IL LAGO PREISTORICO E LA VECCHIA FERRAGLIA

Testi e fotografie di Riccardo Poma
DSC_0120Situato vicino ad un lago ben più vasto, il lago di Viverone, il piccolo lago di B. è un bacino intermorenico generatosi grazie ai movimenti dell’antico ghiacciaio Balteo.
Sul fondo del laghetto vennero rinvenute due antiche piroghe “monossili”, ovvero costruite partendo da un unico fusto. La prima, databile 250 d.C, venne recuperata nel 1912, l’altra, risalente nientemeno che al al 1450 a.C., nel 1982. L”importanza “storica” di questo villaggio fu confermata anche dal ritrovamento dei resti di un piccolo villaggio risalente alla tarda età del bronzo (850-900 a.C.).
Facciamo ora un rapidissimo balzo in avanti per arrivare agli anni ’50, anni in cui l’ENEL comprò i terreni del laghetto e vi costruì una piccola centrale elettrica che funzionava per caduta: attraverso alcune chiuse metalliche (sono 4, e sono loro a rendere questo lago così affascinante), azionate attraverso robuste catene, l’acqua del lago scendeva verso il vicino (e più “basso”) lago di Viverone. Così facendo, l’acqua muoveva alcune pale che generavano elettricità. Questo spiega la presenza dei numerosissimi tralicci intorno al bacino, elementi che danno a questo incantevole scorcio un aspetto decisamente irreale.

[cliccando su una foto parte lo slideshow]

Negli anni ’70 l’ENEL terminò la sua attività, ma chiuse e tralicci rimasero al loro posto. L’acqua e il ferro, il lago preistorico e la vecchia ferraglia. Insomma, il risultato di queste somme non può che essere la ruggine. Un paradosso che si può trovare soltanto a B.

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Thanks to: Elis

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4 POSTI CHE NON ABBIAMO MAI PUBBLICATO (E DI CUI NON VOLEVAMO FARE 4 POST)

Testi e fotografie di Riccardo Poma

Nell’estate del 2012, un anno prima di aprire questo blog, abbiamo trascorso parecchio tempo in campagna, cercando posti abbandonati da fotografare. Queste foto sono rimaste per ben due anni negli hard disk dei nostri computer. Motivi? Innanzitutto perché forse queste foto sono poco in stile vuotiaperdere (ovvio, non l’avevamo manco ancora creato). Sono foto prese quasi sempre “da fuori”, alcune brutte, altre belle ma non bellissime, altre (sempre secondo noi) abbastanza riuscite. Di alcuni edifici abbiamo fatto solo due o tre scatti, e quindi ci sembrava stupido farci un post “intero”. Altri non sono poi così unici, e quindi forse non desterebbero un grande interesse nei lettori. Insomma, prendetele come foto “pre vuotiaperdere”, in cui ci sono come al solito edifici abbandonati ma a cui – forse – manca ancora qualcosa. Ecco cosa abbiamo fatto nei mesi antecedenti all’apertura di questo blog. Quando c’eravamo soltanto io, mio fratello e una reflex.
E queste fotografie.

[cliccare sulle immagini per aprirle in HD]

IL CIMITERO DI VETTIGNE’
Vettignè (uno di quei nomi che solo in Piemonte potremmo dare a un posto) è una frazione di Santhià, situata (come spesso accade su questo blog) in mezzo alla risaie. In attesa di un post dedicato alla frazione, ormai quasi totalmente abbandonata, vi mostriamo le foto del piccolo cimitero adiacente al borgo. Con lo spopolamento della frazione, anche il cimitero è stato dimenticato, e gli unici fiori che ancora lo adornano sono inequivocabilmente finti.

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in questa immagine, il cimitero si trova sulla stessa linea della chiesa, a destra

IL MULINO
Tra Balocco, Formigliana e Villarboit (Vercelli) sorge questo suggestivo mulino, abbandonato ma ottimamente conservato. Basti pensare al fatto che la pala si trovi ancora al suo posto.

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Cascina Strada per San Marco 13082012 (18)

IL SANTUARIO TRA LE SPIGHE
Sulla strada che collega Carisio a Formigliana (Vercelli) sorgono, in mezzo alla risaie, i resti di una bellissima quanto antica chiesa. Secondo gli abitanti delle cascine vicine, veniva ancora utilizzata negli anni ’50 del novecento. Particolari architettonici di rilievo (come il rosone posto sulla facciata) fanno pensare ad un antico splendore. Oggi, crollate anche le ultime travi del tetto, restano solo i quattro muri.

Chiesa Strada Crocicchio Formigliana - 13082012 (7)

 

LA PAJIN-A
La cascina Pajin-a si trova sulla strada che collega Roasio a Rovasenda, in un’amena radura nascosta dalle piante. Il suo nome viene spesso citato nei libri sulla resistenza in quanto fu sicuro rifugio per i partigiani nascosti nella Baraggia.

