza nella zona della Baraggia, e la contessa Ashburner, ormai anziana (e forse rinsavita dalla sua sete di lusso), non esito a offrirgli un nascondiglio. Il figlio Jean-Louis di G., finita la guerra, si spostò nuovamente a Torino (da cui era fuggito durante i bombardamenti), e il portone del castello venne chiuso per sempre intorno al 1955.

Sono passati sessant’anni, e il castello “clonato” sembra non aver sentito il passare del tempo. A guardarlo dalla strada, anzi, sembra uno dei tanti castelli ben conservati e perfettamente ristrutturati che si possono trovare in Piemonte. E invece, quel maniero ha il portone chiuso da ben 60 anni. Una prova lampante, oltre che della megalomania di Lancillotto, dell’enorme abilità architettonica e costruttiva di Nigra, artista a tutto tondo che fu anche pilota, musicista, pioniere della fotografia.

Il castello si trova ancora oggi in un’amena radura. Conta ben quattro torri, una costruita a destra sulla facciata anteriore e le altre tre su quella posteriore, dove si trova anche quello che doveva essere, un tempo, un meraviglioso giardino, circondato da mura fortificate perfettamente conservate. Al centro, un bellissimo pozzo artesiano con base in pietra decorata e parte superiore in ferro battuto. Si potrebbe azzardare che proprio la facciata posteriore conservi l’impatto visivo maggiore: a destra, quindi sulla diagonale della torre anteriore, c’è una bellissima torre che richiama la prima sia nello stile che nella maestosità. A sinistra, un’altra torre leggermente più bassa, meno decorata e più squadrata ma armonica nel riproporre lo stile dei merletti che sovrastano le mura del giardino. Appoggiata ad essa, l’unica torre a pianta circolare del complesso. Osservando le facciate non è difficile accorgersi che quelle macchie di colore sulle parti intonacate ospitavano un tempo disegni ed affreschi policromatici. La prima cosa che colpisce chi osserva questa meraviglia architettonica è il suo aspetto strutturale: si tratta della riproduzione in scala reale di un perfetto castello medievale “fortificato”, ancora più interessante se si pensa al fatto che la sua fortificazione (a meno che i litigiosi parenti non disponessero di un esercito) è totalmente, inequivocabilmente, grottescamente inutile. Non c’erano guerre in quegli anni, e nemmeno durante i due conflitti mondiali G. poteva considerarsi una zona a rischio invasione. Il castello è fortificato semplicemente perché il suo creatore lo voleva così, lo voleva in tutto e per tutto identico a quello degli odiati parenti.

Nei pressi di quella che doveva essere considerata l’entrata posteriore principale, riposa una targa in latino che reca le seguenti parole:

“Lancillotto G., signore di G., mellarum (non tradotto) di Nomaglio, Signore di Tavagnasco*, e sua moglie Carola Asburner Nix, eressero dalle fondamenta (da zero) nel 1902 il castello, terminato nel 1904, sotto la guida dell’architetto maestro Carlo Nigra”.

*Nomaglio e Tavagnasco sono due paesi nei pressi di Ivrea, in provincia di Torino, in cui Lancillotto visse prima di trasferirsi a G.

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Il motto della famiglia dei conti di G., vici et vivo (vinsi e vivo), è presente sia sulla targa che sul bellissimo soffitto decorato che salta agli occhi avventurandosi tra gli archi a sesto acuto della “veranda”, appoggiati su capitelli che richiamano lo stemma della famiglia del conte. A terra, alcuni tubi di stufa e i resti di un letto in ferro. Sul soffitto della depandance che collega il giardino al portone della facciata anteriore, un dipinto recita la parola “litis”, lite, come se Lancillotto avesse voluto giustificarsi con chi entrava in merito ai motivi del suo folle progetto. Da un buco nel muro si inizia a scorgere l’interno, che subito appare lussuoso. Solo entrando ci si accorge che praticamente TUTTE le stanze (non abbiamo saputo contarle tutte, ma sono tantissime) sono finemente decorate, affrescate, dipinte con gusto.

