CHIUSO PER ALLUVIONE

Testi di Riccardo Poma
Fotografie di Riccardo Poma e Marco Rocco Destro

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Diario del Franco, operaio di Valle Mosso

Sabato 2/11/1968 – ore 20.38
Stasera, con la Maria e i ragazzi – il Giacomo, che a dicembre ne fa tre, e il Pietro, che ne ha fatti dodici ad Agosto – abbiamo mangiato un po’ più tardi del solito. Verso le sei ho fatto un salto dal macellaio, qua sotto casa, ho preso quattro bistecche (è sabato o no?) e le ho portate su. La Maria non aveva ancora messo su pentole né niente, al che le chiedo cosa capita. Anche perché di solito alle sei e mezza si mangia. Mi dice Franco, c’ho paura. Qua dicono che arriva l’alluvione. Gli dico di star tranquilla, che siamo al primo piano e qua tanto non arriva, ma lei mi dice che è dal pomeriggio che sente dei tuoni, come di temporale, ma si capisce che sono qualcos’altro. Le dico che giù dal macellaio ho trovato il Peru Murél, che abbiam parlato proprio di quello, e che lui, che arriva da Ponzone, ha visto che i tuoni sono le frane che continuano a venir giù sulle strade di Trivero e di Mosso. Cerco di tranquilizzarla, ma oh, son mica tranquillo neanche io. Son dei giorni che piove come Dio la manda, va anche bene basta. Guardo fuori dalla finestra, i tombini che sputano acqua in continuazione, i bordi delle vie tutti pieni d’acqua e con dei rivoli… Fa paura! Oggi ho fatto un salto verso su, e i fiumi non è che mi sono piaciuti tanto. Sembra che l’acqua si sta mangiando tutti i bordi, e dicono che è per quello che i torrenti si ingrossano e diventan pericolosi. Basta che la pianta di mangiare, perché la fabbrica dove lavoro è proprio costruita sullo Strona, e sai mai che si mangia anche il sotto e lunedì vado a lavorare e mi trovo coi piedi a bagno. Vabbè, il tempo mica lo possiamo controllare. ‘Nduma dormi, che l’è mej.

Domenica 3/11/1968 – ore 02.44
Quando mi sveglio non capisco bene cosa mi ha svegliato. Ma appena aprò gli occhi mi accorgo che qualcosa non va. Sento quel rumore di fiume che sento in fabbrica quando vado ai telai, che son proprio costruiti nella parte che da sull’acqua… Ma son mica in fabbrica penso. Son nel mio letto, ed è pure sabato. La Maria sente che mi sono alzato e si mette seduta anche lei, la vedo che presta l’orecchio. Il rumore d’acqua è proprio forte, ma non si sente mica solo quello: qualcuno sta anche urlando, e sento come rumore di ferro che batte o si accartoccia o qualcosa di simile. Faccio per accender la luce, ma la luce mica si accende. Ecco dico, sta a vedere che è saltato tutto, per colpa di sto tempo… ‘Spetta un po’, fammi vedere se per strada è accesa la pubblica, così se manca dappertutto non scendo neanche fino al contatore. Mi avvicino alla finestra, la apro. Mi viene un attimo male: il rumore di prima è forte, ma forte davvero. Apro anche le persiane e lì mi sento male davvero, quasi svengo sul balcone. La luce pubblica non c’è, è tutto buio, ma sono sicuro di quello che c’ho davanti: davanti a me, come se fossi su una barca, vedo un fiume d’acqua che passa a sfiorare il balcone. Sento le goccioline che sbattono sul cemento armato e mi cadono sui piedi. Guardo verso il lanificio, a fondo strada, e vedo la sagoma della fabbrica. L’acqua che sbatte sulla passerella, e la passerella c’ha qualcosa incastrato. Cerco di guardare meglio. Sto male per la terza volta. È una macchina.

Domenica 3/11/1968 – ore 06.11
Finalmente è arrivato il giorno. Non mi son quasi più mosso, da stanotte alla tre. La Maria è rimasta con me, sul balcone, tutto il tempo. Abbiamo sentito la gente urlare, il rumore delle case che si sgretolavano, i tuoni dei ponti che cedevano e delle frane. I matoch non si son neanche svegliati, fa un po’ te. Il fiume di stanotte, quello che mi passava davanti a casa, si è abbassato a vista d’occhio fino a rimanere alto un cinquanta, sessanta centimenti. Non è più acqua. È solo fango, tutto pieno di detriti. Qualcuno capisco cos’è – macchine, un furgone, un telaio portato via chissà da quale fabbrica (magari la mia) – qualcuno vedo la forma ma non riesco a capire. Qualche persona con gli stivali cominicia a girare per le strade, qualcuno piange. Ma nessuno urla più. Mi vesto, metto gli stivali, do un basìn alla Maria, scendo anche io. Per strada non si capisce più niente. È tutto un fango, da un muro a un altro muro. Non ci sono più giardini, parcheggi, niente, solo fango. Mi sembra un sogno. Ma non per quello che vedo: per quello che NON vedo. Mi sembra di essermi svegliato in un altro posto. Questo paese non è Vallemosso. Non c’è più niente di quello che c’era a Vallemosso.

Martedì 5/11/1968 – ore 10.00
Tutti – militari, operai, cittadini – lavorano per pulire e togliere il fango rimasto. In questi due giorni hanno trovato della gente, dei corpi. Una decina. Qualcuno non lo trovano perché l’acqua l’ha portato via. Non si lavora. Oggi sono andato alla fabbrica. E la fabbrica dalla strada non sembra messa male. Poi mi sposto, guardo dal fiume… ne manca metà.

Martedì 19/11/1968 – ore 07.00
Sono passati quindici giorni. Pensa te, anche il telegiornale ha parlato di Vallemosso. 12 morti, solo qua. Dicono che in tutto siamo sulla sessantina. 250 almeno le case distrutte, 100 le fabbriche, 350 le piccole attività artigianali, 400 le attività commerciali. Una valle di lavoratori in cui le fabbriche sono tutte o inagibili (quando va bene) o sparite, distrutte del tutto. Come cavolo facciamo adesso? Oggi sono andato di nuovo alla fabbrica. Che tristezza. Il padrone ha messo un cartello. “Chiuso per alluvione”.