La Pajn'a

Thanks to: Francy, Elis

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THE SOUND OF SILENCE

UN VIAGGIO TRA RISTORANTI, NIGHT CLUB E DISCOTECHE DISMESSI IN PIEMONTE

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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Il silenzio delle fabbriche è assurdo. Una fabbrica è voci, rumori, movimento. Allo stesso modo, forse addirittura in modo maggiore, appare assurdo il silenzio dei – scusate il luogo comune – luoghi della notte: dei night, delle discoteche, dei luoghi che tanto ci piace definire “della movida”. Luoghi pensati appositamente per ospitare il rumore, che sovvertono la temporalità (giorno/notte) e la motivazione (lavoro/svago) della fabbrica ma che ne condividono l’aspetto “sonoro” (soltanto in presenza di alti volumi, fabbriche e discoteche possono considerarsi “vive”).
Abbiamo preso un pezzo di carta, e scritto i nomi di diversi luoghi che, a memoria, sapevamo appartenuti alla vita notturna del triangolo risaiolo compreso tra le provincie di Biella, Vercelli e Novara. Abbiamo cercato quei luoghi di cui ci ricordiamo perché ci siamo stati – ahimè, quando eravamo un po’ più giovani e, sicuramente, un po’ più spensierati – di quelli in cui sono stati gli altri e ce lo hanno raccontato e di quelli che, molto semplicemente, ci ricordiamo abbandonati da sempre. Luoghi fotografati, in controtendenza rispetto ai nostri soliti post, specialmente dall’esterno, per evidenziarne le architetture talvolta strambe e talvolta esotiche, sempre però “fuori luogo”, fasulle, cozzanti col panorama delle risaie, delle villette bifamiliari. Non ho mai amato la discoteca, ne come luogo ne tanto meno come concetto: anzi, vedere queste facciate di cartapesta distruggersi per ovvie ragioni (sono di cartapesta!) mi fa venire in mente un facile parallelismo tra la volatilità delle architetture e quella, ancor più triste, dei rapporti che vi si creavano dentro. Ma sono anche certo che questi oramai tristi esempi di grigio squallore padano sono stati, per molte persone, luoghi di serate indimenticabili, di primi appuntamenti, di strusciamenti più o meno consenzienti. Luoghi insomma di vita, di vita vera, di cui questo triangolo di cui parlavo prima avrebbe nuovamente un disperato bisogno. In qualunque modo la si pensi, la chiusura di questi locali è sintomo di un’amarezza diffusa che ci ha portato a rifiutare lo svago, a starcene a casa perché “siamo senza soldi”. E chi davvero amava ballare, è costretto a fare centinaia di chilometri per trovare posti decenti. Quando – basta leggere i commenti ancora presenti in rete – i posti decenti li avevamo tutti nel raggio di una ventina di chilometri.

Il Maialetto, Santhià (VC)

MaiAletto (1)
Il nostro reportage sui luoghi dimenticati della movida parte dalla frazione di Vettigné, sede dell’omonimo castello abbandonato che sarebbe un vuotoaperdere mica da ridere. A poche centinaia di metri dal castello, tuttavia, sorge il Maialetto, un nome che è tutto un programma. Edificato negli anni ’80, in posizione isolata affinché “ci si potesse fare casino”, è stato, secondo gli autoctoni, diverse cose:
a) ristorante
b) motel
c) circolo per scambisti
d) ristorante
e) bordello cinese
f) ristorante
Sui punti a, d e f siamo disposti a mettere la mano sul fuoco. Sugli altri, vedete voi. L’unica cosa sicura è che il punto successivo, manco a farlo apposta il punto g, ovvero la condizione attuale , è quella di edificio dismesso utilizzato (per colpa della posizione tremendamente isolata) come un’ignobile discarica a cielo aperto che da anni le autorità tentano invano di ripulire. Si fa notare per l’audacia del nome, da un lato in grado di evocare appetiti (culinari o sessuali che siano) e dall’altro genialissimo nel suo suggerire un’apertura prolungata (Mai a letto) che probabilmente non fu mai effettiva (o che lo fu ammesso che il punto e fosse veritiero).

IL TOCCO PIU’ KITSCH: i merletti medievali sul tetto.

Il Mirage, Massazza (BI)

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Seconda tappa del nostro viaggio è Massazza, un luogo che per i biellesi è un non luogo, in quanto ci passano soltanto perché è costruito sulla strada che conduce Biella a Vercelli (e si incazzano perché hanno messo quelle colonnine per il controllo della velocità). In realtà Massazza non è affatto un brutto posto, e ha addirittura un castello che il 95% dei paesi biellesi si sognano. Comunque sia, di fianco ad un colosso dello pneumatico di cui non diremo il nome per evitargli pubblicità (non saprei nemmeno dire se sarebbe positiva o negativa), sorge l’incantevole – a partire dal nome – Mirage, un ex night club che tutti rammentano perché all’interno del cortile c’è uno degli oggetti più kitsch che la mente umana abbia mai saputo partorire: una statua della libertà in scala 1:45 (Massazza come Las Vegas) che vanta
a) terrificante lampione circolare al posto della fiaccola.
b) veste ricavata da una bandiera americana usata a mo’ di toga.

Non è chiuso da molto, e addirittura su internet se ne parla come se fosse ancora aperto.

IL TOCCO PIU’ KITSCH: c’è da chiederlo? Lady Liberty Power!

