LA VILLA SULLA COLLINA – MANSION ON THE HILL

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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La villa sulla collina è un luogo magico. Un giardino botanico di pregio, vetrate bellissime, stanze e corridoi affrescati, stufe in ceramica, caminetti in marmo, sono solo alcune delle cose che vi si trovano dentro. Come si può raccontare questa bellezza che, nonostante tutto, ha resistito al tempo e all’abbandono? Una volta tanto, oltre che attraverso le foto, sarebbe interessante raccontare un luogo attraverso la musica. E quale luogo migliore di questo, per farlo? In fin dei conti, l’armonia costruttiva, la quiete del giardino, la delicatezza dei particolari, non fanno venire in mente proprio una musica rilassante e pacata?

DSC_0961Il tema – la villa sulla collina – è stato protagonista di parecchie ballate, soprattutto in terra americana. Forse perchè si tratta di una suggestione così forte da riuscire ad evocare, da sola, quel contrasto sociale molto americano ma anche molto biellese, il contrasto tra quelli che “stanno sotto” e sono figli di operai o contadini e quelli che stanno sopra, figli di imprenditori o semplici nobili, che giocano e vivono nella casa sulla collina. Qui di seguito abbiamo scelte tre di queste ballate, accomunate da un medesimo titolo (“mansion on the hill”, “la villa sulla collina” appunto), più una, una ballata piemontese forse meno nota ma egualmente evocativa. Quattro canzoni simili – per quello che la villa sulla collina evoca – eppure molto diverse, soprattutto nel raccontare quattro diversi stati d’animo. Abbiamo cercato di inserirle in modo che raccontassero una storia mutata nel tempo: dalla villa in cui si sente “musica psichedelica che riempie l’aria, in cui pace e amore soggiornano” cantata da Neil Young a quella in cui “non c’è amore” (è seppellito dallo sfarzo?) di Hank Williams; dalla villa lussuosa osservata dal bambino Springsteen e dal padre, simbolo di un sogno americano che sembra non essere per tutti, rinchiuso e ben protetto da “quei cancelli di duro ferro”, alla “ca sla colin-a” cantata dal nostro Gian Maria Testa, ballata sociale dal forte carattere politico che dimostra quanto le colline del Wyoming e quelle del Monferrato non siano state poi così diverse.

DSC_1017NEIL YOUNG, 1990

Well, I saw an old man walking in my place,
and he looked at me, it could have been my face

Be’, vidi un uomo anziano passeggiare al posto mio
E mi guardava, il suo volto poteva essere il mio

His words were kind but his eyes were wild,
he said “I got load to love but I want one more child”

Le sue parole erano gentili ma i suoi occhi selvaggi
Disse “l’amore è un peso ma voglio un altro figlio”

There’s a mansion on the hill, psychedelic music fills the air
Peace and love live there still, in that mansion on the hill

C’è una villa sulla collina, musica psichedelica riempie l’aria
Pace e amore vivono ancora lì, in quella villa sulla collina

Around the next bend take the highway to the sun
or the rocky road, it really don’t matter which one

Alla prossima curva prendi l’autostrada per il sole
O la strada sterrata, davvero non importa quale delle due

I was in hurry but that don’t matter now
’cause I have to get off that road of tears somehow

Ero di fretta ma adesso non ha importanza
Perché devo lasciare quella strada di lacrime in qualche modo

There’s a mansion on the hill psychedelic music fills the air
Peace and love live there still in that mansion on the hill

C’è una villa sulla collina, musica psichedelica riempie l’aria
Pace e amore vivono ancora lì, in quella villa sulla collina

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HANK WILLIAMS SR, 1947

Tonight down here in the valley I’m lonesome and oh how I feel
Stasera qui nella valle mi sento solo e oh come mi sento

As I sit here alone in my cabin I can see your mansion on the hill
Mentre sono seduto qui da solo nella mia cabina vedo la tua villa sulla collina

Do you recall when we parted the story to me you revealed
Ti ricordi quando ci siamo lasciati la storia che mi hai rivelato

You said you could live without love dear in your loveless mansion on the hill
Lei ha detto che si potrebbe vivere senza amore caro nel vostro palazzo senza amore sulla collina

I’ve waited all through the years love to give you a heart true and real
Ho aspettato tutto il corso degli anni l’amore per darvi un cuore vero e reale

Cause I know you’re living in sorrow in your loveless mansion on the hill
Perchè so che stai vivendo nel dolore nel vostro palazzo senza amore sulla collina

The light shines bright from your window the trees stand so silent and still
La luce splende luminosa dalla finestra gli alberi si distinguono in modo silenzioso e ancora

I know you’re alone with your pride dear in your loveless mansion on the hill
Lo so che sei da solo con il tuo caro orgoglio nel vostro palazzo senza amore sulla collina

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BRUCE SPRINGSTEEN, 1982

“There’s a place out on the edge of town sir
risin’ above the factories and the fields

“C’è un posto appena fuori città signore
che si erge sopra le fabbriche e i campi

now ever since I was a child
I can remember that mansion on the hill

fin da quando ero un bambino
posso ricordare quella casa sulla collina

In the day you can see the children playing
on the road that leads to those gates of hardened steel

Di giorno vedevi i bambini giocare
sulla strada che porta a quei cancelli di duro ferro

steel gates that completely surround sir
the mansion on the hill

cancelli di ferro che circondano completamente
la casa sulla collina

At night my daddy’d take me and we’d ride
through the streets of a town so silent and still

Di notte mio padre mi prendeva
e facevamo un giro attraverso le strade di una città così silenziosa e immobile

park on a back road along the highway side
look up at that mansion on the hill

parcheggiava in una strada secondaria accanto all’autostrada
e guardavamo quella casa sulla collina

In the summer all the lights would shine
there’d be music playin’ people laughin’ all the time

D’estate tutte le luci avrebbero brillato
e la musica avrebbe suonato e la gente riso

me and my sister we’d hide out in the tall corn fields
sit and listen to the mansion on the hill

io e mia sorella ci saremmo nascosti nei campi di grano alto
seduti e attenti a quella casa sulla collina

Tonight down here in Linden Town
I watch the cars rushin’ by home from the mill

Stanotte qui giù in Linden Town
io guardo le macchine sfrecciare dalla fabbrica verso casa

there’s a beautiful full moon rising
above the mansion on the hill”.

c’è una meravigliosa luna piena
che splende sopra la casa sulla collina”.

DSC_1104GIAN MARIA TESTA, 2006

La ca sla colin-a l’é bela, Maria la varda peui dis:
am piasrìa podèj catèla, sarìa ‘l mè paradis!
La casa sulla collina è bella, Maria la guarda e dice:
mi piacerebbe poterla comprare, sarebbe il mio paradiso!

L’é bianca la ca sla colin-a, l’é bianca come ‘n linseul,
s’it la varde a smija ch’a grigna, l’é pròpi la ca che a veul.
è bianca la casa sulla collina, bianca come un lenzuolo,
se la guardi sembra che rida, è proprio la casa che vorrei…

L’é gròssa la ca sla colin-a, tante stansie con finestre e pogieuj,
starìo pròpi bin là an sima, mi, mè òm e ij mè fieuj.
è grande la casa sulla collina, tante stanze, e finestre, e davanzali,
staremmo proprio bene là in cima, io, mio marito e i miei figli.

