IL VINO DELLA CONTESSA

Testi e fotografia di Riccardo Poma

Vino pazzo che suole spingere anche l’uomo molto saggio a intonare una canzone,
e a ridere di gusto, e lo manda su a danzare,
e lascia sfuggire qualche parola che era meglio tacere.

Omero, poeta greco

Il vino prepara i cuori
e li rende più pronti
alla passione.

Ovidio, poeta romano

‘Nduma dinta a beivi che mi iù da turnè ca ciùc!

Renato, il mio vicino di casa

Quando e come

Costruita da due fratelli nel 1794, questa villa – ma forse sarebbe più corretto definirla azienda vinicola – è stata per due secoli protagonista della viticoltura del piccolo paese di L. Nonostante una dimensione tutto sommato ristretta, la produzione dell’azienda era ragguardevole: basti pensare che la vendemmia del 1900 fruttò ben 560 quintali. L’ultima erede del casato, La Contessa C., prese ad occuparsi della tenuta dopo la morte del padre avvenuta il 16 febbraio 1897, e negli anni dal 1900 al 1920 fu protagonista di molte vicende che riguardavano il lavoro dei braccianti agricoli, soprattutto in merito alle lotte sindacali dell’epoca.

Le cantine

La villa possiede un’incredibile cantina ancora piena di botti, vasche di fermentazione, strumenti di lavoro (dagli erpici trainati dai buoi ai macchinari dedicati alla vinaccia) e, ovviamente, bottiglie. Sotto una veranda [foto precedenti] si possono ammirare i giganteschi ingranaggi dei torchi ormai semidistrutti e la ruota che azionava la pompa del pozzo.

L’appartamento

Qualche fotografo passato prima di noi ha allestito un set tanto palesemente fasullo quanto affascinante: è facile immaginarsi su quel divanetto la contessa C., magari intenta a leggere un libro, o seduta su una di quelle seggioline a controllare i conti della sua azienda. I molti colori diversi presenti nelle stanze rivelano una cura cromatica rara che, ancora oggi, ci fa capire quanto fosse alto il rango della famiglia.

Il vino – Il vero tramite tra la nobiltà e il popolino

Lo sfarzo che si vede dentro la villa padronale, edificata a fianco e sopra alle cantine, contrasta con la semplicità delle costruzioni e delle abitazioni vicine. Eppure, quello che si produceva qui dentro – il vino – era l’unico vero tramite tra la nobiltà (poi borghesia) e il popolo (contadini, braccianti): il vino lo beveva la contessa col marito, con le sue amiche nobili, ma lo beveva anche il contadino all’Osteria del paese; beveva quello stesso vino che lui aveva prodotto lavorando per la contessa. Probabilmente il vino che arrivava all’Osteria era lo scarto dello scarto dello scarto, ma – insomma! – era comunque vino proveniente da quelle vigne. Un filo rosso – o bianco, a seconda dei gusti – che collegava idealmente (e non) le preziose stanze della contessa alle spoglie cucine dei braccianti. Qualcuno una volta disse che “pur seduti sul trono più alto del mondo, si è comunque seduti sul proprio culo”. Contesse e braccianti. Sullo stesso culo, magari sorseggiando lo stesso vino.

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LA VILLA DEI VENTI

Testi e fotografie Riccardo Poma

Nascosta in un antico, suggestivo borgo, la Villa dei Venti venne edificata negli ultimi anni dell’800 da un magnate dell’olio d’oliva che voleva una casa vacanze per la famiglia. Si tratta di un edificio molto particolare a livello architettonico: le forme liberty della facciata incontrano le suggestioni medievali dello scalone che svetta nel parco, i mosaici in stile bizantino (il tetto del pozzo, la pavimentazione della piscina) sono inseriti in un cortile da villa di mare (con tanto di palme).

I colori della facciata originaria sono svaniti sotto l’intonaco di un recente restauro strutturale, ma l’aspetto monumentale della villa è ancora ben visibile (se volete farvi un’idea delle dimensioni, scorrete fino all’ultima foto di questo post, in cui potete fare un paragone con la figura umana).

La prima stanza che vale la pena di essere raccontata è la cucina/sala da pranzo, restaurata in tempi recenti e dotata di uno strano camino in cui due commensali possono romanticamente prendere posto e cenare accanto (forse dentro?) al fuoco.

Altra stanza notevole è quella che poteva essere il soggiorno, luminosa e altissima ed sovrastata da un soffitto a cassettoni semplicemente magnifico. Subito dopo un altro capolavoro, uno spazio affrescato (e che affreschi!) davvero notevole. Proseguendo ci si ritrova nella stanza delle casseforti, un luogo che ci piace chiamare così perché…è piena di casseforti! In merito alla presenza di questi oggetti – che sembrano presi da un negozio più che da una casa privata – non sappiamo assolutamente cosa dire, ma il ritrovamento si inserisce di diritto nella categoria “cose assurde che potete trovare dentro le ville abbandonate”.

Il primo piano riserva parecchie sorprese, prima fra tutte un bellissimo affresco sul soffitto che segnala la presenza di un segnavento sul tetto. Un segnavento preciso e bellissimo che ancora funziona, che a distanza di tutti questi anni ancora sa dire agli occupanti (se mai ve ne fossero) quale vento sta soffiando fuori da quelle pareti. Proseguendo si arriva ad una serie di stanze meno fortunata di quelle del piano terra (strano, di solito è il contrario) in cui tutto – o quasi, e la posizione della villa non la mettiamo proprio per proteggere quel “quasi” – è stato portato via.

Chiamatela come volete – villa dell’olio, villa dei venti, villa della piscina: l’unica cosa certa è che lo sfarzo, qui da noi nel biellese, era di casa. Anzi, di villa. E in fin dei conti fotografare quello sfarzo prima che crolli sotto il peso dei suoi stessi anni è l’unico modo che abbiamo per ricordarcelo. E ricordarci che siamo stati grandi. Per davvero.

Thanks to Lori, Elis, Ele.

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THE LION’S MANOR – LA VILLA DEL LEONE

Testi e fotografie di Riccardo Poma

dsc_0234Non capita tutti i giorni di entrare in un posto come questo.
Di ville molto belle ce ne sono tante, certo, ma quante di queste ville hanno così tante storie da raccontare? La Villa del Leone è un luogo magico, più unico che raro proprio perché zeppo di cose interessanti da raccontare e, ovviamente, fotografare.
La prima volta che ci siamo entrati siamo stati dentro circa tre ore, e non abbiamo visto tutto.
La seconda volta ci siamo concentrati su ciò che non avevamo visto la prima, e abbiamo scoperto cose molto, molto interessanti.
La villa fu fatta edificare a inizio secolo da un industriale della zona che fu anche camicia nera e Consigliere Nazionale del fascismo. Il 18 maggio del 1939 il Duce visitò la frazione e, probabilmente, la villa. La villa ha conosciuto il suo splendore nella prima metà del novecento, salvo poi decadere progressivamente a partire dagli anni del dopoguerra (l’imprenditore morì nel 1960). Un amico nato nel ’61 dice che ci andava da ragazzo, e che era già messa maluccio. Facendo due calcoli, è abbandonata da almeno una sessantina di anni.
L’unico accesso possibile alla villa è passando dalle cucine, proprio come in Quei bravi ragazzi (non l’avete capita? Male, molto male, ma vi offriamo la possibilità di salvarvi dal pubblico ludibrio guardando qui). Vi si trovano ancora dei piani cottura + forni d’una certa imponenza, sovrastati da una cappa anche lei d’una certa imponenza.
Dalle cucine si passa senza accorgersene ad un edificio strano, che scopriamo essere la cappella.
Cominciano dunque le scoperte sensazionali.

