LA SOLITUDINE DELLA TORRE ROSSA

Testi e fotografie di Riccardo Poma6

Sulla strada che conduce a Gattinara da Masserano pochi la notano, nonostante la sua sagoma sia ben visibile dietro la zona residenziale. È strana perché è da sola. È raro che di un forte resti in piedi soltanto la torre. Anzi. Di solito è la prima a cadere. Perché è più alta, visibile e, quindi, facile da colpire. Invece qui è successo tutto il contrario. La torre è rimasta sola, in mezzo a una radura, senza le costruzioni di cui una volta era il faro più alto.

Sul sito del comune di Roasio si legge:
“Su di un colle situato ai limiti dell’abitato di Roasio S. Maurizio, a qualche centinaio di metri a nord della chiesa parrocchiale omonima, sono visibili per un’ altezza di alcuni metri, i resti murari di una forte torre a pianta quadrata (m 4,50 di lato), costruita con pietre ben squadrate agli angoli e con corsi regolari di ciottoli a spina di pesce, sottolineati da linee tracciate nella malta, ottimamente conservata. Il piccolo pianoro doveva poi verosimilmente essere contornato da un recinto, del quale non sono visibili resti, ma che è in qualche modo richiamato dal terrazzamento contornante l’altura e dalla parcellazione catastale. Il tipo di muratura è genericamente databile in zona al XII-XIII secolo. Il sito, totalmente in abbandono, non permette di valutare in modo rassicurante lo stato di conservazione del rudere, evidentemente in lento disfacimento”

Wikipedia dice invece che la torre è
“andata in gran parte distrutta dagli Spagnoli unitamente all’attiguo Forte, raso al suolo il 7 febbraio 1558 in seguito alla Guerra tra l’Imperatore Carlo V e il re di Francia Francesco I”.

Tower

Certamente le veneziane ancora visibili sulle finestre non appartengono al 1500: qualcuno l’ha restaurata. Per farne cosa, non si sa. Magari solo per darle una parvenza di vita. O magari per andare lassù e guardare il panorama. Intanto resta lì, apparentemente da sola, in realtà in compagnia degli alberi, degli uccellini, di chi ancora sente il bisogno di perdersi nei boschi.

Thanks to Francy

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BIELLA CLASSIC

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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Cosa c’è di più Biella Classic di una fabbrica abbandonata, si sarà chiesto qualcuno? Bè, un lanificio abbandonato, per giunta sulle sponde del Cervo. Un ennesimo lanificio abbandonato sulle sponde del Cervo. Questa storia – una storia come tante – inizia nel 1848, quando un industriale della zona apre il suo lanificio sulle sponde del Cervo. Perché sulle sponde del Cervo? Perchè l’acqua era il motore principale delle fabbriche biellesi (ne era pure lo scarico fognario, ma su questo sorvoliamo – in fin dei conti in quegli anni l’inquinamento non si sapeva nemmeno cos’era). Attraverso canali artificiali (alcuni li potete vedere ancora oggi, con un po’ di attenzione) si deviavano consistenti quantità d’acqua “sotto” le fabbriche, in cui di norma era costruita una sorta di “stanza-mulino” che funzionava col più basilare dei concetti energetici: l’acqua faceva girare una pala il cui movimento creava energia per alimentare lo stabilimento. No, in effetti noi biellesi non eravamo affatto stupidi.

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Nel 1871 l’industriale in questione (ebbene, non possiamo proprio dirvi il suo nome) decise di aprire un altro stabilimento, edificandolo questa volta più a monte, sulle ceneri di un vecchio (guarda caso) mulino in disuso. Presto il secondo stabilimento, più grande del primo, divenne il centro nevralgico della produzione. Lo stabilimento a valle, tuttavia, rimaneva in una posizione strategica perché, agli inizi del ‘900, gli venne edificata accanto la prima ferrovia cittadina. Il fiume da una parte, il treno dall’altra. In mezzo, la produzione di tessuto continuava senza sosta, andando a consolidare – insieme a quelle di altre aziende – il nome di Biella nel mondo. È anche grazie a edifici come questi che la lana biellese divenne rinomata in tutto il mondo. (Ebbene sì – per i più giovani – anche Biella fu grande e un tempo era persino una città operosa e allegra). Il lanificio in questione è uno dei tanti che si possono trovare sulla sponda del Cervo. Indizio per i più curiosi: la sponda è la stessa su cui sorgevano i lanifici Rivetti (di cui potrete scoprire tutto QUI).

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Il nostro viaggio inizia, tanto per fare gli originali, dal primo piano, cui accediamo attraverso una scaletta che ha visto tempi migliori. Non somiglia alle fabbriche che abbiamo visto finora. Il soffitto è a botte, una scelta costruttiva adottata per sfruttare al massimo lo spazio disponibile: la forma ad arco permetteva infatti di scaricare il peso dell’edificio (e del piano superiore) sui muri senza dover costruire colonnati o ulteriori muri portanti, che sicuramente avrebbero portato via spazio. Gli unici rinforzi sono gli snelli tiranti in ferroche ancorano il sopra al sotto (dal pavimento alcuni buchi rivelano l’esistenza del piano terra). Dentro questo enorme salone, così vecchio ma dall’aspetto così futuristico, quasi non si riesce a parlare: il rumore del fiume, vicinissimo, unito al rimbombo tipico degli stanzoni vuoti, crea un originale tessuto sonoro che ti entra dentro e arriva in profondità, fino a scuotere lo stomaco. Non un suono cattivo, comunque. È un suono benevolo, avvolgente, caldo. Una volta era il suono della vita. L’acqua dava energia alla fabbrica, l’acqua era “generatrice di lavoro”. Anzi, era simbolo di lavoro e operosità.

[Cliccando sulle foto partono gli slideshow]

Proseguiamo, saliamo di piano, arriviamo in un altro stanzone, dove troviamo qualche caratteristico cartello e alcuni oggetti utilizzati dagli operai. In una stanzetta che reca la scritta “spogliatoio”, rinveniamo i resti di quello che una volta doveva essere una specie di miniappartamento. Al suo interno, interessanti particolari come
a) Un per nulla kitsch orologio a timone che ha addirittura lasciato la propria sagoma sul muro
b) Un mobiletto del pronto soccorso con all’interno medicinali e simili (lo stile grafico della confezione di TINTURA DI IODIO rivela un’appartenenza minimo agli anni ’80)
c) Un tavolino in finto marmo con sopra un pensile tutto scassato
Da questo piccolissimo alloggio cogliamo anche uno scorcio dell’esterno, interessante perché contrappone i materiali costruttivi originali (a sinistra) con quelli di un successivo restauro (a destra). Senza essere architetti o esteti, non è difficile decretare quale muro sia il più bello da contemplare.
Alcuni cartelli pre 626 suggeriscono di non ogliare le macchine quando sono in moto, mentre è ancora visibile una lastra in compensato su cui erano appese le etichette delle celle di lavorazione
Passiamo così nella stanza della pesa (potete anche non crederci, ma funziona) e finiamo per scorgere una porticina che, nuovamente, da verso un appartamento. Questo era probabilmente l’appartamento del custode. Più grande dell’altro, perfettamente conservato, con addirittura un vecchio asse da stiro e, incredibile, una sala da pranzo perfettamente composta, con tanto di sedie allineate. La poltrona che da sulla finestra chiusa, in perfetto stile “madre di Anthony Bates”, mette i brividi. Ok, la foto fa schifo, ma calcolate che la dentro era buio pesto e ci è toccato usare il flash.