Mè pare fasìa ‘l murador l’é mòrt ancora spòrch ëd càussin-a,
l’ha fala chiel la ca sla colin-a, l’ha fala për quatr ësgnor.
Mio padre faceva il muratore, è morto ancora sporco di calce,
l’ha fatta lui, la casa sulla collina, l’ha fatto per quattro Signori.

E lor a ven-o d’istà stan mach doi mèis peui van via,
la ten-o mach basta ch’a sìa e mi a son sensa ca.
E loro vengono d’estate, stanno poco meno di due mesi e poi vanno via,
la tengono solo per il gusto di averla, e io invece sono senza casa.

La ca sla colin-a l’é bela, Maria la varda peu dis:
mi podreu mai catèla, për ij pòver a-i-é nen paradis.
La casa sulla collina è bella, Maria la guarda e poi dice:
noi non potremo mai comprarla, per i poveri non c’è paradiso.

DSC_1100Thanks to Lore
e a Valeria Caucino per avermi suggerito la canzone di Gian Maria Testa

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THE HAUNTED HOUSE – QUEL CHE RESTA DI VILLA C.

Testi e fotografie di Riccardo Poma

DSC_7866Ebbene si, pure noi biellesi/vercellesi abbiamo la nostra bella casa infestata. A Oropa Bagni abbiamo (ma sarà vero?) i satanisti, alla città del mobile i “ravers” (ma si dirà davvero così?), a Villa C. abbiamo i fantasmi. Insomma, non ci manca niente. Villa C. è un luogo di interesse oramai transgenerazionale: chiunque sia nato, diciamo, dal 1950 in poi, ci è entrato almeno una volta per scrivere sul muro “Andrea ama Martina”, per spaccare qualche vetro, per portarci la suddetta Martina e farle vedere che tipi coraggiosi che si è. Poi, quando si diventa grandi, ci si dimentica dell’esistenza di Villa C.; tuttavia, prima o poi, arriverà un figlio di dodici, tredici anni che chiederà “papà, ma dov’è di preciso Villa C.?”, e allora torneranno in mente vecchi ricordi e vecchie leggende e ci si ricorderà com’era bello quando s’era giovani e non s’aveva altro da fare, il pomeriggio dopo la scuola, che andare a cercare i fantasmi di Villa C.

DSC_7864La storia della Villa comincia intorno al 1800, ovvero quando la famiglia C., desiderosa di pace e tranquillità, acquista una vecchia azienda agricola situata nel bosco del paese. Nei terreni contigui alla fattoria, i C. edificano nei primi anni dell’ottocento una bella Villa di tre piani. Intorno, un giardino che ha le dimensioni di un parco. Non ci sono molte notizie su cosa facessero i C., ma sicuramente erano molto, molto ricchi. Il signor C. che interessa a noi – uno dei pochi di cui ancora si trova qualche traccia isolata negli archivi dei giornali locali – è l’avvocato e senatore Casimiro [nome di fantasia]. La leggenda narra che, al ritorno da un viaggio a Roma, l’avvocato sia entrato nel suo maniero e si sia trovato davanti uno spettacolo agghiacciante: la moglie e le due figlie decedute. Qui la leggenda – già di per se vaga – da nel vago: qualcuno parla di omicidio perpetato da una persona esterna alla famiglia, forse entrata per compiere un furto; altri sostengono che fu la stessa signora C., in preda a follia, a togliere la vita alle bambine per poi suicidarsi (qualche vecchio del luogo sosteneva che la signora C. fosse stata più volte tradotta in manicomio); i più realisti, infine, parlano di un’epidemia che colpì prima le figlie e poi la madre, annullando così l’ipotesi del padre che torna a casa e trova la famiglia sterminata. Sui giornali non c’è nessuna traccia di queste morti, ma è più che normale: si parlava di nobili, non di gente qualunque, meglio tenerli fuori dai rotocalchi. Secondo alcuni abitanti, il fattaccio avvenne intorno al 1920-22.

DSC_7887Casimiro, distrutto dal dolore, licenziò la servitù e si chiuse nel suo lussuoso maniero. L’ingresso alla Villa (e al giardino) fu vietato a chiunque. Col passare degli anni, il giardino divenne una foresta e la Villa cominciò a deteriorarsi. Nessuno vide più Casimiro. Il suo nome tornò sui giornali (questa è l’unica notizia VERA e ACCERTATA) soltanto nel 1937, l’anno in cui morì. Aveva 52 anni. Anche qui la leggenda ha diverse diramazioni: c’è chi dice che morì di malattia e chi invece sostiene che si tolse la vita impiccandosi. Il giornale, datato novembre 1937, non riporta le cause della morte, e non riporta nemmeno nomi di eventuali familiari: due elementi che in linea teorica potrebbero confermare l’ipotesi del suicidio e delle morti di quindici anni prima. Non si sa se qualcuno visse nella Villa dopo Casimiro. Alcuni anziani del luogo sostengono che durante la seconda guerra mondiale fosse già disabitata e a un livello di degrado piuttosto elevato.

DSC_7878Intorno al 1950, alcune persone iniziano a riferire particolari inquietanti sulla Villa: qualcuno sosteneva di aver udito una voce di donna che chiamava eventuali visitatori, altri giuravano di averla vista; altri ancora parlarono del fantasma di Casimiro, che ancora transitava nelle stanza della Villa con il suo cappio al collo; infine, qualcuno parlò di una vecchia su una sedia a dondolo che esortava i visitatori ad andarsene. In tempi più vicini a noi, qualcuno ha detto di aver visto i fantasmi delle due figlie, altri hanno affermato di aver udito le folli urla della signora C. Vero o no, ancora oggi Villa C. è una metà obbligatoria per i ragazzi del circondario.

DSC_7875La Villa balzò agli onori della cronaca ancora una volta a metà degli anni ’80, quando due giovani biellesi furono denunciati con l’accusa di aver rubato una grossa specchiera che si trovava al piano terra Ciò dimostra che fino agli anni ottanta nella villa c’erano ancora mobili e oggetti.

DSC_7883Una situazione molto diversa da quella che si si trova davanti oggi.  Dell’antica, signorile dimora non restano che quattro muri. Villa C. è stata depredata di tutto: mobili, oggetti (fin qui niente di incredibile), pavimenti, camini (!), finestre, addirittura porzioni di muri sui quali c’erano gli affreschi. Addirittura è stato rubato per intero lo scalone che portava al piano superiore, ora raggiungibile soltanto con l’aiuto di una scala a pioli portata lì da chissà chi. Villa C. conserva il primato, oltre chi di casa infestata, di abitazione più vuota e scarna dell’intera provincia. Ladri e furbacchioni hanno sfruttato la posizione isolat(issim)a dell’immobile per fare i propri comodi indisturbati. Lo hanno fatto per una settantina d’anni, e questo è il risultato.

DSC_7873Cosa resta, dunque, di Villa C.? Poco o nulla: i muri, repentinamente scarabocchiati e scritti in ogni angolo, qualche finestra, qualche sparuto ricordo dell’antico splendore. Forse qualche fantasma, più annoiato che spaventoso. Attorno, un ex giardino che pare la foresta amazzonica e che pian piano si sta divorando tutto. Non manca molto perché Villa C. sparisca per sempre, inghiottita nell’oblio e nell’ocurità. Proprio come accadde alla totalità dei suoi tristi, sfortunati proprietari.

