LA FABBRICA INVIOLATA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

DSC_7906bOgni fabbrica in cui si entra riserva sorprese particolari.
Non si può mai sapere cosa si troverà dentro un luogo abbandonato, questo è poco ma sicuro.
Tuttavia, ci sono sempre almeno tre certezze:
1) Non sei il primo a entrare lì dentro con una macchina fotografica
Sembra che ormai tutti siano entrati dappertutto. Chi fa foto di questo tipo non dice i nomi dei luoghi, ma spesso capita di entrare in una fabbrica ed esclamare: “ehi, ma io questa roba l’ho già vista”. Dove? Sul sito di uno che a le stesse foto che fai tu.
2) Il graffito è l’arma sociale dei primi anni 2000
Forse oggi hanno già smesso di andare di moda, ma uno dei tratti caratteristici di ogni fabbrica abbandonata è la presenza di graffiti sui muri. In realtà spesso “graffito” è una parola molto grossa, la maggior parte delle scritte è “Sandra ti amo” o “Jennifer ti odio, mortacci tua” – ma perché lo devi andare a scrivere dentro una fabbrica? Certo è che per almeno due tipologie di persone – i writers e i morosi di Sandra e Jennifer – i bianchi, enormi, silenziosi muri delle fabbriche in disuso rappresentano un foglio gigante che non aspetta altro che essere scritto o colorato.
3) Non troverai nulla in giro che tu non abbia già visto in un’altra fabbrica
Questo non è sempre vero, ma lo è spesso. Grosse stanze che sembrano ancora più grosse perché dentro non c’è più niente, assoluta (o quasi) assenza di oggetti. E per oggetti si intendono macchinari (i primi a sparire quando una fabbrica chiude) e oggetti veri e propri; quando va bene trovi un cartello, qualche macchia d’olio, qualche bullone.

Questo è ciò che accade in linea generale, ma è ovvio che si contino anche parecchie eccezioni, come QUESTA. La fabbrica di questo post è una filatura e fa parte di quelle eccezioni: non solo ha ancora molti oggetti al suo interno, ma addirittura sembrerebbe che ne vandali ne fotografi ne urbex siano ancora riusciti ad entrarci. L’architettura è particolare, modulare, fatta di mattoni rossi che le danno un aspetto imponente e granitico. Entrando dalla porta principale ci si trova davanti uno scalone di marmo e mosaicato. A destra, una piccola infermeria con un calendario (il modo migliore per comprenderne la data di abbandono) e un lettino con tanto di coperte. A sinistra gli uffici, nei quali svetta una fantastica timbratrice perfettamente conservata. Qualche graffito/scritta, ma davvero poca roba. Salendo le scale si approda alla sala mensa, piena di tavoli a cui sembra mancare solamente la tovaglia.

Tornando al piano terreno si può entrare negli spogliatoi, in cui sono ancora ben leggibili i nomi delle operaie sugli armadietti. Da qui si sbuca nella fabbrica vera e propria, qualcosa di molto, molto grande. Gli spazi erano frazionati per la suddivisione in reparti, ma è comunque difficile non accorgersi delle dimensioni. Pese, macchinari, manometri, pulsanti, indicatori, un (scusate il piemontesismo) “gabiotto” in cui svetta quello che pare un timone. I grossi macchinari non ci sono più, probabilmente venduti appena la fabbrica chiuse; ma tutto il resto non si è spostato di un millimetro. Una fabbrica inviolata, ancora risparmiata dalla furia umana, in balia di se stessa ma in qualche modo ben protetta. Qui è tutto fermo per davvero: non sono arrivati i fotografi a spostare le sedie vicino alle finestre per fare foto tremendamente banali dal titolo “la luce dell’abbandono”, non sono arrivati (o comunque non in massa) i fidanzatini delusi/innamorati di Sandra e Jennifer, non sono passati i soliti ladruncoli, cui una vecchia timbratrice o anche soltanto del rame farebbero parecchia gola.

Coi suoi colori sbiaditi, i suoi mattoni così nuovi eppure già così fuori moda, i suoi stanzoni simmetrici e il suo timone, questa fabbrica resta una delle più suggestive della zona. Forse proprio perché è rimasta ferma DAVVERO. Inviolata, non deturpata, non derubata.

Quanto durerà?

Un immenso grazie a Marianna

[Tutte le fotografie e i testi presenti in questo post sono tutelati dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotti altrove. Copyright Vuoti a perdere 2016]

NELLE TERRE ESTREME

Testi e fotografie di Riccardo Poma

DSC_9076-1Nelle terre estreme è un libro di Jon Krakauer che racconta la storia vera di Chris McCandless, un ragazzo benestante della Virginia occidentale che, neolaureato, abbandonò la famiglia e intraprese un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti. Nell’agosto del 1992 il suo corpo senza vita venne trovato dentro l’autobus abbandonato in cui viveva da 112 giorni, in Alaska. Aveva 24 anni. Per anni si pensò che fosse morto di fame (il suo cadavere pesava appena 30 kg), oggi invece alcuni studiosi ipotizzano che si sia trattato di avvelenamento, causato da una tossina presente in alcune bacche di cui si nutrì McCandless durante il periodo in Alaska.