Torniamo allo stanzone iniziale, e da qui prendiamo una scalinata che porta al piano terra, probabile fulcro della lavorazione. Non ci sarà la volta ad arco, ma a livello architettonico questo stanzone non ha proprio nulla da invidiare a quello di prima. Passiamo ad uno stanzino usato come spogliatoio (stavolta per davvero), in cui non mancano particolari pittoreschi come degli appendini e alcuni sacchi aperti di prodotti chimici. L’ultima stanza che visitiamo ci mette davanti ad una triste verità, già annunciataci dalla nostra “guida”: le porte che davano sul piano interrato, quello contenente la “pala” del mulino, sono state murate (ma perché?) e quindi l’unico modo per entrare è probabilmente salire dal Cervo. L’unica testimonianza di questa pala la troviamo sotto l’altro stabilimento, quello a monte, ma anche qui vederla bene è impossibile. L’unica cosa che riusciamo a fare è una fotografia infilando la macchina fotografica in un pertugio all’altezza dei piedi di 20cm di diametro. Potete distinguere un ingranaggio arrugginito e nulla di più.

Siamo stati vicino al cuore pulsante della fabbrica, non sentendo altro che quel suono greve e profondo che ancora oggi fa l’acqua del torrente. Una volta, il suono del lavoro. Il suono della fatica. Il suono della vita.

Il viaggio è finito. E quindi uscimmo a riveder le stelle.

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Thanks to Dani G.,Franci

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SIN(K) CITY

Testi e fotografie di Riccardo Poma

F.1

Biella città della lana, Gattinara città del lavandino. The “sink” city. Detto così non suona proprio benissimo. Oggi infatti la chiamano molto più prosaicamente “la città del vino”. Ma prima dell’exploit delle vigne, sul suolo di questa cittadina in bilico tra tre provincie (BIella, VerCelli e NOvara), sorgeva una delle fabbriche più grandi della zona, la Manifattura Pozzi.
La sua storia e quella delle vigne, anche se sembra strano, sono legate da tempo immemore:

“È proprio da una disastrosa congiuntura economica che è nata la più grande industria del territorio gattinarese. Nel 1906 le viti della collina erano ridotte a moncherini improduttivi per un terribile cataclisma che, un anno prima, aveva messo in ginocchio la viticoltura dello spanna. Il Comune era disposto a fare ponti d’oro a qualsiasi impresa industriale che s’installasse nella zona. Da Milano giunse l’azienda di Francesco Pozzi, specializzata nella produzione di terracotte e refrattari. Il 12 dicembre 1906 veniva costituita “statutariamente” la Manifattura Ceramica Pozzi spa, dotata di un capitale iniziale di un milione. La fabbrica sorge attigua alla ferrovia Santhià-Arona, inaugurata all’inizio del 1905. In pochi mesi vengono costruiti a tempo di record impianti, strutture edilizie, forni. Il 15 settembre 1907 incomincia la produzione: stufe di maiolica, refrattari, vasi da fiori, fumaioli. Gli operai sono sei, ma nel giro di pochi mesi salgono ad oltre 50. Il primo anno intero di lavoro si conclude con un bilancio attivo di 66.101 lire, che oggi equivalgono all’incirca ad oltre mezzo miliardo. Nel 1909 incomincia la produzione dei lavandini, in 18 modelli, e degli articoli sanitari. I nuovi manufatti incontrano sul mercato un successo strepitoso: nel 1911 l’utile cresce di un terzo e le maestranze salgono a 200. Ma inopinatamente l’espansione ai arresta, il genere sanitario viene abbandonato, poi subentra la «grande guerra», che per poco non provoca la chiusura dello stabilimento. Per fortuna il ritmo produttivo riprende e nel ’23 tre gigantesche ciminiere campeggiano sull’area dello stabilimento. La crisi di Wall Street non lascia segni evidenti, finché la politica imperiale del fascismo non introduce il regime dell’autarchia. Le argille pregiate di Francia non giungono più e si ricorre alla miniera di casa: le colline di Lozzolo. Poi la guerra e la Ceramica rischia anche stavolta il tracollo. Ma dal ’47 prende avvio il grande «boom» degli Anni ’50 e ’60: all’immigrazione veneta del primo dopoguerra si aggiunge l’immigrazione meridionale. Le maestranze passano gradatamente da 550 a 1300 e Gattinara tocca il suo massimo incremento demografico con quasi 10 mila abitanti. Dopo la straordinaria crescita occupazionale, la stabilizzazione e poi il calo; le alterne vicende degli Anni ’80 caratterizzate da rinnovamento d’impianti, cambi di programma, speranze, delusioni. Fino a giungere, varcata da poco la soglia dell’ultimo decennio del secolo alla sentenza del 26 marzo ’93. Per Gattinara è un brutto giorno”.

Arnaldo Colombo, La stampa, Giovedì 26 marzo 1993 (giorno della chiusura)

F.2

21 anni dopo l’ultimo turno lavorativo la fabbrica è un mostro dormiente e strano. Ci sono alcune parti, come gli edifici dell’ingresso principale [Figura 1, 3, 4], che paiono abbandonate da una quarantina d’anni, altre, come i capannoni bonificati dall’eternit (simili a scheletri ferrosi) posti sul retro, che appaiono in perfetto stato di conservazione [F. 5, 6, 7].