Il Cinecittà, Cossato (BI)

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La prima discoteca del nostro reportage sorge a Cossato, il più grande comune biellese. Fu una delle prime discoteche della zona, progettata appositamente per il suo scopo con un gusto architettonico decisamente funzionalista (zero finestre, è praticamente un cubo indistruttibile che sembra un incrocio tra il sarcofago di cemento della centrale di Chernobyl e una stazione ferroviaria inaugurata ai tempi del duce). Al di la di tutto, il Cinecittà fu, tra gli anni ’70 e gli anni ’90, una discoteca decisamente frequentata e apprezzata. Addirittura, tracce sul web indicano una super serata (febbraio 1998) con nientemeno che Alessia Mancini, ai quei tempi velina supersexy di Striscia la notizia. Verso gli anni 2000, tuttavia, il calo di utenti “giovani” (diretti verso Novara, in posti tornati di moda come Le cave e Il maneggio, che vedremo dopo) portò i proprietari a cambiare impronta al locale, rendendolo una balera aperta anche il mercoledì sera in cui un pubblico un po’ più maturo poteva ballare, senza influssi techno e hardcore, del buon, sano latino americano. La scelta pagò per qualche anno, ma alla fine le porte si chiusero.

NOTA: i bambini di Cossato chiamano l’edificio l’astronave, a causa del suo pittoresco tunnel d’ingresso.

IL TOCCO PIU’ KITSCH: l’astronave.

I gatti e la volpe, Cossato (BI)
DSC_00512Ristorante.

Il Manila, Roasio (VC)DSC_0037
Il Manila è uno dei night club più famosi della zona, non tanto per la qualità dei cocktail o delle ballerine quanto perché, ogni sei mesi circa, sui giornali locali appaiono fior di articoli riferiti all’ennesima chiusura del locale. Una volta perché ci girava droga, una volta perché qualche ballerina non si limitava a ballare, ma l’unica cosa certa è che ogni sei mesi il Manila chiude. Chiude talmente veloce che tu ti chiedi: “ma perché, quando cavolo l’avevano riaperto?”. Da qualche anno, tuttavia, il Manila è rimasto chiuso per davvero, e sembra che questa volta nessuno abbia intenzione di rilevarlo. Forse perché tutti sanno che, massimo sei mesi, sarebbe di nuovo chiuso.

IL TOCCO PIU’ KITSCH: il nome.

Le cave, Serravalle Sesia (VC)

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Il letto del fiume Sesia è stato, a partire già dagli anni ’70, uno dei siti più floridi per le discoteche e i locali notturni. Discoteche come Le cave e Il maneggio vengono considerate tutt’ora tra le più belle mai aperte in Piemonte e, per alcuni, nel nord Italia. Le cave sorge a Vintebbio, piccola frazione di Serravalle sul cui suolo sorgono
a) la fabbrica di rubinetti Gessi (70% del territorio)
b) l’ex discoteca Le cave
c) il bellissimo castello di Vintebbio
d) un frantoio
Costruita ai piedi della collina, in regione Cave (!), la discoteca aveva un vastissimo parco che, ai tempi d’oro, possedeva laghetti, piante con fiori, insomma, tutto ciò che serviva per renderla, soprattutto d’estate, qualcosa di davvero unico. Col Maneggio di Romagnano seppe attirare la maggior parte dei giovani della zona, a tal punto che il sabato sera la scelta era proprio tra le due discoteche. Costruita negli anni ’80, fu abbandonata presumibilmente intorno al 2006/2007/2008.

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Non conosciamo con certezza la data della chiusura (accettiamo info da chi ne sa), ma a giudicare dal perizoma a vita altissima di questa ballerina, in un video girato durante una delle ultime sere, siamo certi che si tratti proprio degli anni che vi abbiamo indicato.

Il Top, Serravalle Sesia (VC)
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IL TOCCO PIU’ KITSCH: il font della scritta.

La pipa, Prato Sesia (NO)

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Altra discoteca importantissima, corredata da una piscina e da impianti sportivi d’avanguardia (campi da tennis, calcetto, basket, volley) che nel periodo estivo si riempivano di migliaia di persone. La discoteca chiuse i battenti (come Cave e Maneggio) nel 2008, un anno decisamente “nero” per le discoteche costruite nella valle del Sesia. Come molti altri locali, La pipa fu molte cose: ristorante, pub, discoteca, addirittura – in un tentativo disperato pre chiusura – una sala bingo.

DSC_0523Quanto a dimensioni è probabilmente una delle più grandi discoteche della regione. Nel retro, divanetti e cuscini sono stati letteralmente ammucchiati. Se non avessero chiuse tutte lo stesso anno, forse avrebbero potuto venderli ad un’altra discoteca della zona.

IL TOCCO PIU’ KITSCH: il colore dei cuscini.

Il maneggio, Romagnano Sesia (NO)
DSC_0553Se si fa qualche ricerca su internet si scopre che Il Maneggio è probabilmente la discoteca più nota e più rimpianta del circondario. Nacque parecchi anni fa come ristorante e dancing, poi divenne discoteca a tutti gli effetti e, infine, chiuse nel 2008. Era famosa per il gazebo ottagonale di legno. E quella scalinata che portava al parcheggio… Quante giovani in minigonna l’hanno scesa vomitando all’ultimo gradino? Ah, il vecchio, caro saturday night liver… (questa è per pochi). Più di tutte le altre, colpisce per l’architettura squallida (cartapesta, compensato e cartone) che veniva resa magnifica con le luci, gli ornamenti, il buio. Le vetrate dell’ingresso sono state frantumate, ma il celeberrimo specchio posto sotto la cassa è ancora presente.DSC_0546

lo specchio posto sotto la cassa e, sotto, un flyer dell’ultima serataDSC_0548

Sul web si trovano ancora un forum inerente al locale (che ne contiene anche una bella descrizione) e il sito ufficiale.