SCOPERTA 1
LA CAPPELLA PRIVATA SEMBRA PIÙ UNA CHIESA
Non è la prima villa in cui troviamo una cappella privata, ma questa più che una cappella, è praticamente una mini-chiesa. Per darvi un’idea, è più grande di questo vuoto a perdere QUI, che è una chiesa a tutti gli effetti. Colpisce la qualità delle decorazioni, colpisce soprattutto la bellezza della cupola (si, cupola, avete letto bene), affrescata in stile bizantino con magnifiche tinte blu e oro.

Tornando indietro verso le cucine, superando un portone, ci si ritrova in un meraviglioso corridoio pieno di bassorilievi e nicchie che un tempo dovevano ospitare le statue dei santi della zona. A metà del corridoio, si entra in uno stanzone con un bellissimo soffitto in legno che poteva essere o il salotto o la sala da pranzo. Arrivati alla fine del corridoio, si è assaliti da un tripudio di bellezza ed eleganza.

SCOPERTA 2
LO SCALONE CENTRALE NON È UNO SCALONE QUALUNQUE
In ogni villa che si rispetti deve esserci uno scalone. Se manca, la villa perde qualche punto.
È lo scalone riservato ai nobili, ben diverso da quello di legno, stretto e angusto e spesso poco e male illuminato, su cui faceva avanti e indietro la servitù. Lo scalone di questa villa è qualcosa di incredibile. Annunciato da quattro colonne con altrettanti capitelli, è una sorta di monumento al marmo e al ferro battuto, una roba che presa da sola peserà come il Titanic, sovrastata da un soffitto che riprende i bassorilievi visti lungo il corridoio. Il signor B., che l’aveva fatta costruire, doveva essere un po’ fissato con l’architettura romana (aspettate di vedere il fuori!), o forse era imprenditore così potente da sentirsi una sorta di Giulio Cesare delle valli piemontesi.

Salendo si arriva al primo piano, la zona notte dei nobili. La camera padronale è vuotissima e non è affrescata (strano, molto strano), ma il bagno della camera padronale merita qualche parola (e qualche scatto).

SCOPERTA 3
LE STANZE (SOPRATTUTTO I BAGNI) SONO PIENE DI AMENITÀ
Il bagno della camera padronale è l’apoteosi della superficie lucida, pieno di piastrelle quadrate di pregio e con dei sanitari che paiono appena passati con qualche prodotto lucidante di oggi. Dal suddetto bagno si entra in una stanza in cui svetta una vecchia cassaforte, sventrata in ogni modo possibile e immaginabile. Attraversiamo una stanza senza pavimento (rubato, ovvio), e finiamo in un ennesimo bagno, forse meno bello del precedente ma egualmente interessante, se non altro per la disposizione dei DUE gabinetti, uno in faccia all’altro (“l’hai fatta tutta caro?”, “certo, e tu?”), e le “istruzioni per l’uso” lasciate a pennarello da qualche buontempone con una pessima mira. Salendo ancora si arriva alle stanze della servitù, povere, spoglie, non decorate ma dotate di una vista particolarmente poetica. Siamo su in alto, ora torniamo giù, nel molto basso.

SCOPERTA 4
LE CANTINE OSPITANO COSE INTERESSANTI
Abbiamo fatto tre piani di scale e siamo finiti molto in basso, ma non è cambiata la qualità dei ritrovamenti. La grande cantina, ancora piena di lavatoi e accessori un po’ più moderni, ospita cosine deliziose come una vecchia stufa e – udite udite – il motore dell’ascensore. Eh già, perché questa villa aveva pure l’ascensore. Così, tanto per. Risaliamo, e usciamo a rivedere le stelle.

SCOPERTA 5
ANCHE IL GIARDINO OSPITA COSE INTERESSANTI
Si vede ancora, anche se totalmente invasa dalla vegetazione, la struttura che circondava una fontana a pianta rettangolare grande circa 4 metri per 10 (le dimensioni sono più quelle di una piscina), sul cui bordo c’erano quattro statue che generosamente spruzzavano l’acqua. Tra la fontana e la facciata c’era una bellissima pavimentazione di pietre disposte a mosaico, quasi totalmente coperta dalla vegetazione. Sembra finita, ma basta dirigersi verso la parte frontale della casa, costruita come la facciata di un tempio romano, per accorgersi che le sorprese continuano.

SCOPERTA 6
NEL GIARDINO C’È UNA FONTANA CON QUATTRO RAGAZZINI AGGRAPPATI AD UN CAVALLO-SIRENA, IN CEMENTO E A GRANDEZZA NATURALE
Nei pressi della facciata principale, ecco la fontana n° 2, rievocazione scultorea di qualcosa di molto mitologico: alcuni ragazzetti ignudi sembrano dare del filo da torcere ad un povero cavallo con la coda di una sirena. Quello che colpisce è che sia il cavallo che i ragazzetti sono scolpiti a grandezza naturale, e dunque la testa del cavallo è a più di due metri d’altezza.
Dalla fontana parte un viale alberato che conduce a una panchina in pietra, sovrastata da un albero che ha avvinghiato la struttura che circonda la panchina e che ospitava un lampione.
Immaginatevela, miss Del Leone, un caldo pomeriggio di luglio del 1932, intenta a leggere un libro nel suo parco, sotto il suo alberello rampicante, sopra la sua panchina in pietra, sotto la luce di un lampione. I vicini, contadini o operai, non avevano nemmeno la luce in casa.
Lei se l’era fatta portare in giardino, ad almeno un centinaio di metri dall’abitazione.
Il nostro primo giro finì qui, intorno a questa stranissima panchina.

Qualche tempo dopo, girovagando per mercatini, mi imbattei in una vecchissima cartolina che ritraeva la villa e la comperai. La guardai con attenzione. Riconobbi l’imponente facciata principale, era lei per forza di cose. Ma che diavolo era quella gigantesca fontana con un leone ringhiante dentro? Il suddetto imprenditore/fascista/proprietario della villa, di nome, si chiamava  proprio Leone, ed ecco spiegato il perchè di quel leone ringhiante. Ma dove diavolo era oggi, e soprattutto, perchè io non lo avevo visto? Continuavo a ripetermi cose come
– se ci fosse stata l’avresti vista
– se non l’hai vista è perché l’hanno abbattuta
– è un inganno prospettico: si trova al di fuori dei confini della villa
– dove diavolo era quella scalinata che la sovrasta? Come ho potuto non vedere manco quella?
Tentati di convincermi che la fontana non c’era, andata per sempre.
Ma continuavo a pensarci.
Si doveva tornare a cercare.
Aspettai che arrivasse l’autunno e che le foglie cadessero, chiamai di nuovo i miei due compagni di viaggio e tornai alla villa.
La stagione era cambiata, ma la situazione fogliame non era migliorata. A parte un dettaglio, qualcosa che l’altra volta ci era completamente sfuggito: la scalinata c’era, se ne vedeva l’inizio, circa un metro e mezzo due. Poi, si perdeva tra i rovi e le foglie. Sarebbe bastato percorrerla fino in cima, guardare giù e cercare il leone. Ma senza machete era davvero un’impresa impossibile.
Provammo a fare il giro lungo. Un’idea azzeccata (trovammo un’altra fontana e una panchina in pietra – ma quante cavolo di fontane c’erano in quella foresta?), ma che non ci portò al leone.
Anche questa volta stavamo per andarcene, poi uno dei miei compagni di ventura, con lo sguardo di un novello Indiana Jones, mi guardò e mi disse:
– Non vorremmo mica tornarci una terza volta?
In effetti, pensai, oramai siamo qui. Per la seconda volta.
Ora, preferirei evitare di raccontare la sensazione di un reticolo di rovi appuntiti che vi entra nella pelle, vi strappa i pantaloni, vi riga la fronte.
Ma la cosa funzionò.
La modalità “aggressiva” diede i suoi frutti.
Ci ritrovammo alla fine dello scalone, sulla parte piana.
E guardammo giù.