Mercoledì 2/11/2016 – ore 9.35
Oggi è l’anniversario. 48 anni. Io oramai di anni ce ne ho 82, ma mi ricordo tutto bene, oh se me lo ricordo bene. Oggi il Sehmir, il bocia egiziano che il Giacomo mi ha messo come badante, mi ha portato a vedere la mia vecchia fabbrica. Ha spinto la sedia fino su là, che bravo ragazzo. Gli ho raccontato cos’era capitato. Gli ho detto che la fabbrica, la mia, chiusa per alluvione, non ha proprio mai riaperto. 48 anni che è chiusa, che è lì, a metà, senza un pezzo. Che roba. Io sono stato a casa qualche mese, nel 1968. Poi sono andato verso Cossato, a lavorare nelle fabbriche che il fiume non aveva portato via. Ho lavorato alla Tinval fino al 1992, l’anno in cui ha chiuso. Ogni tanto però penso ancora a quella notte, e a questa fabbrica chiusa da così tanto. Penso a cosa ci han detto: che la causa di tutto eravamo noi. Non noi, gli operai di Vallemosso, noi, gli uomini in generale. A forza di costruire attorno al fiume, di fiume ne era rimasto sempre meno, e alla fine l’acqua da qualche parte doveva pur passare. Se siete abituati a dormire in due nel letto a due piazze, e vi ritrovate a dormire sempre in due ma in un letto a una piazza, è chiaro che prima o poi qualcuno finisce per terra. Qui da noi l’acqua, senza il suo letto a due piazze, non è finita per terra ma è uscita sulle strade. E invece che smetterla, continuiamo. Non qui, qua ormai abbiamo imparato, e poi in realtà non che ci sia più molto da costruire intorno ai fiumi, se tanto non c’è più lavoro. Dico in giro per il mondo, come a Genova, in cui lì dal letto a due piazze sono passati pian piano alla brandina, e ogni volta che piove c’è da aver paura. Io paura non ne ho più, ma ne ho avuta davvero tanta, quella notte. Me lo ricordo, e spero che se lo ricordino tutti, quando gli verrà – perché gli verrà! – l’idea di costruire di nuovo dove è meglio di no.
Dovessero dimenticarsi, che vangano qua. Non c’è promemoria migliore della mia vecchia fabbrica, ancora oggi chiusa per alluvione.

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NOTA: La storia di Franco, pur basandosi su testimonianze reali e fornendo informazioni veritiere, è totalmente inventata.

La fabbrica raccontata in questo articolo immortalata domenica 3/11/68, la mattina dopo il passaggio dell'alluvione (cortesia di Angelo Giovinazzo)

La fabbrica raccontata in questo articolo immortalata domenica 3/11/68, la mattina dopo il passaggio dell’alluvione (cortesia di Angelo Giovinazzo)

Thanks to Carlo, Rocco
Grazie in particolare ad Angelo Giovinazzo per aver concesso la fotografia. Il lavoro di Angelo lo potete trovare su http://www.trivero-italy.com/

[Tutte le fotografie e i testi presenti in questo post sono tutelati dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotti altrove. Copyright Vuoti a perdere 2016]

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LA FABBRICA INVIOLATA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

DSC_7906bOgni fabbrica in cui si entra riserva sorprese particolari.
Non si può mai sapere cosa si troverà dentro un luogo abbandonato, questo è poco ma sicuro.
Tuttavia, ci sono sempre almeno tre certezze:
1) Non sei il primo a entrare lì dentro con una macchina fotografica
Sembra che ormai tutti siano entrati dappertutto. Chi fa foto di questo tipo non dice i nomi dei luoghi, ma spesso capita di entrare in una fabbrica ed esclamare: “ehi, ma io questa roba l’ho già vista”. Dove? Sul sito di uno che a le stesse foto che fai tu.
2) Il graffito è l’arma sociale dei primi anni 2000
Forse oggi hanno già smesso di andare di moda, ma uno dei tratti caratteristici di ogni fabbrica abbandonata è la presenza di graffiti sui muri. In realtà spesso “graffito” è una parola molto grossa, la maggior parte delle scritte è “Sandra ti amo” o “Jennifer ti odio, mortacci tua” – ma perché lo devi andare a scrivere dentro una fabbrica? Certo è che per almeno due tipologie di persone – i writers e i morosi di Sandra e Jennifer – i bianchi, enormi, silenziosi muri delle fabbriche in disuso rappresentano un foglio gigante che non aspetta altro che essere scritto o colorato.
3) Non troverai nulla in giro che tu non abbia già visto in un’altra fabbrica
Questo non è sempre vero, ma lo è spesso. Grosse stanze che sembrano ancora più grosse perché dentro non c’è più niente, assoluta (o quasi) assenza di oggetti. E per oggetti si intendono macchinari (i primi a sparire quando una fabbrica chiude) e oggetti veri e propri; quando va bene trovi un cartello, qualche macchia d’olio, qualche bullone.

Questo è ciò che accade in linea generale, ma è ovvio che si contino anche parecchie eccezioni, come QUESTA. La fabbrica di questo post è una filatura e fa parte di quelle eccezioni: non solo ha ancora molti oggetti al suo interno, ma addirittura sembrerebbe che ne vandali ne fotografi ne urbex siano ancora riusciti ad entrarci. L’architettura è particolare, modulare, fatta di mattoni rossi che le danno un aspetto imponente e granitico. Entrando dalla porta principale ci si trova davanti uno scalone di marmo e mosaicato. A destra, una piccola infermeria con un calendario (il modo migliore per comprenderne la data di abbandono) e un lettino con tanto di coperte. A sinistra gli uffici, nei quali svetta una fantastica timbratrice perfettamente conservata. Qualche graffito/scritta, ma davvero poca roba. Salendo le scale si approda alla sala mensa, piena di tavoli a cui sembra mancare solamente la tovaglia.