Se si passa dal retro, ovvero dagli edifici antichi, quelli costruiti per primi ad inizio secolo, ci si accorge che oramai sono ridotti ai classici quattro muri [F. 8], nonostante alcune apparecchiature ancora al loro posto [F. 9] e un evidente quanto non troppo raccomandabile frequentazione notturna [F. 10]. Quella panchina solitaria [F. 11] , posta vicino all’ingresso principale e probabilmente inutilizzata da una ventina da anni, è lo specchio del fallimento della “fabbrica-città”, ovvero quel luogo in cui l’operaio viveva 24 ore su 24 alternando lavoro e svago senza tuttavia uscire mai da quelle mura. C’erano scuole, biblioteche, parchi. Tutto studiato per gli operai e per le loro famiglie. Qualcuno lo vede oggi come uno scenario orwelliano: il padrone cattivo dà all’operaio sfruttato una parvenza di umanità. Si può pensarla come si vuole, ma in quegli anni anche la fabbrica poteva somigliare ad una casa o, meglio ancora, ad una comunità. Un’idea di comunità cui piano piano abbiamo rinunciato. L’uomo è un animale sociale, certo. Ma solo quando le cose vanno bene. L’utopia di restare uniti quando le cose vanno male resta tale. Un’utopia. E le fabbriche come la Pozzi sono lì a ricordarcelo.

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Thanks to Franci, Arnaldo Colombo

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THE (GHOST) TOWN OF WOOL – 3° CLASSIFICATO CORTO BIELLESE 2014

“The (ghost) town of wool” è un mio reportage fotografico inedito, classificatosi terzo al concorso Corto Biellese 2014. L’edificio raccontato nel reportage – le Pettinature Riunite di Via Carso a Biella – era già stato protagonista di un fortunato post su vuotiaperdere. Le foto e i testi che troverete qui, tuttavia, sono assolutamente ineditI. Nel pubblicarlo, desidero ringraziare la giuria e tutti gli ideatori e collaboratori di questo meraviglioso concorso. Ennesima prova del fatto che Biella non è – come dicono in molti – il “solito mortorio”. Alla fine del post troverete anche le motivazioni della giuria.

Grazie a tutti.

Riccardo Poma

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Quando. Il reportage “The (GHOST) Town of Wool” è stato progettato e realizzato nel febbraio del 2014 in due sedute fotografiche (una mattutina, una pomeridiana).

Dove. Le fotografie sono state scattate nei pressi dello stabilimento abbandonato della ex Nuova Pettinature Riunite, in via Carso a Biella.

Perchè. Biella, città della lana. Questo si diceva, fino a qualche tempo fa. E fino a qualche tempo fa lo era davvero. Cosa rimane oggi di quella metropoli che la tradizione vuole armoniosamente avvolta nei fili dei suoi stessi tessuti? Certo, molti stabilimenti lanieri esistono ancora, ma alcuni tra i più grandi fanno oramai parte del passato, esempi tutt’altro che classici di archeologia industriale.
Arrivando a Biella dalla valle bassa del Cervo, l’anonimo automobilista attraversa il viadotto sul fiume, e lo spettacolo che si trova sulla destra – a livello visivo, sotto l’amena conca di Oropa – è proprio lo skyline di una città della lana. Peccato che abbia l’aspetto di una città fantasma.

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Ad arrivare a Biella da quella direzione non sono soltanto gli abitanti di Masserano, Cossato, Vigliano (insomma di tutti i paesi attraversati dalla tangenziale). Quello spettacolo è la cartolina di benvenuto anche per chi arriva da Torino, da Milano, da Arona. Insomma, il primo squarcio della città di Biella, per chiunque, è quell’immagine grigia e decadente, simbolo di un passato che ancora qualifica i biellesi nel mondo ma che, a guardar bene, non li rispecchia più.
Dei due stabilimenti che danno il benvenuto ai viaggiatori, quello più interessante è forse lo stabile di sinistra, la ex Nuova Pettinature Riunite. Inizialmente faceva parte del complesso dei lanifici Rivetti, il cui stabile principale, anch’esso in completo stato di abbandono, costruito nel 1800, si trova invece sulla destra se li si osserva dal ponte. Una volta non c’era nulla a dividerli. Ma poi i Rivetti vendettero i terreni, sul suolo che collegava i due stabili fu costruita la banca cittadina, e lo stabile più moderno venduto ad un’altra società, la Nuova Pettinature appunto.
Lo stabile principale è più antico, quindi forse più suggestivo a livello visivo. Ma lo stabilimento moderno racchiude in sé molti più significati. A partire dall’architettura che lo compone.

Progettato da Giuseppe Pagano negli anni ’20 del ‘900, è un esempio perfetto della cosiddetta architettura funzionalista che tanto piaceva al Duce. Nessun orpello decorativo, nessuna ricerca stilistica: l’importante era che fosse funzionale al lavoro. La Nuova Pettinature fu la prima fabbrica biellese costruita ad immagine e somiglianza dei biellesi, instancabili lavoratori, che da ben prima del Duce badavano alla funzionalità delle cose piuttosto che al loro apparire. E il fascismo, per lo meno quello della prima ora, non poteva resistere ad una popolazione dallo spirito così laborioso, preciso, ammirato in tutta Italia.
Occorre soffermarsi anche sull’autore di questa opera monumentale: Pagano fu un architetto di grande fama, vicino a Mussolini e apprezzato dal regime. Che, tuttavia, fece in tempo ad accorgersi degli abomini del fascismo, prima condannandolo, poi combattendolo, nientemeno che tra le file dei partigiani. Catturato, morì in un campo di concentramento tre giorni prima del 25 aprile 1945. Un’immane tragedia che acquista un valore simbolico se visto alla luce di ciò che Pagano rappresentò: prima bandiera del regime, sua cassa di amplificazione, portatore dei suoi valori politici attraverso l’architettura; poi suo più aspro detrattore. Già solo per questa ragione, lo stabilimento della Nuova Pettinature si rivela un calderone di emozioni e significati, una sorta di compendio visivo di ciò che fu grande e poi fallì miseramente. Una metafora della Biella grandiosa di un tempo e quella, sommessa e ingrigita, forse per sue stesse colpe, di oggi.