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IL TOCCO PIU’ KITSCH: l’ingresso di cartapesta e compensato.

BONUS TRACK: Il Due, Cigliano (VC)
DSC_0609Merita una parentesi del tutto particolare, nonostante la lontananza rispetto agli edifici raccontati finora, la discoteca Due di Denari, detta semplicemente il Due, situata sul territorio di Cigliano e per parecchi anni punto d’incontro per i giovani di tutto il Piemonte. Nei suoi ultimi anni di apertura divenne tristemente noto per una terribile vicenda accaduta nel parcheggio. Se infatti si scrive “due di cigliano” su Google, il settimo risultato è

Ragazzo muore accoltellato fuori da discoteca vercellese

DSC_0601L’articolo si riferisce ad un fatto tragico accaduto nel gennaio 2008 nel parcheggio della discoteca: un minorenne, in seguito ad una discussione particolarmente accesa, accoltellò un cliente che morì poco dopo in ospedale. Pochi mesi dopo il fattaccio il locale, che intanto aveva cambiato nome e si chiamava Sbang, chiuse definitivamente i battenti. Alcuni fini sociologi, sul forum del locale, cercano empiricamente le ragioni della chiusura:

“allora se il 2 ha kiuso e grazie solo alle teste di kazzo ke han fatto sempre casini all interno e all esterno della discoteca,così facendo il 2 (…) ha avuto vari problemi con la questura di vecelli,portando con se un casino di denunce,ma non e colpa dello staff x questo,cosa vuoi ke ti dica se lo shock o il pigalle non avranno mai di sti problemi allora non chiuderanno mai.a noi purtroppo ci è andata così”.DSC_0606

Un altro intellettuale continua sulla stessa falsariga:

“dite tanto del due che ha chiuso perchè non aveva i soldi .chissa perchè per due anni è andato avanti sempre con grandi ospiti e locale strapieno.il vero motivo della chiusura è solo per le solite teste di …… che andavano li solo per fare casino..”

Secondo un forum italiano di musica techno i motivi sono invece altri:

“forse qulacuno cmq nn ha ancora capito che il due nn ha chiuso x colpa delle risse o per colpa della gente ma semplicemente xkè lo staff i(…) ha avuto dei problemi interni con il proprietario del locale…….scusate questa uscita ma era doveroso chiarire il perchè della chiusura del due……”

Al di là delle dicerie (e della fama di locale malfamato, acquisita solo negli ultimi tempi), il Due fu una delle music halls più floride ed importanti  del Piemonte. Fondato nel 1968 come ballo con orchestra, divenne una discoteca nei ’70. Durante i suoi 40 anni di vita vi apparirono grandi DJ (Gigi D’Agostino, si dice, esordì proprio qui), personaggi dello spettacolo (Luca e Paolo, Elisabetta Canalis, Platinette, Fabio Volo, Gabriel Garko, Cicciolina, Selen, ecc) e cantanti (Ligabue, Subsonica, Lunapop, Articolo 31, Neffa e moltissimi altri). Con la sua architettura particolare, futuristica, il Due rimane una delle discoteche più pittoresche del Piemonte, ancora viva nel ricordo di chi ne conobbe i gloriosi fasti. Punto d’incontro e dispensa musicale per ben più di una generazione. Si conserva molto bene, anche e soprattutto per la posizione “cittadina”, lontana da quella potentissima natura che si riprende il suo che le appartiene.

DSC_0605IL TOCCO PIU’ KITSCH: i commenti online di alcuni ex frequentatori.

NOTA: se vi interessa l’argomento, consigliamo l’ottimo blog memories on a dancefloor.

Thanks to: Elis

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, possono essere riprodotte soltanto citandone il nome. Copyright Vuoti a perdere 2014]

LA SOLITUDINE DELLA TORRE ROSSA

Testi e fotografie di Riccardo Poma6

Sulla strada che conduce a Gattinara da Masserano pochi la notano, nonostante la sua sagoma sia ben visibile dietro la zona residenziale. È strana perché è da sola. È raro che di un forte resti in piedi soltanto la torre. Anzi. Di solito è la prima a cadere. Perché è più alta, visibile e, quindi, facile da colpire. Invece qui è successo tutto il contrario. La torre è rimasta sola, in mezzo a una radura, senza le costruzioni di cui una volta era il faro più alto.

Sul sito del comune di Roasio si legge:
“Su di un colle situato ai limiti dell’abitato di Roasio S. Maurizio, a qualche centinaio di metri a nord della chiesa parrocchiale omonima, sono visibili per un’ altezza di alcuni metri, i resti murari di una forte torre a pianta quadrata (m 4,50 di lato), costruita con pietre ben squadrate agli angoli e con corsi regolari di ciottoli a spina di pesce, sottolineati da linee tracciate nella malta, ottimamente conservata. Il piccolo pianoro doveva poi verosimilmente essere contornato da un recinto, del quale non sono visibili resti, ma che è in qualche modo richiamato dal terrazzamento contornante l’altura e dalla parcellazione catastale. Il tipo di muratura è genericamente databile in zona al XII-XIII secolo. Il sito, totalmente in abbandono, non permette di valutare in modo rassicurante lo stato di conservazione del rudere, evidentemente in lento disfacimento”

Wikipedia dice invece che la torre è
“andata in gran parte distrutta dagli Spagnoli unitamente all’attiguo Forte, raso al suolo il 7 febbraio 1558 in seguito alla Guerra tra l’Imperatore Carlo V e il re di Francia Francesco I”.

