LA FABBRICA INVIOLATA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

DSC_7906bOgni fabbrica in cui si entra riserva sorprese particolari.
Non si può mai sapere cosa si troverà dentro un luogo abbandonato, questo è poco ma sicuro.
Tuttavia, ci sono sempre almeno tre certezze:
1) Non sei il primo a entrare lì dentro con una macchina fotografica
Sembra che ormai tutti siano entrati dappertutto. Chi fa foto di questo tipo non dice i nomi dei luoghi, ma spesso capita di entrare in una fabbrica ed esclamare: “ehi, ma io questa roba l’ho già vista”. Dove? Sul sito di uno che a le stesse foto che fai tu.
2) Il graffito è l’arma sociale dei primi anni 2000
Forse oggi hanno già smesso di andare di moda, ma uno dei tratti caratteristici di ogni fabbrica abbandonata è la presenza di graffiti sui muri. In realtà spesso “graffito” è una parola molto grossa, la maggior parte delle scritte è “Sandra ti amo” o “Jennifer ti odio, mortacci tua” – ma perché lo devi andare a scrivere dentro una fabbrica? Certo è che per almeno due tipologie di persone – i writers e i morosi di Sandra e Jennifer – i bianchi, enormi, silenziosi muri delle fabbriche in disuso rappresentano un foglio gigante che non aspetta altro che essere scritto o colorato.
3) Non troverai nulla in giro che tu non abbia già visto in un’altra fabbrica
Questo non è sempre vero, ma lo è spesso. Grosse stanze che sembrano ancora più grosse perché dentro non c’è più niente, assoluta (o quasi) assenza di oggetti. E per oggetti si intendono macchinari (i primi a sparire quando una fabbrica chiude) e oggetti veri e propri; quando va bene trovi un cartello, qualche macchia d’olio, qualche bullone.

Questo è ciò che accade in linea generale, ma è ovvio che si contino anche parecchie eccezioni, come QUESTA. La fabbrica di questo post è una filatura e fa parte di quelle eccezioni: non solo ha ancora molti oggetti al suo interno, ma addirittura sembrerebbe che ne vandali ne fotografi ne urbex siano ancora riusciti ad entrarci. L’architettura è particolare, modulare, fatta di mattoni rossi che le danno un aspetto imponente e granitico. Entrando dalla porta principale ci si trova davanti uno scalone di marmo e mosaicato. A destra, una piccola infermeria con un calendario (il modo migliore per comprenderne la data di abbandono) e un lettino con tanto di coperte. A sinistra gli uffici, nei quali svetta una fantastica timbratrice perfettamente conservata. Qualche graffito/scritta, ma davvero poca roba. Salendo le scale si approda alla sala mensa, piena di tavoli a cui sembra mancare solamente la tovaglia.

Tornando al piano terreno si può entrare negli spogliatoi, in cui sono ancora ben leggibili i nomi delle operaie sugli armadietti. Da qui si sbuca nella fabbrica vera e propria, qualcosa di molto, molto grande. Gli spazi erano frazionati per la suddivisione in reparti, ma è comunque difficile non accorgersi delle dimensioni. Pese, macchinari, manometri, pulsanti, indicatori, un (scusate il piemontesismo) “gabiotto” in cui svetta quello che pare un timone. I grossi macchinari non ci sono più, probabilmente venduti appena la fabbrica chiuse; ma tutto il resto non si è spostato di un millimetro. Una fabbrica inviolata, ancora risparmiata dalla furia umana, in balia di se stessa ma in qualche modo ben protetta. Qui è tutto fermo per davvero: non sono arrivati i fotografi a spostare le sedie vicino alle finestre per fare foto tremendamente banali dal titolo “la luce dell’abbandono”, non sono arrivati (o comunque non in massa) i fidanzatini delusi/innamorati di Sandra e Jennifer, non sono passati i soliti ladruncoli, cui una vecchia timbratrice o anche soltanto del rame farebbero parecchia gola.

Coi suoi colori sbiaditi, i suoi mattoni così nuovi eppure già così fuori moda, i suoi stanzoni simmetrici e il suo timone, questa fabbrica resta una delle più suggestive della zona. Forse proprio perché è rimasta ferma DAVVERO. Inviolata, non deturpata, non derubata.

Quanto durerà?

Un immenso grazie a Marianna

[Tutte le fotografie e i testi presenti in questo post sono tutelati dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotti altrove. Copyright Vuoti a perdere 2016]

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LONTANO DAGLI UOMINI

Testi e fotografie di Riccardo Poma

1. verso il centroL’auto sobbalza lungo i tornanti più stretti che io abbia mai visto. Addirittura, in alcuni di essi ci si deve fermare, fare manovra e riprendere.
Le strade si stringono man mano che ci si avvicina alla meta. Siamo partiti da una statale, abbiamo girato su una provinciale, siamo entrati in una comunale; mentre saliamo sulla collina su una strada che già ci sembra la più stretta del mondo, la nostra guida ci dice:
“rispetto a dove saremo tra dieci minuti questa è un’autostrada”
Evvai.
Arriviamo sul cucuzzolo della collina. Nei pressi di una chiesetta abbandonata, circondata da quattro case, prendiamo una stradina che scende nuovamente, stavolta dalla parte opposta rispetto a quella da cui siamo saliti. Tra gli alberi si intravede una diga.
La strada diventa un sentiero, asfaltata – male – ma talmente stretta e piena di crepe (sicuramente il catrame “buono” l’hanno tenuta per qualche via un po’ più trafficata) che la devi percorrere a passo d’uomo. Arriviamo ad un primo bivio, in cui si scorgono i resti di una chiesa. San Rocco, ci dicono.
L’ultima volta che qualcuno ci è entrato era il 1940.