SCOPERTA 5
C’È UNA FONTANA ENORME CON DENTRO UN LEONE A GRANDEZZA NATURALE, TOTALMENTE INGHIOTTITA DALLE PIANTE
Quanti anni era che nessuno osservava quell’opera d’arte? Chi, passando nelle stanze di quella villa, aveva mai potuto anche solo immaginare cosa potesse esserci nascosto sotto quel mare di foglie e rovi che vedeva dal balcone della facciata?
Ci calammo e ci ritrovammo davanti a quella cosa così incredibile e assurda. E davvero molto , molto imponente. È difficile raccontare le dimensioni di qualcosa se non hai un metro di giudizio. Decisi di farlo io, il metro, lasciando il mio compagno a scattare.
Sono quella cosina in alto a sinistra, col berretto e la faccia assorta.
Mi sentivo Neil Armstrong. O quel tale che aprì la tomba di Tutankamon. O Indiana Jones che prende in mano il sacro Graal.
E invece, nel mio piccolo, ero proprio io. Wow.
Missione compiuta.
Potevamo chiamare questo reportage la villa della magica scala, oppure la villa dei bagni d’oro, oppure la villa delle cento fontane. Ma nessuna di queste cose, pur bellissime e assolutamente da raccontare, ci ha fatto sudare come questo maledetto leone.
Ecco perché è lui il protagonista di questa storia.

962_001Le due cartoline: una mostra la facciata della villa e l’altra la fontana977_001

Thanks to Carlo, Rocco, Fra.

Un ringraziamento particolare a Fabio di piemontefantasma per le preziose informazioni storiche.

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LA SOLITA VILLA BIELLESE

Testi e fotografie di Riccardo Poma
2-1Ma che poi, alla fine, eravamo davvero così ricchi una volta?
Terra di imprenditori, chiaro, ma per costruire delle case così bisognava essere qualcosa di più che un imprenditore con una piccola o media officina nella Valle di Mosso. O sul Cervo. O sul Sessera.
Qua bisognava essere quantomeno o imprenditori di officine mooolto grandi, oppure direttamente nobili che avevano ereditato il villone da qualche parente parente pure di Vittorio Emanuele e della regina Margherita. E va bè, sto biellese è diventato così tanto una terra di ville abbandonate che quasi ci si annoia a entrare. Ecco il resoconto della nostra ultima, noiosissima visita in una – ennesima, solita, vecchia – villa biellese.

Allora, diamo un’occhiata.

L’architettura è decisamente particolare, va detto. E a guardarla bene, nemmeno così tipicamente biellese. La villa doveva essere di un giallo forte, rifinito dal rosso che circondava le finestre. Ora è tutto piuttosto sbiadito, ma non è difficile immaginarsi il tripudio cromatico che fu.

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Entrando ci si ritrova davanti al solito scalone di marmo di Carrara, di quelli che si vedono nei castelli dei re delle fiabe, con la corda come corrimano, che porta alle solite stanze affrescate in maniera impeccabile. La cosa poco solita è che la maggior parte degli affreschi della stanza principale ritrae scorci noti del territorio, ovvero, una pregiata raccolta di cartoline del biellese degli anni ’20. Nella maggior parte delle stanze la tappezzeria si è scollata, mostrando il fondo che, un tempo, si faceva coi giornali (molti giornali sovrapposti appiattivano la ruvidezza dei muri antichi e permettevano di posare la tappezzeria o la carta da parati senza pieghe). Alcuni di questi giornali sono particolarmente vecchiotti. E poi camini in marmo, un inquietante baldacchino rosso, alcuni utensili d’uso comune (si distinguono una caffettiera e una grattugia).

Salendo si arriva al solito sottotetto. Ciò che non è solito è il fatto che, ovunque, vi siano scatole di macchine da scrivere Olivetti. I proprietari avevano la passione per la scrittura? O magari il capo famiglia era un rappresentante di macchine da scrivere? Come spesso accade in questi casi, l’unica cosa certa è che
a) non c’è nulla di certo
b) se c’erano delle macchine da scrivere le hanno fregate tutte

Passiamo ai soliti ritrovamenti bizzarri, ovvero quelle cose che per un attimo ti fanno pensare: “ehi, ma cosa diavolo ci fa qui questa roba? E soprattutto, perchè?”. Si comincia con una bella croce di ferro alta un metro e mezzo, si passa a bizzare decorazioni a forma di testa di cavallo e infine, non sazi, si arriva ad una povera statua priva di testa, braccia e divisa in due, appoggiata a un muro come qualcuno che aspetta il bus. Come sempre, non mancano le perle (si fa per dire) lasciate dai fotografi (lasciate solo impronte, prendete solo emozioni, si certo, intanto però sposta quella sedia sotto la finesta che viene più figo). Ve ne mostriamo almeno due:
a) sedia “sognante” vicino alla finestra con scarpe di donna posizionate dove un eventuale fantasma seduto metterebbe i piedi;
b) ali di piume nere sintetiche indossabili che fanno subito 666/Constantine/Satanismo new age.

Passiamo al fuori, con il solito parco grosso come un paese. Oltre a delle presumibili cantine belle come delle chiese, il parco ospita un angolo relax (se la pianta fosse caduta un metro più in là bye bye angolino da ricchi) e una gigantesca fontana con tanto di caverna, ponticello e statue ebeti (scusate la bassezza, ma non vi sembra che il tizio nella foto abbia una faccia un pò troppo goduta? Il motivo sarà quella foglia – quella sulle parti intime – stranamente all’insù invece che canonicamente all’ingiù?).

Questo è quanto.
Mah.
Sempre la solita villa, insomma.
Oh Dio, magari proprio solita solita no.
Oh Dio, magari non è che ci si annoia proprio in posti come questi.
Oh Dio, non è che sono proprio così tutte uguali, ‘ste ville biellesi.
Oh Dio, non è che perchè ci sono entrati già tutti i fotografi del mondo a te ti fa schifo farle le foto.
Va bè.
Stai a vedere che forse non è stata proprio così una noia questa villa.
Pur restando (solo) un’altra villa biellese. Solo?

PS: il tono scherzoso di questo articolo ci è stato ispirato dalla frase di un fotografo urbano che, vedendo le foto che avete appena visto, disse annoiato: “bella, bella, ma è la solita villa biellese”.

Thanks to Ema, Fra, Nic.

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LA VILLA SULLA COLLINA – MANSION ON THE HILL

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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La villa sulla collina è un luogo magico. Un giardino botanico di pregio, vetrate bellissime, stanze e corridoi affrescati, stufe in ceramica, caminetti in marmo, sono solo alcune delle cose che vi si trovano dentro. Come si può raccontare questa bellezza che, nonostante tutto, ha resistito al tempo e all’abbandono? Una volta tanto, oltre che attraverso le foto, sarebbe interessante raccontare un luogo attraverso la musica. E quale luogo migliore di questo, per farlo? In fin dei conti, l’armonia costruttiva, la quiete del giardino, la delicatezza dei particolari, non fanno venire in mente proprio una musica rilassante e pacata?