Quei muri cadranno portandosi dietro la verità su ciò che vi accadde dentro. Solo a loro è dato conoscere i fatti. A noi non resta che immaginarli, cercando di cogliere una grandiosità che non si vede quasi più.

Thanks to Nic e Tia

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BUGELLA HORROR STORY

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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“Pronto, senti c’è una fabbrica costruita nel 1850, chiusa da 40 anni, che secondo me dovresti vedere…”
In che senso chiusa da 40 anni?”
“Nel senso che l’hanno murata nel ’78”
“E come entriamo?”
“Qualcuno ha abbattuto una muratura per vedere cosa c’è dentro”
“E cosa c’è dentro?”
“….”
“Ehi?”
“Devi vedere”.

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“L’uomo nero non è morto, ha gli artigli come un corvo. Fa paura la sua voce, prendi subito la croce. Apri gli occhi, resta sveglio, non dormire questa notte…”

Tratto da A Nightmare on Elm Street, Wes Craven, 1984

La paura dell’uomo nero, del babau, è probabilmente la prima paura che abbiamo avuto, prima rappresentazione animata della più vecchia delle paure, quella del buio. Il buio è assenza di luce, OVVERO impossibilità di vedere, OVVERO qualcosa in cui un mostro potrebbe nascondersi senza farsi vedere (ma vedendo noi). Il buio è l’ignoto, lo sconosciuto, il non visto e dunque minaccioso.

Ora, girovagando per edifici in disuso la paura è un qualcosa che spesso ti porti dietro, che ti rimane li accanto, soprattutto se vai in giro da solo o comunque con compagnie ridotte. Paura di essere beccato, paura che tutto ti cada in testa, paura di fare incontri non troppo edificanti. Paura che le foto vengano male, ma questo è un altro discorso. Raramente, comunque, puoi avere paura del buio o di quello che NEL BUIO si nasconde. Innanzitutto perché andare in uno di questi luoghi di notte è totalmente inutile: come fai a fotografare? Si, certo, il modo c’è eccome, ma forse armeggiare col cavalletto o, peggio ancora, portarti dietro dei faretti non è proprio comodissimo. E poi, problema non da poco, dove li attacchi i faretti? Pretendi di entrare in una fabbrica abbandonata e trovarci l’elettricità? Troppo facile. Altra ipotesi, puoi usare il flash. Se ti piace, fai pure.

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Cosa succede però quando entri in una fabbrica le cui finestre sono state murate? Ci entrerai pure di giorno, ma se la luce, per ovvie ragioni, non passa, buio rimane.

Siamo in due. Entriamo da una scala che porta direttamente al primo piano. Al principio di questa scala si vedono i segni dei mattoni che muravano la porta. Entriamo armati soltanto di torce e macchina fotografica. Arrivati al termine della scala ci si ritrova nella parte “illuminata”, quella con le finestre.

Guardando verso il buio, non è difficile accorgersi

a) delle dimensioni di questo posto

b) del fatto che basta spostarsi di qualche metro dalle finestre per sprofondare nel buio più assoluto

Colonne e archi, archi e colonne, apparentemente. Nient’altro.

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Il pavimento non sembra quello di una fabbrica: è un selciato tipicamente ottocentesco, in cui le pietre sono incastrate nel calcestruzzo. Ancora più strano se calcolate che siamo al primo piano. Non proprio un pavimento/soletta che sa di leggerezza e slancio. Su alcune colonne ci sono delle scritte: “modificata il 6.8.1927”. Be, dai, la manutenzione è stata fatta abbastanza recentemente. Si e no 90 anni.

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Accendiamo le torce, andiamo verso il buio.

Apparentemente questo posto è tutto uguale. In qualunque direzione ci voltiamo, i nostri (esili, lasciatemelo dire) fasci di luce illuminano colonne, archi e selciato.

Proviamo a spegnere le torce. Buio pesto. Chi vuole tornare indietro, lo faccia ora.

Ormai convinti della monotonia del posto, non ci accorgiamo di essere arrivati davanti ad un’apertura nel muro. Mettiamo la testa dentro. Un lunghissimo, stretto corridoio senza sbocchi si appoggia a murature costruite in tempi più recenti. Interessante la scala che porta al piano di sopra. Porterebbe, se non fosse stata murata.

Torniamo nella fabbrica. Una torcia investe un oggetto enorme, davvero inquietante per forma e dimensioni. Ci avviciniamo: è una gigantesca cisterna, alta il doppio di noi (calcolate che arriva fino al soffitto, ovvero circa 4 metri) e lunga almeno una decina di metri. Abbandonata lì, come il relitto di una mastodontica nave colata a picco 40 anni prima. Rigenerato il 10.11.1975.

Anche qui come manutenzione possiamo stare tranquilli.

Attorno ci sono strani macchinari, compressori, tubature piene di rubinetti che oramai la ruggine avrà chiuso per sempre. Questa sì che è archeologia industriale.

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Dietro allE cisternE (avete capito bene, ce ne sono due), si entra in una stanza in cui ci sono ancora dei vecchi motori a gasolio e delle pompe che, probabilmente, facevano girare l’acqua dentro questo posto. Sul muro, una vecchia lavagna ancora scritta. Quel gesso è li sopra da almeno 40 anni.

Chissà se viene via con un cancellino.

Usciti dalla stanza dei motori (possiamo dire la “sala macchine”?), un altro scorcio inquietante cattura la nostra attenzione. Una serie di strani portoni sembrano chiudere delle gigantesche gabbie costruite sul muro.

Ora, io non è che per principio credo a certe cose. Però trovarsi lì, a 100 metri dall’uscita, al buio totale, dietro a una cisterna grande come quella di un’autobotte e davanti a delle gabbie alte 4 metri non è che mi sentivo proprio tranquillo tranquillo.

Entriamo?

Bè, ormai siamo qui.

Et voilà.

Nessun mostro. Soltanto un magazzino pieno di viti, bulloni, pezzi di ricambio. Un magazzino costruito come la tana di Freddy Krueger ma pur sempre un magazzino. Dentro c’è pure, appeso a un muro, un setaccio pieno di una qualche roccia. Esattamente lì dove l’avevano lasciato, con ancora dentro il materiale che veniva setacciato.

Continuiamo.

Un rumore, come di passi. Ecco. Trovato il mostro, penso.

Taccio per un po’. Poi trovo il coraggio di parlare al mio compagno d’avventura.

“Ma tu lo senti?”

“Sì”.

Fiu, penso, menomale. Cominciamo a cercare la fonte del rumore, che non sembra muoversi ma, complice la stramba architettura di questo posto, resta mooooolto difficile da localizzare. Dopo un po’ vedo, illuminato dalla mia torcia, un luccichio anomalo. Ci avviciniamo. Ecco il nostro mostro: un tubo perde dell’acqua che, a goccioloni, batte su un vecchio pianale di legno.

Ora, è vero che il mostro non c’era, ma il ritrovamento rimane lo stesso inquietante. Perchè dovrebbe passare del liquido in quei tubi vuoti da anni? Fuori c’è pure il sole, non può essere acqua piovana. Mah.

Dopo aver visto una stanza senza pavimento (ma con un simpatico asse che invitava a salire) e un mucchio (ma un mucchio davvero) di vecchi telai di legno, finiamo in una sorta di grande cella ospitante, oltre che delle simpatiche damigiane (chissà se questo vino è invecchiato bene?), dei filtri in cui un tempo doveva passare dell’aria calda.