La prima stanza in cui entriamo ha tutte le pareti dipinte e un magnifico, coloratissimo soffitto in legno a cassettoni. Un gigantesco camino, che reca l’effigie della famiglia e una targa commemorativa, governa lo spazio. Gli affreschi sono diventati, in seguito al passaggio di qualche ragazzino un po’ scemo in cerca di emozioni forti, una vera e propria striscia a fumetti lisergica.

Proseguendo tra una stanza e l’altra, si trovano veri e propri pezzi da museo, come ad esempio il frigorifero Indes  (databile intorno al 1940). Un elettrodomestico che la maggior parte (se non la totalità) degli abitanti di G. poteva solo sognarsi, almeno fino al boom degli anni ’60. Salendo le scale, tuttavia, le sorprese non finiscono. Le condotte per trasportare il calore da un piano all’altro e i gabinetti rivelano un complicatissimo – almeno per l’epoca – sistema di riscaldamento e un rarissimo impianto fognario privato: a quei tempi, la gente andava in bagno all’aperto, o magari in una baracca costruita vicino a casa. Lancillotto e la moglie, invece, si sedevano già sulla tazza, proprio come facciamo noi oggi.

Attraversando corridoi e salendo scalette (alcune spaziose, altre decisamente anguste), si arriva alla sommità delle torri, da cui è possibile ammirare il panorama sul giardino e sul paese di G., oltre che sull’intera piana circostante. La ripida scala a chiocciola che sale dentro la piccola torre a pianta circolare conduce ad un bellissimo soffitto che ricorda quello delle cupole delle chiese. Se invece di salire si scende, si giunge invece all’ormai inagibile piano seminterrato, costruito sotto il livello del terreno e ospitante la cantina e una gigantesca cucina, con tanto di montacarichi per portare le vivande ai piani superiori in cui risiedevano i nobili.

Dal 1955, anno del definitivo abbandono da parte dei signori di G., nessuno si è fatto avanti per riqualificare l’edificio. Stufi del continuo via vai dei predatori – un giorno un antiquario arrivò addirittura con un camion – che negli anni hanno portato via praticamente tutto (mobili, oggetti d’arredo, quadri, tappeti, fotografie), alcuni capifamiglia di G. hanno acquistato l’edificio, una ventina di anni fa. Hanno riparato i tetti – che infatti sono praticamente nuovi – e hanno cercato di trovare acquirenti interessati all’acquisto. Presto però, a malincuore, hanno dovuto rivenderlo: le spese di gestione e ristrutturazione diventavano troppo alte, e negli anni mai nessuno si dimostrò davvero interessato a recuperare la proprietà. Un disinteressamento condiviso anche dagli enti pubblici, convinti che si tratti di un complesso troppo nuovo per poterne fare un museo.

31Forse però è proprio questo suo status a renderlo così interessante. Le ragioni e le modalità della sua costruzione lo rendono senza ombra di dubbio un castello unico al mondo. Forse con le giuste strategie di marketing potrebbe anche essere sfruttato a fini turistici. Per ora, comunque, il castello “clonato” di G. se ne resta lì, vuoto e abbandonato. Coi suoi camini, le sue perle ingegneristiche, i suoi affreschi, i suoi pavimenti, le sue torri, i suoi merletti. Con tutto il suo potenziale artistico, ma anche con un forte potenziale simbolico: il castello “clonato” di G. è una metafora della megalomania del potere, ma anche un report sullo stato in cui si trovava la nobiltà italiana di inizio secolo, vicina all’estinzione ma ancora in grado di ribadire il proprio carattere. È forse, prima di tutto, un manifesto sulla follia umana.

E già solo per questo sarebbe un peccato dimenticarsene.

Cartolina di R. in cui si vedono entrambi i castelli

Cartolina di G. in cui si vedono entrambi i castelli

Il castello visto dal satellite. La linea rossa tratteggia le mura di cinta.

Il castello visto dal satellite. La linea rossa tratteggia le mura di cinta.

NOTA: L’ingresso al castello senza permessi, oltre che molto pericoloso, è severamente vietato.

Thanks to:
Andre G. (compagno di ventura)
Andrea (per avercelo consigliato)
Elis, Francy (per l’aiuto nel decifrare la targa)

Si ringraziano inoltre
Il professor A.C. e il signor D.P. per le informazioni.
La ragazza della tabaccheria del paese e l’impiegata del comune per la disponibilità.

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