Qualunque sia stata la causa della sua morte prematura, la storia di Chris McCandless è una commovente storia di libertà. È la storia di un ragazzo che aveva tutto – sostegno economico, buona famiglia, ottimi risultati scolastici – e che decise di rinunciare a quel tutto “soltanto” perché non era quello che voleva dalla sua vita.

L’autobus di McCandless – che lui stesso aveva ribattezzato Magic Bus – divenne negli anni meta di pellegrinaggio per tutti coloro che erano interessati alla sua storia. Nel 2014 qualcuno sparse la voce che l’autobus sarebbe stato definitivamente rimosso (un sacco di gente si metteva nei guai per raggiungerlo), ma secondo le ultime testimonianze si trova ancora lì, in quelle incredibile terre estreme in cui ancora oggi l’uomo può tentare di fondersi totalmente con la natura.

Ora, non sono in molti a saperlo, ma pure noi nel nostro piccolo abbiamo il nostro Magic Bus. La storia è molto meno poetica di quella di McCandless, ma trovare un vecchio autobus, per giunta nei boschi, per giunta abbandonato, per giunta di un colore simile, non poteva farci venire in mente proprio nessun altro.

DSC_8991-1

L’autobus in questione è un vecchi(ssim)o 682 RN, prodotto da FIAT dal 1952 al 1956. Chi vive nei dintorni dei boschi in cui da tempo immemore riposa, sostiene che fosse stato portato lì per aprirci dentro un locale (avete presente quelli costruiti dentro i vagoni dei treni?), ma che per qualche ragione il progetto non andò in porto. Sicuramente è lì da parecchio tempo.

Almeno due ragioni lo confermano:
– non c’è più alcuna strada che porti all’autobus (eppure doveva esserci, non possono averlo scaricato lì da un elicottero)
– nel vano motore è cresciuta una pianta di dimensioni considerevoli

DSC_9028

I vetri sono svaniti, ma il resto è rimasto (quasi) uguale a com’era. Con molta più ruggine, molti più buchi sul soffitto, con le ruote sgonfie e il fondo che cede ad ogni passo, ma fortunatamente nessun genio ha staccato i cartelli (il migliore forse è “vietato sputare”), il volante, il quadro, i sedili. Tutto resta nella posizione in cui era. Questo sì che è un autobus di fantasmi.

DSC_9043Prima si parlava di Alaska, ma a vederlo così viene in mente piuttosto il Sud degli States, l’Alabama o forse la Louisiana. Terre così vaste e (spesso) selvagge da ospitare moltissime carcasse di vecchie auto. Ma si, insomma, diciamocelo: l’auto abbandonata, meglio se un vecchio pick up o una vecchissima Cadillac, fa molto Stati Uniti del Sud, Route 66. I più sadici diranno pure un po’ Non aprite quella porta. I più romantici penseranno a qualche racconto di Joe Lansdale, ambientato nelle sterminate piane del Texas orientale.

DSC_9039Ma torniamo al NOSTRO bus. Adagiato nelle terre estreme (o, per dirla in un molto meno poetico piemontese, “dinta i ruéi”), questo vecchietto ha perso la sua battaglia contro gli agenti atmosferici ma ha vinto quella contro la stupidità umana: vandali e furbacchioni gli sono sempre stati alla larga. Come mai? Probabilmente grazie alla riservatezza degli abitanti del posto, che sanno dov’è, ma mica lo dicono a tutti.

Forse un giorno la natura (quante volte abbiamo scritto questa frase?) si prenderà tutto, ma intanto i pochi fortunati possono ancora ammirare ciò che resta del nostro Magic Bus piemontese. Un “luogo” abbandonato davvero anomalo, se non altro perché siamo in Piemonte, mica in Alabama, e non è che di autobus dismessi se ne vedano tanti, in giro per le strade.

Anche perché qui da noi, di vere terre estreme, ne restano sempre meno. Un gran peccato.

Thanks to Anna

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2016]

LA VILLA SULLA COLLINA – MANSION ON THE HILL

Testi e fotografie di Riccardo Poma

DSC_0969

La villa sulla collina è un luogo magico. Un giardino botanico di pregio, vetrate bellissime, stanze e corridoi affrescati, stufe in ceramica, caminetti in marmo, sono solo alcune delle cose che vi si trovano dentro. Come si può raccontare questa bellezza che, nonostante tutto, ha resistito al tempo e all’abbandono? Una volta tanto, oltre che attraverso le foto, sarebbe interessante raccontare un luogo attraverso la musica. E quale luogo migliore di questo, per farlo? In fin dei conti, l’armonia costruttiva, la quiete del giardino, la delicatezza dei particolari, non fanno venire in mente proprio una musica rilassante e pacata?