2. san rocco
Proseguiamo, addentrandoci in un bosco sempre più fitto e impenetrabile. Una volta in questa piccola vallata ormai disabitata (dimenticata?) vivevano circa 300 persone, dislocate in tre frazioni ognuna delle quali di dieci, dodici case. Si tirava a campare facendo tre cose:
a) coltivando la vite
b) coltivando il melo
c) coltivando il castagno
Passiamo le prime due frazioni, diroccate ma ancora utilizzate da agricoltori e contadini che ci stipano pale e picconi. La nostra guida ci fa fermare dopo un bel po’. La sensazione è quella di esserci allontanati parecchio dalla civiltà, e non soltanto per il classico “ehi, ma qui non prende nemmeno il cellulare!”. Quando scendiamo dalla macchina, non un rumore che non sia il canto di qualche pennuto o il vento che sferza le foglie.
Siamo veramente lontani da tutto. La prima traccia di vita, in linea d’aria, è a non più di sette, ottocento metri, ma se si calcolano le viuzze per arrivarci si devono fare dei chilometri. E in che condizioni.
Un muro di mattoni ci dice che siamo arrivati.

Signore e signori, ecco a voi uno dei più isolati, caratteristici, magici, sconosciuti paesi fantasma del biellese. Abbandonato del tutto da circa 60 anni.

3. the wall
Nel 1901, come già detto, gli abitanti della valle si attestavano sulle 300 unità. Come facevano a vivere qui? Semplice, non gli serviva nulla di più di ciò che la loro terra gli dava.
Tuttavia, nel 1930 si era già scesi a circa 80 abitanti censiti. Troppo isolato, anche per quei tempi oramai lontani. Figurarsi per i tempi successivi, quelli dell’immediato dopo guerra, in cui cominciarono ad arrivare anche da noi il chewing gum, il telefono, Mike Bongiorno e la Topolino. In una sola parola, BOOM! Chi ancora poteva voler abitare in un paese in cui
a) si doveva camminare per ore prima di trovare altri scampoli di civiltà
b) la Topolino non sarebbe riuscita a percorrerne le (non asfaltate, in quegli anni) minacciose salite
E quindi, eccolo qua, il paese vuoto e dimenticato.
Dove c’erano vigne, meleti e castagni c’è ora solo un inestricabile, indefinito bosco, che tuttavia continua a proteggere (e a nascondere) in modo quasi paterno questo piccolo angolo di paradiso.
Le uniche cartine ad indicarlo sono state stampate negli anni ’60. Gli ultimi uomini a ricordarsene sono quelli nati prima del 1930. Un paese destinato a perdersi nel tempo e nello spazio, proprio come i suoi abitanti.
(Nello spazio, ammettiamolo, ci siamo persi un po’ anche noi).

04. la valle oggi
Percorriamo la (quasi invisibile) stradina d’ingresso alla frazione. Sembra di essere in un qualche film di Tim Burton, complice anche la luce del tramonto. Gli alberi, sinuosi e inarrestabili, sembrano esseri umani dalle lunghe braccia. In fin dei conti sono loro, con qualche animaletto, i veri abitanti di questa straordinaria frazione.
Arriviamo in una sorta di crocevia in cui si poteva scegliere se raggiungere il “centro” (se vedeste le dimensioni del suddetto vi mettereste a ridere – comunque è quello che si vede nella prima foto in alto) oppure, a destra, le numerose vigne, di cui resta qualche selvatica traccia.
Sul crocevia i ruderi di quella che doveva essere la chiesa. A suggerirlo, il fatto che sia l’unico edificio coi muri interni dipinti. Ci addentriamo in mezzo alle case. Quasi in ognuna di esse il tetto è oramai un lontano ricordo, precipitato sui piani sottostanti fino a raggiungere il suolo. A restare in piedi rimangono solo i muri portanti, con le loro porte di legno e le loro finestre.

