CHERNOBYL – 30 ANNI DOPO

Fotografie di Andrea Sereno
Testimonianze tratte da Preghiera per Černobyl’ di Svetlana Aleksievič (Premio Nobel 2015)
Prefazione di Riccardo Poma

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Andrea Sereno non è stato il primo fotografo a chiedermi se volevo ospitare le sue foto di Chernobyl su vuotiaperdere . È stato però il primo – non me ne vogliano gli altri – a cui ho detto di si. Da quando ho iniziato a fotografare e raccontare i luoghi in disuso ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto, prima o poi, dedicare un articolo alla città fantasma più grande del mondo, quella che più di tutte si porta dietro tutta una serie di riflessioni che, ieri oggi e domani, meritano di essere portate avanti. Le ragioni per cui questo articolo e questa mostra arrivano ben tre anni dopo l’apertura del blog (e con le foto di Andrea) è molto semplice: Chernobyl è uno degli scenari più suggestivi del mondo, ma è anche uno dei più (perdonatemi il termine) “abusati”, nel senso che da quando è diventata una meta turistica le immagini che riguardano questa cittadina sono proliferate, soprattutto online, con un ritmo vertiginoso. Dunque è chiaro che raccontare qualcosa di nuovo attraverso le immagini è diventato qualcosa di davvero complicato. Fino all’aprile di quest’anno, ovvero fino al momento in cui Andrea mi ha mostrato i suoi scatti, nessuno mi aveva proposto foto di Chernobyl che a) possedessero uno stile personale b) mi lasciassero qualcosa che andava oltre il mero soggetto rappresentato. Gli scatti di Andrea mi sono piaciuti subito. In primis perché il suo stile è per certi versi simile al mio: la ricerca continua di soggetti simbolici, l’ossessione per la geometria e le simmetrie, il desiderio di unire alle immagini le parole.

dscf9957Tuttavia, credo che la cosa più bella delle foto di Andrea – e che credo lo elevi rispetto alla media dei fotografi che sono stati a Chernobyl – è il coraggio di osare. Mi spiego. Guardate le tre foto qui sotto, nella galleria. Sono foto che cozzano con i cliché della fotografia “classica” perché il soggetto principale se ne resta in disparte, lasciando uno spazio enorme (e apparentemente vuoto) alla tinta unita. Ma guardate quanto si riempie, in realtà, quello spazio, quella tinta unita: nella foto della ruota si tratta di un muro come tanti, vuoti e silenziosi e ancora imbevuti di radiazioni, un muro grigio e in contrasto con quel giallo delle cabine che dovrebbe raccontare la spensieratezza e invece è diventato il simbolo della disgrazia; guardate quel cielo bianco, nella foto alla mastodontica antenna Douga 3, un vuoto incolmabile che sa di infinito e che, contrapposto alla modularità simmetrica dell’antenna, racconta con incredibile semplicità una cosa così complessa da fotografare (soprattutto senza la presenza umana) come la grandezza sconsiderata (è alta 150 metri e larga 400). Guardate, infine, quello scatto al lettino nella stanza d’ospedale riservata ai neonati: un simbolo di vita (nonché il soggetto della fotografia) che occupa appena un quarto, forse un quinto della foto, mentre tutto il resto è soltanto buio. In quel buio c’è tutto: ci sono migliaia di morti che ancora urlano giustizia, c’è la fine tragica di un regime, c’è l’incapacità umana di tutelare la propria salute. Sembra che il buio voglia prendersi anche quel piccolo lettino, come se volesse annullare qualsiasi tentativo di rinascita. Ma, si sa, la forza di un’immagine può anche risiedere nella sua ambivalenza. E quindi, forse, il nero non sta aumentando ma diminuendo, scacciato indietro dalla luce lontana ma fortissima sprigionata dal lettino. Amo questa foto, probabilmente è la mia preferita.

Andrea mi ha raccontato di aver scoperto di amare i luoghi abbandonati grazie a questo mio blog. Guardando una foto come questa non posso che esserne felice.

Riccardo Poma, creatore di vuotiaperdere

DUE COSE DA SAPERE PRIMA DI GUARDARE LE FOTO
PS: per TUTTE le info sul disastro si rimanda a Wikipedia.

PRIMA
– La notte del 26 aprile 1986, all’una, 23 minuti e 58 secondi una serie di esplosioni investe il reattore n° 4 della Centrale Nucleare di Chernobyl, rendendo di fatto instabile il nocciolo. Una nube di radiazioni si alza dal tetto della centrale e si posa sulle zone circostanti.
– La centrale nucleare venne costruita nel 1970. Per ospitare i lavoratori e le loro famiglie fu costruita nello stesso anno la cittadina di Prypyat, 50.000 persone a 3 km dalla centrale. Chernobyl in realtà si trova a ben 18 km dalla centrale. La maggior parte delle foto inerenti al disastro (e quindi anche che quelle che vedete in questo reportage) non sono scattate a Chernobyl ma a Prypyat.
– Il governo ordinò l’evacuazione della città (e dei villaggi adiacenti, per un totale di 200.000 persone) soltanto 36 ore dopo il disastro. L’evacuazione tuttavia durò appena 2 giorni (anche perché non si poteva portare via quasi niente).
– Prypyat fu fondata nel 1970 e completamente abbandonata nel 1986. È stata viva per appena 16 anni.

DOPO
– Dopo l’incidente si iniziò a costruire attorno alla centrale un sarcofago di cemento che contenesse la radiazioni. Per lo scopo furono impiegate – si dice – 240.000 persone soltanto nel biennio 1986/1988. Il numero è così alto perché i periodi di lavoro assegnati ad ogni lavoratore erano brevissimi (esposizioni lunghe avrebbero provocato danni irreversibili): gli addetti alla riparazione del tetto avevano un turno di lavoro che durava 40 secondi. Oggi il sarcofago è crepato in diversi punti.
– Per circa quindici anni visitare Prypyat fu assolutamente vietato. Le uniche persone che potevano accedere alla zona di esclusione erano quelle che curavano la manutenzione della centrale.
– Fino al 2000 alcuni reattori della centrale hanno continuato a lavorare: se li avessero spenti, metà Ucraina sarebbe rimasta a corto di energia.
– Dal 2011, pur con molte restrizioni, Prypyat si può visitare (e fotografare).