DSC_0961Il tema – la villa sulla collina – è stato protagonista di parecchie ballate, soprattutto in terra americana. Forse perchè si tratta di una suggestione così forte da riuscire ad evocare, da sola, quel contrasto sociale molto americano ma anche molto biellese, il contrasto tra quelli che “stanno sotto” e sono figli di operai o contadini e quelli che stanno sopra, figli di imprenditori o semplici nobili, che giocano e vivono nella casa sulla collina. Qui di seguito abbiamo scelte tre di queste ballate, accomunate da un medesimo titolo (“mansion on the hill”, “la villa sulla collina” appunto), più una, una ballata piemontese forse meno nota ma egualmente evocativa. Quattro canzoni simili – per quello che la villa sulla collina evoca – eppure molto diverse, soprattutto nel raccontare quattro diversi stati d’animo. Abbiamo cercato di inserirle in modo che raccontassero una storia mutata nel tempo: dalla villa in cui si sente “musica psichedelica che riempie l’aria, in cui pace e amore soggiornano” cantata da Neil Young a quella in cui “non c’è amore” (è seppellito dallo sfarzo?) di Hank Williams; dalla villa lussuosa osservata dal bambino Springsteen e dal padre, simbolo di un sogno americano che sembra non essere per tutti, rinchiuso e ben protetto da “quei cancelli di duro ferro”, alla “ca sla colin-a” cantata dal nostro Gian Maria Testa, ballata sociale dal forte carattere politico che dimostra quanto le colline del Wyoming e quelle del Monferrato non siano state poi così diverse.

DSC_1017NEIL YOUNG, 1990

Well, I saw an old man walking in my place,
and he looked at me, it could have been my face

Be’, vidi un uomo anziano passeggiare al posto mio
E mi guardava, il suo volto poteva essere il mio

His words were kind but his eyes were wild,
he said “I got load to love but I want one more child”

Le sue parole erano gentili ma i suoi occhi selvaggi
Disse “l’amore è un peso ma voglio un altro figlio”

There’s a mansion on the hill, psychedelic music fills the air
Peace and love live there still, in that mansion on the hill

C’è una villa sulla collina, musica psichedelica riempie l’aria
Pace e amore vivono ancora lì, in quella villa sulla collina

Around the next bend take the highway to the sun
or the rocky road, it really don’t matter which one

Alla prossima curva prendi l’autostrada per il sole
O la strada sterrata, davvero non importa quale delle due

I was in hurry but that don’t matter now
’cause I have to get off that road of tears somehow

Ero di fretta ma adesso non ha importanza
Perché devo lasciare quella strada di lacrime in qualche modo

There’s a mansion on the hill psychedelic music fills the air
Peace and love live there still in that mansion on the hill

C’è una villa sulla collina, musica psichedelica riempie l’aria
Pace e amore vivono ancora lì, in quella villa sulla collina

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HANK WILLIAMS SR, 1947

Tonight down here in the valley I’m lonesome and oh how I feel
Stasera qui nella valle mi sento solo e oh come mi sento

As I sit here alone in my cabin I can see your mansion on the hill
Mentre sono seduto qui da solo nella mia cabina vedo la tua villa sulla collina

Do you recall when we parted the story to me you revealed
Ti ricordi quando ci siamo lasciati la storia che mi hai rivelato

You said you could live without love dear in your loveless mansion on the hill
Lei ha detto che si potrebbe vivere senza amore caro nel vostro palazzo senza amore sulla collina

I’ve waited all through the years love to give you a heart true and real
Ho aspettato tutto il corso degli anni l’amore per darvi un cuore vero e reale

Cause I know you’re living in sorrow in your loveless mansion on the hill
Perchè so che stai vivendo nel dolore nel vostro palazzo senza amore sulla collina

The light shines bright from your window the trees stand so silent and still
La luce splende luminosa dalla finestra gli alberi si distinguono in modo silenzioso e ancora

I know you’re alone with your pride dear in your loveless mansion on the hill
Lo so che sei da solo con il tuo caro orgoglio nel vostro palazzo senza amore sulla collina

DSC_1050

 

BRUCE SPRINGSTEEN, 1982

“There’s a place out on the edge of town sir
risin’ above the factories and the fields

“C’è un posto appena fuori città signore
che si erge sopra le fabbriche e i campi

now ever since I was a child
I can remember that mansion on the hill

fin da quando ero un bambino
posso ricordare quella casa sulla collina

In the day you can see the children playing
on the road that leads to those gates of hardened steel

Di giorno vedevi i bambini giocare
sulla strada che porta a quei cancelli di duro ferro

steel gates that completely surround sir
the mansion on the hill

cancelli di ferro che circondano completamente
la casa sulla collina

At night my daddy’d take me and we’d ride
through the streets of a town so silent and still

Di notte mio padre mi prendeva
e facevamo un giro attraverso le strade di una città così silenziosa e immobile

park on a back road along the highway side
look up at that mansion on the hill

parcheggiava in una strada secondaria accanto all’autostrada
e guardavamo quella casa sulla collina

In the summer all the lights would shine
there’d be music playin’ people laughin’ all the time

D’estate tutte le luci avrebbero brillato
e la musica avrebbe suonato e la gente riso

me and my sister we’d hide out in the tall corn fields
sit and listen to the mansion on the hill

io e mia sorella ci saremmo nascosti nei campi di grano alto
seduti e attenti a quella casa sulla collina

Tonight down here in Linden Town
I watch the cars rushin’ by home from the mill

Stanotte qui giù in Linden Town
io guardo le macchine sfrecciare dalla fabbrica verso casa

there’s a beautiful full moon rising
above the mansion on the hill”.

c’è una meravigliosa luna piena
che splende sopra la casa sulla collina”.

DSC_1104GIAN MARIA TESTA, 2006

La ca sla colin-a l’é bela, Maria la varda peui dis:
am piasrìa podèj catèla, sarìa ‘l mè paradis!
La casa sulla collina è bella, Maria la guarda e dice:
mi piacerebbe poterla comprare, sarebbe il mio paradiso!

L’é bianca la ca sla colin-a, l’é bianca come ‘n linseul,
s’it la varde a smija ch’a grigna, l’é pròpi la ca che a veul.
è bianca la casa sulla collina, bianca come un lenzuolo,
se la guardi sembra che rida, è proprio la casa che vorrei…

L’é gròssa la ca sla colin-a, tante stansie con finestre e pogieuj,
starìo pròpi bin là an sima, mi, mè òm e ij mè fieuj.
è grande la casa sulla collina, tante stanze, e finestre, e davanzali,
staremmo proprio bene là in cima, io, mio marito e i miei figli.

Mè pare fasìa ‘l murador l’é mòrt ancora spòrch ëd càussin-a,
l’ha fala chiel la ca sla colin-a, l’ha fala për quatr ësgnor.
Mio padre faceva il muratore, è morto ancora sporco di calce,
l’ha fatta lui, la casa sulla collina, l’ha fatto per quattro Signori.

E lor a ven-o d’istà stan mach doi mèis peui van via,
la ten-o mach basta ch’a sìa e mi a son sensa ca.
E loro vengono d’estate, stanno poco meno di due mesi e poi vanno via,
la tengono solo per il gusto di averla, e io invece sono senza casa.

La ca sla colin-a l’é bela, Maria la varda peu dis:
mi podreu mai catèla, për ij pòver a-i-é nen paradis.
La casa sulla collina è bella, Maria la guarda e poi dice:
noi non potremo mai comprarla, per i poveri non c’è paradiso.

DSC_1100Thanks to Lore
e a Valeria Caucino per avermi suggerito la canzone di Gian Maria Testa

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THE HAUNTED HOUSE – QUEL CHE RESTA DI VILLA C.

Testi e fotografie di Riccardo Poma

DSC_7866Ebbene si, pure noi biellesi/vercellesi abbiamo la nostra bella casa infestata. A Oropa Bagni abbiamo (ma sarà vero?) i satanisti, alla città del mobile i “ravers” (ma si dirà davvero così?), a Villa C. abbiamo i fantasmi. Insomma, non ci manca niente. Villa C. è un luogo di interesse oramai transgenerazionale: chiunque sia nato, diciamo, dal 1950 in poi, ci è entrato almeno una volta per scrivere sul muro “Andrea ama Martina”, per spaccare qualche vetro, per portarci la suddetta Martina e farle vedere che tipi coraggiosi che si è. Poi, quando si diventa grandi, ci si dimentica dell’esistenza di Villa C.; tuttavia, prima o poi, arriverà un figlio di dodici, tredici anni che chiederà “papà, ma dov’è di preciso Villa C.?”, e allora torneranno in mente vecchi ricordi e vecchie leggende e ci si ricorderà com’era bello quando s’era giovani e non s’aveva altro da fare, il pomeriggio dopo la scuola, che andare a cercare i fantasmi di Villa C.