Tower

Certamente le veneziane ancora visibili sulle finestre non appartengono al 1500: qualcuno l’ha restaurata. Per farne cosa, non si sa. Magari solo per darle una parvenza di vita. O magari per andare lassù e guardare il panorama. Intanto resta lì, apparentemente da sola, in realtà in compagnia degli alberi, degli uccellini, di chi ancora sente il bisogno di perdersi nei boschi.

Thanks to Francy

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BIELLA CLASSIC

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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Cosa c’è di più Biella Classic di una fabbrica abbandonata, si sarà chiesto qualcuno? Bè, un lanificio abbandonato, per giunta sulle sponde del Cervo. Un ennesimo lanificio abbandonato sulle sponde del Cervo. Questa storia – una storia come tante – inizia nel 1848, quando un industriale della zona apre il suo lanificio sulle sponde del Cervo. Perché sulle sponde del Cervo? Perchè l’acqua era il motore principale delle fabbriche biellesi (ne era pure lo scarico fognario, ma su questo sorvoliamo – in fin dei conti in quegli anni l’inquinamento non si sapeva nemmeno cos’era). Attraverso canali artificiali (alcuni li potete vedere ancora oggi, con un po’ di attenzione) si deviavano consistenti quantità d’acqua “sotto” le fabbriche, in cui di norma era costruita una sorta di “stanza-mulino” che funzionava col più basilare dei concetti energetici: l’acqua faceva girare una pala il cui movimento creava energia per alimentare lo stabilimento. No, in effetti noi biellesi non eravamo affatto stupidi.

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Nel 1871 l’industriale in questione (ebbene, non possiamo proprio dirvi il suo nome) decise di aprire un altro stabilimento, edificandolo questa volta più a monte, sulle ceneri di un vecchio (guarda caso) mulino in disuso. Presto il secondo stabilimento, più grande del primo, divenne il centro nevralgico della produzione. Lo stabilimento a valle, tuttavia, rimaneva in una posizione strategica perché, agli inizi del ‘900, gli venne edificata accanto la prima ferrovia cittadina. Il fiume da una parte, il treno dall’altra. In mezzo, la produzione di tessuto continuava senza sosta, andando a consolidare – insieme a quelle di altre aziende – il nome di Biella nel mondo. È anche grazie a edifici come questi che la lana biellese divenne rinomata in tutto il mondo. (Ebbene sì – per i più giovani – anche Biella fu grande e un tempo era persino una città operosa e allegra). Il lanificio in questione è uno dei tanti che si possono trovare sulla sponda del Cervo. Indizio per i più curiosi: la sponda è la stessa su cui sorgevano i lanifici Rivetti (di cui potrete scoprire tutto QUI).

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Il nostro viaggio inizia, tanto per fare gli originali, dal primo piano, cui accediamo attraverso una scaletta che ha visto tempi migliori. Non somiglia alle fabbriche che abbiamo visto finora. Il soffitto è a botte, una scelta costruttiva adottata per sfruttare al massimo lo spazio disponibile: la forma ad arco permetteva infatti di scaricare il peso dell’edificio (e del piano superiore) sui muri senza dover costruire colonnati o ulteriori muri portanti, che sicuramente avrebbero portato via spazio. Gli unici rinforzi sono gli snelli tiranti in ferroche ancorano il sopra al sotto (dal pavimento alcuni buchi rivelano l’esistenza del piano terra). Dentro questo enorme salone, così vecchio ma dall’aspetto così futuristico, quasi non si riesce a parlare: il rumore del fiume, vicinissimo, unito al rimbombo tipico degli stanzoni vuoti, crea un originale tessuto sonoro che ti entra dentro e arriva in profondità, fino a scuotere lo stomaco. Non un suono cattivo, comunque. È un suono benevolo, avvolgente, caldo. Una volta era il suono della vita. L’acqua dava energia alla fabbrica, l’acqua era “generatrice di lavoro”. Anzi, era simbolo di lavoro e operosità.

[Cliccando sulle foto partono gli slideshow]

Proseguiamo, saliamo di piano, arriviamo in un altro stanzone, dove troviamo qualche caratteristico cartello e alcuni oggetti utilizzati dagli operai. In una stanzetta che reca la scritta “spogliatoio”, rinveniamo i resti di quello che una volta doveva essere una specie di miniappartamento. Al suo interno, interessanti particolari come
a) Un per nulla kitsch orologio a timone che ha addirittura lasciato la propria sagoma sul muro
b) Un mobiletto del pronto soccorso con all’interno medicinali e simili (lo stile grafico della confezione di TINTURA DI IODIO rivela un’appartenenza minimo agli anni ’80)
c) Un tavolino in finto marmo con sopra un pensile tutto scassato
Da questo piccolissimo alloggio cogliamo anche uno scorcio dell’esterno, interessante perché contrappone i materiali costruttivi originali (a sinistra) con quelli di un successivo restauro (a destra). Senza essere architetti o esteti, non è difficile decretare quale muro sia il più bello da contemplare.
Alcuni cartelli pre 626 suggeriscono di non ogliare le macchine quando sono in moto, mentre è ancora visibile una lastra in compensato su cui erano appese le etichette delle celle di lavorazione
Passiamo così nella stanza della pesa (potete anche non crederci, ma funziona) e finiamo per scorgere una porticina che, nuovamente, da verso un appartamento. Questo era probabilmente l’appartamento del custode. Più grande dell’altro, perfettamente conservato, con addirittura un vecchio asse da stiro e, incredibile, una sala da pranzo perfettamente composta, con tanto di sedie allineate. La poltrona che da sulla finestra chiusa, in perfetto stile “madre di Anthony Bates”, mette i brividi. Ok, la foto fa schifo, ma calcolate che la dentro era buio pesto e ci è toccato usare il flash.