Tornando al piano terreno si può entrare negli spogliatoi, in cui sono ancora ben leggibili i nomi delle operaie sugli armadietti. Da qui si sbuca nella fabbrica vera e propria, qualcosa di molto, molto grande. Gli spazi erano frazionati per la suddivisione in reparti, ma è comunque difficile non accorgersi delle dimensioni. Pese, macchinari, manometri, pulsanti, indicatori, un (scusate il piemontesismo) “gabiotto” in cui svetta quello che pare un timone. I grossi macchinari non ci sono più, probabilmente venduti appena la fabbrica chiuse; ma tutto il resto non si è spostato di un millimetro. Una fabbrica inviolata, ancora risparmiata dalla furia umana, in balia di se stessa ma in qualche modo ben protetta. Qui è tutto fermo per davvero: non sono arrivati i fotografi a spostare le sedie vicino alle finestre per fare foto tremendamente banali dal titolo “la luce dell’abbandono”, non sono arrivati (o comunque non in massa) i fidanzatini delusi/innamorati di Sandra e Jennifer, non sono passati i soliti ladruncoli, cui una vecchia timbratrice o anche soltanto del rame farebbero parecchia gola.

Coi suoi colori sbiaditi, i suoi mattoni così nuovi eppure già così fuori moda, i suoi stanzoni simmetrici e il suo timone, questa fabbrica resta una delle più suggestive della zona. Forse proprio perché è rimasta ferma DAVVERO. Inviolata, non deturpata, non derubata.

Quanto durerà?

Un immenso grazie a Marianna

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BUGELLA HORROR STORY

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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“Pronto, senti c’è una fabbrica costruita nel 1850, chiusa da 40 anni, che secondo me dovresti vedere…”
In che senso chiusa da 40 anni?”
“Nel senso che l’hanno murata nel ’78”
“E come entriamo?”
“Qualcuno ha abbattuto una muratura per vedere cosa c’è dentro”
“E cosa c’è dentro?”
“….”
“Ehi?”
“Devi vedere”.

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“L’uomo nero non è morto, ha gli artigli come un corvo. Fa paura la sua voce, prendi subito la croce. Apri gli occhi, resta sveglio, non dormire questa notte…”

Tratto da A Nightmare on Elm Street, Wes Craven, 1984

La paura dell’uomo nero, del babau, è probabilmente la prima paura che abbiamo avuto, prima rappresentazione animata della più vecchia delle paure, quella del buio. Il buio è assenza di luce, OVVERO impossibilità di vedere, OVVERO qualcosa in cui un mostro potrebbe nascondersi senza farsi vedere (ma vedendo noi). Il buio è l’ignoto, lo sconosciuto, il non visto e dunque minaccioso.

Ora, girovagando per edifici in disuso la paura è un qualcosa che spesso ti porti dietro, che ti rimane li accanto, soprattutto se vai in giro da solo o comunque con compagnie ridotte. Paura di essere beccato, paura che tutto ti cada in testa, paura di fare incontri non troppo edificanti. Paura che le foto vengano male, ma questo è un altro discorso. Raramente, comunque, puoi avere paura del buio o di quello che NEL BUIO si nasconde. Innanzitutto perché andare in uno di questi luoghi di notte è totalmente inutile: come fai a fotografare? Si, certo, il modo c’è eccome, ma forse armeggiare col cavalletto o, peggio ancora, portarti dietro dei faretti non è proprio comodissimo. E poi, problema non da poco, dove li attacchi i faretti? Pretendi di entrare in una fabbrica abbandonata e trovarci l’elettricità? Troppo facile. Altra ipotesi, puoi usare il flash. Se ti piace, fai pure.

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Cosa succede però quando entri in una fabbrica le cui finestre sono state murate? Ci entrerai pure di giorno, ma se la luce, per ovvie ragioni, non passa, buio rimane.

Siamo in due. Entriamo da una scala che porta direttamente al primo piano. Al principio di questa scala si vedono i segni dei mattoni che muravano la porta. Entriamo armati soltanto di torce e macchina fotografica. Arrivati al termine della scala ci si ritrova nella parte “illuminata”, quella con le finestre.

Guardando verso il buio, non è difficile accorgersi

a) delle dimensioni di questo posto

b) del fatto che basta spostarsi di qualche metro dalle finestre per sprofondare nel buio più assoluto

Colonne e archi, archi e colonne, apparentemente. Nient’altro.

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Il pavimento non sembra quello di una fabbrica: è un selciato tipicamente ottocentesco, in cui le pietre sono incastrate nel calcestruzzo. Ancora più strano se calcolate che siamo al primo piano. Non proprio un pavimento/soletta che sa di leggerezza e slancio. Su alcune colonne ci sono delle scritte: “modificata il 6.8.1927”. Be, dai, la manutenzione è stata fatta abbastanza recentemente. Si e no 90 anni.

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Accendiamo le torce, andiamo verso il buio.

Apparentemente questo posto è tutto uguale. In qualunque direzione ci voltiamo, i nostri (esili, lasciatemelo dire) fasci di luce illuminano colonne, archi e selciato.

Proviamo a spegnere le torce. Buio pesto. Chi vuole tornare indietro, lo faccia ora.

Ormai convinti della monotonia del posto, non ci accorgiamo di essere arrivati davanti ad un’apertura nel muro. Mettiamo la testa dentro. Un lunghissimo, stretto corridoio senza sbocchi si appoggia a murature costruite in tempi più recenti. Interessante la scala che porta al piano di sopra. Porterebbe, se non fosse stata murata.

Torniamo nella fabbrica. Una torcia investe un oggetto enorme, davvero inquietante per forma e dimensioni. Ci avviciniamo: è una gigantesca cisterna, alta il doppio di noi (calcolate che arriva fino al soffitto, ovvero circa 4 metri) e lunga almeno una decina di metri. Abbandonata lì, come il relitto di una mastodontica nave colata a picco 40 anni prima. Rigenerato il 10.11.1975.

Anche qui come manutenzione possiamo stare tranquilli.

Attorno ci sono strani macchinari, compressori, tubature piene di rubinetti che oramai la ruggine avrà chiuso per sempre. Questa sì che è archeologia industriale.