OGGI
– Oggi Prypyat è la più grande città fantasma del mondo.
– Il simbolo della cittadina, il Luna Park con l’autoscontro e la ruota panoramica, non è mai stato aperto al pubblico: doveva essere inaugurato il 1 maggio, cinque giorni dopo l’incidente.
– Le maschere antigas che spesso si vedono nelle foto non vennero distribuite durante le evacuazioni o le operazioni di soccorso come spesso si pensa. Esse si trovavano già in città, pronte per l’eventuale scoppio della terza guerra mondiale (in fin dei conti si era in piena guerra fredda, e si pensava che gli attacchi avessero potuto arrivare coi gas).
– Entrare in città per brevi periodi non è più pericoloso. Basta adottare alcuni accorgimenti: non toccare nulla, non portare via nulla, evitare di visitare certi luoghi. E lasciare giù le scarpe, che toccando il suolo (la parte più radioattiva di Prypyat) potrebbero essere facilmente contaminate.
– L’antenna Douga 3 è una costruzione alta 150 metri e larga 400 realizzata durante la guerra fredda per schermare le comunicazioni sovietiche dalle curiose orecchie dell’occidente. Dopo il disastro di Chernobyl e con la fine della guerra fredda l’impianto fu spento, ma l’immenso reticolo d’acciaio è ancora ben visibile appena fuori Prypyat.
– È ormai certo che l’incidente avvenne per un errore umano: durante un test la potenza del reattore venne spinta a livelli troppo alti finendo per danneggiare i sistemi di raffreddamento e provocare diverse esplosioni che resero di fatto instabile il nocciolo.
– Oggi si sta per porre sulla centrale un nuovo, gigantesco sarcofago finanziato da diversi paesi europei e asiatici. Si tratta di un arco alto più di cento metri che, terminati i lavori, verrà spinto sulla centrale attraverso due binari. Si calcola che duri almeno il doppio del primo sarcofago (durato – più o meno – una trentina di anni).
– È difficile fare una stima dei decessi legati a Chernobyl. Si passa da stime un po’ troppo rosee (quella dell’ONU parla di 60.000 morti) ad altre forse sin esagerate (Greenpeace afferma che nel 2056 il disastro avrà causato indirettamente almeno 6 milioni di decessi). Qualunque sia il numero corretto, il disastro di Chernobyl rimane una delle sciagure più gravi degli ultimi duecento anni.
– Quando torneremo? Qualcuno afferma che l’aria di Chernobyl tornerà ad essere respirabile nel giro di trecento anni. I nostri discendenti valuteranno se varrà la pena ricostruire qualcosa proprio lì.

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Il reattore stava bruciando… Mi sono rimaste impresse le parole di un nostro conoscente: “C’è odore di reattore”. Un odore indescrivibile. Ma ne hanno già parlato anche i giornali. Hanno voluto fare di Černobyl’ una fabbrica degli orrori, anche se poi quello che è venuto fuori è un cartone animato. Io racconterò solo quello che ho vissuto di persona… La mia verità…

Proibito portare con sè le proprie cose. E io non mi sarei portato via niente comunque. Tranne una cosa, una cosa sola! Dovevo togliere la porta d’ingresso dell’appartamento e portarla via, non potevo in nessun caso lasciarla lì… La nostra porta… Il nostro talismano! La reliquia della famiglia. Quando era morto, mio padre era stato messo disteso su questa porta. Non so in base a quale usanza, e se sia diffusa e dove, ma da noi, mi ha detto mia madre, si usava mettere il defunto sulla porta di casa. Avrebbe aspettato lì l’arrivo della bara. Ho vegliato tutta la notte mio padre disteso su quel catafalco… E la casa è rimasta aperta… Tutta la notte. Sulla porta ci sono delle tacche fin quasi al bordo superiore… Di quanto crescevo… E c’è anche indicato: classe prima, seconda. Settima. Inizio del servizio militare. E accanto, la crescita di mio figlio… Di mia figlia… Su questa porta è registrata tutta la nostra vita. Come potevo lasciarla?

Ho chiesto  a un vicino che aveva la macchina: “Dammi una mano!”. Mi ha fatto capire gesticolando che dovevo avere qualche rotella fuori posto. Ma l’ho recuperata lo stesso… due anni dopo… La porta… Di notte… In motocicletta… Attraverso la foresta… Il nostro appartamento era ormai stato depredato. Ripulito. Avevo alle calcagna quelli della milizia: “Fermo o spariamo! Fermo o spariamo!”. Sicuramente mi avevano preso per un saccheggiatore. Non ci avrebbero mai creduto che stavo rubando la porta di casa mia…

Nikolaj Fomic Kalugin,
un padre

Qui i libri si trovano senza difficoltà, non ci vuole niente a procurarseli. Una brocca di coccio per l’acqua, una forchetta, un cucchiaio ormai non c’è verso di rimediarli, ma i libri sono sempre lì.
[…]
Sono qui tutto solo. Penso alla morte. È un po’ alla volta ho scoperto che pensare mi appassiona… Il silenzio favorisce la preparazione… L’uomo vive in mezzo alla morte, ma non ne capisce l’essenza. Io qui sono solo… Ieri ho scacciato dall’edificio della scuola una lupa coi suoi lupacchiotti, si erano stabiliti lì.
[…]
Come mi chiamo? Sono senza documenti. Me li hanno sequestrati quelli della milizia… Mi hanno anche picchiato: “Perché fai il perditempo?”. “Non perdo nulla, anzi acquisto molto con la penitenza”.
Cosi che può scrivere di me: Nikolaj, servo di Dio…
E, adesso, uomo libero…

Residente non autorizzato

Lo scoppio vero e proprio non l’ho visto. Solo fiamme. Era tutto illuminato… Tutto il cielo… Le fiamme alte. La fuliggine che ricadeva. Un calore terribile. È lui che non arrivava. La fuliggine veniva dal bitume che bruciava, il tetto della centrale era coperto di bitume. Più tardi lui mi racconterà che ci avevano camminato sopra ed era molle come la pece. Loro spegnevano le fiamme. Gettavano giù a pedate pezzi di grafite incendiati… Erano partiti così com’erano, in camicia, senza indossare la tenuta protettiva. Non li aveva avvertiti nessuno, li avevano chiamati come per un incendio normale. Le quattro del mattino… Le cinque… Le sei… Alle sei avevamo in programma di andare dai suoi genitori. Le sette… Alle sette mi hanno fatto sapere che lui era in ospedale. Ci sono andata di corsa, ma l’ospedale era già stato isolato dagli agenti della milizia che tenevano la gente a distanza. Lasciavano passare solo le autoambulanze. Gli agenti gridavano: non avvicinatevi alle macchine, sono tanto radioattive che bloccano i contatori al massimo della scala.
Più tardi l’ho visto… Tutto gonfio, tumefatto… Quasi non gli si vedevano più gli occhi… “Ci vuole del latte. Molto latte!” m’ha detto la mia conoscente. “Devono bere almeno tre litri al giorno”.
[…]
Allora venne fuori un medico e ci disse che sarebbero davvero partiti per Mosca in aereo, però noi dovevamo portare loro degli indumenti: quelli che avevano si erano bruciati alla centrale. Gli autobus non passavano più e dovemmo farci di corsa tutta la città. Quando ritornammo con le borse, l’aeroplano era già partito…
[…]
Lascio la stanza, esco in corridoio… Urto contro la parete, contro il divano perché non li vedo. Dico all’infermiera di turno: “Sta morendo”. E lei mi risponde: “E cosa credevi? Hai ricevuto  milleseicento röntgen quando la dose mortale è di quattrocento. Sei accanto a un reattore”… Tutto mio… Tutto amato…
[…]
E vivo così… Vivo contemporaneamente nel mondo reale e in un mondo irreale. E non so dire dove mi trovi meglio. Qui siamo in molti. L’intera via, e la chiamano proprio così: via Černobyl’. Gente che ha passato tutta una vita lavorando alla centrale. E molti di loro continuano a farlo, svolgendo a turno certe mansioni anche se nessuno vive più sul posto. Alcuni hanno delle gravi malattie, l’invalidità, ma non abbandonano la centrale, addirittura tremano al solo pensiero che possano spegnere i reattori.  Chi può avere ormai bisogno di loro in un altro posto?