Torniamo allo stanzone iniziale, e da qui prendiamo una scalinata che porta al piano terra, probabile fulcro della lavorazione. Non ci sarà la volta ad arco, ma a livello architettonico questo stanzone non ha proprio nulla da invidiare a quello di prima. Passiamo ad uno stanzino usato come spogliatoio (stavolta per davvero), in cui non mancano particolari pittoreschi come degli appendini e alcuni sacchi aperti di prodotti chimici. L’ultima stanza che visitiamo ci mette davanti ad una triste verità, già annunciataci dalla nostra “guida”: le porte che davano sul piano interrato, quello contenente la “pala” del mulino, sono state murate (ma perché?) e quindi l’unico modo per entrare è probabilmente salire dal Cervo. L’unica testimonianza di questa pala la troviamo sotto l’altro stabilimento, quello a monte, ma anche qui vederla bene è impossibile. L’unica cosa che riusciamo a fare è una fotografia infilando la macchina fotografica in un pertugio all’altezza dei piedi di 20cm di diametro. Potete distinguere un ingranaggio arrugginito e nulla di più.

Siamo stati vicino al cuore pulsante della fabbrica, non sentendo altro che quel suono greve e profondo che ancora oggi fa l’acqua del torrente. Una volta, il suono del lavoro. Il suono della fatica. Il suono della vita.

Il viaggio è finito. E quindi uscimmo a riveder le stelle.

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Thanks to Dani G.,Franci

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SIN(K) CITY

Testi e fotografie di Riccardo Poma

F.1

Biella città della lana, Gattinara città del lavandino. The “sink” city. Detto così non suona proprio benissimo. Oggi infatti la chiamano molto più prosaicamente “la città del vino”. Ma prima dell’exploit delle vigne, sul suolo di questa cittadina in bilico tra tre provincie (BIella, VerCelli e NOvara), sorgeva una delle fabbriche più grandi della zona, la Manifattura Pozzi.
La sua storia e quella delle vigne, anche se sembra strano, sono legate da tempo immemore:

“È proprio da una disastrosa congiuntura economica che è nata la più grande industria del territorio gattinarese. Nel 1906 le viti della collina erano ridotte a moncherini improduttivi per un terribile cataclisma che, un anno prima, aveva messo in ginocchio la viticoltura dello spanna. Il Comune era disposto a fare ponti d’oro a qualsiasi impresa industriale che s’installasse nella zona. Da Milano giunse l’azienda di Francesco Pozzi, specializzata nella produzione di terracotte e refrattari. Il 12 dicembre 1906 veniva costituita “statutariamente” la Manifattura Ceramica Pozzi spa, dotata di un capitale iniziale di un milione. La fabbrica sorge attigua alla ferrovia Santhià-Arona, inaugurata all’inizio del 1905. In pochi mesi vengono costruiti a tempo di record impianti, strutture edilizie, forni. Il 15 settembre 1907 incomincia la produzione: stufe di maiolica, refrattari, vasi da fiori, fumaioli. Gli operai sono sei, ma nel giro di pochi mesi salgono ad oltre 50. Il primo anno intero di lavoro si conclude con un bilancio attivo di 66.101 lire, che oggi equivalgono all’incirca ad oltre mezzo miliardo. Nel 1909 incomincia la produzione dei lavandini, in 18 modelli, e degli articoli sanitari. I nuovi manufatti incontrano sul mercato un successo strepitoso: nel 1911 l’utile cresce di un terzo e le maestranze salgono a 200. Ma inopinatamente l’espansione ai arresta, il genere sanitario viene abbandonato, poi subentra la «grande guerra», che per poco non provoca la chiusura dello stabilimento. Per fortuna il ritmo produttivo riprende e nel ’23 tre gigantesche ciminiere campeggiano sull’area dello stabilimento. La crisi di Wall Street non lascia segni evidenti, finché la politica imperiale del fascismo non introduce il regime dell’autarchia. Le argille pregiate di Francia non giungono più e si ricorre alla miniera di casa: le colline di Lozzolo. Poi la guerra e la Ceramica rischia anche stavolta il tracollo. Ma dal ’47 prende avvio il grande «boom» degli Anni ’50 e ’60: all’immigrazione veneta del primo dopoguerra si aggiunge l’immigrazione meridionale. Le maestranze passano gradatamente da 550 a 1300 e Gattinara tocca il suo massimo incremento demografico con quasi 10 mila abitanti. Dopo la straordinaria crescita occupazionale, la stabilizzazione e poi il calo; le alterne vicende degli Anni ’80 caratterizzate da rinnovamento d’impianti, cambi di programma, speranze, delusioni. Fino a giungere, varcata da poco la soglia dell’ultimo decennio del secolo alla sentenza del 26 marzo ’93. Per Gattinara è un brutto giorno”.