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Dietro allE cisternE (avete capito bene, ce ne sono due), si entra in una stanza in cui ci sono ancora dei vecchi motori a gasolio e delle pompe che, probabilmente, facevano girare l’acqua dentro questo posto. Sul muro, una vecchia lavagna ancora scritta. Quel gesso è li sopra da almeno 40 anni.

Chissà se viene via con un cancellino.

Usciti dalla stanza dei motori (possiamo dire la “sala macchine”?), un altro scorcio inquietante cattura la nostra attenzione. Una serie di strani portoni sembrano chiudere delle gigantesche gabbie costruite sul muro.

Ora, io non è che per principio credo a certe cose. Però trovarsi lì, a 100 metri dall’uscita, al buio totale, dietro a una cisterna grande come quella di un’autobotte e davanti a delle gabbie alte 4 metri non è che mi sentivo proprio tranquillo tranquillo.

Entriamo?

Bè, ormai siamo qui.

Et voilà.

Nessun mostro. Soltanto un magazzino pieno di viti, bulloni, pezzi di ricambio. Un magazzino costruito come la tana di Freddy Krueger ma pur sempre un magazzino. Dentro c’è pure, appeso a un muro, un setaccio pieno di una qualche roccia. Esattamente lì dove l’avevano lasciato, con ancora dentro il materiale che veniva setacciato.

Continuiamo.

Un rumore, come di passi. Ecco. Trovato il mostro, penso.

Taccio per un po’. Poi trovo il coraggio di parlare al mio compagno d’avventura.

“Ma tu lo senti?”

“Sì”.

Fiu, penso, menomale. Cominciamo a cercare la fonte del rumore, che non sembra muoversi ma, complice la stramba architettura di questo posto, resta mooooolto difficile da localizzare. Dopo un po’ vedo, illuminato dalla mia torcia, un luccichio anomalo. Ci avviciniamo. Ecco il nostro mostro: un tubo perde dell’acqua che, a goccioloni, batte su un vecchio pianale di legno.

Ora, è vero che il mostro non c’era, ma il ritrovamento rimane lo stesso inquietante. Perchè dovrebbe passare del liquido in quei tubi vuoti da anni? Fuori c’è pure il sole, non può essere acqua piovana. Mah.

Dopo aver visto una stanza senza pavimento (ma con un simpatico asse che invitava a salire) e un mucchio (ma un mucchio davvero) di vecchi telai di legno, finiamo in una sorta di grande cella ospitante, oltre che delle simpatiche damigiane (chissà se questo vino è invecchiato bene?), dei filtri in cui un tempo doveva passare dell’aria calda.

Passiamo vicino ad uno stanzone in cui troneggia un cartello scritto con pennello e una calligrafia impeccabile, come se anche un banalissimo foglio informativo dovesse conservare uno stile adatto alla pregiata materia lavorata. Oggi l’avrebbero scritto con un Uniposca, magari regalandoci pure qualche bell’errore grammaticale. Tra corridoi, gallerie e migliaia di archi, torniamo al punto in cui eravamo entrati. Spegniamo le torce.

La luce del giorno ci rassicura. Non è stato proprio un giro di quelli facili. Speriamo almeno che le foto siano venute bene. Sicuramente sono diverse dalle altre.

Più scure. O forse, più OSCURE. Vedete voi. In fondo, è Halloween bellezza!

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RICEFIELDS’ LEBOWSKI

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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Quando si entra in una città, in un paese, in una frazione, c’è sempre una costruzione un po’ più alta delle altre che colpisce. Che sia un campanile, un condominio, un monumento, o semplicemente un edificio più alto degli altri, c’è sempre un qualcosa che spezza l’orizzontalità e punta al cielo.
Nel caso del piccolo paese di N., ad attirare l’attenzione del turista (!) sono sei giganteschi silos.
Nulla di sacro, nulla di monumentale, nulla di magico. Dei silos.
Ma veramente molto, molto alti.
Le lamiere che li rivestono riflettono la luce del sole.
Le loro sagome slanciate spezzano la piattezza delle distese risicole.
Insomma, è veramente difficile non vederli.
C’è chi ha l’Empire State Building. C’è chi ha er Colosseo. C’è chi ha fabbriche abbandonate (tipo la città di Biella, QUI). Qui hanno i silos.
Meglio che niente.
“Sei mai stato a N.?”
“Si, quel paese dove hanno dei grossi silos!”

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In realtà a N. non ci sono solo i silos, anzi. Ci sta un bellissimo castello, ad esempio.
Eppure, nessuno lo nota passando da quella trafficata circonvallazione. O meglio, non subito.
Prima si vedono i silos.
Finchè la produzione è massiccia, vabbè: ci può anche stare. Stessa ragione per cui arrivare a Biella vedendo i lanifici Rivetti trepidanti di lavoro non era affatto deprimente, sessant’anni fa.
Quando però i cancelli si chiudono, i camion smettono di arrivare (e i silos si svuotano), allora forse il silos non è tutto sto gran biglietto da visita. Anche se queste sono cose che succedono spesso, difficilmente ci si pensa quando tutto va per il verso giusto.
Costruito sopra un mulino ottocentesco, del quale fino a qualche tempo fa (ovvero prima di una demolizione “controllata”) si poteva ancora scorgere la ruota, il mOlino di N. (con la O, come si usava una volta) è stato uno dei mulini industriali più importanti della zona. Non solo per i suoi grandi silos (aridaje) e per le sue gigantesche macine, bensì pure perché al suo interno c’era un laboratorio di analisi all’avanguardia. Insomma, se il grano era buono o cattivo lo decidevano dei tizi in camice bianco seduti in questa stanza che vedete qua sotto.

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Chiuso da poco meno di una trentina d’anni (ma i silos hanno ospitato il raccolto fino ad una quindicina di anni fa), oggi il mOlino è privo di vita; conserva però la sua imponenza, la sua aspirazione al cielo nonostante un territorio che dal cielo – se si escludono fosse e depressioni – è tra i più lontani in assoluto (il punto più alto di N. è a 18 metri sul livello del mare, probabilmente). La sua verticalità spezza l’orizzontalità del paesaggio risicolo, e nel farlo racconta un PRIMA (l’agricoltura rurale – “piatta”) e un DOPO (quella industriale – “verso l’alto”).