DSC_0961Il tema – la villa sulla collina – è stato protagonista di parecchie ballate, soprattutto in terra americana. Forse perchè si tratta di una suggestione così forte da riuscire ad evocare, da sola, quel contrasto sociale molto americano ma anche molto biellese, il contrasto tra quelli che “stanno sotto” e sono figli di operai o contadini e quelli che stanno sopra, figli di imprenditori o semplici nobili, che giocano e vivono nella casa sulla collina. Qui di seguito abbiamo scelte tre di queste ballate, accomunate da un medesimo titolo (“mansion on the hill”, “la villa sulla collina” appunto), più una, una ballata piemontese forse meno nota ma egualmente evocativa. Quattro canzoni simili – per quello che la villa sulla collina evoca – eppure molto diverse, soprattutto nel raccontare quattro diversi stati d’animo. Abbiamo cercato di inserirle in modo che raccontassero una storia mutata nel tempo: dalla villa in cui si sente “musica psichedelica che riempie l’aria, in cui pace e amore soggiornano” cantata da Neil Young a quella in cui “non c’è amore” (è seppellito dallo sfarzo?) di Hank Williams; dalla villa lussuosa osservata dal bambino Springsteen e dal padre, simbolo di un sogno americano che sembra non essere per tutti, rinchiuso e ben protetto da “quei cancelli di duro ferro”, alla “ca sla colin-a” cantata dal nostro Gian Maria Testa, ballata sociale dal forte carattere politico che dimostra quanto le colline del Wyoming e quelle del Monferrato non siano state poi così diverse.

DSC_1017NEIL YOUNG, 1990

Well, I saw an old man walking in my place,
and he looked at me, it could have been my face

Be’, vidi un uomo anziano passeggiare al posto mio
E mi guardava, il suo volto poteva essere il mio

His words were kind but his eyes were wild,
he said “I got load to love but I want one more child”

Le sue parole erano gentili ma i suoi occhi selvaggi
Disse “l’amore è un peso ma voglio un altro figlio”

There’s a mansion on the hill, psychedelic music fills the air
Peace and love live there still, in that mansion on the hill

C’è una villa sulla collina, musica psichedelica riempie l’aria
Pace e amore vivono ancora lì, in quella villa sulla collina

Around the next bend take the highway to the sun
or the rocky road, it really don’t matter which one

Alla prossima curva prendi l’autostrada per il sole
O la strada sterrata, davvero non importa quale delle due

I was in hurry but that don’t matter now
’cause I have to get off that road of tears somehow

Ero di fretta ma adesso non ha importanza
Perché devo lasciare quella strada di lacrime in qualche modo

There’s a mansion on the hill psychedelic music fills the air
Peace and love live there still in that mansion on the hill

C’è una villa sulla collina, musica psichedelica riempie l’aria
Pace e amore vivono ancora lì, in quella villa sulla collina

DSC_0972

HANK WILLIAMS SR, 1947

Tonight down here in the valley I’m lonesome and oh how I feel
Stasera qui nella valle mi sento solo e oh come mi sento

As I sit here alone in my cabin I can see your mansion on the hill
Mentre sono seduto qui da solo nella mia cabina vedo la tua villa sulla collina

Do you recall when we parted the story to me you revealed
Ti ricordi quando ci siamo lasciati la storia che mi hai rivelato

You said you could live without love dear in your loveless mansion on the hill
Lei ha detto che si potrebbe vivere senza amore caro nel vostro palazzo senza amore sulla collina

I’ve waited all through the years love to give you a heart true and real
Ho aspettato tutto il corso degli anni l’amore per darvi un cuore vero e reale

Cause I know you’re living in sorrow in your loveless mansion on the hill
Perchè so che stai vivendo nel dolore nel vostro palazzo senza amore sulla collina

The light shines bright from your window the trees stand so silent and still
La luce splende luminosa dalla finestra gli alberi si distinguono in modo silenzioso e ancora

I know you’re alone with your pride dear in your loveless mansion on the hill
Lo so che sei da solo con il tuo caro orgoglio nel vostro palazzo senza amore sulla collina

DSC_1050

 

BRUCE SPRINGSTEEN, 1982

“There’s a place out on the edge of town sir
risin’ above the factories and the fields

“C’è un posto appena fuori città signore
che si erge sopra le fabbriche e i campi

now ever since I was a child
I can remember that mansion on the hill

fin da quando ero un bambino
posso ricordare quella casa sulla collina

In the day you can see the children playing
on the road that leads to those gates of hardened steel

Di giorno vedevi i bambini giocare
sulla strada che porta a quei cancelli di duro ferro

steel gates that completely surround sir
the mansion on the hill

cancelli di ferro che circondano completamente
la casa sulla collina

At night my daddy’d take me and we’d ride
through the streets of a town so silent and still

Di notte mio padre mi prendeva
e facevamo un giro attraverso le strade di una città così silenziosa e immobile

park on a back road along the highway side
look up at that mansion on the hill

parcheggiava in una strada secondaria accanto all’autostrada
e guardavamo quella casa sulla collina

In the summer all the lights would shine
there’d be music playin’ people laughin’ all the time

D’estate tutte le luci avrebbero brillato
e la musica avrebbe suonato e la gente riso

me and my sister we’d hide out in the tall corn fields
sit and listen to the mansion on the hill

io e mia sorella ci saremmo nascosti nei campi di grano alto
seduti e attenti a quella casa sulla collina

Tonight down here in Linden Town
I watch the cars rushin’ by home from the mill

Stanotte qui giù in Linden Town
io guardo le macchine sfrecciare dalla fabbrica verso casa

there’s a beautiful full moon rising
above the mansion on the hill”.

c’è una meravigliosa luna piena
che splende sopra la casa sulla collina”.