Le foto del reportage sono state virate in bianco e nero. Scelta artistica, certo (l’archeologia industriale si presta molto al b/n), ma anche concettuale: quelle stesse foto, viste a colori, restano monocromatiche in tutto e per tutto. Prima la funzione, poi la bellezza. Gli unici colori vivi sono quelli dei cartelli di pericolo, delle scritte dei graffitari, dell’erba e delle piante che si stanno riprendendo ciò che appartiene loro da tempo immemore. Sono state lasciate volutamente a colori: elementi post moderni che “colorano” il grigiore del moderno. Anche il cielo, che il giorno degli scatti era limpidissimo, perde la sua profondità e il suo colore, diventando una sorta di sfondo cartaceo per quegli scheletri di cemento.
C’è un campanello che non suonerà mai più. Delle scalinate i cui gradini sono coperti dalla polvere. Delle antenne che da anni trasmettono solo silenzio. Una porta d’entrata per l’inferno e, ovviamente, la porta di uscita.
Il silenzio. Cosa differenzia una città fantasma da una città normale? Il silenzio. Come alla Nuova pettinature. Dove c’era il frastuono dei macchinari, il rumore sordo del lavoro, restano i canti degli uccellini sugli alberi che stanno inglobando il cemento, i rumori dei vetri rotti da qualche ragazzino con un sasso, le bestemmie sguaiate di qualche homeless che torna a casa. In un paese in cui il lavoro è una risorsa sempre più rara, la vista di edifici come questi, che ospitavano migliaia di lavoratori, ci ricorda una grandezza oramai perduta.
A parecchi anni dall’abbandono, la Nuova Pettinature è divenuta una sorta di monumento alla memoria. Gli artisti di strada la usano come tela, gli homeless come rifugio. Qualche politico, sicuramente, come cartolina elettorale. Riqualificazione. Giusto. Ma forse è giusto anche lasciarla così. Come il Monumento della pace di Hiroshima, come i pezzi ancora in piedi del muro di Berlino. Lasciati lì per ricordarci cosa siamo stati, cosa siamo e, forse, cosa diventeremo.

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MOTIVAZIONI DELLA GIURIA

“L’autore, avvezzo a tour fotografici ad ampio raggio, ha messo a fuoco con il suo obiettivo quello che fuor di dubbio è, nel paesaggio biellese e non solo, una emergenza di altissimo valore ideativo e progettuale: le Pettinature Riunite, opera incompiuta e postuma dell’architetto Giuseppe Pagano. Lo stabilimento sito in Biella, in via Carso, presenta una struttura in cui prende forma, con soluzioni costruttive e tecniche d’avanguardia, quell’utopia che decenni dopo sarà teorizzata come qualità globale, ovvero l’applicazione allo spazio produttivo e ai fattori umani delle frontiere più avanzate della scienza e della tecnica. Architettura tanto nota e celebrata nei manuali, nei convegni e tra gli storici dell’architettura, quanto ignorata, in questi suoi valori, da gran parte dei biellesi e da quanti quotidianamente, per le porte di accesso alla città laniera, la sfiorano, subito distogliendo lo sguardo come si fa per pietà e, forse, per imbarazzo, di fronte ad un essere male in arnese. Con immagini in bianco e nero, con qualche sprazzo di colore, l’autore ha dato evidenza ad alcuni particolari capaci di suscitare curiosità e stimolare alla riflessione, sul presente e sul futuro di questo monumento del lavoro, simbolo di un’età che sembra tramontata e che nonostante tutto continua a vivere in forme inusuali, certo marginali, in silenzio e quasi in attesa di una rigenerazione, che può prendere le mosse, perchè no, anche dalle eloquenti e suggestive immagini di Riccardo Poma”.

Biella, Auditorium di Città Studi, 13 maggio 2014

Thanks to Franci, Elis, lo staff di Corto Biellese 2014

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, possono essere riprodotte soltanto citandone il nome. Copyright Vuoti a perdere 2014 e Corto Biellese 2014]

 

LO SCHELETRO CHE GUARDA LA VALLE PARTE II – BACK TO OROPA BAGNI

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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“Sei stato a Oropa Bagni?”
“E com’è?”
“E cos’hai visto?”
“C’erano animali morti?”
“C’erano scritte sataniche?”
“E’ pericoloso entrare?”

Il blog vuotiaperdere ha compiuto da poco un anno, e finora ci ha dato parecchie soddisfazioni. Nonostante parecchi post che ci sentiamo di definire col botto (Lucedio, Leri Cavour, la fornace, il bunker), il nostro reportage più apprezzato in termini di visualizzazioni rimane quello su Oropa Bagni, che intitolammo LO SCHELETRO CHE GUARDA LA VALLE. Sulle suite di freeblogging come WordPress c’è un simpatico gadget che permette di vedere quali sono le parole chiave più utilizzate su Google per arrivare ad un certo post. Vincono, per ora, OROPA BAGNI, FOTO e RITI SATANICI.
Ora, ad un anno da quel fatidico, primo viaggio che non portò in realtà a nulla di concreto (ebbene sì, da veri dilettanti ci entrammo senza macchina fotografica: le foto del post in questione sono dell’amico PIGNO), siamo tornati in questo luogo così affascinante e misterioso. Il luogo biellese “maledetto” per eccellenza, spesso citato tra i ragazzini quando si parla di imprese coraggiose:
– Vuoi sapere cos’è la paura? Fatti un giro ad Oropa Bagni!
A Biella, tanto per farvi un’idea, è stato addirittura citato in una linea di magliette. Gli autori sono gli amici della DESERT, serigrafia casalinga, e potete ammirare la loro opera qui. Ma quali sono le ragioni di questa fama, o meglio, com’è possibile che ancora oggi migliaia di biellesi ne parlino come di un luogo mitico, terrificante, infestato da maligne presenze?

Evitando di tirare fuori i soliti luoghi comuni lamentosi – “a Biella non c’è un tubo, ovvio che pure i ruderi diventano un’attrazione” – la spiegazione si trova in un vecchio articolo di giornale degli anni ’80 che parlava di un incendio dell’ala destra dovuto probabilmente all’accensione di alcuni fuochi non controllati all’interno della stessa. I carabinieri trovarono qualche povero animaletto squartato e resti di focolai. Episodio vero, documentato, ma, in ben 70 anni di abbandono (per i cenni storici rimandiamo al nostro primo post), decisamente UNICO. Tanto bastò, tuttavia, per garantire a questo luogo l’aura di luogo maledetto e infestato.
Ma torniamo quindi alle domande d’apertura, quelle che spesso ci hanno – legittimamente – posto i nostri lettori nel corso di quest’anno.
Sei stato a Oropa Bagni? Si, ci siamo stati. L’ala ridotta peggio, che potete vedere QUI ,è stata abbattuta perché pericolante. Restano in piedi l’ala sinistra e il corpo centrale dell’edificio. Ci siamo stati sia d’estate che d’inverno, e solo nel secondo caso siamo riusciti a vedere qualcosa. Il verde tende a far sparire tutto e a rendere difficile qualsiasi fotografia.
Com’è? È un luogo che, obbiettivamente, mette paura. Immerso nel nulla, lontano dagli insediamenti umani, appare dal nulla dopo una breve curva. Grandissimo, scheletrico, privo di vita. È affascinante perché non è solamente un edifico abbandonato: è un vero e proprio manifesto in disuso della belle epoque, dai toni liberty e l’aspetto signorile. Un’ambientazione da horror gotico, da racconto in stile Lovecraft o Edgar Allan Poe. I tetti hanno ceduto tirandosi dietro quasi tutti i piani superiori. L’unica zona visitabile resta il pian terreno, anche perché dotato di un soffitto in cemento armato.