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Dentro il mOlino colpisce la moltitudine di oggetti ancora al loro posto, come se “l’ultimo giorno” di lavoro non fosse stato presentanto come tale, come se ogni dipendente avesse lasciato tutto com’era convinto che sarebbe tornato lì il giorno seguente. Il laboratorio chimico, con le sue provette, i suoi botticini ancora pieni di chissà cosa; gli uffici, con telescriventi, macchine da scrivere e calcolatrici (o “addizionatori”, come le chiamava un tempo la Olivetti), la scritta “ufficio” dipinta sui vetri; la casa del custode, coi sanitari, il campanello con scritta (ovviamente, “custode”), i paletti su cui stazionava un filo di ferro su cui stendere i panni. Pulsanti, coclee, interruttori.

E qualche sorpresa. Nel post dedicato alla Città del mobile mi chiedevo quante possibilità c’erano di trovare, in un luogo abbandonato, la fotocopia della carta d’identità di un tizio che conoscevo. Qui, al mOlino, mi sono chiesto: quante possibilità c’erano di aprire un quaderno a caso, il primo che mi è capitato davanti agli occhi entrando nel laboratorio, e scoprire che quelle parole – le ultime, quelle scritte il giorno prima della chiusura – erano state partorite a esattamente 48 ore dal momento in cui sono nato io? Destino? No, ma chi ci crede. Però fa pensare.

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Fa pensare che quei giganteschi silos siano ancora lì. Sei enormi guardiani.
Sei altissimi birilli che non troveranno mai un grande Lebowski in grado di tirarli giù. Né una palla abbastanza grande e pesante.
Forse un giorno arriverà una palla da demolizione, ecco. Ma io non credo.
È più probabile che quella palla sarà la palla del tempo. Lo strike definitivo potrà essere solo suo.

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Thanks to Franci

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NELLA TERRA DI MEZZO (UN’AUTO BLU, ZERO SCALE E TANTE DOMANDE)

Testi e fotografie di Riccardo Poma

1 - vuoti a perdere

Cascina = campagna, Baraggia, in mezzo alle risaie, andando verso Vercelli

Filatura = città, Biella, in mezzo alle case, andando verso Biella

Perlomeno di solito.

Ecco a voi la prima villa/cascina/filatura costruita in mezzo alle risaie, lontana dalla città, non verso Biella ma verso Vercelli. Una vera e propria eccezione, un bel paradosso che valeva la pena di essere raccontato. Ha senso costruire una cascina in centro città, sul Cervo? No, come – sulla carta – non ce l’ha costruire una filatura in mezzo alle risaie, se non altro perché

a) è scomoda per chi la deve raggiungere

b) ogni volta che tagliano riso ti riempiono i filati di polvere

c) non hai fiumi ne rogge per creare energia e (soprattutto) scaricare le scorie (eddai, lo sappiamo tutti che sul Cervo costruivano ANCHE per questi motivi qui).

In realtà questo luogo così anomalo nacque come mulino: l’acqua arrivava da un fosso che si staccava da una roggia vicina. Era uno dei due mulini più grandi della zona; l’altro è questo qui.

Per tanti anni rimase chiuso, poi a inizio anni ’80 fu convertito in filatura. E qui si torna alle tre domande qui sopra: perché proprio lì?

Boh, certo è che le questioni non si esauriscono qui. Anzi, questo vuotoaperdere è tutto pieno di domande senza risposta.

Tipo:

a) perché sono state portate via (quasi) tutte le scale? Qualche genio dirà “si vede che erano di marmo e valevano qualcosa”. Può darsi, ma volete dirmi che erano di marmo pure le scale esterne? La cosa interessante è che, a causa di questo precipitoso smontaggio di scale, è impossibile raggiungere i piani superiori della Villa adiacente alla fabbrica. Esatto, abbiamo detto villa perché un’abitazione con un soffitto come quello che vedete nelle foto non era sicuramente quella del contadino o dell’operaio. Una delle poche scale rimaste, ahinoi, non porta più in nessun luogo (e te pareva?)

b) quante cavolo di scale c’erano in questo posto? Ovunque ti giri vedi una scala (o le sue tracce). Il titolare della ditta era soprannominato l’Escher delle risaie?

c) cosa diavolo ci fa una macchina in mezzo al cortile? (fin qui però niente di strano; la vera questione dunque è): perché è stata smontata, smembrata, triturata? E soprattutto, perché prendersi la briga di smontarla in ogni modo per poi lasciare i pezzi lì, a tre metri di distanza a prender la pioggia? [se vi interessa il modello guardate qui]

Mah. Poche sono le certezze.

Sappiamo ad esempio che nella filatura lavoravano 6 persone per turno su 3 turni di lavoro.

Sappiamo che negli anni ’80 la villa fu convertita in uffici.

Sappiamo che il caseggiato che fungeva da officina ospitava, al piano superiore (quindi, indovinate un po’, irraggiungibile), l’abitazione del custode.

Sappiamo poi che la parte di fabbrica ospitava al piano terra preparazione e ring e al primo piano ring e roccatura.

Sappiamo che la fabbrica chiuse ufficialmente il 22/12/93 per cessata attività consegnando, come ci ha raccontato una persona che vi lavorò, “le lettere di licenziamento invece che la quattordicesima”.

Oggi tutto è a pezzi, cadente, silenzioso. La scritta “attenzione carichi sospesi” è ancora molto valida, anche se per motivi diversi da quelli per cui era stata pensata e appesa. Su una porta, segni che sembrano unghie. Unghie belle grosse. Unghie di orsi? In mezzo alle risaie? No. Unghie di un animale grande e forte, ma quale? Beh, questo è solo uno dei tanti misteri di questo luogo magico. E poi, insomma, senza un po’ di sovrannaturale che villa abbandonata sarebbe?

Il nostro giro è finito. Niente scale. Chissà come mai. Certo è un qualcosa che fa riflettere: chi prese quelle scale, non pensò che così facendo avrebbe negato per sempre l’accesso a dei luoghi che magari contenevano ancora storie che avrebbero potuto essere raccontate e fotografate. E che invece sono destinate a restare lì, irraggiungibili, forse ancor più stampate nel tempo perché torneranno ai piani bassi solo quando quelli alti crolleranno per l’abbandono.