Ljudmilla Ignatenko,
moglie del defunto vigile del fuoco Vasilij Ignatenko

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“Immaginate di salire su sul tetto di un edificio alto 16 piani. Lungo la salita luce e buio si alternano e, ad ogni finestra di luce, si scopre qualcosa in più del paesaggio che vi circonda. Arrivati in cima vi trovate da soli, i vostri compagni di viaggio sono dalla parte opposta dell’edificio. Il vento porta l’eco delle loro voci lontano da voi, ma la cosa veramente strana è che lo stesso vento non porta nessun altro rumore. Perchè per 3000 km quadrati attorno a voi non c’è più nulla. L’uomo ha deciso così, con le sue scelte e con le sue azioni passate. Allora comprendete veramente la forza del luogo che state visitando. E vorreste fissarlo in una immagine. Vi fermate per un attimo a riflettere. Scattate. Poi ripensate al fatto che forse non è possibile fissare in una sola immagine quella sensazione. Ma allo stesso tempo capite che quel viaggio lascerà qualcosa di particolare dentro di voi.
Chiudete gli occhi e provate ad immaginare. La potenza di una immagine risiede nella capacità di evocare emozioni.”

Andrea Sereno, 14 aprile 2016

NOTA: il post è un estratto di testi e fotografie provenienti della mostra Chernobyl – 30 anni dopo, che ha avuto luogo a Cossato (Biella) dal 7 al 14 ottobre 2016.

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Grazie al Comune di Cossato, all’assessore Pier Ercole Colombo e ai suoi collaboratori.

LINK

http://www.serenoandrea.it/

https://www.facebook.com/serenoandrea.it/?pnref=story.unseen-section

[Tutte le fotografie e i testi presenti in questo post sono tutelati dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotti altrove. Copyright Vuoti a perdere 2016 e Just Photo 2016]

 

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LA FABBRICA INVIOLATA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

DSC_7906bOgni fabbrica in cui si entra riserva sorprese particolari.
Non si può mai sapere cosa si troverà dentro un luogo abbandonato, questo è poco ma sicuro.
Tuttavia, ci sono sempre almeno tre certezze:
1) Non sei il primo a entrare lì dentro con una macchina fotografica
Sembra che ormai tutti siano entrati dappertutto. Chi fa foto di questo tipo non dice i nomi dei luoghi, ma spesso capita di entrare in una fabbrica ed esclamare: “ehi, ma io questa roba l’ho già vista”. Dove? Sul sito di uno che a le stesse foto che fai tu.
2) Il graffito è l’arma sociale dei primi anni 2000
Forse oggi hanno già smesso di andare di moda, ma uno dei tratti caratteristici di ogni fabbrica abbandonata è la presenza di graffiti sui muri. In realtà spesso “graffito” è una parola molto grossa, la maggior parte delle scritte è “Sandra ti amo” o “Jennifer ti odio, mortacci tua” – ma perché lo devi andare a scrivere dentro una fabbrica? Certo è che per almeno due tipologie di persone – i writers e i morosi di Sandra e Jennifer – i bianchi, enormi, silenziosi muri delle fabbriche in disuso rappresentano un foglio gigante che non aspetta altro che essere scritto o colorato.
3) Non troverai nulla in giro che tu non abbia già visto in un’altra fabbrica
Questo non è sempre vero, ma lo è spesso. Grosse stanze che sembrano ancora più grosse perché dentro non c’è più niente, assoluta (o quasi) assenza di oggetti. E per oggetti si intendono macchinari (i primi a sparire quando una fabbrica chiude) e oggetti veri e propri; quando va bene trovi un cartello, qualche macchia d’olio, qualche bullone.

Questo è ciò che accade in linea generale, ma è ovvio che si contino anche parecchie eccezioni, come QUESTA. La fabbrica di questo post è una filatura e fa parte di quelle eccezioni: non solo ha ancora molti oggetti al suo interno, ma addirittura sembrerebbe che ne vandali ne fotografi ne urbex siano ancora riusciti ad entrarci. L’architettura è particolare, modulare, fatta di mattoni rossi che le danno un aspetto imponente e granitico. Entrando dalla porta principale ci si trova davanti uno scalone di marmo e mosaicato. A destra, una piccola infermeria con un calendario (il modo migliore per comprenderne la data di abbandono) e un lettino con tanto di coperte. A sinistra gli uffici, nei quali svetta una fantastica timbratrice perfettamente conservata. Qualche graffito/scritta, ma davvero poca roba. Salendo le scale si approda alla sala mensa, piena di tavoli a cui sembra mancare solamente la tovaglia.

Tornando al piano terreno si può entrare negli spogliatoi, in cui sono ancora ben leggibili i nomi delle operaie sugli armadietti. Da qui si sbuca nella fabbrica vera e propria, qualcosa di molto, molto grande. Gli spazi erano frazionati per la suddivisione in reparti, ma è comunque difficile non accorgersi delle dimensioni. Pese, macchinari, manometri, pulsanti, indicatori, un (scusate il piemontesismo) “gabiotto” in cui svetta quello che pare un timone. I grossi macchinari non ci sono più, probabilmente venduti appena la fabbrica chiuse; ma tutto il resto non si è spostato di un millimetro. Una fabbrica inviolata, ancora risparmiata dalla furia umana, in balia di se stessa ma in qualche modo ben protetta. Qui è tutto fermo per davvero: non sono arrivati i fotografi a spostare le sedie vicino alle finestre per fare foto tremendamente banali dal titolo “la luce dell’abbandono”, non sono arrivati (o comunque non in massa) i fidanzatini delusi/innamorati di Sandra e Jennifer, non sono passati i soliti ladruncoli, cui una vecchia timbratrice o anche soltanto del rame farebbero parecchia gola.