Arnaldo Colombo, La stampa, Giovedì 26 marzo 1993 (giorno della chiusura)

F.2

21 anni dopo l’ultimo turno lavorativo la fabbrica è un mostro dormiente e strano. Ci sono alcune parti, come gli edifici dell’ingresso principale [Figura 1, 3, 4], che paiono abbandonate da una quarantina d’anni, altre, come i capannoni bonificati dall’eternit (simili a scheletri ferrosi) posti sul retro, che appaiono in perfetto stato di conservazione [F. 5, 6, 7].

Se si passa dal retro, ovvero dagli edifici antichi, quelli costruiti per primi ad inizio secolo, ci si accorge che oramai sono ridotti ai classici quattro muri [F. 8], nonostante alcune apparecchiature ancora al loro posto [F. 9] e un evidente quanto non troppo raccomandabile frequentazione notturna [F. 10]. Quella panchina solitaria [F. 11] , posta vicino all’ingresso principale e probabilmente inutilizzata da una ventina da anni, è lo specchio del fallimento della “fabbrica-città”, ovvero quel luogo in cui l’operaio viveva 24 ore su 24 alternando lavoro e svago senza tuttavia uscire mai da quelle mura. C’erano scuole, biblioteche, parchi. Tutto studiato per gli operai e per le loro famiglie. Qualcuno lo vede oggi come uno scenario orwelliano: il padrone cattivo dà all’operaio sfruttato una parvenza di umanità. Si può pensarla come si vuole, ma in quegli anni anche la fabbrica poteva somigliare ad una casa o, meglio ancora, ad una comunità. Un’idea di comunità cui piano piano abbiamo rinunciato. L’uomo è un animale sociale, certo. Ma solo quando le cose vanno bene. L’utopia di restare uniti quando le cose vanno male resta tale. Un’utopia. E le fabbriche come la Pozzi sono lì a ricordarcelo.

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Thanks to Franci, Arnaldo Colombo

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, possono essere riprodotte soltanto citandone il nome. Copyright Vuoti a perdere 2014]

THE (GHOST) TOWN OF WOOL – 3° CLASSIFICATO CORTO BIELLESE 2014

“The (ghost) town of wool” è un mio reportage fotografico inedito, classificatosi terzo al concorso Corto Biellese 2014. L’edificio raccontato nel reportage – le Pettinature Riunite di Via Carso a Biella – era già stato protagonista di un fortunato post su vuotiaperdere. Le foto e i testi che troverete qui, tuttavia, sono assolutamente ineditI. Nel pubblicarlo, desidero ringraziare la giuria e tutti gli ideatori e collaboratori di questo meraviglioso concorso. Ennesima prova del fatto che Biella non è – come dicono in molti – il “solito mortorio”. Alla fine del post troverete anche le motivazioni della giuria.

Grazie a tutti.

Riccardo Poma

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Quando. Il reportage “The (GHOST) Town of Wool” è stato progettato e realizzato nel febbraio del 2014 in due sedute fotografiche (una mattutina, una pomeridiana).

Dove. Le fotografie sono state scattate nei pressi dello stabilimento abbandonato della ex Nuova Pettinature Riunite, in via Carso a Biella.

Perchè. Biella, città della lana. Questo si diceva, fino a qualche tempo fa. E fino a qualche tempo fa lo era davvero. Cosa rimane oggi di quella metropoli che la tradizione vuole armoniosamente avvolta nei fili dei suoi stessi tessuti? Certo, molti stabilimenti lanieri esistono ancora, ma alcuni tra i più grandi fanno oramai parte del passato, esempi tutt’altro che classici di archeologia industriale.
Arrivando a Biella dalla valle bassa del Cervo, l’anonimo automobilista attraversa il viadotto sul fiume, e lo spettacolo che si trova sulla destra – a livello visivo, sotto l’amena conca di Oropa – è proprio lo skyline di una città della lana. Peccato che abbia l’aspetto di una città fantasma.

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Ad arrivare a Biella da quella direzione non sono soltanto gli abitanti di Masserano, Cossato, Vigliano (insomma di tutti i paesi attraversati dalla tangenziale). Quello spettacolo è la cartolina di benvenuto anche per chi arriva da Torino, da Milano, da Arona. Insomma, il primo squarcio della città di Biella, per chiunque, è quell’immagine grigia e decadente, simbolo di un passato che ancora qualifica i biellesi nel mondo ma che, a guardar bene, non li rispecchia più.
Dei due stabilimenti che danno il benvenuto ai viaggiatori, quello più interessante è forse lo stabile di sinistra, la ex Nuova Pettinature Riunite. Inizialmente faceva parte del complesso dei lanifici Rivetti, il cui stabile principale, anch’esso in completo stato di abbandono, costruito nel 1800, si trova invece sulla destra se li si osserva dal ponte. Una volta non c’era nulla a dividerli. Ma poi i Rivetti vendettero i terreni, sul suolo che collegava i due stabili fu costruita la banca cittadina, e lo stabile più moderno venduto ad un’altra società, la Nuova Pettinature appunto.
Lo stabile principale è più antico, quindi forse più suggestivo a livello visivo. Ma lo stabilimento moderno racchiude in sé molti più significati. A partire dall’architettura che lo compone.