[cliccando su una foto parte lo slideshow]

I muri sono costruiti con le tipiche pietre rossastre della zona (volevo vedervi ad andare a caricare mattoni dalla fornace, giù in città), mentre alcune volte si distinguono per anomale finezze (come le pietre incastonate nel calcestruzzo, orpello decorativo ma anche rafforzamento per la struttura).
In giro pochi, significativi, oggetti: un pitale (a suggerire che lì viveva qualche famiglia ricca – i poveri la facevano nel bosco), i resti di una sedia; si distinguono ancora stupende scale in pietra e i resti di qualche balcone. Bellissimi anche gli incavi nei muri, che formavano le cosiddette stagere (mensole) in cui appoggiare il pane, il sale, la pasta. Ora, complice il crollo dei pavimenti superiori, restano lassù isolate, utilizzabili solo da qualche gigante di passaggio (in fin dei conti, è un luogo da fiaba no?). Su un muro interno, il signor Carminati Mario scrisse, firmandosi:
“W la classe 1915”.
Firmato, Carminati Mario, 1935. 1935. Wow.
Sui muri esterni, invece, si distinguono ancora i numeri civici (sono alti perché continuavano la numerazione del paese di cui fa parte la frazione).

Un luogo incredibile, che proietta in un tempo che non c’è più. Destinato, purtroppo, a sparire nel tempo. Basti pensare che, tornando dopo appena un mese dal nostro primo giro, ci siamo imbattuti in un crollo che ha irrimediabilmente rovinato la main street della frazione. Guardate le due foto qui sotto, per farvi un’idea.

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Goodbye piccolo paese fantasma, o meglio, arvegsi! Forse la prossima volta che ti vedremo sarai messo ancora peggio, ma le tue tracce, le tue pietre, le tue travi, ce ne metteranno a sparire del tutto.
Intanto, resta pure lì, lontano da tutto: lontano dal rumore, lontano dalla frenesia, lontano dalle villette color Puffo e dai fabbriconi di cemento armato. Lontano dai piani regolatori e dai telefoni.
Lontano, e forse questo è un bene, dalla specie che ti partorì secoli fa.
Lontano dagli uomini.

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Thanks to Grazie a Giovanni e a sua moglie per avermi parlato di questo luogo.
Grazie al signor Dario, a sua moglie, e al loro fantastico modo di coccolarsi nonostante gli anni.
Grazie al loro cagnolino, sordo ma che sente col cuore.
Grazie inoltre ad Antonino e alla signora Luciana per le preziose informazioni.

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2015]

LA CIMINIERA PIU’ ALTA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

 

Collegandoci al nostro primo, ormai lontano, affezionatissimo post, pubblichiamo il reportage realizzato su un’altra fornace in disuso. Siamo ancora nel biellese, stavolta in una piccola frazione. Arrivando nella località, sperduta tra le risaie, non è difficile accorgersi che le poche case sono costruite attorno alla ferrovia. C’è una piccola stazione in disuso, un gruppo di case (con tanto di ristorante), molti capannoni (alcuni ospitano allevamenti) e la gigantesca, scheletrica, suggestiva fornace. Non conosciamo la data di fondazione di questa grande stazione produttiva. Ciò che è certo è che lo stile dell’edificio situato vicino all’ingresso (una vera e propria villa, con particolari architettonici ricercati) fa pensare ad un tempo a cavallo tra ‘800 e ‘900.

Sulla destra, un grande caseggiato su due piani. Sulla sinistra, un magnifico, imponente edificio che probabilmente ospitava l’unità centrale, il fulcro della produzione di mattoni. Diversamente da molti edifici che visitiamo di solito, qui la bonifica per eliminare l’eternit è stata fatta, e ciò che rimane è un’intelaiatura in ferro che ricorda quegli scheletri di dinosauri riassemblati che vediamo nei musei.
Il particolare che più colpisce è tuttavia l’imponente ciminiera, alta almeno trenta metri, visibile un po’ da qualsiasi posizione. Un tempo era addirittura più alta, ma si dice che durante un forte temporale, negli anni ’80, la sommità cadde sotto la forza del vento. Il posto è famoso anche per i cosiddetti alloggi ENI progettati nel dopoguerra e mai terminati e per il continuo via vai di cicogne, che amano costruire i propri nidi sui piloni “scalpati” della vecchia fabbrica.

 

L’età di abbandono non è documentata, ma l’impiegata del comune, che ringraziamo (purtroppo non siamo riusciti a scoprire il suo nome) ci ha detto:
“Io ho cinquant’anni, e da quando mi ricordo io è sempre stata abbandonata”.

Vicino alla fornace, è ancora presente la piccola stazione che un tempo portava comodamente gli operai sul luogo di lavoro.

Thanks to: Andre G.

 [Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2014]

TERRA ROSSA parte due – DETTAGLI

Testi e fotografie di Riccardo Poma

Per TERRA ROSSA parte uno cliccare QUI.

1

Siamo tornati alla suggestiva ex fornace di Terra Rossa, primo edificio abbandonato che abbiamo fotografato nonché oggetto del primo post apparso su vuotiaperdere. Ci siamo tornati con un diverso obiettivo, inteso nelle ambedue concezioni del termine: con l’o(b)biettivo di catturare alcuni particolari che ci erano sfuggiti e con un nuovo obiettivo fotografico dotato di uno zoom più lungo che ci facesse arrivare con semplicità a quegli stessi particolari. Ci siamo soffermati sui quadri elettrici, sui lampadari, sui manometri, sulle ventole di aerazione. Sulle evocative geometrie date dalle intelaiature ormai scarne dei tetti e dal contrasto tra la verticalità dei finestroni e l’orizzontalità di travi e muri, sull’affascinante prospettiva che si crea costeggiando il lunghissimo forno (una prospettiva che dona alla fabbrica l’aspetto di una “cattedrale del mattone”).