DSC_7864La storia della Villa comincia intorno al 1800, ovvero quando la famiglia C., desiderosa di pace e tranquillità, acquista una vecchia azienda agricola situata nel bosco del paese. Nei terreni contigui alla fattoria, i C. edificano nei primi anni dell’ottocento una bella Villa di tre piani. Intorno, un giardino che ha le dimensioni di un parco. Non ci sono molte notizie su cosa facessero i C., ma sicuramente erano molto, molto ricchi. Il signor C. che interessa a noi – uno dei pochi di cui ancora si trova qualche traccia isolata negli archivi dei giornali locali – è l’avvocato e senatore Casimiro [nome di fantasia]. La leggenda narra che, al ritorno da un viaggio a Roma, l’avvocato sia entrato nel suo maniero e si sia trovato davanti uno spettacolo agghiacciante: la moglie e le due figlie decedute. Qui la leggenda – già di per se vaga – da nel vago: qualcuno parla di omicidio perpetato da una persona esterna alla famiglia, forse entrata per compiere un furto; altri sostengono che fu la stessa signora C., in preda a follia, a togliere la vita alle bambine per poi suicidarsi (qualche vecchio del luogo sosteneva che la signora C. fosse stata più volte tradotta in manicomio); i più realisti, infine, parlano di un’epidemia che colpì prima le figlie e poi la madre, annullando così l’ipotesi del padre che torna a casa e trova la famiglia sterminata. Sui giornali non c’è nessuna traccia di queste morti, ma è più che normale: si parlava di nobili, non di gente qualunque, meglio tenerli fuori dai rotocalchi. Secondo alcuni abitanti, il fattaccio avvenne intorno al 1920-22.

DSC_7887Casimiro, distrutto dal dolore, licenziò la servitù e si chiuse nel suo lussuoso maniero. L’ingresso alla Villa (e al giardino) fu vietato a chiunque. Col passare degli anni, il giardino divenne una foresta e la Villa cominciò a deteriorarsi. Nessuno vide più Casimiro. Il suo nome tornò sui giornali (questa è l’unica notizia VERA e ACCERTATA) soltanto nel 1937, l’anno in cui morì. Aveva 52 anni. Anche qui la leggenda ha diverse diramazioni: c’è chi dice che morì di malattia e chi invece sostiene che si tolse la vita impiccandosi. Il giornale, datato novembre 1937, non riporta le cause della morte, e non riporta nemmeno nomi di eventuali familiari: due elementi che in linea teorica potrebbero confermare l’ipotesi del suicidio e delle morti di quindici anni prima. Non si sa se qualcuno visse nella Villa dopo Casimiro. Alcuni anziani del luogo sostengono che durante la seconda guerra mondiale fosse già disabitata e a un livello di degrado piuttosto elevato.

DSC_7878Intorno al 1950, alcune persone iniziano a riferire particolari inquietanti sulla Villa: qualcuno sosteneva di aver udito una voce di donna che chiamava eventuali visitatori, altri giuravano di averla vista; altri ancora parlarono del fantasma di Casimiro, che ancora transitava nelle stanza della Villa con il suo cappio al collo; infine, qualcuno parlò di una vecchia su una sedia a dondolo che esortava i visitatori ad andarsene. In tempi più vicini a noi, qualcuno ha detto di aver visto i fantasmi delle due figlie, altri hanno affermato di aver udito le folli urla della signora C. Vero o no, ancora oggi Villa C. è una metà obbligatoria per i ragazzi del circondario.

DSC_7875La Villa balzò agli onori della cronaca ancora una volta a metà degli anni ’80, quando due giovani biellesi furono denunciati con l’accusa di aver rubato una grossa specchiera che si trovava al piano terra Ciò dimostra che fino agli anni ottanta nella villa c’erano ancora mobili e oggetti.

DSC_7883Una situazione molto diversa da quella che si si trova davanti oggi.  Dell’antica, signorile dimora non restano che quattro muri. Villa C. è stata depredata di tutto: mobili, oggetti (fin qui niente di incredibile), pavimenti, camini (!), finestre, addirittura porzioni di muri sui quali c’erano gli affreschi. Addirittura è stato rubato per intero lo scalone che portava al piano superiore, ora raggiungibile soltanto con l’aiuto di una scala a pioli portata lì da chissà chi. Villa C. conserva il primato, oltre chi di casa infestata, di abitazione più vuota e scarna dell’intera provincia. Ladri e furbacchioni hanno sfruttato la posizione isolat(issim)a dell’immobile per fare i propri comodi indisturbati. Lo hanno fatto per una settantina d’anni, e questo è il risultato.

DSC_7873Cosa resta, dunque, di Villa C.? Poco o nulla: i muri, repentinamente scarabocchiati e scritti in ogni angolo, qualche finestra, qualche sparuto ricordo dell’antico splendore. Forse qualche fantasma, più annoiato che spaventoso. Attorno, un ex giardino che pare la foresta amazzonica e che pian piano si sta divorando tutto. Non manca molto perché Villa C. sparisca per sempre, inghiottita nell’oblio e nell’ocurità. Proprio come accadde alla totalità dei suoi tristi, sfortunati proprietari.

Quei muri cadranno portandosi dietro la verità su ciò che vi accadde dentro. Solo a loro è dato conoscere i fatti. A noi non resta che immaginarli, cercando di cogliere una grandiosità che non si vede quasi più.

Thanks to Nic e Tia

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LA VILLA DELLE COSE SOSPESE E IRRAGGIUNGIBILI

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Si dice che questa villa appartenesse a un pittore locale. Si dice che, quando il pittore morì, le sue opere rimasero per anni a prendere la polvere dentro le stanze, appese ai muri o semplicemente accatastate come bancali. Nel migliore dei casi, coperte da qualche telo polveroso.
Poi, qualcuno si accorse di loro.
E capì che potevano valere qualcosa, o se non altro abbellire qualche muro.
Nel giro di una decina di anni, quei meravigliosi quadri sparirono nel nulla, pian piano, sottratti da collezionisti, furbini, paesani del pittore. La domanda è sempre la stessa: per lasciarli lì a prender la polvere, e quindi l’umidità, e quindi la muffa, non è forse stato meglio così?
Oggi questa villa colpisce ancora per la sua imponenza, ma della grandezza di un tempo non è rimasto quasi più nulla.
Quasi. C’è ancora un bel bagno bluette, con tanto di carta igienica sul davanzale, in attesa che qualche artista (è pur sempre carta) la utilizzi. Il tetto dondola pericolosamente, e adesso sì che è davvero spiovente: talmente spiovente che, un giorno o l’altro, verrà giù proprio come la pioggia.
Le piante hanno disegnato assurdi affreschi, simili a quadri. Bè, giusto così. È la casa di un pittore.
Per terra una serie di barattoli che avranno almeno un sessantina di anni. Chissà cosa contenevano. Cibo? Colori?