Coi suoi colori sbiaditi, i suoi mattoni così nuovi eppure già così fuori moda, i suoi stanzoni simmetrici e il suo timone, questa fabbrica resta una delle più suggestive della zona. Forse proprio perché è rimasta ferma DAVVERO. Inviolata, non deturpata, non derubata.

Quanto durerà?

Un immenso grazie a Marianna

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LA VILLA SULLA COLLINA – MANSION ON THE HILL

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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La villa sulla collina è un luogo magico. Un giardino botanico di pregio, vetrate bellissime, stanze e corridoi affrescati, stufe in ceramica, caminetti in marmo, sono solo alcune delle cose che vi si trovano dentro. Come si può raccontare questa bellezza che, nonostante tutto, ha resistito al tempo e all’abbandono? Una volta tanto, oltre che attraverso le foto, sarebbe interessante raccontare un luogo attraverso la musica. E quale luogo migliore di questo, per farlo? In fin dei conti, l’armonia costruttiva, la quiete del giardino, la delicatezza dei particolari, non fanno venire in mente proprio una musica rilassante e pacata?

DSC_0961Il tema – la villa sulla collina – è stato protagonista di parecchie ballate, soprattutto in terra americana. Forse perchè si tratta di una suggestione così forte da riuscire ad evocare, da sola, quel contrasto sociale molto americano ma anche molto biellese, il contrasto tra quelli che “stanno sotto” e sono figli di operai o contadini e quelli che stanno sopra, figli di imprenditori o semplici nobili, che giocano e vivono nella casa sulla collina. Qui di seguito abbiamo scelte tre di queste ballate, accomunate da un medesimo titolo (“mansion on the hill”, “la villa sulla collina” appunto), più una, una ballata piemontese forse meno nota ma egualmente evocativa. Quattro canzoni simili – per quello che la villa sulla collina evoca – eppure molto diverse, soprattutto nel raccontare quattro diversi stati d’animo. Abbiamo cercato di inserirle in modo che raccontassero una storia mutata nel tempo: dalla villa in cui si sente “musica psichedelica che riempie l’aria, in cui pace e amore soggiornano” cantata da Neil Young a quella in cui “non c’è amore” (è seppellito dallo sfarzo?) di Hank Williams; dalla villa lussuosa osservata dal bambino Springsteen e dal padre, simbolo di un sogno americano che sembra non essere per tutti, rinchiuso e ben protetto da “quei cancelli di duro ferro”, alla “ca sla colin-a” cantata dal nostro Gian Maria Testa, ballata sociale dal forte carattere politico che dimostra quanto le colline del Wyoming e quelle del Monferrato non siano state poi così diverse.

DSC_1017NEIL YOUNG, 1990

Well, I saw an old man walking in my place,
and he looked at me, it could have been my face

Be’, vidi un uomo anziano passeggiare al posto mio
E mi guardava, il suo volto poteva essere il mio

His words were kind but his eyes were wild,
he said “I got load to love but I want one more child”

Le sue parole erano gentili ma i suoi occhi selvaggi
Disse “l’amore è un peso ma voglio un altro figlio”

There’s a mansion on the hill, psychedelic music fills the air
Peace and love live there still, in that mansion on the hill

C’è una villa sulla collina, musica psichedelica riempie l’aria
Pace e amore vivono ancora lì, in quella villa sulla collina

Around the next bend take the highway to the sun
or the rocky road, it really don’t matter which one

Alla prossima curva prendi l’autostrada per il sole
O la strada sterrata, davvero non importa quale delle due

I was in hurry but that don’t matter now
’cause I have to get off that road of tears somehow

Ero di fretta ma adesso non ha importanza
Perché devo lasciare quella strada di lacrime in qualche modo

There’s a mansion on the hill psychedelic music fills the air
Peace and love live there still in that mansion on the hill

C’è una villa sulla collina, musica psichedelica riempie l’aria
Pace e amore vivono ancora lì, in quella villa sulla collina

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HANK WILLIAMS SR, 1947

Tonight down here in the valley I’m lonesome and oh how I feel
Stasera qui nella valle mi sento solo e oh come mi sento

As I sit here alone in my cabin I can see your mansion on the hill
Mentre sono seduto qui da solo nella mia cabina vedo la tua villa sulla collina

Do you recall when we parted the story to me you revealed
Ti ricordi quando ci siamo lasciati la storia che mi hai rivelato

You said you could live without love dear in your loveless mansion on the hill
Lei ha detto che si potrebbe vivere senza amore caro nel vostro palazzo senza amore sulla collina

I’ve waited all through the years love to give you a heart true and real
Ho aspettato tutto il corso degli anni l’amore per darvi un cuore vero e reale

Cause I know you’re living in sorrow in your loveless mansion on the hill
Perchè so che stai vivendo nel dolore nel vostro palazzo senza amore sulla collina

The light shines bright from your window the trees stand so silent and still
La luce splende luminosa dalla finestra gli alberi si distinguono in modo silenzioso e ancora

I know you’re alone with your pride dear in your loveless mansion on the hill
Lo so che sei da solo con il tuo caro orgoglio nel vostro palazzo senza amore sulla collina

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BRUCE SPRINGSTEEN, 1982

“There’s a place out on the edge of town sir
risin’ above the factories and the fields

“C’è un posto appena fuori città signore
che si erge sopra le fabbriche e i campi

now ever since I was a child
I can remember that mansion on the hill

fin da quando ero un bambino
posso ricordare quella casa sulla collina

In the day you can see the children playing
on the road that leads to those gates of hardened steel

Di giorno vedevi i bambini giocare
sulla strada che porta a quei cancelli di duro ferro

steel gates that completely surround sir
the mansion on the hill

cancelli di ferro che circondano completamente
la casa sulla collina

At night my daddy’d take me and we’d ride
through the streets of a town so silent and still

Di notte mio padre mi prendeva
e facevamo un giro attraverso le strade di una città così silenziosa e immobile

park on a back road along the highway side
look up at that mansion on the hill

parcheggiava in una strada secondaria accanto all’autostrada
e guardavamo quella casa sulla collina

In the summer all the lights would shine
there’d be music playin’ people laughin’ all the time

D’estate tutte le luci avrebbero brillato
e la musica avrebbe suonato e la gente riso

me and my sister we’d hide out in the tall corn fields
sit and listen to the mansion on the hill

io e mia sorella ci saremmo nascosti nei campi di grano alto
seduti e attenti a quella casa sulla collina

Tonight down here in Linden Town
I watch the cars rushin’ by home from the mill

Stanotte qui giù in Linden Town
io guardo le macchine sfrecciare dalla fabbrica verso casa

there’s a beautiful full moon rising
above the mansion on the hill”.

c’è una meravigliosa luna piena
che splende sopra la casa sulla collina”.