Passiamo vicino ad uno stanzone in cui troneggia un cartello scritto con pennello e una calligrafia impeccabile, come se anche un banalissimo foglio informativo dovesse conservare uno stile adatto alla pregiata materia lavorata. Oggi l’avrebbero scritto con un Uniposca, magari regalandoci pure qualche bell’errore grammaticale. Tra corridoi, gallerie e migliaia di archi, torniamo al punto in cui eravamo entrati. Spegniamo le torce.

La luce del giorno ci rassicura. Non è stato proprio un giro di quelli facili. Speriamo almeno che le foto siano venute bene. Sicuramente sono diverse dalle altre.

Più scure. O forse, più OSCURE. Vedete voi. In fondo, è Halloween bellezza!

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LA VILLA DALLE MILLE FINESTRE

SQUARCI DI BELLE EPOQUE IN PROVINCIA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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15 aprile 1912

Quante persone, quante donne possono dire di avere una villa che porta il loro nome?
Esci dalla portina ricavata da una delle quattro vetrate e ti accomodi su una seggiolina bianca di ferro, sotto le tende verdi. Roba all’avanguardia, le tende: c’è un buco dove infili una specie di chiave che, girando, le fa scorrere più avanti o più indietro a seconda del sole.
Il giornale parla della partenza del Titanic, una nave inaffondabile.
Al cinema, la sera prima, hai visto Quo Vadis?, una roba con le bighe e i gladiatori.
La vostra auto – una delle poche non solo del paese, bensì forse dell’intera provincia – è parcheggiata nella rimessa dove il signor Gallo, nero fino alle orecchie, cerca di capire qual è la rogna del motore. Si decidessero ad asfaltare ‘ste strade, pensi. Tanto vale aver la macchina se poi si balla di più che su una carrozza.
Ma è la belle époque, baby.
Non lamentarti. Non tu.
Non sei a Parigi, certo, ma le cose non ti vanno poi così male.
Vivi in una casa con dieci stanze per piano, per un totale di tre piani e quindi trenta stanze. Ogni stanza è affrescata, dipinta, pavimentata con le pianelle migliori che si trovino sul mercato. Hai una cantina piena di vini e formaggi pregiati. Ci sono talmente tante finestre che per contarle devi andare fuori, che da dentro non si capisce quante sono. All’ultimo piano, dal sottotetto, puoi raggiungere una torre, che culmina con un bussolotto metallico da cui, a 360°, puoi goderti il panorama. E che panorama.
Quello la in fondo – e no, non sbagli – è l’appennino tosco emiliano. Tanto per dire.

Puoi scegliere se prendere il sole in giardino, sotto una sequoia centenaria che è anche una delle poche presenti in zona, oppure se restare davanti a casa, sotto le tende verdi che vengono fuori girando una chiave. Oppure puoi salire al primo piano, dove c’è una terrazza tutta dipinta da cui vedi tutto il paese. Non ti fai problemi su come tirare avanti, in fin dei conti c’è lui che provvede a queste cose. Tu devi solo scegliere dove sederti a leggere, in santa pace. O a fare la maglia, che tua nonna – che era una che veniva dalla miseria – te l’aveva insegnato quando avevi 13 anni. O a ricevere gli ospiti, le amiche con cui ti piace prendere il tè.

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Fuori c’è la povertà, ci sono i contadini, ci sono i briganti. Tu invece stai al sicuro, ben protetta da quei muraglioni che chiudono fuori tutte le robe brutte della vita.
Un giorno però – lo sai anche tu, certo – questo splendore dovrà pur finire. Forse i tuoi discendenti rimarranno i proprietari della villa che reca il tuo nome, ma non è detto che i tempi saranno sempre così facili: forse il tuo vicino di casa, di mestiere contadino, si domanderà PERCHE’ lui sia costretto a lavorare come un mulo per vivacchiare e a te basti respirare per avere tutto ciò che ti serve e anche di più. Forse il tuo casato non godrà per sempre dello splendore odierno, e magari ai tuoi figli o ai tuoi nipoti toccherà vendere questo capolavoro. E allora arriveranno nuovi proprietari, che affitteranno la villa frazionandola in più appartamenti. Ma gestire una proprietà di questo tipo forse diverrà un onere troppo dispendioso per chiunque, e allora anche l’ultimo affittuario se ne andrà.

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Così la villa rimarrà vuota e deserta, fino a quando arriverà un nuovo proprietario intenzionato a ristrutturare; anche lui, però, si accorgerà che oramai costa meno tirare giù tutto e rifare da capo.
E allora entreranno i vandali, che romperanno i vetri e scriveranno sui muri.
E i furbacchioni, che ruberanno il rubabile e anche l’irrubabile (pavimenti e camini di marmo).
E i graffitari che testeranno le loro bambolette sul liscio marmo.
E i ragazzini del paese, che battezzeranno il proprio coraggio entrandoci di notte e facendo “uuuuuuu” alle ragazzine impaurite, in strada.
E i cacciatori di fantasmi, che diranno che si vedono strane sagome e si sentono rumori inquietanti di notte.
E i fotografi, che cercheranno in qualche modo di catturare la bellezza infinita di questa magnifica abitazione. Faranno fatica, perché certe cose forse bisogna proprio vederle.

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Sarà un enorme, spettrale, silenzioso scheletro vuoto. E allora, forse, questa splendida villa Liberty diventerà l’emblema della decadenza dell’aristocrazia, della fine dell’EPOCA BELLA in cui vivi ora. Rimarranno i particolari ricercati, qualche affresco, un enorme, incolto giardino botanico con sequoia, stanze di rara bellezza, terrazze fresche e meravigliose, vetri di lusso spaccati dai sassi.
Forse.
Per ora, però, puoi stare tranquilla. Tutto questo non è ancora successo. Probabilmente succederà, ma non ti sarà dato il dispiacere di vederlo accadere. Quindi rilassati. Torna al tuo giornale, alle tue tende, alla tua sequoia e alla tua sediolina bianca in ferro. Goditi tutto ciò. Goditi la tua belle époque.

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Anche perché magari sta iniziando a finire proprio in questo momento. No, non nella villa che porta il tuo nome, e nemmeno a Parigi, dove è nata. Forse sta iniziando a finire in un posto lontanissimo, a migliaia e migliaia di chilometri. E nemmeno sulla terraferma, bensì sul mare.

Dove una gigantesca nave inaffondabile sta finendo di affondare.

Thanks to Mister S., augurandogli di vincere la sua (durissima) battaglia, e alla sua mitica moglie.
Grazie inoltre a Lele e ad Andre.

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LONTANO DAGLI UOMINI

Testi e fotografie di Riccardo Poma

1. verso il centroL’auto sobbalza lungo i tornanti più stretti che io abbia mai visto. Addirittura, in alcuni di essi ci si deve fermare, fare manovra e riprendere.
Le strade si stringono man mano che ci si avvicina alla meta. Siamo partiti da una statale, abbiamo girato su una provinciale, siamo entrati in una comunale; mentre saliamo sulla collina su una strada che già ci sembra la più stretta del mondo, la nostra guida ci dice:
“rispetto a dove saremo tra dieci minuti questa è un’autostrada”
Evvai.
Arriviamo sul cucuzzolo della collina. Nei pressi di una chiesetta abbandonata, circondata da quattro case, prendiamo una stradina che scende nuovamente, stavolta dalla parte opposta rispetto a quella da cui siamo saliti. Tra gli alberi si intravede una diga.
La strada diventa un sentiero, asfaltata – male – ma talmente stretta e piena di crepe (sicuramente il catrame “buono” l’hanno tenuta per qualche via un po’ più trafficata) che la devi percorrere a passo d’uomo. Arriviamo ad un primo bivio, in cui si scorgono i resti di una chiesa. San Rocco, ci dicono.
L’ultima volta che qualcuno ci è entrato era il 1940.