2

In mezzo a questo santuario delle cose perdute, a questo monumento dell’abbandono selvaggio, ancora svettano montagne di gialli mattoni pieni e minacciosi lastroni di eternit. Ritrovando questi particolari, si è accentuata in queste nuove immagini l’idea – già balenata nei nostri primi viaggi – di un abbandono rapido e selvaggio. Sembra che, da un minuto all’altro, qualcuno abbia detto agli operai di prendere i propri effetti e fuggire, lasciando tutto com’era. Lasciando lì quelle altissime montagne di mattoni, lasciando aperta la porta del forno, lasciando gli interruttori su “acceso” mentre qualcuno, dall’alto, staccava direttamente la corrente elettrica. Quello che più ci piace di questo enorme luogo abbandonato (lungo 170 metri, alto 15 e largo 70) forse è proprio questo: l’impressione, più che di un abbandono, di una fuga.

[Cliccando su una foto si fa partire lo SLIDE SHOW]

È raro trovare posti abbandonati in questo stato: solitamente, coloro che lasciano un edificio con la convinzione di non tornarvi mai più prima “mettono in ordine”. È un paradosso, ma capita sempre. Si chiudono le porte, si fanno sparire le merci prodotte, si vendono i macchinari ancora utilizzabili. Alla fornace questo non è mai accaduto. Tutto è ancora lì, fermo e silenzioso ma ancora perfettamente “composto”, come se da un giorno all’altro qualcuno potesse riattivare la corrente, spazzare via quei mattoni ammuffiti, aggiustare i vetri alle finestre e ricominciare a cuocere l’argilla.

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, possono essere riprodotte soltanto citandone il nome. Copyright Vuoti a perdere 2013]

Thanks to Franci

FUOCO SULL’ ACQUA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

1
BIELLA. La FOR (Fonderie Officine Riunite) fu, tra gli anni ’30 e gli anni ’90, una delle più importanti fonderie del territorio. Tra tutte le fabbriche biellesi che costeggiano il corso del torrente Cervo (quasi tutte oramai tristemente abbandonate), è l’unica fonderia: tutte le altre erano aziende che lavoravano nel tessile. Difficile comprendere il perché di questa strana location. Probabilmente, prima di essere convertita in fonderia, anche la FOR era una fabbrica tessile. Ma non è solo l’unica fonderia adagiata sul Cervo: è anche una delle poche fonderie abbandonate rintracciabili sul territorio. L’industria metalmeccanica non ha mai avuto grandi stabilimenti nel biellese, ma quei pochi sono attivi ancora oggi. La FOR, col suo immenso salone ormai divorato dal verde e le sue molteplici vetrate in decadenza, resta una delle fabbriche più caratteristiche del biellese, se non altro per la sua “unicità”.

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2013]

UN BUNKER TRA LE RISAIE

Reportage realizzato da Riccardo e Francesco Poma, testi e fotografie di Riccardo Poma

1

Leggende. Quando ero più piccolo – dovevo avere sei o sette anni – ricordo che qualcuno mi raccontò che, in un boschetto poco lontano da casa mia, meta sicura dei cosiddetti “fungiàt”, c’era un “bunker” della seconda Guerra Mondiale. Qualche tempo fa, più o meno nel periodo in cui ci venne l’idea di creare questo blog, mi ritrovo a chiedere a mio padre – Fungiàt DOC – se sa indicarmi qualche vecchio luogo abbandonato dalle nostre parti. “C’è un bunker nella Baraggia”, mi dice, “ma non mi ricordo dov’è”. Il paese è piccolo, e basta lasciarsi scappare una parola di troppo al bar che tutto diventa di dominio pubblico. Non solo: il piacere della scoperta alberga in ben più anime di quante si creda. E così via, per più di un mese l’argomento più gettonato al bar è proprio il famigerato bunker.

“Devi addentrarti tra i campi di grano”, dice qualcuno. “Ma no”, ribatte un altro, “è in mezzo alle risaie!”. “Figurarsi”, aggiunge il terzo, “non ci sono funghi nelle risaie e nei campi di grano: è in mezzo a un boschetto!”