Chissà se saremo ancora lì per fotografarli.

29 the haunted house

Thanks to Vero, Elis, Tia, e ovviamente alla signora Mariangela.

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LA FABBRICA IN ATTESA – VIAGGIO NEL COTONIFICIO POMA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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A Biella c’è (rullo di tamburi) “la cultura del tessile”, si dice. Vero. Non si dice che a Biella c’è una cultura della lana, e in effetti non è così. Molti pastori bruciavano (e bruciano ancora oggi) la lana delle loro pecore tosate, perché le aziende ne acquistano solo grandi quantitativi per volta.

Hai tosato tre pecore? Benissimo, la tua lana non conta niente.

A Biella non c’è una cultura della lana. C’è la cultura della lavorazione della lana. Lavoriamo il tessuto, da sempre, ma non ci interessa della materia prima.

Questa è la storia del cotonificio Poma, in cui invece si lavorava la materia prima.

In principio c’era Pietro, nato nel 1805. A lui importava della materia prima: ma non era lana, era cotone.

Al piazzo di Biella, tra il 1828 e il 1879, aprono almeno sette cotonifici, alcuni industriali, alcuni casalinghi (costruiti nella cantina di casa, insomma). Pietro Poma è uno di questi piccoli imprenditori; Pietro Poma è il padre di Antonio e Giuseppe, al Tunin e al Giusep, che negli anni ’50 iniziano a pensare che sia ora di ampliare la piccola impresa di famiglia, su al piazzo.

windowIl lavoro aumenta, e nel 1860 arriva l’idea di costruire un cotonificio industriale. Dove?

A Miagliano. E perché?

In effetti, perché? In quegli anni Miagliano è poco più di un villaggio, totalmente scollegato dalla civiltà (non soltanto in senso “sociale”, bensì anche in senso fisico: c’è solo un ponticello sul Cervo a collegare il villaggio al paese di Andorno e, quindi, a Biella). Dunque, perché proprio qui?

Perchè a Miagliano ci sono

a) un sacco di acque di caduta

b) una roggia che scorre da 400 anni

Ora, non serve un genio per capire che ai Poma tutta quell’acqua, per di più già in parte veicolata, facesse gola. Le fabbriche biellesi vivevano grazie all’acqua, era la loro fonte di vita.

Dunque, cominciano i lavori. Nel 1863, apre il cotonificio Poma di Miagliano.

Mille dipendenti, che negli arriveranno a toccare i 3000.

A Biella non c’è il cotone; arriva dall’Egitto (o meglio, dal Nilo) o dall’America. Quello che arriva dall’America è il cotone dei neri, e arriva (metaforicamente, o forse no?) sporco del loro sangue.

Che assurdo, quanto verosimile, collegamento: l’Alabama e Miagliano, Django Unchained e ‘l Giusep Puma.

A Miagliano, tuttavia, non nasce soltanto una fabbrica. Nasce un villaggio operaio, uno dei primi in Italia. Ma se in molte conformazioni industriali la gerarchia è CITTA’/FABBRICA/VILLAGGIO OPERAIO, a Miagliano è tutto diverso: con la costruzione della fabbrica, il villaggio diventa cittadina. A Miagliano “non c’è un villaggio operaio: il villaggio operaio È Miagliano”. E la fabbrica è più grande del paese che la ospita (guardate le foto aeree qui sotto, se non ci credete).

Tutto a Miagliano porta il nome dei Poma (in effetti, no, non mi da affatto fastidio se ve lo state chiedendo). Proprio perché tutto, grazie ai Poma, fu creato: grazie alla fabbrica, Miagliano ottenne

  • Servizio medico, dal 1865 circa
  • Cassa di risparmio aziendale, dal 1869
  • Mutuo soccorso per le malattie, dal 1872
  • Asilo e scuole di fabbrica, dal 1874
  • Società cooperativa alimentare, dal 1883
  • Cucina economica, almeno dal 1888
  • Circolo Poma per lo svago

Tutti gli abitanti di Miagliano, esclusa quella manciata di anziani che viveva nel villaggio originario, lavora nel cotonificio, e dunque può utilizzare questi servizi. Ovviamente, sempre nel rispetto e nella dedizione assoluta al padrone, padre dei lavoratori, messia delle famiglie operaie, benefattore ma solo fino a quando ci avrebbe stra guadagnato.

Amen.

[click su una foto per far partire gli slideshow]

Nel bene e nel male, comunque, Miagliano deve tutto ai Poma.

E l’impero si allarga. Altre fabbriche vengono aperte, tutte con una mansione diversa: ad esempio, a Biella c’era il finissaggio, alla “Polla”, località nei pressi di Miagliano, la filatura. Insomma, i Poma controllano il prodotto dalla produzione alla distribuzione.

Tutto va a gonfie vele per un centinaio d’anni (e dici poco?!), poi nel 1958 arriva la crisi del cotone. Il cotonificio chiude, ma non muore. I fratelli Botto acquisiscono il complesso, abbattono gran parte degli edifici e ricostruiscono trasformando il tutto in una filatura ultramoderna. Anche qui, però, il gioco dura relativamente poco. Agli albori del terzo millennio, anche il nuovo complesso chiude i battenti.

modern times

L’annessione ai lanifici Botto portò dunque all’abbattimento di molte ale dell’edificio. Ma il progresso non distrusse proprio tutto. Anzi. Forse per usarlo come magazzino o forse per scrupolo personale, la nuova gestione risparmia il corpo di fabbrica manchesteriano, il cuore pulsante della fabbrica, in poche parole, il cotonificio ottocentesco.

1967 - Ditta Botto - Miagliano

La nostra visita parte proprio da qui.

La cosa che salta subito agli occhi è il contrasto tra il vecchio e il (relativamente) nuovo, tra il cotonificio e il lanificio, tra l’ottocento e il novecento; in poche parole, tra la vecchia ciminiera di mattoni e l’asettico, moderno silos ferroso, lasciati vicini come fossero due diverse facce di una stessa medaglia. Si scende la scala, ornata in perfetto stile liberty in ogni particolare, e si arriva nel piazzale superiore, quello “che da sul Cervo”. Da qui si entra nel corpo manchesteriano, ovvero il primo edificio costruito in quel lontano 1860. Ovvero, il cotonificio.