DSC_1104GIAN MARIA TESTA, 2006

La ca sla colin-a l’é bela, Maria la varda peui dis:
am piasrìa podèj catèla, sarìa ‘l mè paradis!
La casa sulla collina è bella, Maria la guarda e dice:
mi piacerebbe poterla comprare, sarebbe il mio paradiso!

L’é bianca la ca sla colin-a, l’é bianca come ‘n linseul,
s’it la varde a smija ch’a grigna, l’é pròpi la ca che a veul.
è bianca la casa sulla collina, bianca come un lenzuolo,
se la guardi sembra che rida, è proprio la casa che vorrei…

L’é gròssa la ca sla colin-a, tante stansie con finestre e pogieuj,
starìo pròpi bin là an sima, mi, mè òm e ij mè fieuj.
è grande la casa sulla collina, tante stanze, e finestre, e davanzali,
staremmo proprio bene là in cima, io, mio marito e i miei figli.

Mè pare fasìa ‘l murador l’é mòrt ancora spòrch ëd càussin-a,
l’ha fala chiel la ca sla colin-a, l’ha fala për quatr ësgnor.
Mio padre faceva il muratore, è morto ancora sporco di calce,
l’ha fatta lui, la casa sulla collina, l’ha fatto per quattro Signori.

E lor a ven-o d’istà stan mach doi mèis peui van via,
la ten-o mach basta ch’a sìa e mi a son sensa ca.
E loro vengono d’estate, stanno poco meno di due mesi e poi vanno via,
la tengono solo per il gusto di averla, e io invece sono senza casa.

La ca sla colin-a l’é bela, Maria la varda peu dis:
mi podreu mai catèla, për ij pòver a-i-é nen paradis.
La casa sulla collina è bella, Maria la guarda e poi dice:
noi non potremo mai comprarla, per i poveri non c’è paradiso.

DSC_1100Thanks to Lore
e a Valeria Caucino per avermi suggerito la canzone di Gian Maria Testa

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2016]

 

THE HAUNTED HOUSE – QUEL CHE RESTA DI VILLA C.

Testi e fotografie di Riccardo Poma

DSC_7866Ebbene si, pure noi biellesi/vercellesi abbiamo la nostra bella casa infestata. A Oropa Bagni abbiamo (ma sarà vero?) i satanisti, alla città del mobile i “ravers” (ma si dirà davvero così?), a Villa C. abbiamo i fantasmi. Insomma, non ci manca niente. Villa C. è un luogo di interesse oramai transgenerazionale: chiunque sia nato, diciamo, dal 1950 in poi, ci è entrato almeno una volta per scrivere sul muro “Andrea ama Martina”, per spaccare qualche vetro, per portarci la suddetta Martina e farle vedere che tipi coraggiosi che si è. Poi, quando si diventa grandi, ci si dimentica dell’esistenza di Villa C.; tuttavia, prima o poi, arriverà un figlio di dodici, tredici anni che chiederà “papà, ma dov’è di preciso Villa C.?”, e allora torneranno in mente vecchi ricordi e vecchie leggende e ci si ricorderà com’era bello quando s’era giovani e non s’aveva altro da fare, il pomeriggio dopo la scuola, che andare a cercare i fantasmi di Villa C.

DSC_7864La storia della Villa comincia intorno al 1800, ovvero quando la famiglia C., desiderosa di pace e tranquillità, acquista una vecchia azienda agricola situata nel bosco del paese. Nei terreni contigui alla fattoria, i C. edificano nei primi anni dell’ottocento una bella Villa di tre piani. Intorno, un giardino che ha le dimensioni di un parco. Non ci sono molte notizie su cosa facessero i C., ma sicuramente erano molto, molto ricchi. Il signor C. che interessa a noi – uno dei pochi di cui ancora si trova qualche traccia isolata negli archivi dei giornali locali – è l’avvocato e senatore Casimiro [nome di fantasia]. La leggenda narra che, al ritorno da un viaggio a Roma, l’avvocato sia entrato nel suo maniero e si sia trovato davanti uno spettacolo agghiacciante: la moglie e le due figlie decedute. Qui la leggenda – già di per se vaga – da nel vago: qualcuno parla di omicidio perpetato da una persona esterna alla famiglia, forse entrata per compiere un furto; altri sostengono che fu la stessa signora C., in preda a follia, a togliere la vita alle bambine per poi suicidarsi (qualche vecchio del luogo sosteneva che la signora C. fosse stata più volte tradotta in manicomio); i più realisti, infine, parlano di un’epidemia che colpì prima le figlie e poi la madre, annullando così l’ipotesi del padre che torna a casa e trova la famiglia sterminata. Sui giornali non c’è nessuna traccia di queste morti, ma è più che normale: si parlava di nobili, non di gente qualunque, meglio tenerli fuori dai rotocalchi. Secondo alcuni abitanti, il fattaccio avvenne intorno al 1920-22.