Parte allora la nostra indagine. Identifichiamo la porzione di territorio in cui “deve” trovarsi la costruzione – l’unico elemento su cui tutti i clienti del bar, agricoltori, girovaghi e cantastorie, si trovano d’accordo – e, attraverso Google Earth, iniziamo a cercare “dall’alto” qualche segno di costruzione. Detto così sembra facile, ma le nostre zone di campagna non possono certo contare su immagini ad alta definizione (se si guarda il Central Park di New York, si riesce a stabilire addirittura di che razza sono i cani a passeggio), e la modalità Street View è soltanto una chimera (del resto, chi ha bisogno di osservare territori in cui nessuno va mai?). Vedo un luogo che potrebbe rispecchiare le caratteristiche di un bunker, almeno per come me lo immagino io: vicino a delle piante, lungo e stretto. Il fatto che a fianco abbia delle risaie non deve ingannare: i campi non c’erano negli anni ’40, era tutta baraggia. Posto ideale per nascondere qualcosa (anche perchè Google Earth non c’era). Stampo la mappa, carico macchina fotografica e cavalletto e partiamo. Giunti sul posto, sui nostri volti appare la prima delusione delle tante che incontreremo durante la nostra ricerca: il luogo visto dal satellite non è altro che un piccolo box di mattoni in cui qualche agricoltore del luogo parcheggia trattori a attrezzi agricoli. Nulla da fare, si torna a  casa.

2

Confrontando questa foto con la prima in alto si può notare quanto l’ambiente cambi a seconda della stagione.

Ripartiamo qualche giorno dopo, percorrendo una strada alternativa. Arriviamo vicino ad un altro boschetto, ma ad un certo punto la strada ci è interrotta da un fiumiciattolo. Non ci fidiamo ad attraversare, anche perché non disponiamo di Jeep ma di una normalissima utilitaria. Facciamo qualche passo a piedi, ma nel bosco non riusciamo a scorgere nulla. Seconda delusione, anche se questa volta la sensazione è diversa: ho sentito, per la prima volta, di essere sulla buona strada. Non credo a questo tipo di cose, non ci ho mai creduto. Ma quel bosco mi ha colpito, ho sentito che se c’èra, il bunker doveva essere da quelle parti.

Torniamo a casa, di nuovo davanti al PC. Utilizzando l’applicazione che consente di vedere le foto aeree più vecchie, il boschetto ci appare come era nel 2001. Non una grande differenza, per carità, ma in almeno tre punti scorgiamo qualcosa che ci potrebbe interessare, e ormai ci interessa davvero ogni dettaglio. In un punto si vede, tra il verde degli alberi, una macchia regolare più chiara, che sembra riflettere la luce del sole. In altri due punti, anche se meno chiaramente, notiamo la stessa cosa.

“E’ qui”, penso, “ non può essere che qui”.

Giornata piovosa. Circa una settimana dopo, decidiamo di ripartire. La giornata è piovosa, ma verso le due del pomeriggio le nuvole, pur restando in zona, concedono un po’ di tregua. Da un lato cantiamo vittoria, in quanto la calura di Agosto ci lascia un po’ di tregua (non è molto bello camminare tra le risaie con 35 gradi), dall’altro sappiamo che la nostra ricerca diventa più difficile, in quanto il grigio del cielo rende tutto più sbiadito: ciò che ci interessa si trova probabilmente nella fitta boscaglia, e senza il sole come complice diventa difficile vederlo, anche se si è molto vicini. Si parte.. Prendiamo la nuova mappa – in cui abbiamo evidenziato le tre possibilità – e ci addentriamo nuovamente nella baraggia. Parcheggiamo la macchina nel punto in cui le stradine sterrate portano il più vicino possibile al boschetto – che in realtà è lungo circa un chilometro e, in alcuni punti, spesso 300 metri – e, a piedi, ci addentriamo tra le piante. Dopo circa dieci minuti di cammino, scartiamo la prima ipotesi: secondo la mappa, la prima delle tre zone più chiare dovrebbe trovarsi vicino al sentiero che stiamo percorrendo, ma nonostante un controllo preciso non riusciamo a vedere nulla. Secondo tentativo: ci spostiamo in direzione della macchia più chiara, quella che più di tutte mi sembrava papabile per il bunker. Di nuovo in cammino, ma questa volta non su un sentiero, bensì sulla spalla di una risaia. La prima parte è facilmente praticabile, la seconda diventa un po’ più complicata perché la terra è sovrastata da grossi arbusti (e qui mi vengono in mente tutte quelle persone che mi dicevano “vi conviene andare d’inverno”…). Arriviamo al confine tra il bosco e la risaia.3

Mi addentro sulla linea che separa il verde (delle piante) dal giallo (del riso), e inizio a camminare guardandomi continuamente intorno. Nel bosco si vedono betulle e pioppi, l’erba è alta e tra le file di alberi ci sono spazi pianeggianti: luogo ideale per i funghi, penso, e mi convinco che siamo sulla buona strada. Mi sembra di vedere qualcosa, ma tra il concatenarsi degli arbusti e la vastità del bosco, non riesco a distinguere nulla. Decido di entrare. L’erba mi arriva al petto (io sono alto circa un metro e novanta) e ad ogni passo sento i piedi affondare nella melma. I rovi mi sbattono contro i pantaloni, aggrappandovisi e lacerando alcune parti di tessuto (e, di conseguenza, la pelle delle mie gambe). Non vedo nulla, solo alberi, finché mi imbatto in una distesa più chiara, sabbiosa. La voglia di imprecare – vista anche la mia posizione affatto confortevole – è più forte che mai. Quella macchia più chiara, vista dal satellite, non è altro che una piccola distesa regolare di sabbia. La delusione si fa grande.