DSC_1104GIAN MARIA TESTA, 2006

La ca sla colin-a l’é bela, Maria la varda peui dis:
am piasrìa podèj catèla, sarìa ‘l mè paradis!
La casa sulla collina è bella, Maria la guarda e dice:
mi piacerebbe poterla comprare, sarebbe il mio paradiso!

L’é bianca la ca sla colin-a, l’é bianca come ‘n linseul,
s’it la varde a smija ch’a grigna, l’é pròpi la ca che a veul.
è bianca la casa sulla collina, bianca come un lenzuolo,
se la guardi sembra che rida, è proprio la casa che vorrei…

L’é gròssa la ca sla colin-a, tante stansie con finestre e pogieuj,
starìo pròpi bin là an sima, mi, mè òm e ij mè fieuj.
è grande la casa sulla collina, tante stanze, e finestre, e davanzali,
staremmo proprio bene là in cima, io, mio marito e i miei figli.

Mè pare fasìa ‘l murador l’é mòrt ancora spòrch ëd càussin-a,
l’ha fala chiel la ca sla colin-a, l’ha fala për quatr ësgnor.
Mio padre faceva il muratore, è morto ancora sporco di calce,
l’ha fatta lui, la casa sulla collina, l’ha fatto per quattro Signori.

E lor a ven-o d’istà stan mach doi mèis peui van via,
la ten-o mach basta ch’a sìa e mi a son sensa ca.
E loro vengono d’estate, stanno poco meno di due mesi e poi vanno via,
la tengono solo per il gusto di averla, e io invece sono senza casa.

La ca sla colin-a l’é bela, Maria la varda peu dis:
mi podreu mai catèla, për ij pòver a-i-é nen paradis.
La casa sulla collina è bella, Maria la guarda e poi dice:
noi non potremo mai comprarla, per i poveri non c’è paradiso.

DSC_1100Thanks to Lore
e a Valeria Caucino per avermi suggerito la canzone di Gian Maria Testa

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THE HAUNTED HOUSE – QUEL CHE RESTA DI VILLA C.

Testi e fotografie di Riccardo Poma

DSC_7866Ebbene si, pure noi biellesi/vercellesi abbiamo la nostra bella casa infestata. A Oropa Bagni abbiamo (ma sarà vero?) i satanisti, alla città del mobile i “ravers” (ma si dirà davvero così?), a Villa C. abbiamo i fantasmi. Insomma, non ci manca niente. Villa C. è un luogo di interesse oramai transgenerazionale: chiunque sia nato, diciamo, dal 1950 in poi, ci è entrato almeno una volta per scrivere sul muro “Andrea ama Martina”, per spaccare qualche vetro, per portarci la suddetta Martina e farle vedere che tipi coraggiosi che si è. Poi, quando si diventa grandi, ci si dimentica dell’esistenza di Villa C.; tuttavia, prima o poi, arriverà un figlio di dodici, tredici anni che chiederà “papà, ma dov’è di preciso Villa C.?”, e allora torneranno in mente vecchi ricordi e vecchie leggende e ci si ricorderà com’era bello quando s’era giovani e non s’aveva altro da fare, il pomeriggio dopo la scuola, che andare a cercare i fantasmi di Villa C.

DSC_7864La storia della Villa comincia intorno al 1800, ovvero quando la famiglia C., desiderosa di pace e tranquillità, acquista una vecchia azienda agricola situata nel bosco del paese. Nei terreni contigui alla fattoria, i C. edificano nei primi anni dell’ottocento una bella Villa di tre piani. Intorno, un giardino che ha le dimensioni di un parco. Non ci sono molte notizie su cosa facessero i C., ma sicuramente erano molto, molto ricchi. Il signor C. che interessa a noi – uno dei pochi di cui ancora si trova qualche traccia isolata negli archivi dei giornali locali – è l’avvocato e senatore Casimiro [nome di fantasia]. La leggenda narra che, al ritorno da un viaggio a Roma, l’avvocato sia entrato nel suo maniero e si sia trovato davanti uno spettacolo agghiacciante: la moglie e le due figlie decedute. Qui la leggenda – già di per se vaga – da nel vago: qualcuno parla di omicidio perpetato da una persona esterna alla famiglia, forse entrata per compiere un furto; altri sostengono che fu la stessa signora C., in preda a follia, a togliere la vita alle bambine per poi suicidarsi (qualche vecchio del luogo sosteneva che la signora C. fosse stata più volte tradotta in manicomio); i più realisti, infine, parlano di un’epidemia che colpì prima le figlie e poi la madre, annullando così l’ipotesi del padre che torna a casa e trova la famiglia sterminata. Sui giornali non c’è nessuna traccia di queste morti, ma è più che normale: si parlava di nobili, non di gente qualunque, meglio tenerli fuori dai rotocalchi. Secondo alcuni abitanti, il fattaccio avvenne intorno al 1920-22.

DSC_7887Casimiro, distrutto dal dolore, licenziò la servitù e si chiuse nel suo lussuoso maniero. L’ingresso alla Villa (e al giardino) fu vietato a chiunque. Col passare degli anni, il giardino divenne una foresta e la Villa cominciò a deteriorarsi. Nessuno vide più Casimiro. Il suo nome tornò sui giornali (questa è l’unica notizia VERA e ACCERTATA) soltanto nel 1937, l’anno in cui morì. Aveva 52 anni. Anche qui la leggenda ha diverse diramazioni: c’è chi dice che morì di malattia e chi invece sostiene che si tolse la vita impiccandosi. Il giornale, datato novembre 1937, non riporta le cause della morte, e non riporta nemmeno nomi di eventuali familiari: due elementi che in linea teorica potrebbero confermare l’ipotesi del suicidio e delle morti di quindici anni prima. Non si sa se qualcuno visse nella Villa dopo Casimiro. Alcuni anziani del luogo sostengono che durante la seconda guerra mondiale fosse già disabitata e a un livello di degrado piuttosto elevato.

DSC_7878Intorno al 1950, alcune persone iniziano a riferire particolari inquietanti sulla Villa: qualcuno sosteneva di aver udito una voce di donna che chiamava eventuali visitatori, altri giuravano di averla vista; altri ancora parlarono del fantasma di Casimiro, che ancora transitava nelle stanza della Villa con il suo cappio al collo; infine, qualcuno parlò di una vecchia su una sedia a dondolo che esortava i visitatori ad andarsene. In tempi più vicini a noi, qualcuno ha detto di aver visto i fantasmi delle due figlie, altri hanno affermato di aver udito le folli urla della signora C. Vero o no, ancora oggi Villa C. è una metà obbligatoria per i ragazzi del circondario.