2. san rocco
Proseguiamo, addentrandoci in un bosco sempre più fitto e impenetrabile. Una volta in questa piccola vallata ormai disabitata (dimenticata?) vivevano circa 300 persone, dislocate in tre frazioni ognuna delle quali di dieci, dodici case. Si tirava a campare facendo tre cose:
a) coltivando la vite
b) coltivando il melo
c) coltivando il castagno
Passiamo le prime due frazioni, diroccate ma ancora utilizzate da agricoltori e contadini che ci stipano pale e picconi. La nostra guida ci fa fermare dopo un bel po’. La sensazione è quella di esserci allontanati parecchio dalla civiltà, e non soltanto per il classico “ehi, ma qui non prende nemmeno il cellulare!”. Quando scendiamo dalla macchina, non un rumore che non sia il canto di qualche pennuto o il vento che sferza le foglie.
Siamo veramente lontani da tutto. La prima traccia di vita, in linea d’aria, è a non più di sette, ottocento metri, ma se si calcolano le viuzze per arrivarci si devono fare dei chilometri. E in che condizioni.
Un muro di mattoni ci dice che siamo arrivati.

Signore e signori, ecco a voi uno dei più isolati, caratteristici, magici, sconosciuti paesi fantasma del biellese. Abbandonato del tutto da circa 60 anni.

3. the wall
Nel 1901, come già detto, gli abitanti della valle si attestavano sulle 300 unità. Come facevano a vivere qui? Semplice, non gli serviva nulla di più di ciò che la loro terra gli dava.
Tuttavia, nel 1930 si era già scesi a circa 80 abitanti censiti. Troppo isolato, anche per quei tempi oramai lontani. Figurarsi per i tempi successivi, quelli dell’immediato dopo guerra, in cui cominciarono ad arrivare anche da noi il chewing gum, il telefono, Mike Bongiorno e la Topolino. In una sola parola, BOOM! Chi ancora poteva voler abitare in un paese in cui
a) si doveva camminare per ore prima di trovare altri scampoli di civiltà
b) la Topolino non sarebbe riuscita a percorrerne le (non asfaltate, in quegli anni) minacciose salite
E quindi, eccolo qua, il paese vuoto e dimenticato.
Dove c’erano vigne, meleti e castagni c’è ora solo un inestricabile, indefinito bosco, che tuttavia continua a proteggere (e a nascondere) in modo quasi paterno questo piccolo angolo di paradiso.
Le uniche cartine ad indicarlo sono state stampate negli anni ’60. Gli ultimi uomini a ricordarsene sono quelli nati prima del 1930. Un paese destinato a perdersi nel tempo e nello spazio, proprio come i suoi abitanti.
(Nello spazio, ammettiamolo, ci siamo persi un po’ anche noi).

04. la valle oggi
Percorriamo la (quasi invisibile) stradina d’ingresso alla frazione. Sembra di essere in un qualche film di Tim Burton, complice anche la luce del tramonto. Gli alberi, sinuosi e inarrestabili, sembrano esseri umani dalle lunghe braccia. In fin dei conti sono loro, con qualche animaletto, i veri abitanti di questa straordinaria frazione.
Arriviamo in una sorta di crocevia in cui si poteva scegliere se raggiungere il “centro” (se vedeste le dimensioni del suddetto vi mettereste a ridere – comunque è quello che si vede nella prima foto in alto) oppure, a destra, le numerose vigne, di cui resta qualche selvatica traccia.
Sul crocevia i ruderi di quella che doveva essere la chiesa. A suggerirlo, il fatto che sia l’unico edificio coi muri interni dipinti. Ci addentriamo in mezzo alle case. Quasi in ognuna di esse il tetto è oramai un lontano ricordo, precipitato sui piani sottostanti fino a raggiungere il suolo. A restare in piedi rimangono solo i muri portanti, con le loro porte di legno e le loro finestre.

[cliccando su una foto parte lo slideshow]

I muri sono costruiti con le tipiche pietre rossastre della zona (volevo vedervi ad andare a caricare mattoni dalla fornace, giù in città), mentre alcune volte si distinguono per anomale finezze (come le pietre incastonate nel calcestruzzo, orpello decorativo ma anche rafforzamento per la struttura).
In giro pochi, significativi, oggetti: un pitale (a suggerire che lì viveva qualche famiglia ricca – i poveri la facevano nel bosco), i resti di una sedia; si distinguono ancora stupende scale in pietra e i resti di qualche balcone. Bellissimi anche gli incavi nei muri, che formavano le cosiddette stagere (mensole) in cui appoggiare il pane, il sale, la pasta. Ora, complice il crollo dei pavimenti superiori, restano lassù isolate, utilizzabili solo da qualche gigante di passaggio (in fin dei conti, è un luogo da fiaba no?). Su un muro interno, il signor Carminati Mario scrisse, firmandosi:
“W la classe 1915”.
Firmato, Carminati Mario, 1935. 1935. Wow.
Sui muri esterni, invece, si distinguono ancora i numeri civici (sono alti perché continuavano la numerazione del paese di cui fa parte la frazione).

Un luogo incredibile, che proietta in un tempo che non c’è più. Destinato, purtroppo, a sparire nel tempo. Basti pensare che, tornando dopo appena un mese dal nostro primo giro, ci siamo imbattuti in un crollo che ha irrimediabilmente rovinato la main street della frazione. Guardate le due foto qui sotto, per farvi un’idea.

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Goodbye piccolo paese fantasma, o meglio, arvegsi! Forse la prossima volta che ti vedremo sarai messo ancora peggio, ma le tue tracce, le tue pietre, le tue travi, ce ne metteranno a sparire del tutto.
Intanto, resta pure lì, lontano da tutto: lontano dal rumore, lontano dalla frenesia, lontano dalle villette color Puffo e dai fabbriconi di cemento armato. Lontano dai piani regolatori e dai telefoni.
Lontano, e forse questo è un bene, dalla specie che ti partorì secoli fa.
Lontano dagli uomini.

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Thanks to Grazie a Giovanni e a sua moglie per avermi parlato di questo luogo.
Grazie al signor Dario, a sua moglie, e al loro fantastico modo di coccolarsi nonostante gli anni.
Grazie al loro cagnolino, sordo ma che sente col cuore.
Grazie inoltre ad Antonino e alla signora Luciana per le preziose informazioni.

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2015]

NELLA TERRA DI MEZZO (UN’AUTO BLU, ZERO SCALE E TANTE DOMANDE)

Testi e fotografie di Riccardo Poma

1 - vuoti a perdere

Cascina = campagna, Baraggia, in mezzo alle risaie, andando verso Vercelli

Filatura = città, Biella, in mezzo alle case, andando verso Biella

Perlomeno di solito.