Progettato da Giuseppe Pagano negli anni ’20 del ‘900, è un esempio perfetto della cosiddetta architettura funzionalista che tanto piaceva al Duce. Nessun orpello decorativo, nessuna ricerca stilistica: l’importante era che fosse funzionale al lavoro. La Nuova Pettinature fu la prima fabbrica biellese costruita ad immagine e somiglianza dei biellesi, instancabili lavoratori, che da ben prima del Duce badavano alla funzionalità delle cose piuttosto che al loro apparire. E il fascismo, per lo meno quello della prima ora, non poteva resistere ad una popolazione dallo spirito così laborioso, preciso, ammirato in tutta Italia.
Occorre soffermarsi anche sull’autore di questa opera monumentale: Pagano fu un architetto di grande fama, vicino a Mussolini e apprezzato dal regime. Che, tuttavia, fece in tempo ad accorgersi degli abomini del fascismo, prima condannandolo, poi combattendolo, nientemeno che tra le file dei partigiani. Catturato, morì in un campo di concentramento tre giorni prima del 25 aprile 1945. Un’immane tragedia che acquista un valore simbolico se visto alla luce di ciò che Pagano rappresentò: prima bandiera del regime, sua cassa di amplificazione, portatore dei suoi valori politici attraverso l’architettura; poi suo più aspro detrattore. Già solo per questa ragione, lo stabilimento della Nuova Pettinature si rivela un calderone di emozioni e significati, una sorta di compendio visivo di ciò che fu grande e poi fallì miseramente. Una metafora della Biella grandiosa di un tempo e quella, sommessa e ingrigita, forse per sue stesse colpe, di oggi.

Le foto del reportage sono state virate in bianco e nero. Scelta artistica, certo (l’archeologia industriale si presta molto al b/n), ma anche concettuale: quelle stesse foto, viste a colori, restano monocromatiche in tutto e per tutto. Prima la funzione, poi la bellezza. Gli unici colori vivi sono quelli dei cartelli di pericolo, delle scritte dei graffitari, dell’erba e delle piante che si stanno riprendendo ciò che appartiene loro da tempo immemore. Sono state lasciate volutamente a colori: elementi post moderni che “colorano” il grigiore del moderno. Anche il cielo, che il giorno degli scatti era limpidissimo, perde la sua profondità e il suo colore, diventando una sorta di sfondo cartaceo per quegli scheletri di cemento.
C’è un campanello che non suonerà mai più. Delle scalinate i cui gradini sono coperti dalla polvere. Delle antenne che da anni trasmettono solo silenzio. Una porta d’entrata per l’inferno e, ovviamente, la porta di uscita.
Il silenzio. Cosa differenzia una città fantasma da una città normale? Il silenzio. Come alla Nuova pettinature. Dove c’era il frastuono dei macchinari, il rumore sordo del lavoro, restano i canti degli uccellini sugli alberi che stanno inglobando il cemento, i rumori dei vetri rotti da qualche ragazzino con un sasso, le bestemmie sguaiate di qualche homeless che torna a casa. In un paese in cui il lavoro è una risorsa sempre più rara, la vista di edifici come questi, che ospitavano migliaia di lavoratori, ci ricorda una grandezza oramai perduta.
A parecchi anni dall’abbandono, la Nuova Pettinature è divenuta una sorta di monumento alla memoria. Gli artisti di strada la usano come tela, gli homeless come rifugio. Qualche politico, sicuramente, come cartolina elettorale. Riqualificazione. Giusto. Ma forse è giusto anche lasciarla così. Come il Monumento della pace di Hiroshima, come i pezzi ancora in piedi del muro di Berlino. Lasciati lì per ricordarci cosa siamo stati, cosa siamo e, forse, cosa diventeremo.

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MOTIVAZIONI DELLA GIURIA

“L’autore, avvezzo a tour fotografici ad ampio raggio, ha messo a fuoco con il suo obiettivo quello che fuor di dubbio è, nel paesaggio biellese e non solo, una emergenza di altissimo valore ideativo e progettuale: le Pettinature Riunite, opera incompiuta e postuma dell’architetto Giuseppe Pagano. Lo stabilimento sito in Biella, in via Carso, presenta una struttura in cui prende forma, con soluzioni costruttive e tecniche d’avanguardia, quell’utopia che decenni dopo sarà teorizzata come qualità globale, ovvero l’applicazione allo spazio produttivo e ai fattori umani delle frontiere più avanzate della scienza e della tecnica. Architettura tanto nota e celebrata nei manuali, nei convegni e tra gli storici dell’architettura, quanto ignorata, in questi suoi valori, da gran parte dei biellesi e da quanti quotidianamente, per le porte di accesso alla città laniera, la sfiorano, subito distogliendo lo sguardo come si fa per pietà e, forse, per imbarazzo, di fronte ad un essere male in arnese. Con immagini in bianco e nero, con qualche sprazzo di colore, l’autore ha dato evidenza ad alcuni particolari capaci di suscitare curiosità e stimolare alla riflessione, sul presente e sul futuro di questo monumento del lavoro, simbolo di un’età che sembra tramontata e che nonostante tutto continua a vivere in forme inusuali, certo marginali, in silenzio e quasi in attesa di una rigenerazione, che può prendere le mosse, perchè no, anche dalle eloquenti e suggestive immagini di Riccardo Poma”.

Biella, Auditorium di Città Studi, 13 maggio 2014

Thanks to Franci, Elis, lo staff di Corto Biellese 2014

[Tutte le fotografie presenti in questo post sono tutelate dal diritto d’autore e, pertanto, possono essere riprodotte soltanto citandone il nome. Copyright Vuoti a perdere 2014 e Corto Biellese 2014]