Torno indietro, dove mi attende mio fratello.

“Niente?” “Niente”. Ci incamminiamo nuovamente sulla spalla della risaia, convinti che nemmeno questa volta troveremo qualcosa. Il bunker. Un traccia. Qualunque cosa. Niente.

Decidiamo di lasciar perdere la terza macchia, troppo simile alle altre due per essere qualcosa di diverso. Torniamo indietro, in auto, e decidiamo, pur non coltivando più alcuna speranza, di tornare vicino a quel fiumiciattolo che tempo prima non avevamo guadato. Questa volta abbiamo un’auto più alta, e decidiamo di attraversare il rigagnolo. Giunti sull’altra sponda, ci troviamo su una stradina che costeggia il bosco. La percorriamo a passo d’uomo, osservando accuratamente, scendendo quando ci sembra di aver visto qualcosa, ma in breve tempo siamo di nuovo al guado.

“Niente”, dico, “è andata male. Probabilmente non c’è più… Magari l’hanno spianato per fare una risaia, o forse la vegetazione è riuscita a distruggere anche il cemento armato”.

Attraversiamo il fiumiciattolo, e costeggiamo l’ultimo pezzetto di bosco prima di tornare sulla stradina che ci ha portato lì.

“Vai piano”, dice mio fratello. “Tanto non c’è nulla”, rispondo io, sconsolato.

Ma abbiamo fatto trenta, facciamo trent’uno. Lo accontento, più che altro per fargli capire che apprezzo il suo tentativo di risollevarmi dalla delusione. Guardo il boschetto, in cerca di un’ultima traccia che non mi spinga ad abbandonare per sempre questa ricerca.

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Particolare dell’entrata.  I tondini di ferro del cemento armato si confondono con i rami degli alberi.

“Ferma!”, mi dice. Mi volto nella direzione che mi viene indicata col dito. “Lì”, dice, “il rigagnolo fa un giro strano, sembra convogliato dall’uomo”. “Ovvio”, dico io, “in terra di risaie non c’è nulla che non sia convogliato dall’uomo. Ogni corso d’acqua viene deviato per passare vicino alla risaie, che notoriamente non possono vivere senz’acqua”.

“Può darsi”, risponde lui, con gli occhi luccicanti, “ma per me siamo vicini”.

Impossibile, penso. Qui il boschetto sarà largo si e no venti metri, come si può costruire un bunker in una zona così piccola.

Torno a guardare la strada, iniziando ad accelerare per tornare verso casa. Poi, d’un tratto, do un’ultima occhiata verso quell’intricato, infernale boschetto. E finalmente, dopo quasi un mese di ricerche, lo vedo.5

Eccolo. Dando quell’ultima, fulminea occhiata, ho scorto qualcosa che, nei meandri del mio cervello, ha fatto partire un’equazione che si potrebbe riassumere in questo modo: natura = linee irregolari; costruzioni umane = linee regolari; cosa ci fa una linea regolare in mezzo ad un boschetto in cui dovrebbe esserci soltanto natura? Scendo dalla macchina sbraitando come un ossesso.

“Eccolo!”, urlo, “eccolo, eccolo, eccolo!”

“Ma dove?”, urla mio fratello.

“E’ regolare”, dico, “è regolare! Non può essere un albero, non può!”

Mi inchino per avere una buona visuale tra gli arbusti, e mio fratello si avvicina.

E lui è lì.

Abbiamo fatto molte ipotesi, da quando l’abbiamo trovato. Non abbiamo detto a nessuno dove si trova, perché non vogliamo che tutti quelli che ne conoscono l’esistenza (ma che se ne erano dimenticati da anni e non ricordano dove si trovi) lo facciano diventare meta turistica per ragazzini in cerca di avventura o giaciglio misterioso per innamorati in cerca di camporelle selvagge. O forse non l’abbiamo detto a nessuno perché, con un po’ di egoismo, ci sembra ingiusto che qualcuno lo trovi facilmente mentre noi lo abbiamo cercato per più di un mese. Sappiamo certo che non si tratta di una scoperta sensazionale, ma nel nostro piccolo è stato come scoprire un nuovo pianeta, ci siamo sentiti Armstrong e Collins che mettevano piede sulla Luna per la prima volta. Abbiamo fatto ricerche accurate, ma non siamo riusciti a trovare notizie sulla costruzione di quel deposito. Già, deposito, perché quella costruzione non è certo un bunker nel vero senso della parola: non ha feritoie per sparare, e l’entrata – la “botola” – d’ingresso è lunga due metri e larga uno, cosa che ci fa escludere che dentro vi si potessero introdurre armi pesanti. Solo armi di piccolo calibro (pistole e fucili) e persone potevamo avervi libero accesso. La sua posizione e il fatto che sia costruito in cemento armato, comunque, fa escludere che si tratti di una costruzione civile. Fu edificato in quel punto e con quei materiali per almeno due ovvie ragioni: tenerlo nascosto a chiunque non ne conosceva la presenza; ospitare al suo interno materiali – o persone – per proteggerli dagli eventi esterni (bombe, intemperie, ecc). L’ingresso, oggi, è chiuso da un’enorme quantità di terra, probabilmente riversatasi all’interno in quasi settant’anni di assenza umana. Scoprire come fosse all’interno o recuperare vecchi reperti che sicuramente ne svelerebbero l’identità appare oggi, se non impossibile, altamente improbabile: bisognerebbe estrarre centinaia di tonnellate di terra da una botola 2X1, e il comune di Masserano, cui appartiene il boschetto, non ha alcuni interesse in questo momento a spendere soldi in un’opera così monumentale.6