DSC_7887Casimiro, distrutto dal dolore, licenziò la servitù e si chiuse nel suo lussuoso maniero. L’ingresso alla Villa (e al giardino) fu vietato a chiunque. Col passare degli anni, il giardino divenne una foresta e la Villa cominciò a deteriorarsi. Nessuno vide più Casimiro. Il suo nome tornò sui giornali (questa è l’unica notizia VERA e ACCERTATA) soltanto nel 1937, l’anno in cui morì. Aveva 52 anni. Anche qui la leggenda ha diverse diramazioni: c’è chi dice che morì di malattia e chi invece sostiene che si tolse la vita impiccandosi. Il giornale, datato novembre 1937, non riporta le cause della morte, e non riporta nemmeno nomi di eventuali familiari: due elementi che in linea teorica potrebbero confermare l’ipotesi del suicidio e delle morti di quindici anni prima. Non si sa se qualcuno visse nella Villa dopo Casimiro. Alcuni anziani del luogo sostengono che durante la seconda guerra mondiale fosse già disabitata e a un livello di degrado piuttosto elevato.

DSC_7878Intorno al 1950, alcune persone iniziano a riferire particolari inquietanti sulla Villa: qualcuno sosteneva di aver udito una voce di donna che chiamava eventuali visitatori, altri giuravano di averla vista; altri ancora parlarono del fantasma di Casimiro, che ancora transitava nelle stanza della Villa con il suo cappio al collo; infine, qualcuno parlò di una vecchia su una sedia a dondolo che esortava i visitatori ad andarsene. In tempi più vicini a noi, qualcuno ha detto di aver visto i fantasmi delle due figlie, altri hanno affermato di aver udito le folli urla della signora C. Vero o no, ancora oggi Villa C. è una metà obbligatoria per i ragazzi del circondario.

DSC_7875La Villa balzò agli onori della cronaca ancora una volta a metà degli anni ’80, quando due giovani biellesi furono denunciati con l’accusa di aver rubato una grossa specchiera che si trovava al piano terra Ciò dimostra che fino agli anni ottanta nella villa c’erano ancora mobili e oggetti.

DSC_7883Una situazione molto diversa da quella che si si trova davanti oggi.  Dell’antica, signorile dimora non restano che quattro muri. Villa C. è stata depredata di tutto: mobili, oggetti (fin qui niente di incredibile), pavimenti, camini (!), finestre, addirittura porzioni di muri sui quali c’erano gli affreschi. Addirittura è stato rubato per intero lo scalone che portava al piano superiore, ora raggiungibile soltanto con l’aiuto di una scala a pioli portata lì da chissà chi. Villa C. conserva il primato, oltre chi di casa infestata, di abitazione più vuota e scarna dell’intera provincia. Ladri e furbacchioni hanno sfruttato la posizione isolat(issim)a dell’immobile per fare i propri comodi indisturbati. Lo hanno fatto per una settantina d’anni, e questo è il risultato.

DSC_7873Cosa resta, dunque, di Villa C.? Poco o nulla: i muri, repentinamente scarabocchiati e scritti in ogni angolo, qualche finestra, qualche sparuto ricordo dell’antico splendore. Forse qualche fantasma, più annoiato che spaventoso. Attorno, un ex giardino che pare la foresta amazzonica e che pian piano si sta divorando tutto. Non manca molto perché Villa C. sparisca per sempre, inghiottita nell’oblio e nell’ocurità. Proprio come accadde alla totalità dei suoi tristi, sfortunati proprietari.

Quei muri cadranno portandosi dietro la verità su ciò che vi accadde dentro. Solo a loro è dato conoscere i fatti. A noi non resta che immaginarli, cercando di cogliere una grandiosità che non si vede quasi più.

Thanks to Nic e Tia

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2016]

 

NELLA TERRA DI MEZZO (UN’AUTO BLU, ZERO SCALE E TANTE DOMANDE)

Testi e fotografie di Riccardo Poma

1 - vuoti a perdere

Cascina = campagna, Baraggia, in mezzo alle risaie, andando verso Vercelli

Filatura = città, Biella, in mezzo alle case, andando verso Biella

Perlomeno di solito.

Ecco a voi la prima villa/cascina/filatura costruita in mezzo alle risaie, lontana dalla città, non verso Biella ma verso Vercelli. Una vera e propria eccezione, un bel paradosso che valeva la pena di essere raccontato. Ha senso costruire una cascina in centro città, sul Cervo? No, come – sulla carta – non ce l’ha costruire una filatura in mezzo alle risaie, se non altro perché

a) è scomoda per chi la deve raggiungere

b) ogni volta che tagliano riso ti riempiono i filati di polvere

c) non hai fiumi ne rogge per creare energia e (soprattutto) scaricare le scorie (eddai, lo sappiamo tutti che sul Cervo costruivano ANCHE per questi motivi qui).