Ecco a voi la prima villa/cascina/filatura costruita in mezzo alle risaie, lontana dalla città, non verso Biella ma verso Vercelli. Una vera e propria eccezione, un bel paradosso che valeva la pena di essere raccontato. Ha senso costruire una cascina in centro città, sul Cervo? No, come – sulla carta – non ce l’ha costruire una filatura in mezzo alle risaie, se non altro perché

a) è scomoda per chi la deve raggiungere

b) ogni volta che tagliano riso ti riempiono i filati di polvere

c) non hai fiumi ne rogge per creare energia e (soprattutto) scaricare le scorie (eddai, lo sappiamo tutti che sul Cervo costruivano ANCHE per questi motivi qui).

In realtà questo luogo così anomalo nacque come mulino: l’acqua arrivava da un fosso che si staccava da una roggia vicina. Era uno dei due mulini più grandi della zona; l’altro è questo qui.

Per tanti anni rimase chiuso, poi a inizio anni ’80 fu convertito in filatura. E qui si torna alle tre domande qui sopra: perché proprio lì?

Boh, certo è che le questioni non si esauriscono qui. Anzi, questo vuotoaperdere è tutto pieno di domande senza risposta.

Tipo:

a) perché sono state portate via (quasi) tutte le scale? Qualche genio dirà “si vede che erano di marmo e valevano qualcosa”. Può darsi, ma volete dirmi che erano di marmo pure le scale esterne? La cosa interessante è che, a causa di questo precipitoso smontaggio di scale, è impossibile raggiungere i piani superiori della Villa adiacente alla fabbrica. Esatto, abbiamo detto villa perché un’abitazione con un soffitto come quello che vedete nelle foto non era sicuramente quella del contadino o dell’operaio. Una delle poche scale rimaste, ahinoi, non porta più in nessun luogo (e te pareva?)

b) quante cavolo di scale c’erano in questo posto? Ovunque ti giri vedi una scala (o le sue tracce). Il titolare della ditta era soprannominato l’Escher delle risaie?

c) cosa diavolo ci fa una macchina in mezzo al cortile? (fin qui però niente di strano; la vera questione dunque è): perché è stata smontata, smembrata, triturata? E soprattutto, perché prendersi la briga di smontarla in ogni modo per poi lasciare i pezzi lì, a tre metri di distanza a prender la pioggia? [se vi interessa il modello guardate qui]

Mah. Poche sono le certezze.

Sappiamo ad esempio che nella filatura lavoravano 6 persone per turno su 3 turni di lavoro.

Sappiamo che negli anni ’80 la villa fu convertita in uffici.

Sappiamo che il caseggiato che fungeva da officina ospitava, al piano superiore (quindi, indovinate un po’, irraggiungibile), l’abitazione del custode.

Sappiamo poi che la parte di fabbrica ospitava al piano terra preparazione e ring e al primo piano ring e roccatura.

Sappiamo che la fabbrica chiuse ufficialmente il 22/12/93 per cessata attività consegnando, come ci ha raccontato una persona che vi lavorò, “le lettere di licenziamento invece che la quattordicesima”.

Oggi tutto è a pezzi, cadente, silenzioso. La scritta “attenzione carichi sospesi” è ancora molto valida, anche se per motivi diversi da quelli per cui era stata pensata e appesa. Su una porta, segni che sembrano unghie. Unghie belle grosse. Unghie di orsi? In mezzo alle risaie? No. Unghie di un animale grande e forte, ma quale? Beh, questo è solo uno dei tanti misteri di questo luogo magico. E poi, insomma, senza un po’ di sovrannaturale che villa abbandonata sarebbe?

Il nostro giro è finito. Niente scale. Chissà come mai. Certo è un qualcosa che fa riflettere: chi prese quelle scale, non pensò che così facendo avrebbe negato per sempre l’accesso a dei luoghi che magari contenevano ancora storie che avrebbero potuto essere raccontate e fotografate. E che invece sono destinate a restare lì, irraggiungibili, forse ancor più stampate nel tempo perché torneranno ai piani bassi solo quando quelli alti crolleranno per l’abbandono.

Chissà se saremo ancora lì per fotografarli.

29 the haunted house

Thanks to Vero, Elis, Tia, e ovviamente alla signora Mariangela.

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THE SLEEP OF REASON PRODUCES NOSTALGICS

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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IERI.

Era una settimana che ci pensavi.
Avevi definito il concetto. Ne avevi appurato la profondità. Avevi persino minuziosamente cercato le parole giuste per esprimerlo.
Eri andato a comprare una bella bomboletta. Rossa.
Rossa? Mah. Vabbè, facciamo finta che abbia un senso.
“Rosso come il sangve dei gloriosi italiani che combatterono in Etiopia!”.
Vabbè.
Comunque era tutto pronto: ti sentivi un vero trasgressivo, un disgregatore del sistema, un ribelle impenitente e orgoglioso. Impettito, forse.
Non ti restava che scegliere un luogo idoneo. Un luogo idoneo per un pensiero così profondo.
Per uno slogan così audace. Forse a scuola qualcuno ti aveva insegnato che lo slogan, per essere tale, dev’essere ben visibile, entrare nella mente di chi lo legge (o lo sente) e a sua volta lo ripete.
Avevi dunque un’infinità di opzioni.
Sul muro di una fabbrica? Di una casa?
No, doveva vederlo il maggior numero di persone: dovevi trasmettere a tutti quella profondità, dovevi scioccare con la tua trasgressione. Uomini, donne, bambini. Operai e avvocati, impiegati e politici. Tutti avrebbero tremato leggendo quello slogan, potente ed imperioso.
Il posto doveva essere simbolico, metaforico, allegorico. Tutti dovevano vedere la tua opera, tutti dovevano esserne affascinati. La tua missione era pensata per un’azione su scala mondiale.
E così, quel pomeriggio, hai preso l’auto, la tua bomboletta, il tuo coraggio e sei partito.
Partito per una missione storica. E in effetti, hai lasciato il segno.

DSC_0297OGGI.

Prendiamo l’auto, la macchina fotografica e ci dirigiamo nei boschi, in cerca di scorci suggestivi. Dopo qualche ora di vagabondaggio, arriviamo davanti ad una piccola costruzione, una casetta in mattoni grigi costruiti nei pressi di quella che, un tempo, era una piccola, tranquilla area picnic.
Lo dimostrano i resti di una tavolo con panche, anch’essi in cemento.
Inizio a scattare e noto il capolavoro.
Più del concetto, comunque per nulla condivisibile, a colpirmi è la genialità della trovata.
Mi spiego. Vuoi andare su un muro a scrivere la tua idea? Va bene. Ma scriverlo su un muro che viene visto da
a) gente che va a funghi (5/6 all’anno)
b) clienti con prostitute (3/4 all’anno)
c) avventori occasionali (2/3 all’anno)
per un totale di presenze 10/13
NON è la cosa più stupida che tu potessi fare?
Capisci che quel muro non è esattamente il posto più frequentato del biellese?
Perchè hai scritto il tuo fantastico concetto in un posto in cui non passa nessuno?
Dove sta il senso?
Mi sono stilato una lista di risposte plausibili:
a) L’hai fatto perché eri lì imboscato con la tua morosa e, a te che il sistema lo odi e lo sbeffeggi, il tipico intaglio del cuore con iniziali sull’albero non ti piaceva; dunque: VIVA IL DUCE, AMORE MIO!
b) Eri tu il proprietario della struttura e, quando organizzavi picnic coi tuoi amici, ti garbava l’idea che la tua frase di benvenuto “eia, eia, alalà!” fosse accompagnata da un post it murario sulle tue già chiare idee politiche.
c) Sei un tale paurosone che non hai avuto il coraggio di scrivere il tuo slogan in un posto visibile ma l’hai fatto comunque perché così potevi raccontare agli altri neocamerati di averlo scritto:
“Ragazzi, ho scritto VIVA IL DUCE su un mvro!”
“Bravo!!!”
(tra l’altro, come cavolo hai potuto scriverlo col ROSSO?!?????????)
Qualunque sia il motivo, comunque, complimenti.
Mi giro e vedo una sorta di pietra tombale nei pressi della costruzione, una specie di menhir moderno.