DSC_7875La Villa balzò agli onori della cronaca ancora una volta a metà degli anni ’80, quando due giovani biellesi furono denunciati con l’accusa di aver rubato una grossa specchiera che si trovava al piano terra Ciò dimostra che fino agli anni ottanta nella villa c’erano ancora mobili e oggetti.

DSC_7883Una situazione molto diversa da quella che si si trova davanti oggi.  Dell’antica, signorile dimora non restano che quattro muri. Villa C. è stata depredata di tutto: mobili, oggetti (fin qui niente di incredibile), pavimenti, camini (!), finestre, addirittura porzioni di muri sui quali c’erano gli affreschi. Addirittura è stato rubato per intero lo scalone che portava al piano superiore, ora raggiungibile soltanto con l’aiuto di una scala a pioli portata lì da chissà chi. Villa C. conserva il primato, oltre chi di casa infestata, di abitazione più vuota e scarna dell’intera provincia. Ladri e furbacchioni hanno sfruttato la posizione isolat(issim)a dell’immobile per fare i propri comodi indisturbati. Lo hanno fatto per una settantina d’anni, e questo è il risultato.

DSC_7873Cosa resta, dunque, di Villa C.? Poco o nulla: i muri, repentinamente scarabocchiati e scritti in ogni angolo, qualche finestra, qualche sparuto ricordo dell’antico splendore. Forse qualche fantasma, più annoiato che spaventoso. Attorno, un ex giardino che pare la foresta amazzonica e che pian piano si sta divorando tutto. Non manca molto perché Villa C. sparisca per sempre, inghiottita nell’oblio e nell’ocurità. Proprio come accadde alla totalità dei suoi tristi, sfortunati proprietari.

Quei muri cadranno portandosi dietro la verità su ciò che vi accadde dentro. Solo a loro è dato conoscere i fatti. A noi non resta che immaginarli, cercando di cogliere una grandiosità che non si vede quasi più.

Thanks to Nic e Tia

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LA VILLA DELLE COSE SOSPESE E IRRAGGIUNGIBILI

Testi e fotografie di Riccardo PomaDSC_0912

Si dice che questa villa appartenesse a un pittore locale. Si dice che, quando il pittore morì, le sue opere rimasero per anni a prendere la polvere dentro le stanze, appese ai muri o semplicemente accatastate come bancali. Nel migliore dei casi, coperte da qualche telo polveroso.
Poi, qualcuno si accorse di loro.
E capì che potevano valere qualcosa, o se non altro abbellire qualche muro.
Nel giro di una decina di anni, quei meravigliosi quadri sparirono nel nulla, pian piano, sottratti da collezionisti, furbini, paesani del pittore. La domanda è sempre la stessa: per lasciarli lì a prender la polvere, e quindi l’umidità, e quindi la muffa, non è forse stato meglio così?
Oggi questa villa colpisce ancora per la sua imponenza, ma della grandezza di un tempo non è rimasto quasi più nulla.
Quasi. C’è ancora un bel bagno bluette, con tanto di carta igienica sul davanzale, in attesa che qualche artista (è pur sempre carta) la utilizzi. Il tetto dondola pericolosamente, e adesso sì che è davvero spiovente: talmente spiovente che, un giorno o l’altro, verrà giù proprio come la pioggia.
Le piante hanno disegnato assurdi affreschi, simili a quadri. Bè, giusto così. È la casa di un pittore.
Per terra una serie di barattoli che avranno almeno un sessantina di anni. Chissà cosa contenevano. Cibo? Colori?

Qualcuno ha smontato le ringhiere dei balconi, forse per dissuadere eventuali visitatori, o magari semplicemente perché stavano meglio a casa sua che lì sopra. Il problema è che tanto, se non ci porta dietro una scala, salire è diventato difficile. Lo scopriamo entrando in casa dalla porta sul retro, che vicino oltretutto ha un pozzo che – grazie alla prova scientifica della monetina – sarà profondo sui 30, 35 metri.
Scopriamo che questa villa, un tempo costruita su tre piani più cantina, è composta solo più di un piano: la nuda terra. Il tetto è caduto sul terzo piano, che è caduto sul secondo, che è caduto sul primo, che addirittura è caduto sulla cantina. E il pavimento della cantina ovviamente, è di nuda terra. Magari l’ordine di caduta non è stato per forza questo, ma che sia andata più o meno così è davanti agli occhi di tutti.
Dopo aver superato le iniziali vertigini (provate a entrare in una casa e trovarvi in uno stanzone altissimo), ci si può concentrare sui particolari. La prima cosa che salta agli occhi, a partire dal basso, è la vista sulla cantina: la caduta della splendida volta a botte ha rivelato ALMENO due botti da vino, ma di quelle grandi per davvero. Chissà se c’è del vino dentro, chissà a che annata appartiene?
Magari il pittore, quel vino, se lo faceva per lui con le sue vigne. Qui una volta era pieno di vigne, e non era difficile occuparsi di tutti i passaggi fino alla bottiglia.

Poi notiamo quelle rientranze nei muri che facevano da scaffali. Sopra ci sono ancora le bottiglie, i contenitori per il cibo. Le pareti sono colorate, ad indicare che non era proprio una casa “normale”. I contadini non avevano i muri dipinti, e se li avevano sicuramente erano tutti di un solo colore. Qui si distingue un blu, un rosa (rosso?), un azzurro, addirittura un ornamento floreale.
Ci accorgiamo che i crolli sono antichissimi: il muschio è cresciuto sui mattoni crollati prima, saldandoli a ciò che resta del pavimento. Ma ci accorgiamo anche che non sono mai finiti: gli ultimi mattoni sono “freschi”, così come le lamiere.
E poi fili sospesi, tegole sospese, mattoni sospesi, addirittura solette sospese.
E una sedia, capolavoro fotografico e concettuale, che pare messa lì con l’unico scopo di farsi fotografare. Un oggetto di tutti i giorni che oramai è nello spazio siderale, lontanissimo, irraggiungibile. Un oggetto comune diventato un’opera d’arte. In fin dei conti, siamo sempre a casa di un pittore. L’unica opera d’arte rimasta qua dentro, forse solo perché nessuno l’ha vista come tale.