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E cos’hai visto? Ho visto l’edificio, tutto qui. Oltre a me e ai miei due compagni di ventura, ho visto soltanto un enorme, vuoto caseggiato. Bello, ma vuoto.
C’erano animali morti? Nessun animale morto o sgozzato.
C’erano scritte sataniche? Si, ce ne sono parecchie, ma 1) non sono scritte col sangue di animali morti come sostiene qualcuno (lo dimostra il fatto che si conservino perfettamente integre nonostante gli anni: sono fatte con la vernice) 2) sul rapporto dei Carabinieri, all’epoca delle sette sataniche degli anni ’80, le scritte non compaiono; qualcuno le ha fatte ultimamente, probabilmente per gioco.
E’ pericoloso entrare? Molti ci chiedono di “individuare un indice di pericolosità della struttura”. Ci chiedono, insomma, se si può entrare tranquillamente. Io non sono un ingegnere civile, ma so per certo che se vedo un pavimento messo male o una trave in bilico tra due muri non ci devo entrare. Il punto è che, più passano gli anni, più aumentano i crolli. Una mattina ci sveglieremo e da fondo valle non vedremo più Oropa Bagni, sommerso dai suoi stessi mattoni crollati. Dire che i crolli sono all’ordine del giorno è assolutamente veritiero: mentre eravamo sul sito, per esempio, abbiamo visto coi nostri occhi dei resti di trave crollare.

Ciò che davvero colpisce di questo luogo è la facilità con cui si riesce ad immaginare lo sfarzo dei tempi che furono. Uno sfarzo oramai estinto, riscontrabile soltanto nella maestosità della costruzione, nei particolari architettonici, nelle zone un tempo dipinte. Tornare ad Oropa Bagni dopo un anno è stata un’esperienza fascinosa. Quando si va in un posto in cui si è già stati si è più preparati, meno impauriti, si riesce ad adottare un punto di vista razionale non viziato dall’ignoto. E si fanno foto migliori, come ad esempio è successo col nostro secondo post sulla fornace.
Siamo sempre molto prudenti in merito ai luoghi che visitiamo: di alcuni non diciamo nemmeno l’ubicazione, per evitare che qualche buontempone vada a distruggere tutto. A Oropa Bagni, in realtà, c’è rimasto poco da distruggere.
Ci ha già pensato l’abbandono. Ci hanno pensato i primi predatori, che negli anni ’40 entrarono e portarono via tutto: mobili, oggetti, quadri, fotografie, addirittura pezzi affrescati di muro. Ci ha pensato la natura che, ancora una volta, si riprende con aria indifferente ciò che fu suo.

Thanks to Elis, Alberto, DESERT serigrafia casalinga

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, non possono essere riprodotte altrove. Copyright Vuoti a perdere 2014]

 

IL CASTELLO CLONATO

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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Fra tutte le storie – vere o presunte – in cui ci si può imbattere gironzolando tra le risaie piemontesi, una delle più interessanti è sicuramente quella (vera) del cosiddetto “nuovo castello di G.”. Poco prima di entrare in paese, ci si ritrova sulla destra un imponente castello medievale, assolutamente ben conservato. Ma perché quel castello non è segnalato sulle guide? E, soprattutto, perché se chiedete indicazioni sul “castello di G.” venite indirizzati ad un altro edificio, posto in centro paese, molto simile a quello visto poco prima, ma ristrutturato e visitabile?

La storia inizia nel 1170, anno in cui Alberto di G. inizia la costruzione del castello (quello in centro). Inizialmente la struttura ha scopi difensivi (è circondato da un profondo fossato, e dalla torre si può sorvegliare l’intera piana circostante), ma tra il XV e il XVI secolo si trasforma in abitazione signorile. Nel 1459 Alberto (la dinastia intanto era stata costretta ad assoggettarsi a quella sabauda) fa erigere l’imponente torre, alta 48 metri. Squarciata da un fulmine nel 1721, fu restaurata soltanto nel 1927. I segni della riparazione sono visibili ancora oggi: in prossimità della fenditura, infatti, si vedono chiaramente l’innesto di un calcestruzzo differente e alcuni tiranti che evitano che la struttura si indebolisca.

Sul finire dell’ottocento, il conte Lancillotto (nome di fantasia) di G. (1850 – 1940), originario della zona di Ivrea ma imparentato coi conti di G., scoprì di non essere discendente diretto di Alberto. Di conseguenza, non sarebbe stato lui ad ereditare il castello, a vivere in quel lussuoso maniero. Alla irremovibile sentenza fecero seguito anni di violente liti familiari, in cui tuttavia Lancillotto non ottenne nulla. Il conte voleva il castello per ragioni d’onore e prestigio, ma anche per garantire alla sua sposa, Caroline Ashburner Nix (figlia di un potente, ricchissimo armatore inglese e il cui patrimonio era ben superiore a quello di Lancillotto), una vita lussuosa e agiata. La leggenda (spesso raccontata dagli abitanti del paese) secondo cui la Ashburner avrebbe minacciato di lasciare Lancillotto nel caso in cui non avesse ottenuto il castello, non ha invece fondamento storico, anche se molti la danno per veritiera. L’unica cosa certa, comunque, è che Lancillotto VOLEVA assolutamente il castello. E fu così che venne alla luce una delle più bizzarre idee mai partorite dalla mente umana.

Il conte chiamò a raccolta l’importante architetto torinese Carlo Nigra (fautore, tra le altre cose, del Borgo Medievale di Torino) e gli chiese di progettare un nuovo castello, identico all’altro ma se possibile ancora più sfarzoso. Insomma, un edificio che facesse rodere d’invidia i parenti litigiosi e, secondo Lancillotto, scorretti. La scelta del posto cadde quindi su una porzione di terreno di proprietà del solo conte, situata – guarda caso – ad appena duecento metri dal castello medievale.

“Non volete farmi vivere al castello? Benissimo, me ne costruisco uno identico ma più bello, ad appena duecento metri dal vostro”.

Follia? Forse, ma G. divenne da quel momento “terra di due castelli”.