Ipotesi:

È un deposito di armi della Prima Guerra Mondiale. Questa prima ipotesi ci è stata suggerita da alcuni studiosi del luogo, che hanno scoperto attraverso alcune ricerche che nella baraggia, prima del conflitto mondiale, venivano fatte delle manovre militari con lo scopo di “addestrare” i soldati che dovevano partire per il fronte. Di conseguenza, i comandi avrebbero avuto bisogno di depositi ben nascosti per lasciare le armi nei momenti di inattività. Due gli elementi che spingono però a scartare la teoria: innanzitutto, nel 1914 il cemento armato si usava più che altro per costruire lapidi e tubature, e non era ancora impiegato per costruire edifici; altresì, sul soffitto dell’entrata del deposito non si trovano mattoni pieni, bensì tavelle (mattoni forati), introdotte nell’edilizia soltanto in periodi successivi.

È un deposito delle Ferrovie. La vicinanza – relativa – dell’edificio rispetto all’ex Stazione di Masserano ha portato alcuni studiosi a pensare che si tratti di un deposito delle ferrovie statali. In realtà la stazione, costruita da privati negli anni trenta, divenne statale soltanto negli anni ’60, e di conseguenza lo stato, durante la guerra, non avrebbe avuto interesse a preoccuparsi delle sue condizioni. E poi deposito per cosa? Macchinari? La porzione di terreno tra stazione e Bunker, un tempo, era tutta boschiva: come si sarebbero potuti spostare i suddetti macchinari (per la manutenzione, ad esempio) attraverso quel percorso? E, soprattutto, come li avrebbero fatti entrare nel bunker, considerando che la botola d’accesso occupava circa due metri quadrati? Le domande non sono finite:  perché interrare un deposito di attrezzi? Non lo si poteva fare alla luce del sole?

È un bunker della seconda guerra mondiale, costruito dall’esercito italiano. Questa ci sembrava l’ipotesi più realistica, almeno considerando la posizione nascosta dell’edificio, l’impiego del cemento armato e l’esistenza – evidente, considerando che all’interno c’è una botola – di un vano interrato. La mancanza di feritoie per l’artiglieria svela che certamente non fu costruito per azioni di guerra: piuttosto, è probabile che fosse un deposito segreto di armi. Costruito prima della Guerra, non venne poi utilizzato perché la zona baraggiva in cui si trovava era frequentemente occupata dai partigiani, che dominavano il territorio protetti dalle fitte boscaglie. I partigiani, a loro volta, non lo utilizzavano perché l’esercito ne conosceva la collocazione.7

È un deposito della Fornace. Non troppo lontano dal luogo in cui si trova il bunker sorge, ormai abbandonata da anni, l’ex fornace di Masserano. Si dice che durante la Guerra i proprietari della fornace avesse preso accordi con l’esercito per ospitare un piccolo reparto in cui produrre armi di piccolo calibro (pistole e fucili). Se la fornace fosse stata bombardata, qualcuno poteva avere l’ordine di portare più armi possibili all’interno della struttura, situata a circa un chilometro e mezzo di distanza e facilmente raggiungibile attraverso le strade sterrate che, in quei tempi, venivano costruite dai possidenti per raggiungere i propri terreni. Un’altra ipotesi che non potevamo scartare: il fatto che a costruire l’edificio possano essere stati “esperti di edilizia”, svelerebbe il perché delle tavelle, mattoni ancora scarsamente utilizzati dalla maggioranza ma già presenti in qualunque fornace.

È un deposito successivo alle due guerre. Gli abitanti di Castelletto Cervo e Masserano ci raccontano che, negli anni ’60, l’esercito raggiungeva spesso le zone baraggive per svolgere delle esercitazioni con tanto di carri armati e artiglieria pesante. Dunque, l’edificio potrebbe non essere nient’altro che un piccolo deposito che i soldati utilizzavano durante queste manovre. Questa ipotesi, forse la meno poetica, non è comunque da scartare.

Molte ipotesi e idee abbiamo raccolto durante le nostre ricerche – addirittura, qualcuno ci ha detto che potevano essere “chiuse” (anche se il “fiume” che passa vicino alla costruzione è largo un metro e profondo dieci centimetri) o una struttura privata (!) – e, sinceramente, non siamo riusciti a venire a capo di niente.