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E in effetti non lo è. L’arte è, in questo caso, nell’occhio di chi guarda, o di chi fotografa.
Solo da quaggiù ha un senso.
Anche lei è sospesa, come tutto qui dentro. Oggetti sospesi e irraggiungibili, come anche la storia di questo luogo, raccontata solo da qualche anziano del posto, ma oramai confusa, lontana, solo immaginabile. Sospesa e irraggiungibile.
Un giorno, c’è da scommetterci, anche questa sedia sospesa raggiungerà la terra della cantina. Polvere alla polvere, proprio come quel pittore, proprio come – un giorno – noi.
Torniamo all’aria aperta. Un vecchio fabbricato attiguo, che nasconde una bellissima e perfettamente conservata gerla, ci “sorride”. Comincia a piovere. Una grondaia divelta sembra un serpente, e l’acqua piovana, scorrendovi dentro e sibilando, conferma. Sul cancello, le iniziali del pittore. La firma della sua ultima opera d’arte.

Thanks to Franci e Lori

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BUGELLA HORROR STORY

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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“Pronto, senti c’è una fabbrica costruita nel 1850, chiusa da 40 anni, che secondo me dovresti vedere…”
In che senso chiusa da 40 anni?”
“Nel senso che l’hanno murata nel ’78”
“E come entriamo?”
“Qualcuno ha abbattuto una muratura per vedere cosa c’è dentro”
“E cosa c’è dentro?”
“….”
“Ehi?”
“Devi vedere”.

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“L’uomo nero non è morto, ha gli artigli come un corvo. Fa paura la sua voce, prendi subito la croce. Apri gli occhi, resta sveglio, non dormire questa notte…”

Tratto da A Nightmare on Elm Street, Wes Craven, 1984

La paura dell’uomo nero, del babau, è probabilmente la prima paura che abbiamo avuto, prima rappresentazione animata della più vecchia delle paure, quella del buio. Il buio è assenza di luce, OVVERO impossibilità di vedere, OVVERO qualcosa in cui un mostro potrebbe nascondersi senza farsi vedere (ma vedendo noi). Il buio è l’ignoto, lo sconosciuto, il non visto e dunque minaccioso.

Ora, girovagando per edifici in disuso la paura è un qualcosa che spesso ti porti dietro, che ti rimane li accanto, soprattutto se vai in giro da solo o comunque con compagnie ridotte. Paura di essere beccato, paura che tutto ti cada in testa, paura di fare incontri non troppo edificanti. Paura che le foto vengano male, ma questo è un altro discorso. Raramente, comunque, puoi avere paura del buio o di quello che NEL BUIO si nasconde. Innanzitutto perché andare in uno di questi luoghi di notte è totalmente inutile: come fai a fotografare? Si, certo, il modo c’è eccome, ma forse armeggiare col cavalletto o, peggio ancora, portarti dietro dei faretti non è proprio comodissimo. E poi, problema non da poco, dove li attacchi i faretti? Pretendi di entrare in una fabbrica abbandonata e trovarci l’elettricità? Troppo facile. Altra ipotesi, puoi usare il flash. Se ti piace, fai pure.

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Cosa succede però quando entri in una fabbrica le cui finestre sono state murate? Ci entrerai pure di giorno, ma se la luce, per ovvie ragioni, non passa, buio rimane.

Siamo in due. Entriamo da una scala che porta direttamente al primo piano. Al principio di questa scala si vedono i segni dei mattoni che muravano la porta. Entriamo armati soltanto di torce e macchina fotografica. Arrivati al termine della scala ci si ritrova nella parte “illuminata”, quella con le finestre.

Guardando verso il buio, non è difficile accorgersi

a) delle dimensioni di questo posto

b) del fatto che basta spostarsi di qualche metro dalle finestre per sprofondare nel buio più assoluto

Colonne e archi, archi e colonne, apparentemente. Nient’altro.

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Il pavimento non sembra quello di una fabbrica: è un selciato tipicamente ottocentesco, in cui le pietre sono incastrate nel calcestruzzo. Ancora più strano se calcolate che siamo al primo piano. Non proprio un pavimento/soletta che sa di leggerezza e slancio. Su alcune colonne ci sono delle scritte: “modificata il 6.8.1927”. Be, dai, la manutenzione è stata fatta abbastanza recentemente. Si e no 90 anni.

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Accendiamo le torce, andiamo verso il buio.

Apparentemente questo posto è tutto uguale. In qualunque direzione ci voltiamo, i nostri (esili, lasciatemelo dire) fasci di luce illuminano colonne, archi e selciato.

Proviamo a spegnere le torce. Buio pesto. Chi vuole tornare indietro, lo faccia ora.

Ormai convinti della monotonia del posto, non ci accorgiamo di essere arrivati davanti ad un’apertura nel muro. Mettiamo la testa dentro. Un lunghissimo, stretto corridoio senza sbocchi si appoggia a murature costruite in tempi più recenti. Interessante la scala che porta al piano di sopra. Porterebbe, se non fosse stata murata.

Torniamo nella fabbrica. Una torcia investe un oggetto enorme, davvero inquietante per forma e dimensioni. Ci avviciniamo: è una gigantesca cisterna, alta il doppio di noi (calcolate che arriva fino al soffitto, ovvero circa 4 metri) e lunga almeno una decina di metri. Abbandonata lì, come il relitto di una mastodontica nave colata a picco 40 anni prima. Rigenerato il 10.11.1975.

Anche qui come manutenzione possiamo stare tranquilli.

Attorno ci sono strani macchinari, compressori, tubature piene di rubinetti che oramai la ruggine avrà chiuso per sempre. Questa sì che è archeologia industriale.

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Dietro allE cisternE (avete capito bene, ce ne sono due), si entra in una stanza in cui ci sono ancora dei vecchi motori a gasolio e delle pompe che, probabilmente, facevano girare l’acqua dentro questo posto. Sul muro, una vecchia lavagna ancora scritta. Quel gesso è li sopra da almeno 40 anni.

Chissà se viene via con un cancellino.

Usciti dalla stanza dei motori (possiamo dire la “sala macchine”?), un altro scorcio inquietante cattura la nostra attenzione. Una serie di strani portoni sembrano chiudere delle gigantesche gabbie costruite sul muro.

Ora, io non è che per principio credo a certe cose. Però trovarsi lì, a 100 metri dall’uscita, al buio totale, dietro a una cisterna grande come quella di un’autobotte e davanti a delle gabbie alte 4 metri non è che mi sentivo proprio tranquillo tranquillo.

Entriamo?

Bè, ormai siamo qui.

Et voilà.

Nessun mostro. Soltanto un magazzino pieno di viti, bulloni, pezzi di ricambio. Un magazzino costruito come la tana di Freddy Krueger ma pur sempre un magazzino. Dentro c’è pure, appeso a un muro, un setaccio pieno di una qualche roccia. Esattamente lì dove l’avevano lasciato, con ancora dentro il materiale che veniva setacciato.

Continuiamo.