In realtà questo luogo così anomalo nacque come mulino: l’acqua arrivava da un fosso che si staccava da una roggia vicina. Era uno dei due mulini più grandi della zona; l’altro è questo qui.

Per tanti anni rimase chiuso, poi a inizio anni ’80 fu convertito in filatura. E qui si torna alle tre domande qui sopra: perché proprio lì?

Boh, certo è che le questioni non si esauriscono qui. Anzi, questo vuotoaperdere è tutto pieno di domande senza risposta.

Tipo:

a) perché sono state portate via (quasi) tutte le scale? Qualche genio dirà “si vede che erano di marmo e valevano qualcosa”. Può darsi, ma volete dirmi che erano di marmo pure le scale esterne? La cosa interessante è che, a causa di questo precipitoso smontaggio di scale, è impossibile raggiungere i piani superiori della Villa adiacente alla fabbrica. Esatto, abbiamo detto villa perché un’abitazione con un soffitto come quello che vedete nelle foto non era sicuramente quella del contadino o dell’operaio. Una delle poche scale rimaste, ahinoi, non porta più in nessun luogo (e te pareva?)

b) quante cavolo di scale c’erano in questo posto? Ovunque ti giri vedi una scala (o le sue tracce). Il titolare della ditta era soprannominato l’Escher delle risaie?

c) cosa diavolo ci fa una macchina in mezzo al cortile? (fin qui però niente di strano; la vera questione dunque è): perché è stata smontata, smembrata, triturata? E soprattutto, perché prendersi la briga di smontarla in ogni modo per poi lasciare i pezzi lì, a tre metri di distanza a prender la pioggia? [se vi interessa il modello guardate qui]

Mah. Poche sono le certezze.

Sappiamo ad esempio che nella filatura lavoravano 6 persone per turno su 3 turni di lavoro.

Sappiamo che negli anni ’80 la villa fu convertita in uffici.

Sappiamo che il caseggiato che fungeva da officina ospitava, al piano superiore (quindi, indovinate un po’, irraggiungibile), l’abitazione del custode.

Sappiamo poi che la parte di fabbrica ospitava al piano terra preparazione e ring e al primo piano ring e roccatura.

Sappiamo che la fabbrica chiuse ufficialmente il 22/12/93 per cessata attività consegnando, come ci ha raccontato una persona che vi lavorò, “le lettere di licenziamento invece che la quattordicesima”.

Oggi tutto è a pezzi, cadente, silenzioso. La scritta “attenzione carichi sospesi” è ancora molto valida, anche se per motivi diversi da quelli per cui era stata pensata e appesa. Su una porta, segni che sembrano unghie. Unghie belle grosse. Unghie di orsi? In mezzo alle risaie? No. Unghie di un animale grande e forte, ma quale? Beh, questo è solo uno dei tanti misteri di questo luogo magico. E poi, insomma, senza un po’ di sovrannaturale che villa abbandonata sarebbe?

Il nostro giro è finito. Niente scale. Chissà come mai. Certo è un qualcosa che fa riflettere: chi prese quelle scale, non pensò che così facendo avrebbe negato per sempre l’accesso a dei luoghi che magari contenevano ancora storie che avrebbero potuto essere raccontate e fotografate. E che invece sono destinate a restare lì, irraggiungibili, forse ancor più stampate nel tempo perché torneranno ai piani bassi solo quando quelli alti crolleranno per l’abbandono.

Chissà se saremo ancora lì per fotografarli.

29 the haunted house

Thanks to Vero, Elis, Tia, e ovviamente alla signora Mariangela.

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2015]

THE SLEEP OF REASON PRODUCES NOSTALGICS

Testi e fotografie di Riccardo Poma

DSC_0296

IERI.

Era una settimana che ci pensavi.
Avevi definito il concetto. Ne avevi appurato la profondità. Avevi persino minuziosamente cercato le parole giuste per esprimerlo.
Eri andato a comprare una bella bomboletta. Rossa.
Rossa? Mah. Vabbè, facciamo finta che abbia un senso.
“Rosso come il sangve dei gloriosi italiani che combatterono in Etiopia!”.
Vabbè.
Comunque era tutto pronto: ti sentivi un vero trasgressivo, un disgregatore del sistema, un ribelle impenitente e orgoglioso. Impettito, forse.
Non ti restava che scegliere un luogo idoneo. Un luogo idoneo per un pensiero così profondo.
Per uno slogan così audace. Forse a scuola qualcuno ti aveva insegnato che lo slogan, per essere tale, dev’essere ben visibile, entrare nella mente di chi lo legge (o lo sente) e a sua volta lo ripete.
Avevi dunque un’infinità di opzioni.
Sul muro di una fabbrica? Di una casa?
No, doveva vederlo il maggior numero di persone: dovevi trasmettere a tutti quella profondità, dovevi scioccare con la tua trasgressione. Uomini, donne, bambini. Operai e avvocati, impiegati e politici. Tutti avrebbero tremato leggendo quello slogan, potente ed imperioso.
Il posto doveva essere simbolico, metaforico, allegorico. Tutti dovevano vedere la tua opera, tutti dovevano esserne affascinati. La tua missione era pensata per un’azione su scala mondiale.
E così, quel pomeriggio, hai preso l’auto, la tua bomboletta, il tuo coraggio e sei partito.
Partito per una missione storica. E in effetti, hai lasciato il segno.