Fino ad oggi.8

Particolare dell’ingresso sotterraneo. L’alberello cresciuto all’interno fa presupporre che l’intero edificio sia stato riempito di sabbia e terriccio, probabilmente nel periodo in cui la Baraggia fu bonificata per fare spazio alle risaie. 

Il partigiano Dante. Durante il secondo conflitto mondiale, la baraggia fu sicuro nascondiglio di molti plotoni partigiani. La fitta, intricata boscaglia ospitò centinaia di ribelli che, grazie anche al sostegno delle popolazioni limitrofe, potevano sfuggire ai tedeschi e allo stesso tempo controllarne gli spostamenti: la zona baraggiva arrivava fino alla strada – ancora percorribile – che portava da Biella a Vercelli e viceversa, una tratta privilegiata dai nazifascisti che spostavano armi e prigionieri da una “grande città” all’altra. Proprio parlando con uno di questi partigiani, Dante Aglietti, abbiamo scoperto che il bunker si trovava già in quei boschi durante la guerra e che, addirittura, ve ne erano altri cinque, a formare una sorta di “esagono” in mezzo ai boschi che circondava idealmente le Quattro Madame. La testimonianza del partigiano Dante, unita ad alcune ricerche effettuate dal vicesindaco di Castelletto Cervo, ci ha svelato molti misteri riguardanti il bunker. Si tratta di una struttura militare costruita a cavallo delle due guerre, probabilmente intorno al 1935. Il suo scopo era quello di addestrare i giovani militari ad alcune gravi situazioni belliche, come ad esempio il bombardamento aereo. Non a caso a poche centinaia di metri dal bunker sorge la cascina delle Quattro Madame, edificio abbandonato negli anni venti del ‘900 che venne utilizzato come bersaglio – mai colpito (!) – per le manovre dell’aeronautica. I sei bunker dovevano quindi servire per stipare materiale bellico e per ospitare i militari durante le prove di bombardamento. Anche questa teoria non possiede fonti documentate, ma ascoltando diverse testimonianze ci è sembrata la più veritiera.

Noi un bunker l’abbiamo trovato, ora non resta che trovare gli altri cinque.

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TERRA ROSSA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

Fondata nel 1884, questa fornace fu una delle aziende più importanti del territorio biellese. Negli anni ’50 venne costruito il nuovo stabilimento e quello vecchio, che vedete in queste foto, fu letteralmente abbandonato a se stesso. Alto 15 metri, lungo 170 e largo 70, per un totale di circa 12.000 m², l’edificio e il suo enorme piazzale sono raggiungibili soltanto passando attraverso le risaie circostanti.

La terra intorno al gigantesco edificio è di un arancione irreale, provocato dalla sabbia che fuoriusciva dai muri durante la lavorazione dei mattoni.

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Quante case si possono costruire?

Entrando nelle viscere della fabbrica si scopre come sia possibile che, nonostante l’azienda abbia chiuso da parecchi decenni,  la terra intorno continui a conservarsi rossastra: lo stabile è ancora pieno di tonnellate di mattoni (2) che, a causa degli agenti atmosferici e della mancanza di manutenzione, disperdono tutt’ora la loro polvere al vento. In basso si vedono ancora i binari utilizzati per spostare i materiali da dentro a fuori la fabbrica e viceversa. Il telecomando del carroponte è ancora appeso al soffitto (3): sembra che gli operai siano usciti di corsa, in fretta e furia; pare che la fabbrica sia stata abbandonata da un giorno all’altro, come dimostra anche il gigantesco forno, lasciato aperto (4).

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3 4Squarci

Vista attraverso la porta di uno dei due corpi laterali (5). Le piante – cresciute attraverso il cemento – toccano ormai il soffitto, e sono tra le responsabili maggiori del disfacimento del tetto. Uno dei portelloni ha ceduto sotto il peso di una montagna di mattoni, che “ha spinto” dall’interno (6), un altro – quello in cui entravano i binari – è in condizioni critiche ed è ormai totalmente uscito dalle sue guide. Dai finestroni del magazzino si scorgono delle luci che sembrano quelle di giganteschi lampadari: si tratta invece della luce del Sole, che filtra dai moltissimi squarci presenti nel tetto (7).

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Vietato l’ingresso

La vista dal cancello principale (8) rende l’idea della grandezza del cortile circostante, un tempo colmo di camion, bancali di mattoni, operai. Oggi è solo un’immensa e desolata distesa di cemento che ospita arbusti e piccole piante. Un cartello dice “Vietato l’ingresso ai non addetti ai lavori”. Alle sue spalle, lo scheletro dell’enorme edificio giace abbandonato da decenni. Dove c’era rumore continuo, ora c’è silenzio surreale; dove c’erano centinaia di operai, oggi c’è un deserto di cemento e mattoni; dove c’era “lavoro”, c’è solamente un perimetro di mura destinate, prima o poi, ad essere totalmente divorate dalla vegetazione.

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Immagine satellitare

[i segnaposto indicano le posizioni da cui sono state scattate le fotografie]

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