Un rumore, come di passi. Ecco. Trovato il mostro, penso.

Taccio per un po’. Poi trovo il coraggio di parlare al mio compagno d’avventura.

“Ma tu lo senti?”

“Sì”.

Fiu, penso, menomale. Cominciamo a cercare la fonte del rumore, che non sembra muoversi ma, complice la stramba architettura di questo posto, resta mooooolto difficile da localizzare. Dopo un po’ vedo, illuminato dalla mia torcia, un luccichio anomalo. Ci avviciniamo. Ecco il nostro mostro: un tubo perde dell’acqua che, a goccioloni, batte su un vecchio pianale di legno.

Ora, è vero che il mostro non c’era, ma il ritrovamento rimane lo stesso inquietante. Perchè dovrebbe passare del liquido in quei tubi vuoti da anni? Fuori c’è pure il sole, non può essere acqua piovana. Mah.

Dopo aver visto una stanza senza pavimento (ma con un simpatico asse che invitava a salire) e un mucchio (ma un mucchio davvero) di vecchi telai di legno, finiamo in una sorta di grande cella ospitante, oltre che delle simpatiche damigiane (chissà se questo vino è invecchiato bene?), dei filtri in cui un tempo doveva passare dell’aria calda.

Passiamo vicino ad uno stanzone in cui troneggia un cartello scritto con pennello e una calligrafia impeccabile, come se anche un banalissimo foglio informativo dovesse conservare uno stile adatto alla pregiata materia lavorata. Oggi l’avrebbero scritto con un Uniposca, magari regalandoci pure qualche bell’errore grammaticale. Tra corridoi, gallerie e migliaia di archi, torniamo al punto in cui eravamo entrati. Spegniamo le torce.

La luce del giorno ci rassicura. Non è stato proprio un giro di quelli facili. Speriamo almeno che le foto siano venute bene. Sicuramente sono diverse dalle altre.

Più scure. O forse, più OSCURE. Vedete voi. In fondo, è Halloween bellezza!

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RICEFIELDS’ LEBOWSKI

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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Quando si entra in una città, in un paese, in una frazione, c’è sempre una costruzione un po’ più alta delle altre che colpisce. Che sia un campanile, un condominio, un monumento, o semplicemente un edificio più alto degli altri, c’è sempre un qualcosa che spezza l’orizzontalità e punta al cielo.
Nel caso del piccolo paese di N., ad attirare l’attenzione del turista (!) sono sei giganteschi silos.
Nulla di sacro, nulla di monumentale, nulla di magico. Dei silos.
Ma veramente molto, molto alti.
Le lamiere che li rivestono riflettono la luce del sole.
Le loro sagome slanciate spezzano la piattezza delle distese risicole.
Insomma, è veramente difficile non vederli.
C’è chi ha l’Empire State Building. C’è chi ha er Colosseo. C’è chi ha fabbriche abbandonate (tipo la città di Biella, QUI). Qui hanno i silos.
Meglio che niente.
“Sei mai stato a N.?”
“Si, quel paese dove hanno dei grossi silos!”

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In realtà a N. non ci sono solo i silos, anzi. Ci sta un bellissimo castello, ad esempio.
Eppure, nessuno lo nota passando da quella trafficata circonvallazione. O meglio, non subito.
Prima si vedono i silos.
Finchè la produzione è massiccia, vabbè: ci può anche stare. Stessa ragione per cui arrivare a Biella vedendo i lanifici Rivetti trepidanti di lavoro non era affatto deprimente, sessant’anni fa.
Quando però i cancelli si chiudono, i camion smettono di arrivare (e i silos si svuotano), allora forse il silos non è tutto sto gran biglietto da visita. Anche se queste sono cose che succedono spesso, difficilmente ci si pensa quando tutto va per il verso giusto.
Costruito sopra un mulino ottocentesco, del quale fino a qualche tempo fa (ovvero prima di una demolizione “controllata”) si poteva ancora scorgere la ruota, il mOlino di N. (con la O, come si usava una volta) è stato uno dei mulini industriali più importanti della zona. Non solo per i suoi grandi silos (aridaje) e per le sue gigantesche macine, bensì pure perché al suo interno c’era un laboratorio di analisi all’avanguardia. Insomma, se il grano era buono o cattivo lo decidevano dei tizi in camice bianco seduti in questa stanza che vedete qua sotto.

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Chiuso da poco meno di una trentina d’anni (ma i silos hanno ospitato il raccolto fino ad una quindicina di anni fa), oggi il mOlino è privo di vita; conserva però la sua imponenza, la sua aspirazione al cielo nonostante un territorio che dal cielo – se si escludono fosse e depressioni – è tra i più lontani in assoluto (il punto più alto di N. è a 18 metri sul livello del mare, probabilmente). La sua verticalità spezza l’orizzontalità del paesaggio risicolo, e nel farlo racconta un PRIMA (l’agricoltura rurale – “piatta”) e un DOPO (quella industriale – “verso l’alto”).

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Dentro il mOlino colpisce la moltitudine di oggetti ancora al loro posto, come se “l’ultimo giorno” di lavoro non fosse stato presentanto come tale, come se ogni dipendente avesse lasciato tutto com’era convinto che sarebbe tornato lì il giorno seguente. Il laboratorio chimico, con le sue provette, i suoi botticini ancora pieni di chissà cosa; gli uffici, con telescriventi, macchine da scrivere e calcolatrici (o “addizionatori”, come le chiamava un tempo la Olivetti), la scritta “ufficio” dipinta sui vetri; la casa del custode, coi sanitari, il campanello con scritta (ovviamente, “custode”), i paletti su cui stazionava un filo di ferro su cui stendere i panni. Pulsanti, coclee, interruttori.

E qualche sorpresa. Nel post dedicato alla Città del mobile mi chiedevo quante possibilità c’erano di trovare, in un luogo abbandonato, la fotocopia della carta d’identità di un tizio che conoscevo. Qui, al mOlino, mi sono chiesto: quante possibilità c’erano di aprire un quaderno a caso, il primo che mi è capitato davanti agli occhi entrando nel laboratorio, e scoprire che quelle parole – le ultime, quelle scritte il giorno prima della chiusura – erano state partorite a esattamente 48 ore dal momento in cui sono nato io? Destino? No, ma chi ci crede. Però fa pensare.

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Fa pensare che quei giganteschi silos siano ancora lì. Sei enormi guardiani.
Sei altissimi birilli che non troveranno mai un grande Lebowski in grado di tirarli giù. Né una palla abbastanza grande e pesante.
Forse un giorno arriverà una palla da demolizione, ecco. Ma io non credo.
È più probabile che quella palla sarà la palla del tempo. Lo strike definitivo potrà essere solo suo.

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Thanks to Franci

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