DSC_0298La guardo. Che strano, penso, non c’è scritto nulla.
Bè, una cosa, volendo, la si poteva scrivere:

“qui davanti giace l’incredibile stupidità umana”.

Monumento alla memoria. Sai che turismo?
Così magari qualcuno, finalmente, leggerà il tuo capolavoro. O no?

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2015]

AUTOMOBILI VUOTE (A PERDERE)

Testi e fotografie di Riccardo Poma

1

Quando si legge di vuotiaperdere si pensa subito ad una fabbrica, un castello, una stazione, una villa, una cascina. In realtà, durante i nostri pellegrinaggi nell’abbandono, più spesso di quanto avremmo creduto abbiamo trovato dei vuotiaperdere anomali, sempre con quattro pareti e un tetto ma con le ruote. Signore e signori, raccolte qui troverete alcune delle più suggestive “auto a perdere” trovate in questi tre anni, localizzate mentre si era lì per fare altro (ovvero per fotografare il luogo abbandonato che le ospita), perdute tra i rovi, le piante, i mattoni. Ne vedrete di perfettamente riconoscibili, come appena uscite (si fa per dire) dal concessionario, e ne vedrete di terribilmente smembrate, disintegrate, scolorite, praticamente irriconoscibili se non negli elementi basilari (un telaio, un fanale, un sedile, la livrea della carrozzeria). E scoprirete quanto “sud degli States” (ammettiamolo: l’auto abbandonata fa molto periferia della Louisiana post uragano Katrina) potrete trovare dalle nostre parti.

Chi lo sa? Magari li dentro qualcuno c’ha fatto l’amore, qualcuno c’ha litigato, qualcun altro ci ha caricato le galline e qualcun altro le ha schiantate contro un albero (le auto, non le galline). Proprio come gli edifici che raccontiamo di solito, ognuna di queste auto ha una storia dimenticata che oramai possiamo soltanto immaginare.

E come diceva sempre il Franco “Maraia” (non chiedetemi cosa significhi il soprannome):

“E comunque, mi, sun par la machina ‘d sicunda man”

Brau Franco.

Più seconda mano di così…

FIAT PANDA Prima Serie

2anni di produzione: 1980 – 1986
motorizzazione: 652 cm³ benzina
potenza: 30 Cv
posteggiata: nei pressi di una piccola fonderia casalinga abbandonata.

PEUGEOT 106 Prima Serie

34anni di produzione: 1991 – 1996
motorizzazione: 1000 cm³ benzina
potenza: 44 Cv
posteggiata: in un prato in dietro casa mia.

AUTOBIANCHI A112 Prima Serie

5anni di produzione: 1969 – 1973
motorizzazione: 903 cm³ benzina
potenza: 44 – 47 Cv
posteggiata: nel cortile di una fornace abbandonata.

(sedili di una) ALFA ROMEO Alfa Sud “Sprint”

6anni di produzione: 1976 – 1989
motorizzazione: 1300³ cm benzina
potenza: 79 Cv
posteggiata: in un capannone abbandonato.

AUTOBIANCHI 112 Sesta Serie “Elite”

7anni di produzione: 1982 – 1984
motorizzazione: 965 cm³ benzina
potenza: 48 Cv
posteggiata: nel cortile di una cascina dismessa.

FIAT 131 Panorama “Supermirafiori” 1600/TC (anche immagine sotto il titolo)

8anni di produzione: 1978 – 1983
motorizzazione: 1600 cm³ benzina
potenza: 97 Cv
posteggiata: nel cortile di un ex filatura.

TOYOTA COROLLA GT.i 1.6

910anni di produzione: 1983 – 1987
motorizzazione: 1600 cm³ benzina
potenza: 110 Cv
posteggiata: nel cortile di una cascina.

CAMION TRE ASSI “GD”

11anni di produzione: 1980 – 1985
motorizzazione: umana
potenza: variabile (dipende dalle gambe del bambino)
posteggiata: piazzola di sosta usata come discarica.

ATTENTION PLEASE! Se conoscete delle altro autoaperdere, non esitate a contattarci. L’intento è quello di fare altri post sull’argomento in futuro (ovviamente vi citeremo nei ringraziamenti).

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2015]

LA FABBRICA IN ATTESA – VIAGGIO NEL COTONIFICIO POMA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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A Biella c’è (rullo di tamburi) “la cultura del tessile”, si dice. Vero. Non si dice che a Biella c’è una cultura della lana, e in effetti non è così. Molti pastori bruciavano (e bruciano ancora oggi) la lana delle loro pecore tosate, perché le aziende ne acquistano solo grandi quantitativi per volta.

Hai tosato tre pecore? Benissimo, la tua lana non conta niente.

A Biella non c’è una cultura della lana. C’è la cultura della lavorazione della lana. Lavoriamo il tessuto, da sempre, ma non ci interessa della materia prima.

Questa è la storia del cotonificio Poma, in cui invece si lavorava la materia prima.

In principio c’era Pietro, nato nel 1805. A lui importava della materia prima: ma non era lana, era cotone.

Al piazzo di Biella, tra il 1828 e il 1879, aprono almeno sette cotonifici, alcuni industriali, alcuni casalinghi (costruiti nella cantina di casa, insomma). Pietro Poma è uno di questi piccoli imprenditori; Pietro Poma è il padre di Antonio e Giuseppe, al Tunin e al Giusep, che negli anni ’50 iniziano a pensare che sia ora di ampliare la piccola impresa di famiglia, su al piazzo.

windowIl lavoro aumenta, e nel 1860 arriva l’idea di costruire un cotonificio industriale. Dove?

A Miagliano. E perché?

In effetti, perché? In quegli anni Miagliano è poco più di un villaggio, totalmente scollegato dalla civiltà (non soltanto in senso “sociale”, bensì anche in senso fisico: c’è solo un ponticello sul Cervo a collegare il villaggio al paese di Andorno e, quindi, a Biella). Dunque, perché proprio qui?

Perchè a Miagliano ci sono

a) un sacco di acque di caduta

b) una roggia che scorre da 400 anni

Ora, non serve un genio per capire che ai Poma tutta quell’acqua, per di più già in parte veicolata, facesse gola. Le fabbriche biellesi vivevano grazie all’acqua, era la loro fonte di vita.

Dunque, cominciano i lavori. Nel 1863, apre il cotonificio Poma di Miagliano.

Mille dipendenti, che negli arriveranno a toccare i 3000.

A Biella non c’è il cotone; arriva dall’Egitto (o meglio, dal Nilo) o dall’America. Quello che arriva dall’America è il cotone dei neri, e arriva (metaforicamente, o forse no?) sporco del loro sangue.

Che assurdo, quanto verosimile, collegamento: l’Alabama e Miagliano, Django Unchained e ‘l Giusep Puma.