Stanzoni affusolati, finestroni, archi. Sotto il pavimento, si scorge uno spazio che probabilmente veniva usato come scarico fognario. L’interno dello stabilimento sembra più il salone di una villa liberty che il capannone di una fabbrica. Ma, si sa, una volta anche l’occhio voleva la sua parte. E menomale per noi, vien da dire. Camminando si arriva fino al silos vecchio, in mattoni, che nasconde una bellissima, vorticosa scala che porta sotto, verso l’acqua del fiume. Qui approdiamo alla roggia, che veicolava l’acqua e dava energia alla fabbrica. Un tubo puntato dritto nel Cervo serviva a scaricare qualcosa. Meglio non porsi troppe domande su cosa fosse quel qualcosa. Risaliamo.

Arriviamo ad un altro magazzino, dove si ammira la stanza denominata “la cattedrale”, una sorta di magazzino dalla volta simile a quella di una chiesa. Poi scendiamo ancora, stavolta internamente, per raggiungere il ballatoio. Questa è la parte più antica del cotonificio, quella costruita per prima.

I finestroni ospitano rocce cadute oppure veri e propri alberi, che molto umanamente si “affacciano” letteralmente sul cervo per cercare la luce. Particolari costruttivi da brividi e colori straordinari.

Risaliamo nuovamente. Dal piazzale vediamo chiaramente lo stabilimento della Polla, poco più a valle. Di nuovo verso l’alto, stavolta per visitare la parte degli anni ’60. Si vedono ancora i pannelli solari installati negli anni ’60, tra i primi in Italia (ebbene sì, il fotovoltaico c’era già cinquant’anni fa).

la Polla

Qui però tutto cambia.

Scopriamo che il cotonificio Poma è un vuoto a perdere molto anomalo, almeno per noi: infatti, in alcune sue parti, non è vuoto. La parte novecentesca ospita diverse attività, nate dopo una decina di anni dalla chiusura della fabbrica.

modern times2

Il personaggio chiave di queste attività è sicuramente l’inglese Nigel Thompson. Con 30 anni di esperienza in materie prime laniere, Nigel è il geniale inventore di The Wool Company, un progetto che raccoglie piccole quantità di lane autoctone e non (in realtà sono quasi tutte provenienti da altri paesi europei) e le lavora – restando a Biella – fino al prodotto finito, che poi viene spedito nuovamente all’allevatore che può venderle col proprio nome impresso sopra. In poche parole, ogni allevatore del mondo può, grazie a The Wool Company, vendere la lana delle proprie pecore.

al bagno tenendosi per manoDunque, per tornare all’inizio, tutta quella lana che andava bruciata (o buttata) perché troppo poca per essere trattata a livello industriale, viene riunita fino ad averne una quantità che l’industria possa permettersi di lavorare. Nigel dice che la fabbrica non era abbandonata: era in attesa.

L’attesa è finita. Gli edifici del lanificio Botto, oltre a The Wool Company, ospitano The Wool Box, che promuove e vende lane autoctone, e l’associazione Amici della lana, anch’esso impegnato nella promozione della lana ma a livello culturale, attraverso eventi, spettacoli ed iniziative svariate. Svolte, ovviamente, DENTRO la fabbrica, negli strepitosi ed immensi saloni della parte novecentesca trasformata in spazio museale, spazio di spettacoli, insomma, spazio espressivo totale.

Al cotonificio Poma, nonostante la chiusura, la lana resta protagonista.

Questo è ciò che accade nei padiglioni dell’ex lanificio Botto, ex cotonificio Poma, ex fabbrica abbandonata, ex fabbrica in attesa.

Non ci resta che sperare che ce ne siano molte altre, di fabbriche in attesa come questa.

la lana di Nigel

Links

the wool company

the wool box

amici della lana

Thanks to un IMMENSO grazie a Nigel Thompson e a Manuela Tamietti, che hanno capito il progetto Vuotiaperdere e mi hanno aperto le porte dandomi fiducia. Grazie inoltre a Marco Chiarato per le preziosissime informazioni storiche.

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2015]

LA FABBRICA DEI COLORI

Testi e fotografie di Riccardo Poma1

Biella, il Cervo, un lanificio abbandonato: e così nacque il Biella Classic.
Tuttavia il Cervo non è l’unico fiume biellese ad aver ospitato sulle sue rive fabbriche di ogni sorta. Anzi. I fiumi biellesi circondati dalle fabbriche sono parecchi, e il fiume Strona è uno di questi.
È proprio sulle sponde dello Strona che nacque, più di cento anni fa, una delle realtà industriali più produttive del biellese, una roba da fare invidia alla tanto citata ghost town of wool di un post di qualche tempo fa. Questa è la storia di quella realtà.

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Questa è la storia della Tinval di Cossato, la fabbrica dei colori.

Cossato è la cittadina più grande della provincia di Biella. Così come il capoluogo è attraversato da un fiume, il Cervo, anche Cossato è attraversata da un fiume, un affluente del Cervo che si chiama torrente Strona. Ad inizio ‘900 la maggior parte delle fabbriche erano dei mulini: ovvio quindi che le costruissero vicine ai fiumi (in realtà poi si accorsero pure che così potevi scaricare qualunque cosa senza problemi, ma queste sono furberie venute dopo).

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Intorno al 1900, anno più, anno meno, un industriale costruisce una piccola fabbrica sullo Strona.
Il prodotto lavorato? La lana, ovviamente. Finita la guerra, intorno al 1945, il signor S. di Cossato acquista la fabbrica e progetta una cosa che ricorda molto le idee di un architetto che spesso citiamo, Giuseppe Pagano: l’idea del signor S. è quella di far diventare la fabbrica una piccola città, dotata di scuole, zone ricreative, centri di aggregazione. Una visione parecchio moderna, in cui l’uomo sta al centro e la fabbrica gli si plasma addosso. Cominciano i lavori. Il signor S. chiama la sua ditta TINVAL, ovvero Tintoria Industriale Vallestrona, decidendo non tanto di lavorare la lana quanto di colorarla. Arrivava bianca e se ne usciva colorata.