5. Veduta generale dei due castelli

Tra il 1901 e il 1904, il castello venne edificato e terminato. Considerata la decadenza dei conti di G., la maggior parte delle spese di costruzione furono probabilmente sostenute dalla famiglia Ashburner Nix. Agli occhi dei presenti (non è dato sapere se ci fossero anche i parenti “cattivi”, che comunque vedevano l’edificio sporgendosi dalle finestre del loro castello) apparve qualcosa di meraviglioso: un maniero in perfetto stile medievale con tanto di torri, merletti, profondo fossato, ponte levatoio, portone a sesto acuto con griglia in ferro, feritoie, posti di vedetta. Utilità? Nessuna. Le uniche ragioni di esistere di questo castello furono una ripicca bella e buona e, forse, il timore di lasciar ad altri un ingente patrimonio. Elementi che rendono questa storia ancora più incredibile.
Nel 1940 Lancillotto, novantenne, si spense. La moglie, nata nel 1869, morì quattro anni dopo. In quel luogo così assurdo ed esagerato, i coniugi avevano trascorso in pace il periodo più cupo della storia italiana. Dietro quei vetri la guerra non arrivò mai. Ci passarono però i partigiani di stanza nella zona della Baraggia, e la contessa Ashburner, ormai anziana (e forse rinsavita dalla sua sete di lusso), non esito a offrirgli un nascondiglio. Il figlio Jean-Louis di G., finita la guerra, si spostò nuovamente a Torino (da cui era fuggito durante i bombardamenti), e il portone del castello venne chiuso per sempre intorno al 1955.

Sono passati sessant’anni, e il castello “clonato” sembra non aver sentito il passare del tempo. A guardarlo dalla strada, anzi, sembra uno dei tanti castelli ben conservati e perfettamente ristrutturati che si possono trovare in Piemonte. E invece, quel maniero ha il portone chiuso da ben 60 anni. Una prova lampante, oltre che della megalomania di Lancillotto, dell’enorme abilità architettonica e costruttiva di Nigra, artista a tutto tondo che fu anche pilota, musicista, pioniere della fotografia.

Il castello si trova ancora oggi in un’amena radura. Conta ben quattro torri, una costruita a destra sulla facciata anteriore e le altre tre su quella posteriore, dove si trova anche quello che doveva essere, un tempo, un meraviglioso giardino, circondato da mura fortificate perfettamente conservate. Al centro, un bellissimo pozzo artesiano con base in pietra decorata e parte superiore in ferro battuto. Si potrebbe azzardare che proprio la facciata posteriore conservi l’impatto visivo maggiore: a destra, quindi sulla diagonale della torre anteriore, c’è una bellissima torre che richiama la prima sia nello stile che nella maestosità. A sinistra, un’altra torre leggermente più bassa, meno decorata e più squadrata ma armonica nel riproporre lo stile dei merletti che sovrastano le mura del giardino. Appoggiata ad essa, l’unica torre a pianta circolare del complesso. Osservando le facciate non è difficile accorgersi che quelle macchie di colore sulle parti intonacate ospitavano un tempo disegni ed affreschi policromatici. La prima cosa che colpisce chi osserva questa meraviglia architettonica è il suo aspetto strutturale: si tratta della riproduzione in scala reale di un perfetto castello medievale “fortificato”, ancora più interessante se si pensa al fatto che la sua fortificazione (a meno che i litigiosi parenti non disponessero di un esercito) è totalmente, inequivocabilmente, grottescamente inutile. Non c’erano guerre in quegli anni, e nemmeno durante i due conflitti mondiali G. poteva considerarsi una zona a rischio invasione. Il castello è fortificato semplicemente perché il suo creatore lo voleva così, lo voleva in tutto e per tutto identico a quello degli odiati parenti.

Nei pressi di quella che doveva essere considerata l’entrata posteriore principale, riposa una targa in latino che reca le seguenti parole:

“Lancillotto G., signore di G., mellarum (non tradotto) di Nomaglio, Signore di Tavagnasco*, e sua moglie Carola Asburner Nix, eressero dalle fondamenta (da zero) nel 1902 il castello, terminato nel 1904, sotto la guida dell’architetto maestro Carlo Nigra”.

*Nomaglio e Tavagnasco sono due paesi nei pressi di Ivrea, in provincia di Torino, in cui Lancillotto visse prima di trasferirsi a G.

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Il motto della famiglia dei conti di G., vici et vivo (vinsi e vivo), è presente sia sulla targa che sul bellissimo soffitto decorato che salta agli occhi avventurandosi tra gli archi a sesto acuto della “veranda”, appoggiati su capitelli che richiamano lo stemma della famiglia del conte. A terra, alcuni tubi di stufa e i resti di un letto in ferro. Sul soffitto della depandance che collega il giardino al portone della facciata anteriore, un dipinto recita la parola “litis”, lite, come se Lancillotto avesse voluto giustificarsi con chi entrava in merito ai motivi del suo folle progetto. Da un buco nel muro si inizia a scorgere l’interno, che subito appare lussuoso. Solo entrando ci si accorge che praticamente TUTTE le stanze (non abbiamo saputo contarle tutte, ma sono tantissime) sono finemente decorate, affrescate, dipinte con gusto.

La prima stanza in cui entriamo ha tutte le pareti dipinte e un magnifico, coloratissimo soffitto in legno a cassettoni. Un gigantesco camino, che reca l’effigie della famiglia e una targa commemorativa, governa lo spazio. Gli affreschi sono diventati, in seguito al passaggio di qualche ragazzino un po’ scemo in cerca di emozioni forti, una vera e propria striscia a fumetti lisergica.

Proseguendo tra una stanza e l’altra, si trovano veri e propri pezzi da museo, come ad esempio il frigorifero Indes  (databile intorno al 1940). Un elettrodomestico che la maggior parte (se non la totalità) degli abitanti di G. poteva solo sognarsi, almeno fino al boom degli anni ’60. Salendo le scale, tuttavia, le sorprese non finiscono. Le condotte per trasportare il calore da un piano all’altro e i gabinetti rivelano un complicatissimo – almeno per l’epoca – sistema di riscaldamento e un rarissimo impianto fognario privato: a quei tempi, la gente andava in bagno all’aperto, o magari in una baracca costruita vicino a casa. Lancillotto e la moglie, invece, si sedevano già sulla tazza, proprio come facciamo noi oggi.

Attraversando corridoi e salendo scalette (alcune spaziose, altre decisamente anguste), si arriva alla sommità delle torri, da cui è possibile ammirare il panorama sul giardino e sul paese di G., oltre che sull’intera piana circostante. La ripida scala a chiocciola che sale dentro la piccola torre a pianta circolare conduce ad un bellissimo soffitto che ricorda quello delle cupole delle chiese. Se invece di salire si scende, si giunge invece all’ormai inagibile piano seminterrato, costruito sotto il livello del terreno e ospitante la cantina e una gigantesca cucina, con tanto di montacarichi per portare le vivande ai piani superiori in cui risiedevano i nobili.