Qualcuno ha smontato le ringhiere dei balconi, forse per dissuadere eventuali visitatori, o magari semplicemente perché stavano meglio a casa sua che lì sopra. Il problema è che tanto, se non ci porta dietro una scala, salire è diventato difficile. Lo scopriamo entrando in casa dalla porta sul retro, che vicino oltretutto ha un pozzo che – grazie alla prova scientifica della monetina – sarà profondo sui 30, 35 metri.
Scopriamo che questa villa, un tempo costruita su tre piani più cantina, è composta solo più di un piano: la nuda terra. Il tetto è caduto sul terzo piano, che è caduto sul secondo, che è caduto sul primo, che addirittura è caduto sulla cantina. E il pavimento della cantina ovviamente, è di nuda terra. Magari l’ordine di caduta non è stato per forza questo, ma che sia andata più o meno così è davanti agli occhi di tutti.
Dopo aver superato le iniziali vertigini (provate a entrare in una casa e trovarvi in uno stanzone altissimo), ci si può concentrare sui particolari. La prima cosa che salta agli occhi, a partire dal basso, è la vista sulla cantina: la caduta della splendida volta a botte ha rivelato ALMENO due botti da vino, ma di quelle grandi per davvero. Chissà se c’è del vino dentro, chissà a che annata appartiene?
Magari il pittore, quel vino, se lo faceva per lui con le sue vigne. Qui una volta era pieno di vigne, e non era difficile occuparsi di tutti i passaggi fino alla bottiglia.

Poi notiamo quelle rientranze nei muri che facevano da scaffali. Sopra ci sono ancora le bottiglie, i contenitori per il cibo. Le pareti sono colorate, ad indicare che non era proprio una casa “normale”. I contadini non avevano i muri dipinti, e se li avevano sicuramente erano tutti di un solo colore. Qui si distingue un blu, un rosa (rosso?), un azzurro, addirittura un ornamento floreale.
Ci accorgiamo che i crolli sono antichissimi: il muschio è cresciuto sui mattoni crollati prima, saldandoli a ciò che resta del pavimento. Ma ci accorgiamo anche che non sono mai finiti: gli ultimi mattoni sono “freschi”, così come le lamiere.
E poi fili sospesi, tegole sospese, mattoni sospesi, addirittura solette sospese.
E una sedia, capolavoro fotografico e concettuale, che pare messa lì con l’unico scopo di farsi fotografare. Un oggetto di tutti i giorni che oramai è nello spazio siderale, lontanissimo, irraggiungibile. Un oggetto comune diventato un’opera d’arte. In fin dei conti, siamo sempre a casa di un pittore. L’unica opera d’arte rimasta qua dentro, forse solo perché nessuno l’ha vista come tale.

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E in effetti non lo è. L’arte è, in questo caso, nell’occhio di chi guarda, o di chi fotografa.
Solo da quaggiù ha un senso.
Anche lei è sospesa, come tutto qui dentro. Oggetti sospesi e irraggiungibili, come anche la storia di questo luogo, raccontata solo da qualche anziano del posto, ma oramai confusa, lontana, solo immaginabile. Sospesa e irraggiungibile.
Un giorno, c’è da scommetterci, anche questa sedia sospesa raggiungerà la terra della cantina. Polvere alla polvere, proprio come quel pittore, proprio come – un giorno – noi.
Torniamo all’aria aperta. Un vecchio fabbricato attiguo, che nasconde una bellissima e perfettamente conservata gerla, ci “sorride”. Comincia a piovere. Una grondaia divelta sembra un serpente, e l’acqua piovana, scorrendovi dentro e sibilando, conferma. Sul cancello, le iniziali del pittore. La firma della sua ultima opera d’arte.

Thanks to Franci e Lori

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FOUR ROOMS (AND A GARAGE)

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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VUOTIAPERDERE, spesso, racconta luoghi abbandonati enormi: fabbriche, mulini, manicomi, tutti contraddistinti da imponenti dimensioni. Posti in cui transitavano decine (se non centinaia) di persone al giorno, posti in cui la frenesia e il rumore dominavano su tutto. Questa volta, invece, abbiamo deciso di raccontarvi dei luoghi molto diversi, sia per dimensione (piccolissimi) che per destinazione d’uso (il riposo). Quattro, piccole stanze (e un garage) che ci portano in un microcosmo famigliare un tempo intimo ed accogliente. Oggi piuttosto freddo, desolato, ma incredibilmente intatto, come se la porta d’ingresso fosse stata chiusa l’altro ieri. Tutto è rimasto lì, nella posizione in cui era quando le persone sono andate via: il cappellino appeso al muro, l’aspirapolvere usato per le ultime pulizie, vestiti appesi, lenzuola sui letti. Sembra che qualcuno debba entrare da un momento all’altro…

Dimenticatevi le perfette geometrie delle fornaci e delle ville signorili: qui si parla di noi, gente comune, intenta a passare il proprio tempo libero davanti al caminetto o alla stufa. E, ovviamente, alla televisione.

La stanza dell’ammucchio
Avete presente quella sensazione di grande appagamento che provate quando, finalmente, vi decidete a riordinare la vostra casa gettando nel cestino le peggiori cianfrusaglie che avevate imboscate nei mobili, facendo spazio e sentendovi delle persone nuove? Ecco, quella è una sensazione che gli ex abitanti di questa stanzetta non hanno mai conosciuto. Qui dentro tutto è perfettamente ammuchiato, incasellato, tenuto in bella mostra come se si trattasse di un gigantesco museo. Il peluche a molla del coniglio, un fantastico aspirapolvere, una chitarra sventrata, migliaia di libri. Piatti di ceramica, sedioline miniaturizzate in legno con appese le tazzine del caffè, altri soprammobili di dubbio gusto. Bottiglie, attrezzi, attrezzi da cucina, vestiti, pentole, piatti, sedie, tavolo, musicassette, salami, bottiglie di vino, e chi più ne ha più ne metta. C’è anche una stufa meravigliosa. Tutto lasciato lì, pronto all’uso, in attesa che gli occupanti tornino. Intanto il soffitto si sta scostando, la muffa sta mangiandosi tutto, il vino e il cibo vanno a male.

La stanza del buon cibo
Una cucina che per utilizzarla non devi manco andare a fare la spesa. Apri una mobiletto et voilà!, olio, aceto, spezie, sale, sale, zucchero, delle fantastiche olive scadute appena nel 2004. E c’è pure il forno (la bombola del GPL è piena per metà…KABOOM!), le macchinette del caffè, un camino gigante con l’affresco di una bella ragazza. Più in là, un’inquietante quadro raffigurante una bambina/ballerina con uno sguardo gelido e robotico da gerarca nazista.

La stanza del futuro (o della tecnologia)
Reperto 1: una radio circondata da fantastiche statuine in ceramica; reperto 2: una radio poggiata su un fantastico tavolino in legno; reperto 3: due belle televisioni, sistemate una vicina all’atra, antesignane del multiscreen che va di moda oggi nei ristoranti e nei salotti d’un certo livello. Ma il reperto più interessante è forse il numero 4, una scatola piena di floppy disk! Ma non di quelli che citiamo noi, nati negli anni ’80, quando ci bulliamo con quelli nati nel 2002 che non sanno manco che cos’è un cd: si tratta dei mitici floppy 5 e ¼, i genitori dei floppy da 3,5, i trisavoli delle pennette USB. Rispetto alle chiavette, una superficie 100 volte più grande e una capacità di memoria 10mila volte più piccola. Questa si che è archeologia, altro che i telai e le cisterne. Nota per i più audaci: su un floppy l’etichetta recava la scritta “sex ’90”. Se qualcuno ha un lettore di floppy da 5 e ¼ ce lo dice che così andiamo a farci una cultura sul porno casalingo di fine anni ’80.