A Miagliano, tuttavia, non nasce soltanto una fabbrica. Nasce un villaggio operaio, uno dei primi in Italia. Ma se in molte conformazioni industriali la gerarchia è CITTA’/FABBRICA/VILLAGGIO OPERAIO, a Miagliano è tutto diverso: con la costruzione della fabbrica, il villaggio diventa cittadina. A Miagliano “non c’è un villaggio operaio: il villaggio operaio È Miagliano”. E la fabbrica è più grande del paese che la ospita (guardate le foto aeree qui sotto, se non ci credete).

Tutto a Miagliano porta il nome dei Poma (in effetti, no, non mi da affatto fastidio se ve lo state chiedendo). Proprio perché tutto, grazie ai Poma, fu creato: grazie alla fabbrica, Miagliano ottenne

  • Servizio medico, dal 1865 circa
  • Cassa di risparmio aziendale, dal 1869
  • Mutuo soccorso per le malattie, dal 1872
  • Asilo e scuole di fabbrica, dal 1874
  • Società cooperativa alimentare, dal 1883
  • Cucina economica, almeno dal 1888
  • Circolo Poma per lo svago

Tutti gli abitanti di Miagliano, esclusa quella manciata di anziani che viveva nel villaggio originario, lavora nel cotonificio, e dunque può utilizzare questi servizi. Ovviamente, sempre nel rispetto e nella dedizione assoluta al padrone, padre dei lavoratori, messia delle famiglie operaie, benefattore ma solo fino a quando ci avrebbe stra guadagnato.

Amen.

[click su una foto per far partire gli slideshow]

Nel bene e nel male, comunque, Miagliano deve tutto ai Poma.

E l’impero si allarga. Altre fabbriche vengono aperte, tutte con una mansione diversa: ad esempio, a Biella c’era il finissaggio, alla “Polla”, località nei pressi di Miagliano, la filatura. Insomma, i Poma controllano il prodotto dalla produzione alla distribuzione.

Tutto va a gonfie vele per un centinaio d’anni (e dici poco?!), poi nel 1958 arriva la crisi del cotone. Il cotonificio chiude, ma non muore. I fratelli Botto acquisiscono il complesso, abbattono gran parte degli edifici e ricostruiscono trasformando il tutto in una filatura ultramoderna. Anche qui, però, il gioco dura relativamente poco. Agli albori del terzo millennio, anche il nuovo complesso chiude i battenti.

modern times

L’annessione ai lanifici Botto portò dunque all’abbattimento di molte ale dell’edificio. Ma il progresso non distrusse proprio tutto. Anzi. Forse per usarlo come magazzino o forse per scrupolo personale, la nuova gestione risparmia il corpo di fabbrica manchesteriano, il cuore pulsante della fabbrica, in poche parole, il cotonificio ottocentesco.

1967 - Ditta Botto - Miagliano

La nostra visita parte proprio da qui.

La cosa che salta subito agli occhi è il contrasto tra il vecchio e il (relativamente) nuovo, tra il cotonificio e il lanificio, tra l’ottocento e il novecento; in poche parole, tra la vecchia ciminiera di mattoni e l’asettico, moderno silos ferroso, lasciati vicini come fossero due diverse facce di una stessa medaglia. Si scende la scala, ornata in perfetto stile liberty in ogni particolare, e si arriva nel piazzale superiore, quello “che da sul Cervo”. Da qui si entra nel corpo manchesteriano, ovvero il primo edificio costruito in quel lontano 1860. Ovvero, il cotonificio.

Stanzoni affusolati, finestroni, archi. Sotto il pavimento, si scorge uno spazio che probabilmente veniva usato come scarico fognario. L’interno dello stabilimento sembra più il salone di una villa liberty che il capannone di una fabbrica. Ma, si sa, una volta anche l’occhio voleva la sua parte. E menomale per noi, vien da dire. Camminando si arriva fino al silos vecchio, in mattoni, che nasconde una bellissima, vorticosa scala che porta sotto, verso l’acqua del fiume. Qui approdiamo alla roggia, che veicolava l’acqua e dava energia alla fabbrica. Un tubo puntato dritto nel Cervo serviva a scaricare qualcosa. Meglio non porsi troppe domande su cosa fosse quel qualcosa. Risaliamo.

Arriviamo ad un altro magazzino, dove si ammira la stanza denominata “la cattedrale”, una sorta di magazzino dalla volta simile a quella di una chiesa. Poi scendiamo ancora, stavolta internamente, per raggiungere il ballatoio. Questa è la parte più antica del cotonificio, quella costruita per prima.

I finestroni ospitano rocce cadute oppure veri e propri alberi, che molto umanamente si “affacciano” letteralmente sul cervo per cercare la luce. Particolari costruttivi da brividi e colori straordinari.

Risaliamo nuovamente. Dal piazzale vediamo chiaramente lo stabilimento della Polla, poco più a valle. Di nuovo verso l’alto, stavolta per visitare la parte degli anni ’60. Si vedono ancora i pannelli solari installati negli anni ’60, tra i primi in Italia (ebbene sì, il fotovoltaico c’era già cinquant’anni fa).

la Polla

Qui però tutto cambia.

Scopriamo che il cotonificio Poma è un vuoto a perdere molto anomalo, almeno per noi: infatti, in alcune sue parti, non è vuoto. La parte novecentesca ospita diverse attività, nate dopo una decina di anni dalla chiusura della fabbrica.

modern times2

Il personaggio chiave di queste attività è sicuramente l’inglese Nigel Thompson. Con 30 anni di esperienza in materie prime laniere, Nigel è il geniale inventore di The Wool Company, un progetto che raccoglie piccole quantità di lane autoctone e non (in realtà sono quasi tutte provenienti da altri paesi europei) e le lavora – restando a Biella – fino al prodotto finito, che poi viene spedito nuovamente all’allevatore che può venderle col proprio nome impresso sopra. In poche parole, ogni allevatore del mondo può, grazie a The Wool Company, vendere la lana delle proprie pecore.

al bagno tenendosi per manoDunque, per tornare all’inizio, tutta quella lana che andava bruciata (o buttata) perché troppo poca per essere trattata a livello industriale, viene riunita fino ad averne una quantità che l’industria possa permettersi di lavorare. Nigel dice che la fabbrica non era abbandonata: era in attesa.

L’attesa è finita. Gli edifici del lanificio Botto, oltre a The Wool Company, ospitano The Wool Box, che promuove e vende lane autoctone, e l’associazione Amici della lana, anch’esso impegnato nella promozione della lana ma a livello culturale, attraverso eventi, spettacoli ed iniziative svariate. Svolte, ovviamente, DENTRO la fabbrica, negli strepitosi ed immensi saloni della parte novecentesca trasformata in spazio museale, spazio di spettacoli, insomma, spazio espressivo totale.

Al cotonificio Poma, nonostante la chiusura, la lana resta protagonista.

Questo è ciò che accade nei padiglioni dell’ex lanificio Botto, ex cotonificio Poma, ex fabbrica abbandonata, ex fabbrica in attesa.

Non ci resta che sperare che ce ne siano molte altre, di fabbriche in attesa come questa.

la lana di Nigel

Links

the wool company

the wool box

amici della lana

Thanks to un IMMENSO grazie a Nigel Thompson e a Manuela Tamietti, che hanno capito il progetto Vuotiaperdere e mi hanno aperto le porte dandomi fiducia. Grazie inoltre a Marco Chiarato per le preziosissime informazioni storiche.

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2015]