Dal 1955, anno del definitivo abbandono da parte dei signori di G., nessuno si è fatto avanti per riqualificare l’edificio. Stufi del continuo via vai dei predatori – un giorno un antiquario arrivò addirittura con un camion – che negli anni hanno portato via praticamente tutto (mobili, oggetti d’arredo, quadri, tappeti, fotografie), alcuni capifamiglia di G. hanno acquistato l’edificio, una ventina di anni fa. Hanno riparato i tetti – che infatti sono praticamente nuovi – e hanno cercato di trovare acquirenti interessati all’acquisto. Presto però, a malincuore, hanno dovuto rivenderlo: le spese di gestione e ristrutturazione diventavano troppo alte, e negli anni mai nessuno si dimostrò davvero interessato a recuperare la proprietà. Un disinteressamento condiviso anche dagli enti pubblici, convinti che si tratti di un complesso troppo nuovo per poterne fare un museo.

31Forse però è proprio questo suo status a renderlo così interessante. Le ragioni e le modalità della sua costruzione lo rendono senza ombra di dubbio un castello unico al mondo. Forse con le giuste strategie di marketing potrebbe anche essere sfruttato a fini turistici. Per ora, comunque, il castello “clonato” di G. se ne resta lì, vuoto e abbandonato. Coi suoi camini, le sue perle ingegneristiche, i suoi affreschi, i suoi pavimenti, le sue torri, i suoi merletti. Con tutto il suo potenziale artistico, ma anche con un forte potenziale simbolico: il castello “clonato” di G. è una metafora della megalomania del potere, ma anche un report sullo stato in cui si trovava la nobiltà italiana di inizio secolo, vicina all’estinzione ma ancora in grado di ribadire il proprio carattere. È forse, prima di tutto, un manifesto sulla follia umana.

E già solo per questo sarebbe un peccato dimenticarsene.

Cartolina di R. in cui si vedono entrambi i castelli

Cartolina di G. in cui si vedono entrambi i castelli

Il castello visto dal satellite. La linea rossa tratteggia le mura di cinta.

Il castello visto dal satellite. La linea rossa tratteggia le mura di cinta.

NOTA: L’ingresso al castello senza permessi, oltre che molto pericoloso, è severamente vietato.

Thanks to:
Andre G. (compagno di ventura)
Andrea (per avercelo consigliato)
Elis, Francy (per l’aiuto nel decifrare la targa)

Si ringraziano inoltre
Il professor A.C. e il signor D.P. per le informazioni.
La ragazza della tabaccheria del paese e l’impiegata del comune per la disponibilità.

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LA CIMINIERA PIU’ ALTA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

 

Collegandoci al nostro primo, ormai lontano, affezionatissimo post, pubblichiamo il reportage realizzato su un’altra fornace in disuso. Siamo ancora nel biellese, stavolta in una piccola frazione. Arrivando nella località, sperduta tra le risaie, non è difficile accorgersi che le poche case sono costruite attorno alla ferrovia. C’è una piccola stazione in disuso, un gruppo di case (con tanto di ristorante), molti capannoni (alcuni ospitano allevamenti) e la gigantesca, scheletrica, suggestiva fornace. Non conosciamo la data di fondazione di questa grande stazione produttiva. Ciò che è certo è che lo stile dell’edificio situato vicino all’ingresso (una vera e propria villa, con particolari architettonici ricercati) fa pensare ad un tempo a cavallo tra ‘800 e ‘900.

Sulla destra, un grande caseggiato su due piani. Sulla sinistra, un magnifico, imponente edificio che probabilmente ospitava l’unità centrale, il fulcro della produzione di mattoni. Diversamente da molti edifici che visitiamo di solito, qui la bonifica per eliminare l’eternit è stata fatta, e ciò che rimane è un’intelaiatura in ferro che ricorda quegli scheletri di dinosauri riassemblati che vediamo nei musei.
Il particolare che più colpisce è tuttavia l’imponente ciminiera, alta almeno trenta metri, visibile un po’ da qualsiasi posizione. Un tempo era addirittura più alta, ma si dice che durante un forte temporale, negli anni ’80, la sommità cadde sotto la forza del vento. Il posto è famoso anche per i cosiddetti alloggi ENI progettati nel dopoguerra e mai terminati e per il continuo via vai di cicogne, che amano costruire i propri nidi sui piloni “scalpati” della vecchia fabbrica.

 

L’età di abbandono non è documentata, ma l’impiegata del comune, che ringraziamo (purtroppo non siamo riusciti a scoprire il suo nome) ci ha detto:
“Io ho cinquant’anni, e da quando mi ricordo io è sempre stata abbandonata”.

Vicino alla fornace, è ancora presente la piccola stazione che un tempo portava comodamente gli operai sul luogo di lavoro.

Thanks to: Andre G.

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UN’ALTRA (SPLENDIDA) CASCINA ABBANDONATA NEL BIELLESE

Testi e fotografie di Riccardo PomaDSC_0617

La cascina, o se preferite la fattoria, rappresenta la tipologia di luogo più presente su vuotiaperdere, una scelta che deriva non tanto da una propensione artistica personale, quanto dal fatto che di questi casolari è pieno il biellese (e, in misura maggiore, il vercellese), in virtù di un passato (e di un presente) strettamente collegato all’agricoltura e all’allevamento. Questa cascina è certamente una delle più suggestive che abbiamo avuto modo di fotografare: il suo stile architettonico ricercato rivela che probabilmente si trattava di una casa padronale, capace di ospitare le stalle ma anche lussuosi appartamenti. Basta guardare il numero degli archi, le rifiniture dei muri, la qualità di pietre e mattoni. Degli antichi fasti è rimasto ben poco. Resta un enorme, ingombrante scheletro silenzioso, divorato dalla vegetazione che, a meno che non ci si faccia largo col machete, impedisce l’entrata.

A guardarla dalla strada, sembra una piccola cascina. Ma se le si gira attorno, si scopre che le sue dimensioni sono notevoli. Il tetto nuovo e la presenza di apparecchi per il ricircolo dell’aria sui balconi fanno presupporre che qualcuno la abitò fino a tempi tutto sommato recenti (20, 30 anni al massimo), anche se le strutture adibite al lavoro (come la stalla) rivelano una data di abbandono decisamente più lontana.

Una volta tanto, occasione più unica che rara, un atto vandalico come l’abbandono di un auto nell’aia della cascina (per la precisione, una Autobianchi A112), ci permette di scattare foto dal forte simbolismo e dal suggestivo impatto visivo: il vecchio e il nuovo, il motore a scoppio dimenticato accanto agli abbeveratoi dei buoi, l’antico e il moderno che convivono nella stessa, medesima selva oscura che pian piano, senza distinzioni, farà sparire tutto sotto la propria incessante spinta vitale. Ancora una volta la natura è l’unica cosa “viva” di questi luoghi, ancora una volta ci affascina sapere che, nonostante gli sforzi costruttivi umani, sarà proprio la natura ad averla vinta. Si tratti di ferro o mattoni, tutto è destinato a sparire inghiottito dalla terra.