Ecco come nacque la fabbrica dei colori.

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24mila metri quadri, che diventeranno, negli anni di maggiore espansione, almeno il doppio. Insomma, tutta la parte nord di Cossato, quella che va verso Valle Mosso, diventa TINVAL.
Negli anni ’70 il signor S. lascia il posto al figlio, il signor E. Nel 1986 la Tinval conta più di 400 dipendenti, e il signor E. si rivela subito un imprenditore quantomeno controcorrente: va a cena coi suoi operai una volta alla settimana, fa volontariato e beneficenza nelle associazioni del paese, addirittura si candida alle elezioni con un sindaco comunista. Molti lo ricordano anche per la sua passione per gli animali. In che senso? Nel senso che, sui terreni della Tinval, negli anni ’80, vivono

a) 2 orsi marsicani
b) 2 dromedari
c) 1 yak
d) 1 emù
e) 1 daino

Un vero e proprio zoo, in cui i dromedari (si dice regalati da facoltosi clienti arabi) e gli altri animali vivevono liberi, in alcuni recinti presenti dietro la fabbrica. L’arca di Noè del tessile biellese procede a gonfie vele, almeno fino a metà degli anni ’80.

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Poi, inspiegabilmente, qualcosa inizia ad andare storto. Crack finanziari e denunce di inquinamento, soprattutto. Fatto sta che nel 1990 la TINVAL chiude i cancelli. Difficile individuare i veri colpevoli di quel pasticcio, ma di certo i cossatesi hanno le idee molto chiare su ciò che accade. Innanzitutto, sono certi che la colpa della chiusura non sia del signor E. che, anzi, viene ancora ricordato con affetto e commozione. No, secondo i cossatesi i colpevoli sono altri. Ma siccome costoro sono ancora tutti (o quasi) vivi e vegeti, mi limiterò a riassumere il pensiero dei cossatesi attraverso le parole del Giuanìn, 81 anni, ex operaio Tinval (andò in pensione nel 1989) che al bar mi dice:

“La Tinval ian ruinala i vari marchionne di turno e cumpagnia bela”

Qualcuno, secondo il Giuanìn, si arricchì parecchio con la TINVAL.

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A sentire i suoi amici e conoscenti, il signor E. non si riprese più da quel fallimento: non era solo il fallimento della Tinval, era il fallimento di un’idea di lavoro in qualche modo pura, trasparente, un’idea che il capitalismo selvaggio aveva irrimediabilmente sporcato ed infine annientato.
Quando, nel 1996, il signor E. decise di farla finita, furono in molti a pensare che quel gesto estremo fosse indissolubilmente legato alle sorti della tintoria.
La fabbrica dei colori era in pochi anni diventata la fabbrica del grigiore: chiusa, deserta, priva di vita. Un grigiore che sicuramente aveva investito anche il signor E., imprenditore buono, imprenditore “diverso” che amava il suo territorio e gli animali esotici.

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Nel 1999, l’ex area Tinval venne venduta all’asta. Alcuni capannoni – quelli “moderni”, edificati negli anni ’60 – furono subito affittati, altri solo recentemente hanno conosciuto una nuova vita: è il caso del padiglione anteriore, diventato un supermercato. Molti spazi, però, restano vuoti, specialmente quelli “della fabbrica vecchia”, adagiati sulle sponde dello Strona e costruiti con mattoni pieni, e non con dei – banali – muri prefabbricati di cemento armato.

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Dentro la fabbrica, al primo piano, è ancora presenta la macchina che fu centro nevralgico della produzione: al piano terra, la lana veniva divisa in matasse; poi, grazie ad un complesso sistema di nastri trasportatori, le matasse venivano spedite al piano superiore; qui, la lana veniva lavata e asciugata in un enorme riscaldatore (e dico enorme perché ci sto dentro in piedi). Gli operai dovevano solo assicurarsi che gli “appendini” non rimanessero mai privi di materia prima: lo “spostamento” della lana sul suo percorso prestabilito era del tutto automatico. La “macchina delle grucce” procedeva senza sosta.

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[cliccando sulle foto piccole parte lo slideshow]

Nei saloni vuoti l’acqua crea un tessuto sonoro grave ma accogliente. Si passa accanto a quella che fu la stanza adibita allo svago dei figli degli operai, l’unica dipinta con colori caldi; si scorge la scala a chiocciola che portava allo showroom nel sottotetto (guardate bene la foto, poi riparliamo di eventuale coraggio o eventuale codardia nel non salirla); si passa accanto alla centrale elettrica che dava energia a tutta la fabbrica; si giunge infine nel famoso showroom, sulla vetta, in cui i clienti più importanti venivano portati a osservare da vicino il prodotto (appena) finito.

E poi sale riunioni, scartoffie, macchin(ette o one?) del caffè, altre scale. E, alla fine, una spaziosa terrazza. Il posto in cui gli operai uscivano a fumare, a bere il caffè, a prendere un po’ d’aria. Forse, il posto in cui il signor E. veniva ad ammirare il suo regno, di notte, illuminato solo dalle luci di servizio. Poi si scende, si torna verso il basso. I silos che contenevano chissà cosa. Di nuovo quel muro cui, vuoi la vuotezza vuoi i vetri rotti, è facile vedere attraverso fino allo Strona, dietro.

E una donna manichino che ci guarda dalla finestra.

APPENDICE#1: A PIENO REGIME (1889 – 1989)

foto tratte dal libro “Quasi un racconto – Immagini dal tessile biellese“, 1989, ed. Tinval.
Fotografie di Dario Palma
eccetto quella a colori (estrapolata da una brochure della fabbrica) e la prima in B/N (archivio di Stato).

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APPENDICE#2: TINVAL IN B/N (la fabbrica dei colori in grigio)

Thanks to: Un immenso grazie ad Abramo, senza il quale questo post sarebbe rimasto soltanto nella mia testa. Per informazioni sui saloni “nuovi”, quelli affittabili, della Tinval, scrivete in privato. Grazie anche a Mariano.

 [Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2014]