La stanza del riposo
Come cantava Giorgio Gaber, finora abbiamo scherzato. L’ultima stanza è la vera stanza del riposo, quella in cui gli abitanti si godevano le ore libere dal lavoro. Ecco dunque una sedia a dondolo, vicina sia ad un grosso camino che ad un’altra, magnifica stufa di ghisa (paura di stare al freddo?). Grossi divani, in cui sprofondare a fine giornata; un tavolo su cui qualcuno ha fatto i suoi ultimi conti, o comunque i suoi ultimi conti in questa stanza; la presina con cui la sciura portò a tavola l’ultima pentola di pastasciutta bollente; un mobile/armadio con anta scorrevole, a rivelare un trio di giacche appese; un’altra TV con telecomando, pronta per Colpo grosso o per il Rischiatutto. Ci siamo permessi di metterla sul ridere, specialmente raccontandovi qualche buffo soprammobile demodè; tuttavia, non vogliamo mancare di rispetto all’intimità di queste persone, finite chissà dove ma sempre simili a noi. Alla fine queste stanze sono le nostre stanze, solo arredate col gusto di vent’anni fa. Chissà che risate si faranno, tra vent’anni, guardando le nostre camere da letto.

BONUS: Garage e cantina
Chissà perché le nostre case sono così umide. La risposta è semplice: forse abbiamo tutti una cantina come questa, totalmente allagata da chissà che tipo di infiltrazione. L’acqua è alta circa 30 centimetri, e pian piano si sta mangiando i bellissimi muri che finiscono in una stupenda volta a botte. Ma la cantina non è l’unica cosa interessante che si può trovare sotto queste stanze. C’è anche il garage. Dentro, ad un primo sguardo, ci sono soltanto cinafrusaglie ed un vecchio CIAO. Se però si ha voglia si sfidare la polvere e le ragnatele, la sorpresa è dietro l’angolo: sotto un vecchio telo, spunta una Mini Cooper milleetre del 1971.
E la conta delle autoaperdere si allunga.

Uscendo da questo groviglio di stanze e vite private, sono in due a darci l’arrivederci: un inquietantissimo peluche di un cane/orso/gatto (si accettano suggerimenti) che ci osserva da una finestra, disteso su un divano con posa languida (sarà il proprietario del floppy pornografico?) e un uccellino che, beatamente, si fa gli affaracci suoi su una vecchia antenna che sembra un albero. Per lui, albero o antenna non fa differenza: è solo un posto per appoggiarsi. Il fine, non il mezzo; la sostanza e non l’apparenza.

Ma pensa tu: pure gli uccellini hanno qualcosa da insegnare a noi umani.

Thanks to Dani

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LA VILLA DALLE MILLE FINESTRE

SQUARCI DI BELLE EPOQUE IN PROVINCIA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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15 aprile 1912

Quante persone, quante donne possono dire di avere una villa che porta il loro nome?
Esci dalla portina ricavata da una delle quattro vetrate e ti accomodi su una seggiolina bianca di ferro, sotto le tende verdi. Roba all’avanguardia, le tende: c’è un buco dove infili una specie di chiave che, girando, le fa scorrere più avanti o più indietro a seconda del sole.
Il giornale parla della partenza del Titanic, una nave inaffondabile.
Al cinema, la sera prima, hai visto Quo Vadis?, una roba con le bighe e i gladiatori.
La vostra auto – una delle poche non solo del paese, bensì forse dell’intera provincia – è parcheggiata nella rimessa dove il signor Gallo, nero fino alle orecchie, cerca di capire qual è la rogna del motore. Si decidessero ad asfaltare ‘ste strade, pensi. Tanto vale aver la macchina se poi si balla di più che su una carrozza.
Ma è la belle époque, baby.
Non lamentarti. Non tu.
Non sei a Parigi, certo, ma le cose non ti vanno poi così male.
Vivi in una casa con dieci stanze per piano, per un totale di tre piani e quindi trenta stanze. Ogni stanza è affrescata, dipinta, pavimentata con le pianelle migliori che si trovino sul mercato. Hai una cantina piena di vini e formaggi pregiati. Ci sono talmente tante finestre che per contarle devi andare fuori, che da dentro non si capisce quante sono. All’ultimo piano, dal sottotetto, puoi raggiungere una torre, che culmina con un bussolotto metallico da cui, a 360°, puoi goderti il panorama. E che panorama.
Quello la in fondo – e no, non sbagli – è l’appennino tosco emiliano. Tanto per dire.

Puoi scegliere se prendere il sole in giardino, sotto una sequoia centenaria che è anche una delle poche presenti in zona, oppure se restare davanti a casa, sotto le tende verdi che vengono fuori girando una chiave. Oppure puoi salire al primo piano, dove c’è una terrazza tutta dipinta da cui vedi tutto il paese. Non ti fai problemi su come tirare avanti, in fin dei conti c’è lui che provvede a queste cose. Tu devi solo scegliere dove sederti a leggere, in santa pace. O a fare la maglia, che tua nonna – che era una che veniva dalla miseria – te l’aveva insegnato quando avevi 13 anni. O a ricevere gli ospiti, le amiche con cui ti piace prendere il tè.

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Fuori c’è la povertà, ci sono i contadini, ci sono i briganti. Tu invece stai al sicuro, ben protetta da quei muraglioni che chiudono fuori tutte le robe brutte della vita.
Un giorno però – lo sai anche tu, certo – questo splendore dovrà pur finire. Forse i tuoi discendenti rimarranno i proprietari della villa che reca il tuo nome, ma non è detto che i tempi saranno sempre così facili: forse il tuo vicino di casa, di mestiere contadino, si domanderà PERCHE’ lui sia costretto a lavorare come un mulo per vivacchiare e a te basti respirare per avere tutto ciò che ti serve e anche di più. Forse il tuo casato non godrà per sempre dello splendore odierno, e magari ai tuoi figli o ai tuoi nipoti toccherà vendere questo capolavoro. E allora arriveranno nuovi proprietari, che affitteranno la villa frazionandola in più appartamenti. Ma gestire una proprietà di questo tipo forse diverrà un onere troppo dispendioso per chiunque, e allora anche l’ultimo affittuario se ne andrà.

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Così la villa rimarrà vuota e deserta, fino a quando arriverà un nuovo proprietario intenzionato a ristrutturare; anche lui, però, si accorgerà che oramai costa meno tirare giù tutto e rifare da capo.
E allora entreranno i vandali, che romperanno i vetri e scriveranno sui muri.
E i furbacchioni, che ruberanno il rubabile e anche l’irrubabile (pavimenti e camini di marmo).
E i graffitari che testeranno le loro bambolette sul liscio marmo.
E i ragazzini del paese, che battezzeranno il proprio coraggio entrandoci di notte e facendo “uuuuuuu” alle ragazzine impaurite, in strada.
E i cacciatori di fantasmi, che diranno che si vedono strane sagome e si sentono rumori inquietanti di notte.
E i fotografi, che cercheranno in qualche modo di catturare la bellezza infinita di questa magnifica abitazione. Faranno fatica, perché certe cose forse bisogna proprio vederle.

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Sarà un enorme, spettrale, silenzioso scheletro vuoto. E allora, forse, questa splendida villa Liberty diventerà l’emblema della decadenza dell’aristocrazia, della fine dell’EPOCA BELLA in cui vivi ora. Rimarranno i particolari ricercati, qualche affresco, un enorme, incolto giardino botanico con sequoia, stanze di rara bellezza, terrazze fresche e meravigliose, vetri di lusso spaccati dai sassi.
Forse.
Per ora, però, puoi stare tranquilla. Tutto questo non è ancora successo. Probabilmente succederà, ma non ti sarà dato il dispiacere di vederlo accadere. Quindi rilassati. Torna al tuo giornale, alle tue tende, alla tua sequoia e alla tua sediolina bianca in ferro. Goditi tutto ciò. Goditi la tua belle époque.

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Anche perché magari sta iniziando a finire proprio in questo momento. No, non nella villa che porta il tuo nome, e nemmeno a Parigi, dove è nata. Forse sta iniziando a finire in un posto lontanissimo, a migliaia e migliaia di chilometri. E nemmeno sulla terraferma, bensì sul mare.

Dove una gigantesca nave inaffondabile sta finendo di affondare.