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Thanks to: Francy

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LA CHIESETTA DEI BOSCHI

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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Tra le risaie biellesi e le risaie vercellesi, in quella zona che un tempo ospitò – e ospita ancora, anche se in misura minore – la Baraggia, sorge la piccola chiesetta di San Vito, nascosta e protetta dalle fronde e dal fogliame. Non si hanno documenti precisi in merito alla sua realizzazione, ma l’architettura esterna fa pensare che possa essere stata costruita a cavallo tra XVII e XVIII secolo. La posizione isolata – oggi ci sono case vicine, ma risalgono alla seconda metà del ‘900 – suggerisce che possa essere stata costruita come ex voto, in merito a qualche vicenda “miracolosa” accaduta in quei luoghi. Lungo la prima metà del 1900 la chiesa di San Vito divenne una succursale della parrocchia, e gli abitanti del vicino rione la fecero diventare “la loro chiesa”. Gli anziani del paese raccontano che ogni anno, il giorno di San Vito (15 giugno), nei pressi dell’edificio si svolgeva una magnifica festa, che iniziava con la Santa Messa e proseguiva con un grande pranzo. L’usanza rimase intatta fino alla fine degli anni ’60, poi la chiesa venne pian piano lasciata andare e si finì per utilizzarla soltanto sporadicamente (si ricorda, ad esempio, un matrimonio qui celebrato all’inizio degli anni ’80). All’inizio degli anni ’90 la chiesetta versava già in stato di abbandono e degrado.

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Architettura. La chiesa è lunga una decina di metri, larga quattro, alta sei/sette se si considera il “campanile” (anche se forse il termine non è corretto: si dovrebbe parlare piuttosto di una piccola torre che parte dal tetto, in quanto priva di alloggiamento autonomo). Costruita, come già accennato, a cavallo tra XVII e XVIII secolo, la chiesa possiede un porticato aggiunto in epoca più tarda: lo si capisce perchè la struttura è stata letteralmente “appoggiata” alla facciata originale, ancora visibile in alcune parti. L’edificio, che si costituisce su una singola navata con volte a crociera, è ben illuminato da tre finestre poste a sud (è probabile che ve ne fossero tre anche a nord ma che furono murate), da tre finestrelle sulla facciata e da un lucernario circolare, oggi murato, sito a est.

Oggi.

Fuori. Esternamente la chiesetta di San Vito si conserva abbastanza bene. Se si escludono le pessime condizioni del soffitto del porticato e l’avanzata dei rampicanti (che, si sa, prima o poi intaccheranno la struttura), l’edificio appare ancora molto solido. Il tetto resiste alle infiltrazioni, i muri sono tutti in piedi e per nulla indeboliti. Tra i particolari interessanti ci sono le tracce della piccola acquasantiera in pietra – situata fuori, sotto il porticato, e praticamente distrutta da qualche mattone crollato – l’affresco che avvolge la porta d’entrata, la campana in ottone, una decorazione “a fiore” situata sulla facciata e la sagoma del lucernario inspiegabilmente murato. D’Estate è praticamente impossibile avvicinarsi alla chiesetta, ma d’inverno è sufficiente seguire un sentiero tra le fronde che porta comodamente sotto il porticato.

Dentro. Anche l’interno rimane particolarmente ben conservato. Gli affreschi che ornavano la chiesa sono ormai interamente scomparsi (ne resta qualche traccia di colore nei pressi dell’altare), ma il “bianco” dato come fondo resiste e, eccetto alcune scrostature dovute alla muffa e all’umidità, si conserva piuttosto bene. La suggestiva architettura della chiesetta è in ottime condizioni: il soffitto non ha ceduto, e gli ornamenti perimetrali – ad un altezza di circa tre metri – sono ancora miracolosamente intatti. L’altare in muratura è sovrastato da una pala d’altare che ospita quella che sembra una copia, in bianco e nero, di un qualche dipinto raffigurante il Santo. Alberi e piante rampicanti, che avvolgono l’esterno della chiesa, stanno piano piano entrando dalle finestre, ma tolta la sporcizia dovuta all’abbandono, possiamo dire che la chiesa di San Vito è uno degli edifici sacri in disuso meglio conservati che abbiamo visto sinora. Restano al loro posto i piccoli banchi in legno (sono talmente bassi che è difficile capire se venissero usati per sedersi o semplicemente per inginocchiarsi), il tabernacolo in legno con interno ricamato, la campanella alloggiata nel piccolo campanile (manca soltanto il filo che, attraverso un buco nel soffitto, permetteva di suonarla). All’inizio degli anni ’90 i soliti “predoni” hanno portato via il bellissimo portone in legno intagliato, e al suo posto c’è ora una normalissima porta in truciolato.

A cavallo del 2000 alcuni pittori e decoratori del luogo hanno iniziato un lavoro di restauro, chiedendo alla curia l’acquisto dei materiali e offrendo la propria manodopera a titolo gratuito. La diocesi di Vercelli ha negato la richiesta, e dunque il progetto è stato accantonato. Un vero peccato, perchè basterebbe davvero poco per far si che la chiesetta di San Vito torni a splendere come un tempo. All’interno si vedono ancora alcune tegole portate dai volontari che avevano progettato il restauro.

Thanks to: Elis

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C’ERA UNA VOLTA UNA FATTORIA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

Un’altra cascina abbandonata, un’altra cascina costruita in mezzo alle risaie e, ora, lasciata a se stessa. Cenni storici se ne trovano pochi; sappiamo con certezza che la cascina appartenne, nell’arco del ‘900, ad un marchese torinese, che la acquisto per permettere ai contadini dipendenti di lavorare i suoi sterminati campi. Per quanto riguarda la data di abbandono, le cose si complicano ulteriormente. La parte abitabile (fig. 6, 12, 13, 14), quella in cui si distinguono chiaramente i diversi appartamenti, è probabilmente quella abbandonata da più tempo, almeno una ventina d’anni. La costruzione posta a sud (che contiene dei garage, delle “travà”, dei magazzini, fig. 7, 8, 9, 10, 11), invece, è stata utilizzata fino a tempi più recenti, come dimostrano un calendario (il foglio presente si riferisce a gennaio 2006) e altri piccoli particolari. È probabile che, pur disabitata, la cascina fosse ancora utilizzata come deposito o come officina. La tenuta ospitava uno spaziosissimo cortile (fig. 3, 6, 12, 14), ormai divorato dalle erbacce, e una costruzione adibita a essiccatoio per riso e grano con tanto di aia (fig. 1).

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