DSC_0297OGGI.

Prendiamo l’auto, la macchina fotografica e ci dirigiamo nei boschi, in cerca di scorci suggestivi. Dopo qualche ora di vagabondaggio, arriviamo davanti ad una piccola costruzione, una casetta in mattoni grigi costruiti nei pressi di quella che, un tempo, era una piccola, tranquilla area picnic.
Lo dimostrano i resti di una tavolo con panche, anch’essi in cemento.
Inizio a scattare e noto il capolavoro.
Più del concetto, comunque per nulla condivisibile, a colpirmi è la genialità della trovata.
Mi spiego. Vuoi andare su un muro a scrivere la tua idea? Va bene. Ma scriverlo su un muro che viene visto da
a) gente che va a funghi (5/6 all’anno)
b) clienti con prostitute (3/4 all’anno)
c) avventori occasionali (2/3 all’anno)
per un totale di presenze 10/13
NON è la cosa più stupida che tu potessi fare?
Capisci che quel muro non è esattamente il posto più frequentato del biellese?
Perchè hai scritto il tuo fantastico concetto in un posto in cui non passa nessuno?
Dove sta il senso?
Mi sono stilato una lista di risposte plausibili:
a) L’hai fatto perché eri lì imboscato con la tua morosa e, a te che il sistema lo odi e lo sbeffeggi, il tipico intaglio del cuore con iniziali sull’albero non ti piaceva; dunque: VIVA IL DUCE, AMORE MIO!
b) Eri tu il proprietario della struttura e, quando organizzavi picnic coi tuoi amici, ti garbava l’idea che la tua frase di benvenuto “eia, eia, alalà!” fosse accompagnata da un post it murario sulle tue già chiare idee politiche.
c) Sei un tale paurosone che non hai avuto il coraggio di scrivere il tuo slogan in un posto visibile ma l’hai fatto comunque perché così potevi raccontare agli altri neocamerati di averlo scritto:
“Ragazzi, ho scritto VIVA IL DUCE su un mvro!”
“Bravo!!!”
(tra l’altro, come cavolo hai potuto scriverlo col ROSSO?!?????????)
Qualunque sia il motivo, comunque, complimenti.
Mi giro e vedo una sorta di pietra tombale nei pressi della costruzione, una specie di menhir moderno.

DSC_0298La guardo. Che strano, penso, non c’è scritto nulla.
Bè, una cosa, volendo, la si poteva scrivere:

“qui davanti giace l’incredibile stupidità umana”.

Monumento alla memoria. Sai che turismo?
Così magari qualcuno, finalmente, leggerà il tuo capolavoro. O no?

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2015]

BIELLA CLASSIC

Testi e fotografie di Riccardo Poma

25

Cosa c’è di più Biella Classic di una fabbrica abbandonata, si sarà chiesto qualcuno? Bè, un lanificio abbandonato, per giunta sulle sponde del Cervo. Un ennesimo lanificio abbandonato sulle sponde del Cervo. Questa storia – una storia come tante – inizia nel 1848, quando un industriale della zona apre il suo lanificio sulle sponde del Cervo. Perché sulle sponde del Cervo? Perchè l’acqua era il motore principale delle fabbriche biellesi (ne era pure lo scarico fognario, ma su questo sorvoliamo – in fin dei conti in quegli anni l’inquinamento non si sapeva nemmeno cos’era). Attraverso canali artificiali (alcuni li potete vedere ancora oggi, con un po’ di attenzione) si deviavano consistenti quantità d’acqua “sotto” le fabbriche, in cui di norma era costruita una sorta di “stanza-mulino” che funzionava col più basilare dei concetti energetici: l’acqua faceva girare una pala il cui movimento creava energia per alimentare lo stabilimento. No, in effetti noi biellesi non eravamo affatto stupidi.

5

Nel 1871 l’industriale in questione (ebbene, non possiamo proprio dirvi il suo nome) decise di aprire un altro stabilimento, edificandolo questa volta più a monte, sulle ceneri di un vecchio (guarda caso) mulino in disuso. Presto il secondo stabilimento, più grande del primo, divenne il centro nevralgico della produzione. Lo stabilimento a valle, tuttavia, rimaneva in una posizione strategica perché, agli inizi del ‘900, gli venne edificata accanto la prima ferrovia cittadina. Il fiume da una parte, il treno dall’altra. In mezzo, la produzione di tessuto continuava senza sosta, andando a consolidare – insieme a quelle di altre aziende – il nome di Biella nel mondo. È anche grazie a edifici come questi che la lana biellese divenne rinomata in tutto il mondo. (Ebbene sì – per i più giovani – anche Biella fu grande e un tempo era persino una città operosa e allegra). Il lanificio in questione è uno dei tanti che si possono trovare sulla sponda del Cervo. Indizio per i più curiosi: la sponda è la stessa su cui sorgevano i lanifici Rivetti (di cui potrete scoprire tutto QUI).