Thanks to Mister S., augurandogli di vincere la sua (durissima) battaglia, e alla sua mitica moglie.
Grazie inoltre a Lele e ad Andre.

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LONTANO DAGLI UOMINI

Testi e fotografie di Riccardo Poma

1. verso il centroL’auto sobbalza lungo i tornanti più stretti che io abbia mai visto. Addirittura, in alcuni di essi ci si deve fermare, fare manovra e riprendere.
Le strade si stringono man mano che ci si avvicina alla meta. Siamo partiti da una statale, abbiamo girato su una provinciale, siamo entrati in una comunale; mentre saliamo sulla collina su una strada che già ci sembra la più stretta del mondo, la nostra guida ci dice:
“rispetto a dove saremo tra dieci minuti questa è un’autostrada”
Evvai.
Arriviamo sul cucuzzolo della collina. Nei pressi di una chiesetta abbandonata, circondata da quattro case, prendiamo una stradina che scende nuovamente, stavolta dalla parte opposta rispetto a quella da cui siamo saliti. Tra gli alberi si intravede una diga.
La strada diventa un sentiero, asfaltata – male – ma talmente stretta e piena di crepe (sicuramente il catrame “buono” l’hanno tenuta per qualche via un po’ più trafficata) che la devi percorrere a passo d’uomo. Arriviamo ad un primo bivio, in cui si scorgono i resti di una chiesa. San Rocco, ci dicono.
L’ultima volta che qualcuno ci è entrato era il 1940.

2. san rocco
Proseguiamo, addentrandoci in un bosco sempre più fitto e impenetrabile. Una volta in questa piccola vallata ormai disabitata (dimenticata?) vivevano circa 300 persone, dislocate in tre frazioni ognuna delle quali di dieci, dodici case. Si tirava a campare facendo tre cose:
a) coltivando la vite
b) coltivando il melo
c) coltivando il castagno
Passiamo le prime due frazioni, diroccate ma ancora utilizzate da agricoltori e contadini che ci stipano pale e picconi. La nostra guida ci fa fermare dopo un bel po’. La sensazione è quella di esserci allontanati parecchio dalla civiltà, e non soltanto per il classico “ehi, ma qui non prende nemmeno il cellulare!”. Quando scendiamo dalla macchina, non un rumore che non sia il canto di qualche pennuto o il vento che sferza le foglie.
Siamo veramente lontani da tutto. La prima traccia di vita, in linea d’aria, è a non più di sette, ottocento metri, ma se si calcolano le viuzze per arrivarci si devono fare dei chilometri. E in che condizioni.
Un muro di mattoni ci dice che siamo arrivati.

Signore e signori, ecco a voi uno dei più isolati, caratteristici, magici, sconosciuti paesi fantasma del biellese. Abbandonato del tutto da circa 60 anni.

3. the wall
Nel 1901, come già detto, gli abitanti della valle si attestavano sulle 300 unità. Come facevano a vivere qui? Semplice, non gli serviva nulla di più di ciò che la loro terra gli dava.
Tuttavia, nel 1930 si era già scesi a circa 80 abitanti censiti. Troppo isolato, anche per quei tempi oramai lontani. Figurarsi per i tempi successivi, quelli dell’immediato dopo guerra, in cui cominciarono ad arrivare anche da noi il chewing gum, il telefono, Mike Bongiorno e la Topolino. In una sola parola, BOOM! Chi ancora poteva voler abitare in un paese in cui
a) si doveva camminare per ore prima di trovare altri scampoli di civiltà
b) la Topolino non sarebbe riuscita a percorrerne le (non asfaltate, in quegli anni) minacciose salite
E quindi, eccolo qua, il paese vuoto e dimenticato.
Dove c’erano vigne, meleti e castagni c’è ora solo un inestricabile, indefinito bosco, che tuttavia continua a proteggere (e a nascondere) in modo quasi paterno questo piccolo angolo di paradiso.
Le uniche cartine ad indicarlo sono state stampate negli anni ’60. Gli ultimi uomini a ricordarsene sono quelli nati prima del 1930. Un paese destinato a perdersi nel tempo e nello spazio, proprio come i suoi abitanti.
(Nello spazio, ammettiamolo, ci siamo persi un po’ anche noi).

04. la valle oggi
Percorriamo la (quasi invisibile) stradina d’ingresso alla frazione. Sembra di essere in un qualche film di Tim Burton, complice anche la luce del tramonto. Gli alberi, sinuosi e inarrestabili, sembrano esseri umani dalle lunghe braccia. In fin dei conti sono loro, con qualche animaletto, i veri abitanti di questa straordinaria frazione.
Arriviamo in una sorta di crocevia in cui si poteva scegliere se raggiungere il “centro” (se vedeste le dimensioni del suddetto vi mettereste a ridere – comunque è quello che si vede nella prima foto in alto) oppure, a destra, le numerose vigne, di cui resta qualche selvatica traccia.
Sul crocevia i ruderi di quella che doveva essere la chiesa. A suggerirlo, il fatto che sia l’unico edificio coi muri interni dipinti. Ci addentriamo in mezzo alle case. Quasi in ognuna di esse il tetto è oramai un lontano ricordo, precipitato sui piani sottostanti fino a raggiungere il suolo. A restare in piedi rimangono solo i muri portanti, con le loro porte di legno e le loro finestre.

[cliccando su una foto parte lo slideshow]

I muri sono costruiti con le tipiche pietre rossastre della zona (volevo vedervi ad andare a caricare mattoni dalla fornace, giù in città), mentre alcune volte si distinguono per anomale finezze (come le pietre incastonate nel calcestruzzo, orpello decorativo ma anche rafforzamento per la struttura).
In giro pochi, significativi, oggetti: un pitale (a suggerire che lì viveva qualche famiglia ricca – i poveri la facevano nel bosco), i resti di una sedia; si distinguono ancora stupende scale in pietra e i resti di qualche balcone. Bellissimi anche gli incavi nei muri, che formavano le cosiddette stagere (mensole) in cui appoggiare il pane, il sale, la pasta. Ora, complice il crollo dei pavimenti superiori, restano lassù isolate, utilizzabili solo da qualche gigante di passaggio (in fin dei conti, è un luogo da fiaba no?). Su un muro interno, il signor Carminati Mario scrisse, firmandosi:
“W la classe 1915”.
Firmato, Carminati Mario, 1935. 1935. Wow.
Sui muri esterni, invece, si distinguono ancora i numeri civici (sono alti perché continuavano la numerazione del paese di cui fa parte la frazione).

Un luogo incredibile, che proietta in un tempo che non c’è più. Destinato, purtroppo, a sparire nel tempo. Basti pensare che, tornando dopo appena un mese dal nostro primo giro, ci siamo imbattuti in un crollo che ha irrimediabilmente rovinato la main street della frazione. Guardate le due foto qui sotto, per farvi un’idea.

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Goodbye piccolo paese fantasma, o meglio, arvegsi! Forse la prossima volta che ti vedremo sarai messo ancora peggio, ma le tue tracce, le tue pietre, le tue travi, ce ne metteranno a sparire del tutto.
Intanto, resta pure lì, lontano da tutto: lontano dal rumore, lontano dalla frenesia, lontano dalle villette color Puffo e dai fabbriconi di cemento armato. Lontano dai piani regolatori e dai telefoni.
Lontano, e forse questo è un bene, dalla specie che ti partorì secoli fa.
Lontano dagli uomini.

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Thanks to Grazie a Giovanni e a sua moglie per avermi parlato di questo luogo.
Grazie al signor Dario, a sua moglie, e al loro fantastico modo di coccolarsi nonostante gli anni.
Grazie al loro cagnolino, sordo ma che sente col cuore.
Grazie inoltre ad Antonino e alla signora Luciana per le preziose informazioni.

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