18

Il nostro viaggio inizia, tanto per fare gli originali, dal primo piano, cui accediamo attraverso una scaletta che ha visto tempi migliori. Non somiglia alle fabbriche che abbiamo visto finora. Il soffitto è a botte, una scelta costruttiva adottata per sfruttare al massimo lo spazio disponibile: la forma ad arco permetteva infatti di scaricare il peso dell’edificio (e del piano superiore) sui muri senza dover costruire colonnati o ulteriori muri portanti, che sicuramente avrebbero portato via spazio. Gli unici rinforzi sono gli snelli tiranti in ferroche ancorano il sopra al sotto (dal pavimento alcuni buchi rivelano l’esistenza del piano terra). Dentro questo enorme salone, così vecchio ma dall’aspetto così futuristico, quasi non si riesce a parlare: il rumore del fiume, vicinissimo, unito al rimbombo tipico degli stanzoni vuoti, crea un originale tessuto sonoro che ti entra dentro e arriva in profondità, fino a scuotere lo stomaco. Non un suono cattivo, comunque. È un suono benevolo, avvolgente, caldo. Una volta era il suono della vita. L’acqua dava energia alla fabbrica, l’acqua era “generatrice di lavoro”. Anzi, era simbolo di lavoro e operosità.

[Cliccando sulle foto partono gli slideshow]

Proseguiamo, saliamo di piano, arriviamo in un altro stanzone, dove troviamo qualche caratteristico cartello e alcuni oggetti utilizzati dagli operai. In una stanzetta che reca la scritta “spogliatoio”, rinveniamo i resti di quello che una volta doveva essere una specie di miniappartamento. Al suo interno, interessanti particolari come
a) Un per nulla kitsch orologio a timone che ha addirittura lasciato la propria sagoma sul muro
b) Un mobiletto del pronto soccorso con all’interno medicinali e simili (lo stile grafico della confezione di TINTURA DI IODIO rivela un’appartenenza minimo agli anni ’80)
c) Un tavolino in finto marmo con sopra un pensile tutto scassato
Da questo piccolissimo alloggio cogliamo anche uno scorcio dell’esterno, interessante perché contrappone i materiali costruttivi originali (a sinistra) con quelli di un successivo restauro (a destra). Senza essere architetti o esteti, non è difficile decretare quale muro sia il più bello da contemplare.
Alcuni cartelli pre 626 suggeriscono di non ogliare le macchine quando sono in moto, mentre è ancora visibile una lastra in compensato su cui erano appese le etichette delle celle di lavorazione
Passiamo così nella stanza della pesa (potete anche non crederci, ma funziona) e finiamo per scorgere una porticina che, nuovamente, da verso un appartamento. Questo era probabilmente l’appartamento del custode. Più grande dell’altro, perfettamente conservato, con addirittura un vecchio asse da stiro e, incredibile, una sala da pranzo perfettamente composta, con tanto di sedie allineate. La poltrona che da sulla finestra chiusa, in perfetto stile “madre di Anthony Bates”, mette i brividi. Ok, la foto fa schifo, ma calcolate che la dentro era buio pesto e ci è toccato usare il flash.

Torniamo allo stanzone iniziale, e da qui prendiamo una scalinata che porta al piano terra, probabile fulcro della lavorazione. Non ci sarà la volta ad arco, ma a livello architettonico questo stanzone non ha proprio nulla da invidiare a quello di prima. Passiamo ad uno stanzino usato come spogliatoio (stavolta per davvero), in cui non mancano particolari pittoreschi come degli appendini e alcuni sacchi aperti di prodotti chimici. L’ultima stanza che visitiamo ci mette davanti ad una triste verità, già annunciataci dalla nostra “guida”: le porte che davano sul piano interrato, quello contenente la “pala” del mulino, sono state murate (ma perché?) e quindi l’unico modo per entrare è probabilmente salire dal Cervo. L’unica testimonianza di questa pala la troviamo sotto l’altro stabilimento, quello a monte, ma anche qui vederla bene è impossibile. L’unica cosa che riusciamo a fare è una fotografia infilando la macchina fotografica in un pertugio all’altezza dei piedi di 20cm di diametro. Potete distinguere un ingranaggio arrugginito e nulla di più.

Siamo stati vicino al cuore pulsante della fabbrica, non sentendo altro che quel suono greve e profondo che ancora oggi fa l’acqua del torrente. Una volta, il suono del lavoro. Il suono della fatica. Il suono della vita.

Il viaggio è finito. E quindi uscimmo a riveder le stelle.

40

Thanks to Dani G.,Franci

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2014]